Bianco su nero. Rubén Gallego o sei un eroe o sei morto.

Nell’era dell’apparenza in cui essere belli, magri e preferibilmente ricchi è la cosa più importante per avere diritto alla felicità, è difficile presentare la cruda realtà, offrirsi come non invidiabile esempio di tutto ciò che non si vorrebbe mai essere, come modello dissonante d’irregolarità che è preferibile nascondere, rinchiudere in istituto, e mostrare poi, senza mezzi termini, quanto possa essere fragile il confine che separa il vivere dal morire, quando si è costretti a dipendere da una volontà che non è soltanto tua, ma che sei costretto a dividere con quella di qualcun altro.

Un ospedale. Sono a letto, ingessato fino alla vita. Supino, e da più di un anno ormai. Guardo il soffitto. Non ho nessuna voglia di vivere. Cerco di mangiare e bere meno. E ci riesco. Se lo faccio è perché so che meno mangio, meno ho bisogno di aiuto. Avere bisogno dell’aiuto altrui è quanto di peggio, quanto di più tremendo ti riservi la vita.
(Rubén Gallego, Bianco su nero)

Rubén Gonzalez Gallego è nato a Mosca nel 1968, a causa di una paralisi cerebrale non riesce a muovere né braccia né gambe, ma solo due dita della mano e se sei solo al mondo questo equivale ad essere condannato a vivere in trasferta, da un lager all’altro. A decidere parte del suo destino è il nonno, che dopo avere detto alla madre che il figlio era morto, lo porta in un orfanotrofio dando inizio ad un calvario che avrà termine solo quando Rubén, ormai ventiduenne, approfitterà del momento di confusione provocato dalla Perestrojka e riuscirà a fuggire dall’istituto e dalla Russia e a ritrovare la madre a Praga, dopo un avventuroso viaggio attraverso l’Europa.

Le inservienti erano poche. Quelle vere, quelle sollecite e affettuose. Non ricordo come si chiamavano, o meglio, non ricordo come si chiamavano tutte quelle buone. Fra noi le dividevamo in “buone” e “cattive”. In quel mondo di bambini il confine tra il bene e il male sembrava netto e semplice. E non riesco ancora a liberarmi della brutta abitudine presa in orfanotrofio di dividere gli uomini in amici e nemici, intelligenti e stupidi, buoni e cattivi. Che posso farci? Ci sono cresciuto, in orfanotrofio. Là dove il confine tra la vita e la morte è sottile, dove abiezione e bassezza sono la norma. Ma dove la norma sono anche bontà e sincerità. Tutto mischiato assieme. Forse è stata proprio la necessità di scegliere ogni volta tra il bene e il male a rendermi così categorico.

In Bianco su nero (2002) Gallego racconta la storia della sua vita, soffermandosi in particolare sul periodo dell’infanzia e lo fa non certo per impietosire il lettore, ma al contrario per parlare di eroismo, per scrivere del bene, di vittorie, gioie e amore e di forza, della vera forza. Della forza fisica e spirituale. Della forza che è in ciascuno di noi. Della forza che supera qualunque barriera e vince. Troppo spesso si dimentica quanto possano essere complicate le cose più semplici, a volte la guerra si nasconde dietro un cucchiaio di minestra da portare fino alla bocca o in una lotta quotidiana per mantenere i propri diritti, unicamente per sopravvivere.

Questo libro narra della mia infanzia. Atroce, terribile, ma che infanzia resta. Per continuare ad amare il mondo, per crescere, per diventare adulto, a un bambino serve poco: un pezzo di lardo, un panino con salame, una manciata di datteri, il cielo azzurro, un paio di libri e una parola affettuosa. Basta questo. Basta e avanza.

Se sei un disabile, devi essere per forza anche incapace d’intendere e di volere, pertanto non hai diritti, sei in balia di inservienti poco inclini alla comprensione e il tuo posto nel sistema è quello del reietto. Non puoi camminare, dunque sei un ritardato. Quando sei intrappolato in un corpo che non risponde ai comandi diventi anche la vittima prediletta delle convenzioni e di una società costruita ad uso e consumo di chi è in possesso di braccia e gambe perché nessuno è pronto a battersi al posto tuo, nemmeno quando si accorge che non sei quello che dovresti essere. Essere un ritardato non è poi così difficile. Lo sguardo della gente ti scivola accanto senza notarti. Non sei un uomo, sei il nulla. Capita però, che per bontà innata o per dovere professionale, l’interlocutore noti che dentro sei come tutti gli altri. E in un attimo l’indifferenza cede il posto all’ammirazione e l’ammirazione a un’angoscia sorda per la realtà delle cose. Del resto è più comodo lasciare le cose come stanno, incanalarsi nel tunnel che lo Stato ha costruito per te senza che si possa deviare e uno storpio non può essere intelligente, neanche quando lo è.

