La nube purpurea e Departures. L’ultimo viaggio è anche il primo.

Il balcone era una leggera struttura di ferro, con una pensilina sorretta da tre esili colonnine a volute; e abbracciata alla colonna centrale c’era una donna, in ginocchio, il viso rivolto all’insù… le curve del busto e dei fianchi della donna erano ancora abbastanza bene preservate dentro il vestito rosso, ormai molto sbiadito; i suoi capelli rossicci volavano al vento come una nube intorno al corpo; ma la sua faccia, così esposta alle intemperie, appariva rosa dal vento e dalla tempesta, che l’avevano ridotta a un teschio senza naso, la mascella caduta in un sorriso teso da un orecchio all’altro, in atroce contrasto con la grazia del corpo e la cornice dei capelli.
(Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea)

C’è sempre qualcosa di affettato, di tragicamente grottesco nella morte, specialmente in quella improvvisa, una sorta di scompostezza innaturale nel corpo, il disegno di un’espressione indefinibile sul viso e il destarsi di tante sensazioni in chi guarda, tra l’orrore, la vergogna e la pietà.
La nube purpurea (1901), di Matthew Phipps Shiel, racconta con vivide immagini la ribellione della Natura nei confronti dell’uomo, colonizzatore opportunista e devastatore, di cui si sbarazza in via definitiva attraverso una mortifera nube dal bel colore purpureo, che rievoca un simbolico spargimento di sangue, mentre ai corpi esanimi, apparentemente intatti, verrà risparmiata l’offesa dell’orrida putrefazione e continueranno ad emanare un intenso profumo di pesca. Nell’immobilismo forzato della morte, i corpi rimangono mummificati, fermati in una fissità di statua, intenti a continuare per l’eternità il lavoro che svolgevano un attimo prima che la nube portasse via il loro soffio vitale, in una macabra imitazione della vita in pietra scolpita.

«Assistiamo coloro che partono per dei viaggi».
(da Departures regia di Yojiro Tacita)

Nel film di Yojiro Tacita, Departures (2008), un giovane violoncellista rimasto senza lavoro, attirato dalla frase dell’inserzione e pensando che si riferisca ad un’agenzia di viaggi, si reca al colloquio per ottenere il posto. E di viaggi effettivamente si tratta, ma non quelli che immaginava lui. L’agenzia prepara infatti le salme prima che vengano cremate e Daigo diventerà un abile tanato-esteta. L’accurato cerimoniale inizia con la pulizia-purificazione del cadavere (senza che chi assiste veda un solo lembo di pelle), per prepararlo a iniziare il suo nuovo percorso e prosegue riportando la bellezza della vita nei volti sfigurati dalla morte, come un ultimo gesto d’amore sia verso i defunti, che così manterranno la loro bellezza per sempre, ma soprattutto per coloro che li avevano amati, che potranno mantenere il ricordo di com’erano in vita i loro cari.

[…]queste parole costituiscono il testo di un documento che sarà scritto, o troverà giustificazione -secondo Miss Wilson- in quel Futuro che, né più né meno del Passato, fondamentalmente esiste già nel Presente; per quanto noi, come accade col Passato, non lo vediamo.
(Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea)

Per introdurre il racconto Shiel si serve di una tecnica narrativa a più voci. Il narratore iniziale, che potrebbe coincidere con l’autore, riceve da un amico un plico contenente alcuni quaderni stenografati e una lettera in cui spiega che si tratta delle trascrizioni delle visioni di una veggente, Mary Wilson, alcune delle quali sono talmente avvincenti da poter interessare uno scrittore. E in effetti l’autore decide di trascrivere il quaderno III che contiene appunto la storia della nube purpurea. Egli la racconta in prima persona, in tal modo il narratore e il personaggio coincidono ed il lettore viene trascinato più facilmente nella realtà della narrazione che diventa, di conseguenza, anche la sua realtà. Pertanto abbiamo un narratore iniziale, dietro il quale si cela Shiel, poi l’amico che manda il plico, la veggente e infine il personaggio del racconto. In questo gioco di rimandi, l’autore cerca di interagire con il lettore trascinandolo nella sua ottica e rendendolo parte integrante della narrazione, infatti visto che si tratta del racconto di altre persone è come se entrambi fossero lettori. Per risolvere il problema della verosimiglianza invece si fa dipendere l’intera storia da una visione, in tal modo non soltanto è lecito introdurre elementi di fantasia, ma il tempo si annulla e passato, presente e futuro diventano interscambiabili.

