Archivi del mese: maggio 2012

Bianco su nero. Rubén Gallego o sei un eroe o sei morto.

Nell’era dell’apparenza in cui essere belli, magri e preferibilmente ricchi è la cosa più importante per avere diritto alla felicità, è difficile presentare la cruda realtà, offrirsi come non invidiabile esempio di tutto ciò che non si vorrebbe mai essere, come modello dissonante d’irregolarità che è preferibile nascondere, rinchiudere in istituto, e mostrare poi, senza mezzi termini, quanto possa essere fragile il confine che separa il vivere dal morire, quando si è costretti a dipendere da una volontà che non è soltanto tua, ma che sei costretto a dividere con quella di qualcun altro.

Un ospedale. Sono a letto, ingessato fino alla vita. Supino, e da più di un anno ormai. Guardo il soffitto. Non ho nessuna voglia di vivere. Cerco di mangiare e bere meno. E ci riesco. Se lo faccio è perché so che meno mangio, meno ho bisogno di aiuto. Avere bisogno dell’aiuto altrui è quanto di peggio, quanto di più tremendo ti riservi la vita.
(Rubén Gallego, Bianco su nero)

Rubén Gonzalez Gallego è nato a Mosca nel 1968, a causa di una paralisi cerebrale non riesce a muovere né braccia né gambe, ma solo due dita della mano e se sei solo al mondo questo equivale ad essere condannato a vivere in trasferta, da un lager all’altro. A decidere parte del suo destino è il nonno, che dopo avere detto alla madre che il figlio era morto, lo porta in un orfanotrofio dando inizio ad un calvario che avrà termine solo quando Rubén, ormai ventiduenne, approfitterà del momento di confusione provocato dalla Perestrojka e riuscirà a fuggire dall’istituto e dalla Russia e a ritrovare la madre a Praga, dopo un avventuroso viaggio attraverso l’Europa.

Le inservienti erano poche. Quelle vere, quelle sollecite e affettuose. Non ricordo come si chiamavano, o meglio, non ricordo come si chiamavano tutte quelle buone. Fra noi le dividevamo in “buone” e “cattive”. In quel mondo di bambini il confine tra il bene e il male sembrava netto e semplice. E non riesco ancora a liberarmi della brutta abitudine presa in orfanotrofio di dividere gli uomini in amici e nemici, intelligenti e stupidi, buoni e cattivi. Che posso farci? Ci sono cresciuto, in orfanotrofio. Là dove il confine tra la vita e la morte è sottile, dove abiezione e bassezza sono la norma. Ma dove la norma sono anche bontà e sincerità. Tutto mischiato assieme. Forse è stata proprio la necessità di scegliere ogni volta tra il bene e il male a rendermi così categorico.

In Bianco su nero (2002) Gallego racconta la storia della sua vita, soffermandosi in particolare sul periodo dell’infanzia e lo fa non certo per impietosire il lettore, ma al contrario per parlare di eroismo, per scrivere del bene, di vittorie, gioie e amore e di forza, della vera forza. Della forza fisica e spirituale. Della forza che è in ciascuno di noi. Della forza che supera qualunque barriera e vince. Troppo spesso si dimentica quanto possano essere complicate le cose più semplici, a volte la guerra si nasconde dietro un cucchiaio di minestra da portare fino alla bocca o in una lotta quotidiana per mantenere i propri diritti, unicamente per sopravvivere.

Questo libro narra della mia infanzia. Atroce, terribile, ma che infanzia resta. Per continuare ad amare il mondo, per crescere, per diventare adulto, a un bambino serve poco: un pezzo di lardo, un panino con salame, una manciata di datteri, il cielo azzurro, un paio di libri e una parola affettuosa. Basta questo. Basta e avanza.

Se sei un disabile, devi essere per forza anche incapace d’intendere e di volere, pertanto non hai diritti, sei in balia di inservienti poco inclini alla comprensione e il tuo posto nel sistema è quello del reietto. Non puoi camminare, dunque sei un ritardato. Quando sei intrappolato in un corpo che non risponde ai comandi diventi anche la vittima prediletta delle convenzioni e di una società costruita ad uso e consumo di chi è in possesso di braccia e gambe perché nessuno è pronto a battersi al posto tuo, nemmeno quando si accorge che non sei quello che dovresti essere. Essere un ritardato non è poi così difficile. Lo sguardo della gente ti scivola accanto senza notarti. Non sei un uomo, sei il nulla. Capita però, che per bontà innata o per dovere professionale, l’interlocutore noti che dentro sei come tutti gli altri. E in un attimo l’indifferenza cede il posto all’ammirazione e l’ammirazione a un’angoscia sorda per la realtà delle cose. Del resto è più comodo lasciare le cose come stanno, incanalarsi nel tunnel che lo Stato ha costruito per te senza che si possa deviare e uno storpio non può essere intelligente, neanche quando lo è.