Il libro è suddiviso in tanti capitoletti, ognuno dei quali porta un titolo come se si trattasse di una raccolta di racconti brevi e in verità sembrano più che altro le didascalie di quadri e disegni che ritraggono i ricordi dell’autore. Il primo in particolare colpisce profondamente ogni lettore non soltanto per i fatti in sé, ma anche perché va a minare l’immaginario collettivo e la sua idea, decisamente lontana dalla realtà, di come dovrebbe essere un eroe: non certo un adone forte e audace, ma un bambino senza braccia e senza gambe utilizzabili che deve fare pipì in piena notte.

Sono un eroe. E’ facile essere un eroe. Se non hai le braccia o le gambe, o sei un eroe o sei morto. Se non hai i genitori, fa affidamento su braccia e gambe. E sii un eroe. Se non hai né le braccia né le gambe e hai anche pensato bene di restare solo al mondo, è fatta. Sei condannato a essere un eroe sino alla fine dei tuoi giorni. O a crepare. Io sono un eroe. Non ho altra scelta.
Sono piccolo. È notte. È inverno. Devo andare al gabinetto. Inutile chiamare l’inserviente.
Ho una sola possibilità: strisciare.
Per prima cosa devo scendere dal letto. So come fare, il metodo l’ho inventato io. Semplice: mi trascino carponi fino al bordo del letto e poi mi ribalto, lasciandomi cadere sul pavimento. Una botta. Dolore.
Arrivo strisciando alla porta, la spingo con la testa e sbuco in corridoio, passando dal relativo tepore della camera al freddo e al buio.

Prima ci sono i sogni, poi la realtà, prima le bugie, poi la verità, ma tutto si mescola così bene che alla fine non si capisce più cosa sia meglio, se l’ipocrisia a buon mercato di chi crede di dire una verità utile o se lo sia l’apparente crudeltà della franchezza, se un sogno valga l’altro o se anch’esso contribuisca alla costruzione di ciò che si vuole essere, di quel che si diverrà.

Soltanto le inservienti non dicevano bugie. […] Certi giorni erano cattive, altri buone, ma franche e sincere lo erano sempre. Spesso da quel che dicevano si capiva ciò che contava davvero, mentre era impossibile strappare una risposta chiara agli insegnanti. Loro invece, ci davano un cioccolatino e dicevano: “Povera creatura che sei, non è meglio che muori, così smetti di tormentare te stesso e noi?”. Oppure, quando portavano via un morto: “Oh, grazie a Dio questo ha smesso di soffrire poverino”.

Quanto vale la vita di un uomo? Ogni vita ha un prezzo diverso, alcune sono in saldo perenne, e ci sono tanti figli di un dio minore che non valgono proprio niente sul mercato della società. Un tempo erano esibiti come fenomeni da baraccone, oggi sono nascosti in casa o in istituto o dati in pasto alla carità cristiana, agli eserciti della salvezza. Comunque vadano le cose, nessuno mai vuole vivere nella menzogna, quello è l’ultimo affronto ad una dignità calpestata, all’elenco infinito di bassezze che l’umanità “normodotata” infligge di continuo a chi è diverso, nel fisico o nel pensiero o nello spirito. E così può capitare che dopo tante bugie e l’improvvisa presa di coscienza, il sogno di un bambino diventi quello di pilotare un siluro con il quale disintegrare se stesso e al contempo il proprio debito con la società che lo ha così “amorevolmente” accudito fino a quel momento.