«Non è triste? Risalgono fin quassù per poi andare a morire; se sono destinati a morire perché faticano tanto?»
(da Departures regia di Yojiro Tacita)

Dopo un primo momento di rifiuto e disgusto, quasi una paura di contaminazione che forse ci detta anche l’istinto di sopravvivenza, che vuole allontanare il più possibile il contatto con la morte, Daigo comprenderà invece non solo l’importanza della compassione, ma anche quanto sia sottile la linea che separa vita e morte, anzi quanto facilmente si possa annullare la divisione per arrivare a capire che sono complementari, due facce della stessa medaglia. Emblematica in tal senso è la scena dei due salmoni che risalgono a fatica il fiume sfidando la corrente contraria, mentre uno, morto, ridiscende. Daigo si domanda il perché di tanto sforzo solo per andare a morire e l’anziano che gli è accanto risponde che i salmoni vogliono morire laddove sono nati.

Ogni cosa finisce dove è iniziata e appena finisce, ricomincia.

La luna splendeva serena nel cielo meridionale, a quell’ora, come una vecchia regina morente con tutt’intorno la sua Corte che si affolla ma non osa avvicinarsi a lei, diffidente, pallida, tremula, e tanto più pallida quanto a lei più vicina; e osservavo le ombre delle montagne sulla sua faccia piena e chiazzata, e il suo nimbo nebbioso, e i suoi raggi sul mare, come baci striscianti nel regno del sonno, e tra le navi calme, bianchi strascichi e spolverii di luce, strani, agitati, come i corridoi di un palazzo in un abbandonato paese delle fate, popolato da deboli sussurri, scandali, corse di qua e di là, occhiate maligne e ansanti ultimi abbracci, e fuga della principessa, e letto di morte del re…
(Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea)

Nei molteplici livelli di lettura che il racconto offre, simboli e metafore si succedono a ritmo incalzante e la descrizione di un mondo divenuto sterminata landa di morte, necessita di uno stile delirante e opulento nelle descrizioni, in modo che immagini reali e possibili si fondino con altre scatenate dalla fantasia. Ma quante volte gli scrittori hanno visto situazioni impensabili che poi sono diventate realtà? E se davvero basta concentrarsi col pensiero su qualcosa perché questa poi diventi concreta, non sarà meglio tenere a freno certe fantasie?
Allora questo inevitabile dissidio interiore, questo richiamo del male e del bene attraverso le voci che Adam sente dentro di sé e la lotta tra il bianco e il nero, tra il buio e la luce, che si ritrova in diversi punti del testo, diventano la nostra porzione di divinità, quell’invito ad essere co-creatori e non semplici spettatori di uno spettacolo itinerante senza fine. Certo è che in tutti i suoi deliri di onnipotenza Adam sembra consegnarsi all’insensatezza, al capriccio del gioco crudele, come se non ci potesse essere un modo diverso di essere dei. Egli impiega ben diciassette anni per la costruzione di un palazzo d’oro e pietre preziose dalle misure deformate dalla strana inclinazione spazio-temporale dei sogni (inutile pertanto cercare di ricostruirlo in una qualsiasi realtà che non sia quella di Adam perché si otterrebbe tutt’altro), inoltre si diverte a dare fuoco a tutte le capitali del mondo, sotto la spinta irrefrenabile del piacere della distruzione che poi è identico a quello della creazione.