Il libro è suddiviso in tanti capitoletti, ognuno dei quali porta un titolo come se si trattasse di una raccolta di racconti brevi e in verità sembrano più che altro le didascalie di quadri e disegni che ritraggono i ricordi dell’autore. Il primo in particolare colpisce profondamente ogni lettore non soltanto per i fatti in sé, ma anche perché va a minare l’immaginario collettivo e la sua idea, decisamente lontana dalla realtà, di come dovrebbe essere un eroe: non certo un adone forte e audace, ma un bambino senza braccia e senza gambe utilizzabili che deve fare pipì in piena notte.

Sono un eroe. E’ facile essere un eroe. Se non hai le braccia o le gambe, o sei un eroe o sei morto. Se non hai i genitori, fa affidamento su braccia e gambe. E sii un eroe. Se non hai né le braccia né le gambe e hai anche pensato bene di restare solo al mondo, è fatta. Sei condannato a essere un eroe sino alla fine dei tuoi giorni. O a crepare. Io sono un eroe. Non ho altra scelta.
Sono piccolo. È notte. È inverno. Devo andare al gabinetto. Inutile chiamare l’inserviente.
Ho una sola possibilità: strisciare.
Per prima cosa devo scendere dal letto. So come fare, il metodo l’ho inventato io. Semplice: mi trascino carponi fino al bordo del letto e poi mi ribalto, lasciandomi cadere sul pavimento. Una botta. Dolore.
Arrivo strisciando alla porta, la spingo con la testa e sbuco in corridoio, passando dal relativo tepore della camera al freddo e al buio.

Prima ci sono i sogni, poi la realtà, prima le bugie, poi la verità, ma tutto si mescola così bene che alla fine non si capisce più cosa sia meglio, se l’ipocrisia a buon mercato di chi crede di dire una verità utile o se lo sia l’apparente crudeltà della franchezza, se un sogno valga l’altro o se anch’esso contribuisca alla costruzione di ciò che si vuole essere, di quel che si diverrà.

Soltanto le inservienti non dicevano bugie. […] Certi giorni erano cattive, altri buone, ma franche e sincere lo erano sempre. Spesso da quel che dicevano si capiva ciò che contava davvero, mentre era impossibile strappare una risposta chiara agli insegnanti. Loro invece, ci davano un cioccolatino e dicevano: “Povera creatura che sei, non è meglio che muori, così smetti di tormentare te stesso e noi?”. Oppure, quando portavano via un morto: “Oh, grazie a Dio questo ha smesso di soffrire poverino”.

Quanto vale la vita di un uomo? Ogni vita ha un prezzo diverso, alcune sono in saldo perenne, e ci sono tanti figli di un dio minore che non valgono proprio niente sul mercato della società. Un tempo erano esibiti come fenomeni da baraccone, oggi sono nascosti in casa o in istituto o dati in pasto alla carità cristiana, agli eserciti della salvezza. Comunque vadano le cose, nessuno mai vuole vivere nella menzogna, quello è l’ultimo affronto ad una dignità calpestata, all’elenco infinito di bassezze che l’umanità “normodotata” infligge di continuo a chi è diverso, nel fisico o nel pensiero o nello spirito. E così può capitare che dopo tante bugie e l’improvvisa presa di coscienza, il sogno di un bambino diventi quello di pilotare un siluro con il quale disintegrare se stesso e al contempo il proprio debito con la società che lo ha così “amorevolmente” accudito fino a quel momento.

A nove anni capii che non avrei mai potuto camminare. Fu un grande dolore. addio paesi lontani, addio stelle e altre felicità. Rimaneva la morte. Lunga e inutile.
A dieci anni lessi dei kamikaze. Temerari che portavano la morte al nemico. Che con un unico volo senza scalo saldavano tutti i debiti con la Patria: il riso ingurgitato, i pannolini sporcati, i quaderni di scuola, i sorrisi delle ragazze, il sole e le stelle, il diritto di vedere la mamma ogni giorno. Faceva al caso mio. Nessuno mi avrebbe mai fatto salire su un aereo, questo lo capivo. Sognavo un siluro. Un siluro pilotabile imbottito di esplosivo. Sognavo di avvicinarmi zitto zitto all’aereo nemico e di premere il pulsante rosso.

