Archivi del mese: aprile 2012

Qualcosa di brutto nella vita di una signora perbene

Sono i libri a scegliere i lettori? Di solito sì, altrimenti come si potrebbero scovare i capolavori che giacciono sepolti sotto la pesante coltre dell’oblio e dell’indifferenza? Per questo ci sono delle opere che ti finiscono misteriosamente tra le mani, con la tipica protervia che hanno i libri che vogliono essere letti giusto da quel lettore, proprio in quel momento.
Purtroppo capita spesso anche che una morte prematura fermi una scrittura feconda e in potenziale miglioramento, ricca di promesse per il futuro e in pieno fermento fino ad un attimo prima dell’arresto forzato. È il caso di Marvel Moreno (Barranquilla 1939 – Parígi 1995) eccellente scrittrice colombiana scomparsa a soli 56 anni e che sembra essere morta con la penna in mano: Il 5 giugno 1995, iniziando a scrivere il primo paragrafo di un racconto intitolato Un amor de mi madre, Marvel Moreno muore alle luci dell’alba. (Qualcosa di brutto nella vita di una signora perbene, 1997, Jaca Book)
Sicuramente non è stato facile per una donna colombiana dalle idee liberali fare la scrittrice progressista in un ambiente chiuso e refrattario a certi modernismi, né scrivere di donne e per le donne in un territorio profondamente maschilista. Ma in verità le donne che vogliono uscire dalla propria condizione di sottomesse allo stereotipo della superiorità maschile e che lo dicono a voce alta, in qualunque luogo si trovino non sono forse destinate a incontrare ostacoli d’ogni genere?
Qualcosa di brutto nella vita di una signora perbene è una raccolta di nove racconti, storie di donne, sognatrici, frustrate, sottomesse, veggenti, ribelli, deluse, fino a coprire tutte le varianti, ma con una caratteristica in comune, ognuna a suo modo combatte contro il proprio stato, si ribella contro un destino obbligato dalle imposizioni sociali, dal perbenismo ipocrita, dall’obbedienza indiscutibile al marito-amante-padrone, anche con mezzi estremi come l’annientamento di se stessa; che siano i farmaci, o la follia, o le onde del mare, o perfino l’omicidio, non ha nessuna importanza, anzi, purché ci si sottragga al giogo, ogni mezzo diventa lecito.

Il matrimonio di Lilian era stato un detonatore, il risveglio. Di casi simili è pieno il mondo: una si lascia trasportare dalla routine, si sottomette al marito annullandosi fino a perdere qualsiasi traccia di personalità, fino a disarticolarsi, smarrirsi nel personaggio che lui le impone; lo fa, sì, senza rendersene conto, perché è più facile e la facilità produce una sorta di sonnolenza; intanto il tempo passa, il tempo e la possibilità di costruirsi una vita più adatta a se stessi, di diventare ciò che, vagamente, confusamente, si voleva essere. Ed ecco che all’improvviso qualcuno si sposa, qualcuno muore. Oppure non succede niente di grave, soltanto si scoprono i primi capelli bianchi, o si legge un libro, o ci si fa una domanda la cui risposta non è più possibile eludere. Allora si sente uno scricchiolio e in quella perfetta struttura qualcosa si frantuma, qualcosa crolla.

C’è sempre un episodio scatenante alla base di ogni risveglio, non necessariamente qualcosa di eclatante, a volte basta un avvenimento secondario, apparentemente innocuo, che invece si rivela poi l’innesco di una serie di reazioni a catena verso la consapevolezza. E si tratta di un processo irreversibile, una volta avviato non si può più fermare, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Pensava di non essere intelligente. Pensava di arrivare a capire le cose sempre troppo tardi. Perché anche se intuiva qualcosa, non riusciva a manifestarlo: quindi era lo stesso che non capire niente. E come uno va mille volte alla stessa spiaggia e fa il bagno sempre nello stesso mare senza mai accorgersi della palma che sta accanto allo scoglio, e poi d’un tratto un giorno la vede e si rende conto di quanto sia stata fino ad allora limitata la propria visione del paesaggio, così le capitava di inciampare tra idee di cui non sapeva riconoscere il vero significato per anni; che la influenzavano, certo, ma confusamente, senza permetterle di agire con determinazione. E quando finalmente riusciva a capire, gli anni erano passati, e non si poteva più farci niente.