A nove anni capii che non avrei mai potuto camminare. Fu un grande dolore. addio paesi lontani, addio stelle e altre felicità. Rimaneva la morte. Lunga e inutile.
A dieci anni lessi dei kamikaze. Temerari che portavano la morte al nemico. Che con un unico volo senza scalo saldavano tutti i debiti con la Patria: il riso ingurgitato, i pannolini sporcati, i quaderni di scuola, i sorrisi delle ragazze, il sole e le stelle, il diritto di vedere la mamma ogni giorno. Faceva al caso mio. Nessuno mi avrebbe mai fatto salire su un aereo, questo lo capivo. Sognavo un siluro. Un siluro pilotabile imbottito di esplosivo. Sognavo di avvicinarmi zitto zitto all’aereo nemico e di premere il pulsante rosso.

Siluro rosso è il titolo di un film-documentario su Rubén Gallego, realizzato dalla regista italiana Maria Chiaretti, dove lo stesso Gallego si racconta con la medesima dura semplicità con la quale scrive. D’altronde è un sopravvissuto, tutti i suoi compagni sono morti, anche quelli che potevano muoversi meglio di lui, perché in questa non-vita tra ospizi e istituti di vario orrore la pietà umana è davvero difficile da trovare e se non sei un eroe, inevitabilmente soccombi, se ti adegui e vuoi diventare come ti viene richiesto, ma non potrai mai essere, allora ti perdi e crolli. Studiare, catalogare, osservare, separare, respingere, resistere diventano strumenti di crescita, armi contro la forza disgregatrice, uno scudo contro la terribile ”normalità” e visto che non ne fai parte è meglio contrapporsi ed essere sempre l’altra metà, l’altra faccia della medaglia. Crearsi una dimensione a propria misura dove risiedere comodamente, con le proprie regole, ribaltando le norme vigenti. Del resto, l’alternativa sarebbe la morte.

Non mi piace il bianco. Il bianco è il colore dell’impotenza e della dannazione, il colore del soffitto d’ospedale e delle sue lenzuola. Cura e tutela garantite, silenzio e quiete: il nulla. Il nulla della vita d’ospedale che scorre all’infinito.
Il nero è il colore della lotta e della speranza. Il colore del cielo notturno, lo sfondo fermo e nitido dei sogni, delle brevi pause fra gli intervalli diurni, bianchi e sterminati delle infermità fisiche. È il colore del sogno e della fiaba, il colore del mondo dietro le palpebre chiuse. Il colore della libertà, il colore che ho scelto per la mia sedia a rotelle elettrica.
E quando passerò a mia volta in mezzo alla schiera di affabili, asettici manichini in camice bianco e arriverò finalmente al mio capolinea, alla mia personale notte eterna, dietro di me resteranno soltanto lettere d’alfabeto.
Le mie lettere, le mie lettere nere su sfondo bianco. Lo spero.

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27 commenti

Archiviato in scrittori contemporanei

27 risposte a “Bianco su nero. Rubén Gallego o sei un eroe o sei morto.

  1. Un libro bellissimo e tremendo, presentato con una partecipazione totale. Adesso che i miei problemi nel camminare sono rapidamente aumentati a causa degli effetti collaterali di una pillola contro il colesterolo (che ho fatto sparire subito, meglio la dieta o comunque il colesterolo) e arranco ogni giorno peggio sul bastone, mi vedono così e mi trattano anche per scema. L’altro ieri stavo scoppiando a ridere in faccia ad una brava impiegata che mi urlava nelle orecchie sillabando: qui, qui, stia attenta.
    Non sono nemmeno sorda. E certe volte do i numeri anch’io pensando che, in fondo, ormai l’età incalza e mi è rimasto poco, meglio così. Nei momenti peggiori il primo pensiero che mi viene è di correre a cancellare i miei blog. Però funziona un’altra cosa: la poesia consolatrice.
    Sei bravissima nel presentare così caldamente questi bei libri, incoraggiante e disvelante certi intimi travagli che tutti ci prendono prima, poi o durante, a meno di morire precocemente per questo e per quello. Non sembra possibile, ma è un incitamento alla vita. E adesso è anche ora di andare a pranzare, sono fuori tempo massimo.

    • Cara Mimma, purtroppo è vero, lo sguardo esteriore basta per decidere automaticamente le tue capacità intellettive, perciò se arranchi devi essere per forza poco intelligente o quantomeno sorda… e questo la dice lunga su quanto sia superficiale la nostra attenzione… E cosa succede poi quando la situazione è molto più grave? semplicemente che la vita di un uomo può non valere nulla… infatti per un Gallego che si è salvato cento altri sono morti…
      un abbraccio

  2. Storia affascinante. Sembra un libro imperdibile. Grazie del consiglio, seguirò questa traccia, Maria, un caro saluto.