Quell’immagine letale di dita fredde e morte, mi sembrava vederla davanti a me, l’insipidezza delle lingue morte, il broncio delle labbra degli annegati e le spume svaporate che le orlano; finché il mio corpo non divenne madido, come bagnato dalle acque di scolo degli obitori, e dai sudori che i cadaveri traspirano, e dalla lacrima nauseante che si ferma sulle gote dei morti: perché, che può fare un unico insignificante uomo, avvolto nella sua veste di carne, davanti a moltitudini ed eserciti di disincarnati, solo tra tutti loro, e in nessun luogo un altro, un suo pari, a cui chiedere aiuto contro di loro?
(Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea)

L’unico sopravvissuto alla distruzione guarda caso si chiama Adam. Nella parte finale del libro egli incontrerà una donna che terrà a debita distanza, deciso a voler porre fine a una razza pestilenziale come quella umana. Tuttavia, per quanto la ragione tenti di opporsi, il flusso della vita ha comunque il sopravvento e l’impulso alla sopravvivenza della specie, per quanto si tenti di abbellirlo con orpelli culturali, camuffandolo sotto falso nome, come amore, sentimento, passione, è sempre vigile e inarrestabile. Alla fine dunque, il richiamo animalesco che spinge alla procreazione prevarrà e i nuovi Adamo ed Eva, non potranno fare a meno di mangiare il frutto proibito e ricominciare tutto daccapo.
Perfino nel delirio di scrittori che precorrono i tempi, veggenti, visionari, il movimento circolare con i suoi continui ritorni si ritaglia uno spazio tutto suo, finché non si insedia come unico, solito scenario possibile. E così Adam, che qui era l’ultimo uomo sulla Terra, sarà al tempo stesso il primo, perché il cerchio è sempre destinato a chiudersi, anzi non si è mai aperto.

Io, pover’uomo, perso in questa confluenza di infiniti, in questo vortice dell’Essere, che sarà di me, mio Dio? Perché buio, ahimè!, buio, è questo vuoto nel quale dal suolo fermo sono adesso caduto, a una profondità di un trilione di bracci, giocattolo di tutti i turbini del vento, e sarebbe stato meglio per me perire con i morti, e non aver mai visto la tenebrosità e la turbolenza dell’ineffabile, non aver mai udito la sconvolgente tetraggine dei venti dell’eternità; quando si dolgono, e sospirano, e gemono; quando rimproverano e complottano e supplicano; quando si disperano e vengono meno; voci che nessun udito dovrebbe mai udire: perché hanno l’intenzione di divorarmi, lo so, quei vasti bui, e presto sarò scomparso come la pula delle aie, per lasciare a loro il palcoscenico di questo teatro.
(Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea)

Tutto ha inizio dalla violazione di un divieto, come sempre accade nella storia dell’uomo, in questo caso raggiungere il Polo Nord, a quei tempi considerata una sfida a Dio, ma si sa, i divieti sono fatti per essere infranti, poiché rendono appetibile qualsiasi meta, anche la più inutile, perché ciò che importa non è mai la destinazione, ma il viaggio.

«Nell’antichità, quando gli uomini non avevano la scrittura, per comunicare cercavano un sasso la cui forma esprimesse i loro sentimenti e lo davano ad un’altra persona. Chi lo riceveva, dalla sensazione al tatto e dal peso, capiva i sentimenti di chi lo aveva inviato».
(da Departures regia di Yojiro Tacita)

Per completare il viaggio alla ricerca di se stesso e dell’armonia a Daigo manca un ultimo passaggio, quello della riconciliazione con il padre che lo aveva abbandonato da piccolo e contro il quale mantiene il forte rancore di chi si sente rifiutato. Tra le scene ricorrenti c’è quella di Daigo bambino che suona il violoncello in riva al fiume e dello scambio di due sassi tra padre e figlio, con la promessa, poi non mantenuta, che ce ne sarebbe stato uno ogni anno. Il padre gli racconta il significato dello scambio, ma Daigo non riesce a ricordarne il volto. È la delicata storia dei sassi parlanti. L’ordine si ricomporrà e nel ricordo il viso assumerà lineamenti ben definiti soltanto alla fine del film, quando sarà il figlio a preparare il padre per l’ultimo viaggio e scoprirà che l’uomo è morto stringendo nel pugno proprio il sasso che gli aveva regalato lui e che Daigo, a sua volta, consegnerà alla moglie che porta in grembo il loro figlio, in segno di riconciliazione, ma anche di continuità. Nel continuo fluire non può esserci una morte così come siamo abituati a concepirla, tutto scorre all’infinito.