Ma raramente fa piacere riuscire a vedersi per come si è realmente e non più come si credeva o si voleva. A questo punto il problema più complicato da risolvere colpisce chi per tanto tempo ha cercato di diventare esattamente quello che volevano gli altri. Le aspettative altrui mietono vittime in ogni angolo della terra, genitori che si aspettano una sorta di risarcimento dalla vita facendo diventare i figli ciò che loro non sono mai riusciti ad essere e poi mariti che desiderano plasmare le mogli a proprio uso e consumo e mogli che rimangono deluse quando scoprono di non avere sposato il principe azzurro e l’elenco è infinito. Eppure tutto potrebbe essere molto semplice, partendo innanzitutto dall’accettazione di noi stessi, dei nostri limiti, assecondando la reale esigenza di ognuno di noi che è quella di trovare un equilibrio interiore che ci faccia vivere in armonia con noi stessi e di conseguenza con tutto il resto. Sforzarsi di mostrare qualcosa che non sentiamo appartenerci non fa altro che renderci grotteschi, delle caricature che vivono una vita per procura, marionette senza volontà gestite da mani estranee. E questo prima o poi porta inevitabilmente alla rovina.

La credettero pazza, ma non lei, lei non l’aveva mai pensato: si poteva toccare il fondo e poi risalire, lo sapeva perché l’aveva visto. Tanta gente veniva per parlare con lei, le donne del paese, le sue amiche, persino le cognate. Venivano soprattutto quando non riuscivano più a sopportare ciò che per anni avevano taciuto, senza riconoscere che l’avevano taciuto. E le loro parole assomigliavano alla pioggia d’agosto, una titubanza. Un bisbiglio e poi la rabbia che inonda ogni cosa. Che senso aveva se poi nulla sarebbe cambiato, se nessuna osava fare il salto.

La realtà, l’evento scatenante, serve invece ai protagonisti dei racconti di Moreno proprio per compiere quel salto e infrangere la barriera che separa il mondo esteriore da quello interiore, per iniziare una ricerca che, tra anima e pensiero, riporti alla coscienza di sé. E per fare questo la scrittrice si avvale di uno stile narrativo affascinante e coinvolgente, un intercalarsi di dialoghi con gli altri personaggi e il flusso di coscienza d’impronta woolfiana che si affaccia di continuo in un discorso che non perde mai di continuità, e che spinge semmai ad interrogarsi lucidamente tramite un confronto, quasi involontario, tra le due dimensioni, effimero e tangibile, sogno e concretezza. E tutto questo viene lasciato alla voce dei protagonisti senza che il narratore si esponga in giudizi o osservazioni che possano trascinare da una parte o dall’altra. Il lettore è libero di conoscere i personaggi senza preconcetti di sorta.
Ma come si diceva, una volta intrapreso il cammino, non si può tornare sui propri passi. Qualunque sia il metodo, qualunque la scelta, ognuna di queste donne a suo modo resiste, perfino quando sembra andare incontro a una resa in verità continua a combattere e anche laddove pone termine alla propria esistenza, in realtà consegna, come pietra miliare negli anni a venire, il suo rifiuto a perpetuare una tradizione iniqua e dolorosa, quella che da millenni ormai cerca di togliere a una parte di umanità il suo diritto imprescindibile ad essere riconosciuta come individuo.

Perché l’unica cosa che contava era resistere, a qualunque costo. Suor Elisa ricordò la casa in cui da bambina passava le vacanze con la mamma. Ricordò i tronchi sulla spiaggia, il mare che si alzava ogni notte tuonando fino al giardino; il giorno dopo i tronchi erano ancora lì, impavidi, ancor più grandi, con il loro trofeo di chioma verde e sabbia dorata. Resistendo al sole e al vento. Sì, nient’altro era importante.
(Marvel Moreno, Qualcosa di brutto nella vita di una signora perbene)

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L’ospedale dei dannati. Trasfigurazioni in corso.