    • Caro Ettore, è un libro che lascia il segno… non che sia scritto in modo esteticamente impeccabile, ma con l’unica scrittura che si poteva adoperare per dire queste cose senza cadere nel pietismo e nemmeno nel libro-denuncia… E’ tutto lì, nero su bianco… anzi, “Bianco su nero”.
      un abbraccio

  3. È la mente la vera risorsa e il grande vantaggio dei sentimenti nella vita degli eroi. È lì che incominciano, prendono corpo o si spengono i loro sogni, i progetti, le fantasie, le cattiverie, gli amori, le passioni, i dispiaceri, le sconfitte e le ripicche mutuandole tutte attraverso un inflessibile handicap, l’infermità fisica. Nulla possono contro l’arroganza corporea degli altri (i normodotati?) ma sono loro gli unici che ci insegneranno sempre ad apprezzare quello che ci concede normalmente la vita, a mettere con coraggio nero su bianco il cinico risvolto del destino e la frattura con la natura.
    Imparerò molto da un libro del genere, grazie per avermelo segnalato.
    Un abbraccio.

  4. Una storia toccante scritta con bravura, dagli stralci che proponi noto una scrittura scorrevole e di qualità. Una storia che dovrebbe essere d’insegnamento ai tanti che si attaccano a delle inezie o anche ai tanti che sì hanno problemi, ma quando si possiede la salute o perlomeno l’autonomia tutto si può superare.
    Le tue considerazioni sono sempre interessanti e di classe, cara Maria, è sempre un piacere entrare nel tuo blog dove si respira il profumo della cultura. Grazie per aver segnalato questo libro.

    un abbraccio affettuoso
    annamaria

  5. Ancora un post azzeccato dove attraverso i commenti su un libro che merita di essere letto, fai riflettere sulla condizione di molti di noi, sfortunati e colpiti da menomazioni. La vita è un inferno per chi, più fortunato di loro, ma per questa schiera di persone o riesci sopravivere, e sei un eroe, o soccombi travolto da tutto e da tutti.
    L’umana pietà spesso si ammanta di pietosa ipocrisia per nascondere le nostre sensazioni che rigetto verso di loro.
    Sei brava nel trovare libri impegnati che difficilmente arrivano in cima alla classifica, anche se lo meriterebbero.
    Un saluto serale e un grande abbraccio

    • Caro Bear, mi fa piacere proporre letture particolari, anche perché l’editoria italiana punta un po’ troppo sulla superficialità e sulla notorietà di chi scrive (vedi il successone di Del Piero al salone del libro di Torino) più che sulla profondità e lo stimolo alla ricerca interiore, ma sono ancora più contenta quando le mie scelte sono supportate da un gruppo di lettori così attento…
      un abbraccio

      • Maria, concordo con te che spesso dei buoni, e forse anche di più, romanzi si trovano in autori pressoché sconosciuti al grande pubblico.
        E tu hai un eccellente fiuto nello scoprirli.
        Un abbraccio

  6. Bé, in realtà è anche vero che non è raro percepire in una scelta anticonformista lo spirito più alto del conformismo: siccome ci si vuol evidenziare e non si riesce col conformismo – forse perché troppi lo sono – allora si diventa anticonformisti… ma non è questa una resa peggiore al conformismo del conformismo stesso? Si è scelto di essere “strani” per condizionamento, al pari – e più – di chi fa la scelta opposta.
    Non è naturalmente il caso di Gallego che, come scrive lui, non ha la scelta di essere o meno un eroe, lo deve essere per forza… o non sarebbe affatto. Purtroppo è una cosa che, nel mio piccolo, per drammi passati, ho imparato anche io.
    In realtà pero’ non vedo nella sua una scelta anticonformista, anzi oserei dire che il conformismo non c’entra proprio nulla. C’entra la lotta per la vita, una lotta che nel suo caso ha richiesto un coraggio ed una determinazione da leoni.
    Il “conformismo” qua è solo nelle regole della società verso le persone diverse, regole dettate, in questo di do ragione, dalla egoistica convenienza. Perché prendersi cura di persone così, se non lo si fa per lavoro, significa sacrificare una buona fetta della propria vita. Ma lui non si oppone veramente a tutto questo, anzi pare capirlo. Solo che fondamentalmente non gliene importa nulla, lui combatte solo per la cosa più importante: la sua vita.
    Questo leggo negli estratti che proponi, certamente dovrei leggere tutto il libro 🙂