Siluro rosso è il titolo di un film-documentario su Rubén Gallego, realizzato dalla regista italiana Maria Chiaretti, dove lo stesso Gallego si racconta con la medesima dura semplicità con la quale scrive. D’altronde è un sopravvissuto, tutti i suoi compagni sono morti, anche quelli che potevano muoversi meglio di lui, perché in questa non-vita tra ospizi e istituti di vario orrore la pietà umana è davvero difficile da trovare e se non sei un eroe, inevitabilmente soccombi, se ti adegui e vuoi diventare come ti viene richiesto, ma non potrai mai essere, allora ti perdi e crolli. Studiare, catalogare, osservare, separare, respingere, resistere diventano strumenti di crescita, armi contro la forza disgregatrice, uno scudo contro la terribile ”normalità” e visto che non ne fai parte è meglio contrapporsi ed essere sempre l’altra metà, l’altra faccia della medaglia. Crearsi una dimensione a propria misura dove risiedere comodamente, con le proprie regole, ribaltando le norme vigenti. Del resto, l’alternativa sarebbe la morte.

Non mi piace il bianco. Il bianco è il colore dell’impotenza e della dannazione, il colore del soffitto d’ospedale e delle sue lenzuola. Cura e tutela garantite, silenzio e quiete: il nulla. Il nulla della vita d’ospedale che scorre all’infinito.
Il nero è il colore della lotta e della speranza. Il colore del cielo notturno, lo sfondo fermo e nitido dei sogni, delle brevi pause fra gli intervalli diurni, bianchi e sterminati delle infermità fisiche. È il colore del sogno e della fiaba, il colore del mondo dietro le palpebre chiuse. Il colore della libertà, il colore che ho scelto per la mia sedia a rotelle elettrica.
E quando passerò a mia volta in mezzo alla schiera di affabili, asettici manichini in camice bianco e arriverò finalmente al mio capolinea, alla mia personale notte eterna, dietro di me resteranno soltanto lettere d’alfabeto.
Le mie lettere, le mie lettere nere su sfondo bianco. Lo spero.

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La nube purpurea e Departures. L’ultimo viaggio è anche il primo.

Il balcone era una leggera struttura di ferro, con una pensilina sorretta da tre esili colonnine a volute; e abbracciata alla colonna centrale c’era una donna, in ginocchio, il viso rivolto all’insù… le curve del busto e dei fianchi della donna erano ancora abbastanza bene preservate dentro il vestito rosso, ormai molto sbiadito; i suoi capelli rossicci volavano al vento come una nube intorno al corpo; ma la sua faccia, così esposta alle intemperie, appariva rosa dal vento e dalla tempesta, che l’avevano ridotta a un teschio senza naso, la mascella caduta in un sorriso teso da un orecchio all’altro, in atroce contrasto con la grazia del corpo e la cornice dei capelli.
(Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea)

C’è sempre qualcosa di affettato, di tragicamente grottesco nella morte, specialmente in quella improvvisa, una sorta di scompostezza innaturale nel corpo, il disegno di un’espressione indefinibile sul viso e il destarsi di tante sensazioni in chi guarda, tra l’orrore, la vergogna e la pietà.
La nube purpurea (1901), di Matthew Phipps Shiel, racconta con vivide immagini la ribellione della Natura nei confronti dell’uomo, colonizzatore opportunista e devastatore, di cui si sbarazza in via definitiva attraverso una mortifera nube dal bel colore purpureo, che rievoca un simbolico spargimento di sangue, mentre ai corpi esanimi, apparentemente intatti, verrà risparmiata l’offesa dell’orrida putrefazione e continueranno ad emanare un intenso profumo di pesca. Nell’immobilismo forzato della morte, i corpi rimangono mummificati, fermati in una fissità di statua, intenti a continuare per l’eternità il lavoro che svolgevano un attimo prima che la nube portasse via il loro soffio vitale, in una macabra imitazione della vita in pietra scolpita.