Stanislaw Lem (Leopoli 1921-Cracovia 2006) famoso per i suoi romanzi di fantascienza, il più conosciuto dei quali è Solaris, aveva composto una trilogia dal nome evocativo di “Il tempo non perduto”, dei tre libri però due li rifiuterà (Tra i morti e Il ritorno), mentre nutrirà sempre un attaccamento particolare soltanto per il primo, L’ospedale dei dannati. In un ospedale psichiatrico sito tra il verde delle campagne polacche, i medici che vi lavorano vivono, insieme ai degenti, in una sorta di prigione dorata, lontani dai rumori e dalla vita di società, e tuttavia ricostruiscono in quel piccolo mondo tutti i meccanismi dell’esterno, comprese le violenze gratuite e la meschinità a buon mercato, finché non verranno raggiunti dalla ferocia senza scrupoli della guerra, sospinta dai venti nazisti, riunendo così microcosmo e macrocosmo nel solito calderone dell’umanità.

La pubblicazione del libro fu ostacolata a lungo dalla censura polacca e pur essendo finito già nel 1948 è stato necessario arrivare fino al 1955 per darlo alle stampe. I censori non gradivano la descrizione degli orrori della guerra e di sicuro nemmeno il tocco di realismo con il quale Lem descrive le condizioni in cui vivevano i malati (alcuni seminudi, altri in stato d’abbandono, altri ancora sporchi e denutriti) gli infermieri violenti e poco inclini alla pietà, i medici tra lo stralunato e il sadico che più che ai propri pazienti sembrano interessati alle proprie ricerche e ad esperimenti crudeli (che ricordano quelli dei “famosi” medici nazisti dei lager) il tutto immerso in un’aria da castello kafkiano sospeso tra la realtà e le brume oniriche.

Quando ebbero superato la cima più alta, la via maestra imboccò un tratto incassato che portava a una strada più stretta, ma altrettanto melmosa. Finalmente, da dietro un folto d’alberi spuntò una collinetta coperta a mezzogiorno da un piccolo bosco e con in cima un complesso di costruzioni circondate da un muro in mattoni. Un viale rivestito di pietrisco conduceva al cancello principale. Affannati per la marcia veloce, si fermarono a qualche centinaio di metri dalla meta. Dall’alto Stefan abbracciò con lo sguardo il vasto e placido spazio ondulato, attraversato qua e là da strisce di nebbia contro il sole già basso sull’orizzonte. L’incero colore della neve tradiva l’effetto del caldo. Davanti al cancello scuro si innalzava un arco in pietra, nascosto lateralmente dai cespugli, con una scritta indistinta. Quando si furono avvicinati, Stefan vi lesse sopra le parole: Cristo trasfigurato.

Il titolo originale del libro è L’ospedale della trasfigurazione ed effettivamente nel corso della lettura si assiste ad una trasformazione profonda sia nel protagonista, il giovane medico Stefan Trzyniecki, che nell’ambiente circostante.
Il romanzo inizia con la narrazione di un funerale e si chiude con la descrizione di un massacro, come se in questo percorso di crescita Stefan, nell’attraversare il cammino verso la maturità fosse costretto a dover giungere dal particolare al generale e a dover imparare ad ogni tappa la grettezza, l’ipocrisia, la piccolezza dell’uomo incapace di opporsi alla sua stessa natura sotto la morsa della quale soccombe sempre, travolgendo ogni cosa intorno a sé. Pertanto le vittime saranno uguali ai carnefici, i malati si confonderanno con i medici e i morti non si distingueranno dai vivi. E alla fine Stefan rinascerà, integro e puro, come ogni uomo che abbia affrontato la sua personale discesa agli inferi e come ogni società dopo la catarsi di una guerra con tanto spargimento di sangue.

Non rimpiangere mai di essere andato in un posto piuttosto che in un altro, di non aver fatto qualcosa che avresti potuto fare. Non è vero. Se non l’hai fatto è perché non potevi farlo. Le cose hanno un senso solo perché finiscono. “Sempre e ovunque” equivale esattamente a “mai e da nessuna parte.”