    http://www.wolfghost.com

    • Caro Wolf, non ho inserito Gallego tra gli anticonformisti classici (a parte che non mi pare di avere usato questo termine), dico solo che con grande intelligenza, avendo capito che da lui ci si aspettava fisicamente cose che non avrebbe mai potuto dare, e intellettivamente invece non gli si dava la possibilità di essere come gli altri, anziché subire passivamente la sua sorte, si è ribellato a suo modo creandosi una nicchia di autonomia personale… è anticonformista nel senso che pur sapendo di non poter fare certe cose, le fa lo stesso, ma a modo suo, non come vorrebbero gli altri (per questo riesce a strisciare fino al bagno e addirittura a mettersi in viaggio per tutta l’Europa alla ricerca della madre). E’ questo quello che intendevo, che non si è piegato a combattere lotte destinate a sicura sconfitta, come tanti che obbediscono a delle regole che non sentono proprie, ma ha lottato per la sua vita e per i suoi diritti sapendo dei suoi limiti e (soprattutto) di quelli altrui…
      in questo senso, come dici anche tu “capisce” ciò che lo circonda… in fondo le nostre opinioni mi sembrano complementari…
      un abbraccio

      • Si, e’ vero, non hai parlato di conformismo, ce l’ho letto io – forse sbagliando – soprattutto nelle prime righe del tuo testo. Pero’… vedi, anche sulla “ribellione” non so se essere d’accordo. Non credo che si sia “ribellato” nel senso stretto del termine. Ci si ribella a delle regole che si ritiene ingiuste, lui ha “solo”, con estrema determinazione, trovato la strada per sopravvivere “al di la’ ” delle regole, non “contro” le regole.
        eheheh e’ vero, mi va di fare il Bastian contrario, dai! 😛 Al di la’ di questo, hai riportato una vita ed una persona da ammirare al cento per cento. Molti di noi non avrebbero nemmeno provato a cercarla un’altra strada…
        http://www.wolfghost.com

  7. Lasciare il segno. Convincersi che è possibile. Non hai fatto molte considerazioni descrivendo il libro, ma hai chiuso con l’immagine della traccia che le parole lasciano, nero su bianco. Finchè si ritiene di non essere ( anche perchè c’è qualcuno che lo ricorda costantemente con la propria indifferenza ), non c’è che il buio, come nel bellissimo cortometraggio “The Butterfly Circus”, quando l’uomo senza arti resta dietro il sipario. Ti ringrazio Maria, sia per questo tuo potente post che per la segnalazione del cortometraggio che non conoscevo. Bacio.

    • Cara Giacy, l’anno prossimo proporrò la lettura di questo libro nella classe con gli adolescenti, spero che riesca, almeno in parte, a scuoterli da quel torpore di “mi spetta tutto di diritto quindi non muovo un muscolo”, che sempre di più mi lascia allibita… vedremo…
      Quando ho visto il cortometraggio credevo che si trattasse di un’elaborazione fatta al computer e invece l’attore è davvero senza braccia e senza gambe ed è anche molto famoso. (Mi sa che sei l’unica che l’ha visto, tra l’altro)
      un abbraccione

  8. Sono tornata per leggere le tue risposte e… non trovo il mio commento. Dov’è finito? Non sarà mica nello spam, puoi controllare?
    Era anche piuttosto lungo, mi pareva di aver toccato tutti gli argomenti salienti, o perlomeno quelli che mi avevano più colpito.
    Sono davvero dispiaciuta di non trovarlo.
    L’avevo scritto in word, ma non salvo mai quando si tratta di commenti, ahimè!
    Una cosa è certa, non riuscirò a ritrovare la stessa ispirazione, uffa!