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24 commenti

Archiviato in cinema, visioni

24 risposte a “La nube purpurea e Departures. L’ultimo viaggio è anche il primo.

  1. TI ho letta col solito interesse pieno d’ammirazione, Maria.
    Un bacio domenicale da grazia

  2. “E se davvero basta concentrarsi col pensiero su qualcosa perché questa poi diventi concreta, non sarà meglio tenere a freno certe fantasie?”

    Non è da questa limitazione spazio-temporale che ci verrà la conoscenza di ogni ciclo, di ogni sostanza, di ogni forma.
    Le fantasie degli uomini hanno in sé la divina progettazione delle forme, e poiché la lmitazione inibisce la totale inferenza del Tutto, l’ideazione ha nelle sue molteplici qualità anche quella di causalità.
    Che la materia sia luce è ormai appannaggio della scienza, eppure la frazione che riguarda il pensiero è posta al di fuori dell’involucro.
    Forse, quando il quid che lo anima, lascia alla dissoluzione e al riappropriamento dello stato primario di quiescenza tutto ciò che rappresentava un inidividuo, rimane iscritto nell’etere un disegno. Quello della sua progettazione esistenziale.
    Luce e buio, la prima “è”, il secondo non è il suo contrario ma la sua assenza.
    E tra le due polarità si svolge l’esigua esistenza dell’uomo.
    Trovo decisamente geniale questo tuo accostamento, un libro che amai moltissimo, e il film che grazie a te ho potuto vedere, straordinario.
    Entrambi volti, seppure con modalità apparentemente diverse, a sottolineare la transitorietà dei corpi, e la conseguenzialità della causa-pensiero, sia nel limite umano che in quello planetario.
    Eccezionale questo post! Veramente perfetto.
    cri

    • Forse tutta quella luce ci abbaglia e così preferiamo spegnerla per dimenticarcene più facilmente… Il disegno della progettazione esistenziale che suggerisci, mi fa pensare al progetto del palazzo di Adam, nel suo mondo alterato, perfetto, ma per l’ottica umana, irrealizzabile…
      l’accostamento libro-film non era previsto in verità, mi è venuto in mente all’improvviso, come “un’illuminazione” perciò non ho potuto fare altro che assecondarlo…
      un abbraccio e grazie per le tue parole.

  3. giacynta

    Quando, tanti anni fa, lessi “La nube purpurea”, ricordo di essere stata presa da un senso di vertigine. Divorai letteralmente il libro ma il libro divorò me. Ci volle un po’ di tempo perchè potessi “ricostruirmi”. Toccare certi temi ha qualche “costo”, ma ne vale la pena. Credere solo al tempo sequenziale significa esserne schiavi e… temere la morte.
    Anche Departures mi ha scombussolato, anche se la musica, bellissima, ha attenuato molti degli effetti della destabilizzazione procurata dal tema del film. Sono opere che distruggono e ricompongono un equilibrio instabile, quello su cui, penso, “ci attestiamo” noi tutti.
    Ci stiamo occupando io e te più o meno degli stessi temi in questo periodo. Il problema del Tempo, dell’ Essere ciclico ed eterno è presente anche in 1984 di Orwell. A leggere bene il libro si comprende che ci sono più livelli interpretativi. Uno di questi porta addirittura al cappellaio matto di Alice e a quanto le dice a proposito del Tempo ( mi ci ha indirizzato Giuliano, un mio amico di blog ).
    Grande post ( meraviglioso anche il corto di bozzetto ).
    Un abbraccio forte