Trzyniecki impara anche a comprendere l’anomalo punto di vista dei malati di mente, che gli insegnano a guardare le cose e gli avvenimenti da prospettive cui prima non poneva la giusta attenzione. E in effetti il confine che separa ciò che noi definiamo normale da quello che ci sembra folle, a volte è davvero sottile. Anzi spesso proprio i medici dell’ospedale sembrano avere qualche rotella fuori posto esattamente come i degenti e il loro comportamento, la postura, il modo di porsi presentano una teatralità a tratti surreale che li colloca all’interno di un palcoscenico che poi ne ingloberà uno ben più grande e tragico, quando la guerra e le persecuzioni naziste che in un primo tempo fanno da sfondo alla storia, piano piano si avvicinano sempre più fino a trasformarsi da mera scenografia a terribile realtà devastatrice. Sembra quasi che l’ospedale sia metafora della follia implicita in ogni guerra, e in tal caso ancor di più in presenza della discriminazione razziale che aggiunge un ulteriore elemento riprovevole, data la futilità della motivazione. E ancora, oltre all’antisemitismo qui entra in gioco la condanna alla diversità intesa come inferiorità e dunque inutilità, convinzione che permette ai nazisti di spazzare via, insieme agli ebrei, anche i malati di mente e gli slavi ritenuti una razza inferiore.

Ma il romanzo serve a Lem anche per esprimere le sue concezioni filosofiche e letterarie, in particolare attraverso la conversazione quotidiana tra Stefan e il poeta Sekulowski che alloggia all’interno dell’ospedale e soprattutto grazie all’apporto di autonomia che offre un terreno comodo come quello della pazzia per potersi esprimere liberamente.

– Ma secondo lei che cos’è la letteratura? – si azzardò a chiedere Stefan dopo una lunga pausa.
– Per chi legge, un tentativo di dimenticare. Per chi scrive, un tentativo di salvarsi… come tutto quanto, del resto.

Dopo il viaggio nell’ospedale della trasfigurazione, dopo essere emersi dal caos primordiale per giungere all’ordine cosmico, se nel cammino verso l’equilibrio ci accorgiamo che tutto è mutamento, e che noi stessi mutiamo di continuo, perché non entrare nel flusso assecondando il movimento e rendendoci in tal modo partecipi del processo creativo piuttosto che rimanere in balia dei venti, trascinati da ogni parte, senza mai comprendere?

Si ricordi – continuò Sekulowski – che le singole cose sono un riflesso del tutto. Le stelle più remote influiscono sulla forma del calice di un fiore. Nella rugiada di questa mattina c’è la nuvola di ieri. Tutto l’universo è legato da una reciproca dipendenza. Niente è immune dagli influssi esterni e meno che mai una cosa pensante come l’uomo. Pietre e facce si riflettono nei nostri sogni, il profumo dei fiori modifica il corso dei nostri pensieri. Quindi perché non modellare a piacere ciò che si forma in modo accidentale?

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Lasciami andare, madre. Ritratto dell’umanità a tinte fosche.

Non c’è pace nel mondo. L’adagio funziona sempre, in qualsiasi posto della terra ci si trovi, qualsiasi lingua si parli, in qualsiasi momento storico ci si voglia trasportare e il motivo è molto semplice, quasi banale, ed è il fatto che un gruppo di individui ritiene di essere superiore ad un altro gruppo e non importa che ci sia una motivazione supportata da prove inconfutabili, è sufficiente convincersene. E non è nemmeno necessario scomodare la “grande storia” per affermarlo, basta la quotidianità con i suoi episodi di vessazione che si susseguono a ritmo incalzante in tutti i luoghi, in tutti gli ambienti, in tutte le classi sociali, a tutte le età.
Ogni categoria di fatto più debole lo sa bene, gli anziani, i bambini e le donne che ancora nel XXI secolo subiscono la “supremazia” della forza fisica che si afferma nei quotidiani episodi di abusi sessuali e di violenza domestica. Ma si tratta di “consuetudini” che risalgono a tempi lontanissimi e che si danno quasi per scontate: fin dall’antichità ad esempio le donne sono annoverate tra gli elementi del bottino di guerra e in tempi recenti se ne trova conferma nella realizzazione dei “campi di stupro”, allestiti in Bosnia con l’intento di applicare il cosiddetto stupro etnico, ovvero umiliare il proprio nemico ingravidando le sue donne. Perversione a parte è sconcertante che ancora si debba lottare per il diritto elementare di essere riconosciuto come individuo e non come oggetto, proprietà di qualcuno. Naturalmente perfino nei campi di concentramento era stato predisposto un postribolo ad uso e consumo di alcuni prigionieri tedeschi e concesso in premio anche alle SS. Insomma cambiano i tempi, ma le azioni sembrano ripetersi all’infinito.