    • Cara Cri, non sai quanto mi dispiace! di sicuro era un commento bellissimo… purtroppo non ce n’è traccia da nessuna parte, ma grazie al tuo consiglio mi sono accorta che tra gli spam era finito il commento di wolf, così sono riuscita a recuperarlo, perciò adesso controllerò sempre anche lì…
      bacio

  9. ritrovo la squisita eleganza delle tue suggestioni. la preziosità di passare qui. e, correre in libreria. ti abbraccio. Dora

  10. Caro Wolf, tra l’altro già è tanto che sia riuscito a sopravvivere… comunque se leggi tutto il libro ne troverai a bizzeffe di ingiustizie… che poteva fare un bambino solo, senza braccia né gambe e trattato anche da demente? E’ stato proprio un eroe e adesso vorrei prenderlo come esempio a scuola…
    Fai pure il bastian contrario, a me non manca certo la favella, anzi mi piacciono molto gli scambi… un tempo, i primi anni in cui ero su splinder si facevano tanti bei dibattiti nel mio blog ed era una cosa piacevolissima…
    un caro saluto

  11. Nel commento andato perso avevo evidenziato, oltre alla strenua volontà di vivere di Ruben, il suo preferire il nero al bianco, la notte al giorno.
    La notte, pur con tutte le problematiche connesse al suo stato, in contrapposizione al giorno di terribili accadimenti e crudeltà senza fine.
    Come si possa amare la vita in una condizione di estremo handicap, per me rimane un mistero. Ma forse proprio perché il mio essere rinunciataria mi ha portato a rifiutare la vita, e certo in condizioni nemmeno accostabili a quella di Ruben, posso capire quale volontà d’acciaio lo abbia sorretto.
    La mia ammirazione è incondizionata, per me avrebbe potuto intraprendere qualunque strada, regolare, irregolare, sfrontata, antitetica, insofferente, e chi più ne ha più ne metta… e tuttavia rappresentare il massimo della sfida che un uomo possa opporre al destino.

    Di Nick ti avevo già parlato, la sua storia la conosco da tempo. Questo video e altri che ho visto testimoniano anche qui, in maniera del tutto sconvolgente, quanto sia la mente a prevalere sul corpo.
    Lui ha trovato la forza nella fede religiosa che l’accompagna da sempre.
    Ma è ammirevole per la capacità che ha di trasmetterla.

    Maria, questo post non ha niente di romantico, perciò mi piace. Ha solo la verità di uno stato dell’essere, la testimonianza che non c’è un vero limite, se non la morte.
    Grazie
    un abbraccio
    cri

    • Cara Cri, hai fatto bene a sottolineare quell’aspetto che ha colpito anche me… il fatto che preferisca il nero al bianco, forse perché chiudendo gli occhi anche se all’inizio vede tutto nero, poi è libero di ri-creare il mondo (e se stesso) a suo piacimento… In particolare nel primo passo che riporto dice di essere rimasto su un letto d’ospedale ingessato per più di un anno e tutte le volte che apriva gli occhi vedeva il soffitto bianco… si capisce bene perché detesti quel colore…
      Di sicuro la sua intelligenza e la forza di volontà, come in Nick, sono un esempio da seguire, soprattutto di questi tempi in cui l’eroismo viene confuso con la prepotenza e il far valere i propri diritti con la più squallida maleducazione…
      un abbraccio

  12. E’ davvero incredibile quanto la vita, anche nelle forme meno abituali, resista e si sforzi di trovare spiragli e motivazioni per continuare, con ostinazione. Di solito non si considerano queste realtà e si preferisce non pensarci, credendo che i nostri comuni problemi (insoddisfazione, ingiustizia, comuni disagi fisici o morali) siano gravami insostenibili e motivo di rifiuto della vita stessa. Se si pensa a quante persone si uccidono per problemi sentimentali o economici, non sopportando fatti della vita assolutamente normali e spesso contingenti!

  13. Caro Guido, hai proprio ragione, infatti vorrei portare questo libro a scuola, come esempio per gli alunni adolescenti eternamente in crisi, per offrire loro una prospettiva decisamente drammatica, ma con un imprevedibile lieto fine, dovuto unicamente all’utilizzo di tutte le proprie risorse interiori… per quanto sia stato messo a dura prova Gallego è riuscito a non seppellirsi sotto la spessa coltre del rancore e della rabbia accecante, al contrario è riuscito a sottrarsi ai suoi aguzzini (e perfino al destino), si è sposato per ben due volte ed è anche padre…

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