    • Giacy, Departures decisamente tratta argomenti che normalmente non ci si aspetta di trovare in un film eppure, oltre alla musica importantissima, trovo che anche la delicatezza e l’ironia contribuiscano enormemente alla riuscita del film, d’altra parte, come dici tu temiamo così tanto la morte perché l’impostazione che abbiamo del tempo lineare e tutte le suggestioni di matrice cattolica, ci fanno sfuggire le altre prospettive, che poi sono proprio quelle più vicine al nostro “essere”… in questo (e non solo) senso gli orientali sono molto più avanti di noi…
      1984 l’ho letto secoli fa, chissà che effetto mi farebbe adesso che potrei cogliere sfumature di cui allora non avevo idea…
      Grazie, un abbraccio

  4. Tutto scorre all’infinito! Infatti la vita non potrà annullarsi: dopo il peccato, la colpa e la purificazione in seguito il premio, l’incontro che permetterà nuova vita. Ogni cosa ha una progettualità e questa giunge da chi ha creato il progetto. In questo romanzo il messaggio è chiaro, l’uomo deve rispetto al luogo che lo ospita: Dio offre un’altra possibilità, lasciando sul mondo un uomo che incontra una donna e il ciclo riprende.
    Meravigliose le tue considerazioni, la presentazione del romanzo e del film, romanzo che non conoscevo, che dirti cara Maria se non grazie per queste chicche. Sicuramente è un capolavoro: dagli stralci che hai pubblicato noto una scrittura di classe, ricca di intense metafore.
    Un abbraccio affettuoso
    annamaria

    • Cara Annamaria, il mio è un “tutto scorre” più vicino alla concezione di Eraclito, il divenire come risultato del continuo contrasto che caratterizza tutte le cose, ciò che fa trasformare una cosa nel suo contrario, per scoprire, sotto il caos apparente, l’armonia, ovvero l’unità…
      Del resto il bello della lettura è trovare nei libri esattamente ciò di cui abbiamo bisogno…
      Ti ringrazio per le belle parole che mi lasci e per questo scambio sempre piacevole.
      un forte abbraccio

  5. Ci sono letture che sanguinano e fanno sanguinare, musiche che sanguinano e fanno sanguinare, anche film. La gran parte non tocca l’anima, resta agli occhi, quasi usiamo una minima porzione di cervello per leggere o guardare o ascoltare. E che noia abissale, sì, mi annoio di fronte a tanta mediocrità anche compiaciuta. Questi si vantano della propria ignoranza. Così, quando trovo qualcosa, lì mi arpiono e ammiro. Bellissimi i tuoi scritti.

    • Cara Mimma, grazie. Anch’io trovo insopportabilmente noiosa la mediocrità di cui tanti per giunta si fanno vanto e mi piace molto andare a caccia di pensieri caduti in disuso, libri dimenticati, film poco pubblicizzati pur essendo dei capolavori…
      un abbraccio

  6. Leggo con molto interesse questa doppia lettura di un libro e di un film che hanno come tratto comune la morte.
    Nel libro è il pretesto per descrivere la morte come una specie di giustizia divina a fronte delle colpe dell’umanità.
    Nel film come un passaggio obbligato verso l’aldilà, che deve essere affrontato come un rito, dove la morte è solo un aspetto formale.mentre l’uomo deve riconcilare se stesso e tutto quello che gli sta intorno.
    Non sono un gran appassionato di cinema, ma come lettore valgo di più.
    Un saluto e un caro abbraccio

    • Caro Bear, cinema e libri vanno spesso a braccetto, puoi sempre cominciare a scoprire il fascino di certi film intensi come un bel libro…
      E’ difficile affrontare un tema come la morte senza cadere in una facile retorica e devo dire che sia il libro che il film in questo caso sono davvero sorprendenti…
      un abbraccio

  7. maat

    Lessi il libro tempo fa, ho visto il film recentemente.
    Penso che tu abbia un modo di intersecare letteratura e cinema decisamente originale, dotto ma al tempo stesso alla portata di tutti.
    Nulla attiene a culti o sistemi religiosi, è chiaro, ed è proprio questo che mi affascina: la libertà di esplorazione intellettuale, onestamente intrapresa senza alcun riferimento fideistico.
    Ti leggo da molto, e ti trovo sempre acuta osservatrice, all’apparenza facile, ma, a volerne approfondire, ce n’è di che!…