«Assistiamo coloro che partono per dei viaggi».
(da Departures regia di Yojiro Tacita)

Nel film di Yojiro Tacita, Departures (2008), un giovane violoncellista rimasto senza lavoro, attirato dalla frase dell’inserzione e pensando che si riferisca ad un’agenzia di viaggi, si reca al colloquio per ottenere il posto. E di viaggi effettivamente si tratta, ma non quelli che immaginava lui. L’agenzia prepara infatti le salme prima che vengano cremate e Daigo diventerà un abile tanato-esteta. L’accurato cerimoniale inizia con la pulizia-purificazione del cadavere (senza che chi assiste veda un solo lembo di pelle), per prepararlo a iniziare il suo nuovo percorso e prosegue riportando la bellezza della vita nei volti sfigurati dalla morte, come un ultimo gesto d’amore sia verso i defunti, che così manterranno la loro bellezza per sempre, ma soprattutto per coloro che li avevano amati, che potranno mantenere il ricordo di com’erano in vita i loro cari.

[…]queste parole costituiscono il testo di un documento che sarà scritto, o troverà giustificazione -secondo Miss Wilson- in quel Futuro che, né più né meno del Passato, fondamentalmente esiste già nel Presente; per quanto noi, come accade col Passato, non lo vediamo.
(Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea)

Per introdurre il racconto Shiel si serve di una tecnica narrativa a più voci. Il narratore iniziale, che potrebbe coincidere con l’autore, riceve da un amico un plico contenente alcuni quaderni stenografati e una lettera in cui spiega che si tratta delle trascrizioni delle visioni di una veggente, Mary Wilson, alcune delle quali sono talmente avvincenti da poter interessare uno scrittore. E in effetti l’autore decide di trascrivere il quaderno III che contiene appunto la storia della nube purpurea. Egli la racconta in prima persona, in tal modo il narratore e il personaggio coincidono ed il lettore viene trascinato più facilmente nella realtà della narrazione che diventa, di conseguenza, anche la sua realtà. Pertanto abbiamo un narratore iniziale, dietro il quale si cela Shiel, poi l’amico che manda il plico, la veggente e infine il personaggio del racconto. In questo gioco di rimandi, l’autore cerca di interagire con il lettore trascinandolo nella sua ottica e rendendolo parte integrante della narrazione, infatti visto che si tratta del racconto di altre persone è come se entrambi fossero lettori. Per risolvere il problema della verosimiglianza invece si fa dipendere l’intera storia da una visione, in tal modo non soltanto è lecito introdurre elementi di fantasia, ma il tempo si annulla e passato, presente e futuro diventano interscambiabili.

«Non è triste? Risalgono fin quassù per poi andare a morire; se sono destinati a morire perché faticano tanto?»
(da Departures regia di Yojiro Tacita)

Dopo un primo momento di rifiuto e disgusto, quasi una paura di contaminazione che forse ci detta anche l’istinto di sopravvivenza, che vuole allontanare il più possibile il contatto con la morte, Daigo comprenderà invece non solo l’importanza della compassione, ma anche quanto sia sottile la linea che separa vita e morte, anzi quanto facilmente si possa annullare la divisione per arrivare a capire che sono complementari, due facce della stessa medaglia. Emblematica in tal senso è la scena dei due salmoni che risalgono a fatica il fiume sfidando la corrente contraria, mentre uno, morto, ridiscende. Daigo si domanda il perché di tanto sforzo solo per andare a morire e l’anziano che gli è accanto risponde che i salmoni vogliono morire laddove sono nati.

Ogni cosa finisce dove è iniziata e appena finisce, ricomincia.

La luna splendeva serena nel cielo meridionale, a quell’ora, come una vecchia regina morente con tutt’intorno la sua Corte che si affolla ma non osa avvicinarsi a lei, diffidente, pallida, tremula, e tanto più pallida quanto a lei più vicina; e osservavo le ombre delle montagne sulla sua faccia piena e chiazzata, e il suo nimbo nebbioso, e i suoi raggi sul mare, come baci striscianti nel regno del sonno, e tra le navi calme, bianchi strascichi e spolverii di luce, strani, agitati, come i corridoi di un palazzo in un abbandonato paese delle fate, popolato da deboli sussurri, scandali, corse di qua e di là, occhiate maligne e ansanti ultimi abbracci, e fuga della principessa, e letto di morte del re…
(Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea)