«Ci voleva disciplina, capisci? Quelle puttane ebree dovevano capire dove si trovavano e soprattutto perché. E questo si otteneva con un solo mezzo: disciplina, dura e inflessibile disciplina. Ecco il segreto per tenere in pugno un campo».
Ti guardo, madre, e provo un dissidio terribile, lacerante: l’istintiva attrazione per il mio stesso sangue e l’irrevocabile rifiuto per ciò che sei stata – per ciò che ancora sei.
(Helga Schneider, Lasciami andare, madre)

La violenza indiscriminata porta al parossismo, a un vero e proprio delirio di onnipotenza e gli esempi in questo caso si perdono, innumerevoli, tra gli avvenimenti che hanno segnato la storia dell’umanità, dallo sterminio degli ebrei ai massacri nella ex Jugoslavia, al genocidio ruandese e così via. Tutto questo per fare “pulizia”, etnica, religiosa, in sostanza a quanto pare, lo scopo è sempre stato quello di rendere il mondo un posto migliore. D’altra parte ogni volta che è stata massacrata una fetta di umanità si è sempre cercato un avallo imprescindibile, ovvero quello della mano divina, “Dio lo vuole” è una di quelle frasi che non manca mai sul blocco note dei persecutori, e così si è andati avanti nei secoli e poi nei millenni.

Di fronte a tanta violenza si mette in azione la pietosa macchina del perdono, ma il compito del perdono richiede una vocazione di ampia portata e spesso o forse senza eccezione, non è nemmeno realizzabile. Quando una fiamma viva ci brucia con fervore è praticamente impossibile perdonare, se non a parole, mentre dentro il fuoco continua a divampare, se invece la passione è spenta allora il perdono è inutile perché non c’è più la molla che spinge a conferirgli significato.
Si può perdonare una madre che abbandona i propri figli per fare l’aguzzina? (Sì perché anche le donne danno il loro bel contributo di ferocia). Per arruolarsi nelle SS? Per andare a compiere il proprio dovere di fedeltà al Reich a Birkenau e a Ravensbrück, uno dei campi di sterminio più abietti, sede di sperimentazioni inverosimili e inenarrabili? Sembra che con i consanguinei il percorso dell’indulgenza sia quasi obbligato, ma è vera pietà o il solito condizionamento ipocrita che ci sovrasta? Del resto, appena nati abbiamo già due tare pesanti addosso, il debito pubblico e il senso di colpa.

Mi distraggo. Il mio pensiero corre ancora una volta alle vittime, alle tante storie che conosco, che ho letto o che mi sono state raccontate. Penso anche, madre, che solo odiandoti sarei finalmente capace di strapparmi dalle tue radici. Ma non posso. Non ci riesco.
(Helga Schneider, Lasciami andare, madre)

A volte ci si restringe nel cerchio ottuso della propria codardia e ci si illude che la bruttura che abbiamo dentro provenga dall’esterno, certo in situazioni estreme come nel caso dell’olocausto o dell’inquisizione è stato comodo per molti sottolineare che si obbediva a degli ordini, a delle regole, ma la natura un po’ sadica che ci connota, per quanto non vogliamo mai guardarla in faccia ed accettarla, non necessita di palcoscenici così eclatanti come i campi di sterminio o i roghi fumosi, in forma più blanda si ritrova anche in quell’accanimento voyeristico che spinge tutti a sbirciare avidamente di fronte ad un incidente mortale o nell’attaccamento morboso alle vittime della cronaca che muovono così tanti sconosciuti a partecipare ai funerali di altrettanti perfetti sconosciuti o ad applaudire ed osannare presunti assassini che riprendono la libertà grazie ad avvocati di grido, e ad assorbire il dolore di amici e parenti di giovani vittime assassinate, spacciando tali comportamenti per ciò che non sono mai, ovvero compassione e pietà umana. In verità una vera partecipazione al dolore sarebbe muta e invisibile, mentre tutto ciò che si ostenta non può che rientrare nell’ampia sfera della vanità.