    • Cara maat, ti ringrazio moltissimo e condivido il fascino della libertà d’indagine. Anche nel film ad esempio si mostra chiaramente in alcune scene che l’ultimo omaggio reso alla persona deceduta e ai suoi cari accomuna qualsiasi credo religioso. Il tanato-esteta compie un gesto di pietà che non può essere circoscritto, al contrario è esteso a chiunque come atto di partecipazione e solidarietà verso la sofferenza e l’umana sventura…
      un abbraccio

  8. Questo salto del salmone a ritroso, l’ultimo viaggio controcorrente, per andare a morire (che è un ritornare alla fonte e sinonimare ciclicamente l’inizio a nuova vita) mi fa pensare al canto del Cigno, l’ultimo inno alla vita per incantare il mondo e ammaliare la prima grande riparatrice: la morte.

    • Caro Franco i tuoi versi dunque calzano a pennello!
      “Ciò che conta è il canto
      e quel che canto non è per tornaconto.
      Canto il canto del disincanto
      e canto perché l’incanto
      del canto torna e ritorna
      più volte accanto.”

      un abbraccio alato

  9. wolfghost

    Davvero originali sia il libro che il film, che tra l’altro mi ricorda qualcosa… un film americano dalla trama un po’ simile… ma del quale non ricordo il titolo eheheh Non è che gli americani l’hanno rifatto? 😐
    Il libro è fantastico! Davvero preveggente! Stupefacente pensare che è del 1901! 😮 Ed è illuminante anche il finale: nonostante tutto, tutto comincia da capo. E chissà se per la terra è un bene…

    http://www.wolfghost.com

  10. Caro Wolf, concordo, è stupefacente la modernità di certi autori tanto che somiglia proprio alla preveggenza…
    Per il film non saprei dirti di eventuali remake, ma non credo… ci sono concetti troppo giapponesi (onore, dignità, rispetto, silenzio, puntualità, delicatezza) che a noi occidentali sfuggono del tutto o li modifichiamo in base alle nostre esigenze deformandone l’essenza…
    un abbraccio

  11. niente si distrugge tutto si trasforma

  12. Maria, nell’altro post ho letto la tua recensione di ”Amour” – che ho apprezzato anche nelle considerazioni sul come vengono gestiti i meccanismi d’indentificazione e proiezione dello spettatore – qui invece vedo ”Departures”. Film che guarda alla morte da un punto di vista differente rispetto ad ”Amour”. Magari ad uno spettatore occidentale potrebbe apparire come una bella favola – forse un po’ meno assurda del paradiso cristiano, almeno quello dei teologi cristiani ( non quello del sentire interiore del Cristo storico ”muto” ) – ma in realtà la pellicola riesce a tradurre perfettamente un certo modo di concepire (anzi credere) l’esistenza nel pensiero orientale.Quel levigare come ricerca di armonia, quel cancello che si apre e chiude, alimentando con il fuoco un nuovo passaggio ecc.

    Non so se hai visto ”Il fiume” di Renoir,, anche in questa pellicola il tema dell’esistenza, del dolore ecc. è affrontato secondo il pensiero orientale.

    • Sì sono concezioni molto diverse per un passaggio obbligato per tutti… io continuo a preferire l’approccio orientale e il continuo fluire che lo accompagna, la “pesantezza” occidentale aiuta poco ad affrontare la morte, ma anche a vivere la vita…
      Non ho visto il film di Renoir, ma provvederò visto che il tema mi interessa molto…
      un abbraccio

      • Diciamo che, a prescindere dalla realtà, forse le filosofie orientali offrono un metodo più valido per uscire dal dolore, non mettendoti in croce, come vorrebbe certa filosofia cristiana dei teologi, giù da vivo. Comunque, a parer mio, le filosofie orientali sono difficilmente applicabili al nostro contesto, sia per biologia, sia per cultura.

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