Nei molteplici livelli di lettura che il racconto offre, simboli e metafore si succedono a ritmo incalzante e la descrizione di un mondo divenuto sterminata landa di morte, necessita di uno stile delirante e opulento nelle descrizioni, in modo che immagini reali e possibili si fondino con altre scatenate dalla fantasia. Ma quante volte gli scrittori hanno visto situazioni impensabili che poi sono diventate realtà? E se davvero basta concentrarsi col pensiero su qualcosa perché questa poi diventi concreta, non sarà meglio tenere a freno certe fantasie?
Allora questo inevitabile dissidio interiore, questo richiamo del male e del bene attraverso le voci che Adam sente dentro di sé e la lotta tra il bianco e il nero, tra il buio e la luce, che si ritrova in diversi punti del testo, diventano la nostra porzione di divinità, quell’invito ad essere co-creatori e non semplici spettatori di uno spettacolo itinerante senza fine. Certo è che in tutti i suoi deliri di onnipotenza Adam sembra consegnarsi all’insensatezza, al capriccio del gioco crudele, come se non ci potesse essere un modo diverso di essere dei. Egli impiega ben diciassette anni per la costruzione di un palazzo d’oro e pietre preziose dalle misure deformate dalla strana inclinazione spazio-temporale dei sogni (inutile pertanto cercare di ricostruirlo in una qualsiasi realtà che non sia quella di Adam perché si otterrebbe tutt’altro), inoltre si diverte a dare fuoco a tutte le capitali del mondo, sotto la spinta irrefrenabile del piacere della distruzione che poi è identico a quello della creazione.

Quell’immagine letale di dita fredde e morte, mi sembrava vederla davanti a me, l’insipidezza delle lingue morte, il broncio delle labbra degli annegati e le spume svaporate che le orlano; finché il mio corpo non divenne madido, come bagnato dalle acque di scolo degli obitori, e dai sudori che i cadaveri traspirano, e dalla lacrima nauseante che si ferma sulle gote dei morti: perché, che può fare un unico insignificante uomo, avvolto nella sua veste di carne, davanti a moltitudini ed eserciti di disincarnati, solo tra tutti loro, e in nessun luogo un altro, un suo pari, a cui chiedere aiuto contro di loro?
(Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea)

L’unico sopravvissuto alla distruzione guarda caso si chiama Adam. Nella parte finale del libro egli incontrerà una donna che terrà a debita distanza, deciso a voler porre fine a una razza pestilenziale come quella umana. Tuttavia, per quanto la ragione tenti di opporsi, il flusso della vita ha comunque il sopravvento e l’impulso alla sopravvivenza della specie, per quanto si tenti di abbellirlo con orpelli culturali, camuffandolo sotto falso nome, come amore, sentimento, passione, è sempre vigile e inarrestabile. Alla fine dunque, il richiamo animalesco che spinge alla procreazione prevarrà e i nuovi Adamo ed Eva, non potranno fare a meno di mangiare il frutto proibito e ricominciare tutto daccapo.
Perfino nel delirio di scrittori che precorrono i tempi, veggenti, visionari, il movimento circolare con i suoi continui ritorni si ritaglia uno spazio tutto suo, finché non si insedia come unico, solito scenario possibile. E così Adam, che qui era l’ultimo uomo sulla Terra, sarà al tempo stesso il primo, perché il cerchio è sempre destinato a chiudersi, anzi non si è mai aperto.

Io, pover’uomo, perso in questa confluenza di infiniti, in questo vortice dell’Essere, che sarà di me, mio Dio? Perché buio, ahimè!, buio, è questo vuoto nel quale dal suolo fermo sono adesso caduto, a una profondità di un trilione di bracci, giocattolo di tutti i turbini del vento, e sarebbe stato meglio per me perire con i morti, e non aver mai visto la tenebrosità e la turbolenza dell’ineffabile, non aver mai udito la sconvolgente tetraggine dei venti dell’eternità; quando si dolgono, e sospirano, e gemono; quando rimproverano e complottano e supplicano; quando si disperano e vengono meno; voci che nessun udito dovrebbe mai udire: perché hanno l’intenzione di divorarmi, lo so, quei vasti bui, e presto sarò scomparso come la pula delle aie, per lasciare a loro il palcoscenico di questo teatro.
(Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea)

Tutto ha inizio dalla violazione di un divieto, come sempre accade nella storia dell’uomo, in questo caso raggiungere il Polo Nord, a quei tempi considerata una sfida a Dio, ma si sa, i divieti sono fatti per essere infranti, poiché rendono appetibile qualsiasi meta, anche la più inutile, perché ciò che importa non è mai la destinazione, ma il viaggio.