«Sono innocente. Io non ho colpe. Ho solo obbedito agli ordini, come tutti. Tutti hanno solo obbedito agli ordini. Tutti i miei camerati e tutti quanti i tedeschi, perché lo si vuole negare? Perfino i bambini hanno obbedito ciecamente ai loro insegnanti, attenendosi rigorosamente agli ordini superiori».
«E sappi inoltre» prosegue fiera «che fui io stessa a farmi avanti per essere assegnata a uno di quei campi – e vuoi sapere perché? Perché ci credevo. Credevo nella missione della Germania: liberare l’Europa da quella… da quella razza ripugnante».
(Helga Schneider, Lasciami andare, madre)

Helga Schneider, una scrittrice tedesca, ma italiana d’adozione, racconta la sua storia di figlia di una donna che decide di abbandonare la famiglia per arruolarsi tra le ausiliarie delle SS e nel suo libro Lasciami andare, madre, narra proprio del doloroso incontro con la madre ormai molto anziana e del suo non-rapporto con lei, ma malgrado una vita vissuta a distanza siderale, presto o tardi, si viene inevitabilmente risucchiati nella nostra storia personale e in quella di tante altre persone alle quali si finisce con l’essere legati dalle circostanze e che ci segnano fatalmente e profondamente.

«Vorrei davvero poterti dire un’altra cosa, ma poiché pretendi la verità… Ebbene, l’avrai».
All’improvviso mi viene l’impulso di troncare tutto, di pregarla di tacere, di prendere commiato. Ma lo sopprimo.
«Per me doveva essere giusto ciò che era giusto per il governo,» esordisce con voce ferma «e non avevo il diritto a pensieri, opinioni o sentimenti di ordine personale. Avevo invece il dovere di obbedire senza discutere agli ordini superiori, e se questi ordini prevedevano di soffocare nelle camere a gas milioni di ebrei io ero pronta a collaborare. Per cui, credimi, non potevo assolutamente permettermi la minima debolezza nel confronti di mamme o bambini. Quando vedevo i più piccoli entrare nel bunker, l’unica cosa che riuscivo a pensare era: ecco dei marmocchi giudei tolti di mezzo, ecco dei neonati che non diventeranno mai disgustosi ebrei adulti».
Si arresta, combatte contro l’incipiente tremore della mascella, poi decide di ignorarlo e prosegue. È molto forte, in questo momento. Mi getta uno sguardo chiaro e diretto: «Io ero convinta della giustezza della soluzione finale, di conseguenza assolvevo i miei compiti con grande impegno e con persuasione. In seguito mi hanno trattata alla stregua di una criminale, ma anche durante la detenzione non ho mai smesso di sentirmi fiera, e degna, di essere appartenuta alla Germania del nostro grande Führer… Lo sai che a Birkenau leggevo Kant?».
Le brillano gli occhi. Si porterà i propri errori nella tomba, penso con un brivido.
«Il mondo non ci capiva,» aggiunge con voce ancora inasprita dal rancore «e alla fine tutti hanno concorso ad annientarci».
Mi guarda con un rammarico che si direbbe sincero.
«Se hai sperato che avessi cambiato idea, mi dispiace doverti deludere. Io resto ciò che ero».
(Helga Schneider, Lasciami andare, madre)

La verità chiede sempre un prezzo troppo alto da pagare. Rimanere faccia a faccia con noi stessi, con quello che siamo, con tutto quello che credevamo di essere e non siamo, con l’immagine che si riflette e non è quella che avevamo visto e anche quando sapevamo già, sembra quasi che accettare la realtà delle cose risulti sempre di estrema difficoltà e se questo vale per noi, figuriamoci per gli altri. Accettare chi ci sta di fronte è come scalare una montagna infinita e se la verità di una madre inaccettabile ti si consegna nuda e cruda, quasi facendoti il favore di dire le parole più ripugnanti per renderti più facile odiarla, non è così semplice. Perché anche l’odio mette in gioco tutto te stesso, per odiare devi comunque affrontare la tua parte oscura e il fatto che nella natura umana ci siano tanta inumanità, rapacità e crudeltà travestite di ideologie, di dogmi, pilastri dell’apparato inconsistente eppure solidissimo del credere in qualcosa a tutti i costi, per dare un senso alla nostra esistenza.

È come se si lacerasse un velo. Ora la nostra storia è tutta qui. La storia mancata di una madre e di una figlia. Una non storia.
Lasciami andare, madre.

E se il significato fosse sempre un po’ più in là? C’è sempre qualcos’altro oltre a ciò che vediamo e, forse, proprio in quel vuoto che sentiamo dentro risiede l’essenza di ciò che siamo.

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