«Nell’antichità, quando gli uomini non avevano la scrittura, per comunicare cercavano un sasso la cui forma esprimesse i loro sentimenti e lo davano ad un’altra persona. Chi lo riceveva, dalla sensazione al tatto e dal peso, capiva i sentimenti di chi lo aveva inviato».
(da Departures regia di Yojiro Tacita)

Per completare il viaggio alla ricerca di se stesso e dell’armonia a Daigo manca un ultimo passaggio, quello della riconciliazione con il padre che lo aveva abbandonato da piccolo e contro il quale mantiene il forte rancore di chi si sente rifiutato. Tra le scene ricorrenti c’è quella di Daigo bambino che suona il violoncello in riva al fiume e dello scambio di due sassi tra padre e figlio, con la promessa, poi non mantenuta, che ce ne sarebbe stato uno ogni anno. Il padre gli racconta il significato dello scambio, ma Daigo non riesce a ricordarne il volto. È la delicata storia dei sassi parlanti. L’ordine si ricomporrà e nel ricordo il viso assumerà lineamenti ben definiti soltanto alla fine del film, quando sarà il figlio a preparare il padre per l’ultimo viaggio e scoprirà che l’uomo è morto stringendo nel pugno proprio il sasso che gli aveva regalato lui e che Daigo, a sua volta, consegnerà alla moglie che porta in grembo il loro figlio, in segno di riconciliazione, ma anche di continuità. Nel continuo fluire non può esserci una morte così come siamo abituati a concepirla, tutto scorre all’infinito.

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Una donna segreta. Lillian Hellman e il ricordo mendace.

Ci sono incontri che si ripetono nel corso degli anni, quasi a scadenza regolare, ma senza che ci si accorga di loro, finché, all’improvviso, la mappa non diventa nitida e dai contorni ben definiti. A molti sarà capitato con Lillian Hellman (Louisiana 1905 – Tisbury 1984), grande autrice americana conosciuta soprattutto come commediografa, ma che ci ha lasciato anche le sue memorie divise in quattro volumi, Una donna incompiuta (1969), Pentimento (1973), Il tempo dei furfanti (1976) e Una donna segreta (1980). Lo stile è molto originale, delle interruzioni continue spezzano il ritmo della narrazione, ci sono sguardi all’indietro che rovistano nel pozzo della memoria e poi proiezioni in avanti, che ricreano il tempo a suo uso e consumo, seguendo il ritmo saltellante dei ricordi che non coincidono mai con la verità.
Lillian Hellman nasce a New Orleans e mantiene per tutta la vita un forte legame con la sua città, però dall’età di sei anni si trasferisce insieme ai genitori a New York, qui nel 1925 sposa lo sceneggiatore Arthur Kober, che presto diventerà un autore di successo. Ma non è lui l’uomo della sua vita, il destino ha infatti in serbo per lei un incontro determinante anche per la sua carriera di scrittrice. A Hollywood conosce Dashiell Hammett, raffinato innovatore del genere giallo e con lui manterrà una relazione trentennale, mai legalizzata in matrimonio (pur avendo divorziato da Kober nel 1932), cosa che all’epoca costituiva un atto di disobbedienza di un certo peso. Nel frattempo si dedicherà sempre con maggior passione alla scrittura, al fumo e all’alcool, incarnando perfettamente lo stereotipo dello scrittore maledetto ed emarginato tipico di quegli anni.

Gli appuntamenti volontari e no con la Hellman hanno coinvolto molti di noi soprattutto attraverso i tanti film famosi che sono stati tratti dalle sue opere.
Piccole volpi (1941) diretto da William Wyler, con Bette Davis (dalla commedia The Little Foxes 1939, che le fa vincere il Pulitzer ed ottiene un grande successo a Broadway) ha come protagonista una donna che è costretta a lottare con ogni mezzo per la propria libertà, soprattutto economica, in un contesto sociale che prevedeva invece il conferimento del patrimonio di famiglia ai soli figli maschi. Quando il giorno verrà (1943), sempre con Bette Davis stavolta in lotta contro il nazifascismo, film sceneggiato da Hammett e dalla stessa Hellman, tratto dalla sua pièce del 1940 Watch on the Rhine, dedicata a Dorothy Parker, nota antifascista e ancora, La porta dei sogni, 1963, con Dean Martin e Geraldine Page. Nel 1966 realizza invece la sceneggiatura di un altro famoso film, interpretato da Marlon Brando, La caccia, regia di Arthur Penn.

Lillian Hellman ha combattuto coraggiosamente contro le ipocrisie dei benpensanti, non soltanto con le parole, ma anche attivamente e pagando personalmente il duro prezzo di chi si mette contro la società. Nei suoi scritti ha sempre affrontato tematiche che urtavano l’opinione pubblica e politicamente era vicina agli ambienti di sinistra, cosa molto pericolosa all’epoca. In pieno maccartismo, per non essersi piegati alla politica ricattatoria che prevedeva un susseguirsi di sospetti, spesso infondati, e delatori dietro ogni angolo e per mantenere saldi i propri ideali in una democrazia della quale l’America si era fatta sempre portavoce, Hammett finirà in carcere nel 1951 e di conseguenza nella lista nera, mentre Hellman convocata per gli stessi motivi nel 1952, verrà lasciata in libertà ma, anche a lei, Hollywood chiuderà tutte le porte costringendola a vendere le proprietà per mantenersi. E tutto questo perché nessuno dei due aveva voluto rivelare i nomi di altri sospetti comunisti. La sua lotta continuerà negli anni successivi quando sosterrà il movimento studentesco del ’68 e poi si scontrerà ancora con Nixon, mentre nel 1970 fonderà il Comitato per la Giustizia Pubblica per la Difesa dei Diritti Costituzionali.

Un altro film molto conosciuto è Quelle due (1961) di William Wyler che vede altre due attrici straordinarie, Audrey Hepburn e Shirley MacLaine affrontare il tema spinoso dell’omosessualità femminile e di come una falsa accusa sia sufficiente per portare alla luce verità di cui non ci si era resi conto, e anche a spezzare il fragile equilibrio della vita, soffocata da norme sociali rigidamente fissate da una discutibile moralità. La condanna sociale può equivalere ad una sentenza di morte. Anche in questo caso la storia è tratta da uno scritto della Hellman, una pièce teatrale dal titolo The Children’s Hour (1934) che ebbe un grandissimo successo. Il film ebbe due versioni, nella prima del 1936, La calunnia, il produttore Sam Goldwin aveva imposto il lieto fine, mentre la seconda seguirà l’inevitabile compimento di un destino tragico.

Ancora un film imperdibile è Giulia (1977) di Fred Zinnemann, tratto da Pentimento. Jane Fonda interpreta la Hellman mentre Vanessa Redgrave è Julia. L’intensa amicizia tra le due donne ha come sfondo l’infausta sorte dell’Europa, offesa dai regimi totalitari e sulla quale incombe minacciosa l’ascesa del nazismo. La voce narrante è quella di Fonda-Hellman che descrive anche il suo rapporto con Hammett e i difficili momenti che precedono ogni creazione artistica.

Alle volte l’antica pittura su tela, invecchiando, si fa trasparente. Quando questo accade è possibile vedere le linee originali di certi quadri: sotto un vestito di donna trapelerà un albero, un bambino cede il proprio posto a un cane, una grossa barca non naviga più sul mare aperto. Questo si chiama ‘pentimento’ perché il pittore si è ‘pentito’, ha cambiato idea. Forse si potrebbe anche dire che la concezione originaria, sostituita da una scelta successiva, è un modo di vedere e poi di vedere di nuovo.
Ecco quel che intendo a proposito delle persone di questo libro. Ora la pittura è invecchiata, e io volevo vedere cosa c’era per me una volta, cosa c’è per me adesso.
(Lillian Hellman, Pentimento – Il tempo dei furfanti)

Nei suoi scritti autobiografici Hellman affronta costantemente il problema di ripristinare la verità attraverso il ricordo, ma sa anche che è un’impresa impossibile. Il ricordo in genere somiglia alla memoria di un ubriaco all’indomani di una sbronza, con tanti punti offuscati dalla nebbia e altrettante immagini vivide ma che non si sa se siano realmente accadute oppure no.
In Pentimento l’autrice mette subito le cose in chiaro, lo stesso termine che dà il titolo all’opera si riferisce al ripensamento dell’artista e in pittura indica appunto le correzioni del pittore che rimangono nella tela, ma nascoste sotto la versione definitiva, finché lo scorrere degli anni non le riporta alla luce. Nello stesso modo, in quel continuo divenire che è la vita non ci si può mai ricollocare esattamente nel tempo, in un modo che sia uguale per tutti.

Nei tre libri autobiografici che ho scritto, mi sono sforzata di arrivare alla verità. Mi sono sforzata, ma adesso non so gran che di quello che sia veramente accaduto e non ho mai provato a chiarirlo. In aggiunta agli inganni soliti in cui ciascuno di noi cade nella propria vita, è il tempo stesso che rende il tempo indistinto e mescola verità a mezze verità. Ma non mi pare di riuscire a dire le cose come stavano. Sto pagando lo scotto, ritengo, di una fede infantile negli assoluti, forse di un rifiuto altrettanto infantile di quegli stessi assoluti. Immagino di voler dire quanto poco attenta io sia stata – come la maggior parte di noi, immagino – a tutta la dannata solfa.
(Lillian Hellman, Una donna segreta)

Sì, ma la verità?

Una delle cose più strane dei bevitori accaniti, me compresa a quei tempi è che molto di quello che sembra chiaro mentre si beve non lo è affatto da sobri, poiché in realtà non lo è mai stato.

L’alterazione della realtà provocata dall’alcool produce nuove realtà e come per tutti gli stati in cui la coscienza si alleggerisce della zavorra mente-corpo, si scopre che ciò che vediamo è frutto delle costruzioni dell’intelletto e che, solo quando lo si stordisce, balzano fuori tante altre dimensioni, universi paralleli che siamo capaci solo di intuire a livello cosciente, ma che esistono e prendono forma attraverso i sogni o per mezzo delle visioni indotte.

Nell’ultima parte delle sue memorie, Una donna segreta, Hellman offre un eccellente spunto di riflessione e facendo continui paragoni tra ciò che si ricorda e ciò che è veramente stato, presenta la memoria come qualcosa di totalmente inaffidabile. Molti episodi della vita, con il trascorrere degli anni si modificano nella mente dei protagonisti, alcuni li cancellano appositamente perché troppo dolorosi da sopportare, altri li trasformano, cambiandoli radicalmente per continuare a serbarne il ricordo, altri ancora, semplicemente li dimenticano perché non erano importanti.

I cumuli e i fagotti e i nastri e gli stracci diventano anni, e poi gli anni sono fuggiti. Di certo c’è una luce alle tue spalle, ma non è abbastanza forte per illuminare tutto quello che avresti voluto. La luce sembra schermata o mascherata da un paralume invisibile. Tanta parte di quello su cui contavi, che sembrava costituire un solido muro di convinzioni, ora nelle notti brutte, o quando sei malata, o semplicemente stanca, non sembra più offrire un appoggio. È in momenti come questi che non si riesce più a collocarci nel tempo. Tutto ciò che saresti pronta a giurare che è veramente accaduto può essere ritrovato solo se si ha l’energia di scavare a fondo, e ciò fa dolere i piedi e la schiena, e talvolta si teme di trovare, oltre il bordo, il nulla.

Il titolo originale Maybe (Forse), rende meglio la dimensione insondabile di cui l’autrice vuole trattare e così come la figura di Sarah, la donna segreta del titolo italiano, risulta sfuggente, imprendibile e non catalogabile, tanto che perfino la sua morte è incerta, così come il suo nome e tutto quello che ha fatto (o forse no), anche la verità, la realtà e la conoscenza sono concetti misteriosi per i quali non possono mai esserci risposte certe. Forse perché è impossibile o forse perché non ce n’è bisogno. L’autrice si aggira pertanto nei meandri delle storie che racconta, dipinge ritratti di persone che ha incontrato, alcune anche famose, ma il suo incedere, a tratti incerto, il suo incespicare lungo il sentiero che porta verso casa e dunque in un percorso più che noto, ci dà l’esatta percezione della precarietà di una vita in cui non si possono mai avere convinzioni assolute e in cui perfino la conoscenza vacilla. Niente è vero né si può mai  ricostruire la verità attraverso la memoria.

Non so quale sia la verità su di lei o su molta parte di quello che scrivo qui. È ovvio che nelle loro memorie le persone cerchino di dire la verità così come esse la vedono se no che senso avrebbe? Forse il tempo offusca o cambia le cose ai loro occhi. Però uno ci prova, comunque.
(Lillian Hellman, Una donna segreta)

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