Archivi del mese: settembre 2012

Pina Bausch e il Tanztheater. La parola annullata.

Siamo tutti vittime consenzienti della parola e su di essa basiamo in genere un’intera esistenza. Una parola ti può cambiare la vita, ferirti profondamente, renderti la persona più felice del mondo, perderti oppure salvarti. Ma sono davvero così importanti le parole? Certo per chi scrive la risposta è ovvia, anzi per chi trascorre buona parte del proprio tempo leggendo o scrivendo giunge sempre un periodo, più o meno lungo, in cui la parola sembra addirittura onnipotente, salvifica, indispensabile, salvo poi ritrovarsi in tarda età e rendersi conto che si è vissuti sempre nella menzogna. E questo perché tutto ciò che passa attraverso la parola inevitabilmente mente. E non soltanto perché ad esempio una descrizione cambia se cambia l’occhio che guarda e nemmeno soltanto nell’accezione pirandelliana, omaggio all’incomunicabilità:

Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci, non c’intendiamo mai! (L. Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore)

C’è qualcosa che va ancora più oltre, qualcosa di indefinibile appunto, quel misto di emozioni, sensazioni, brividi, tuffi al cuore, inondazioni interiori, immersioni che la parola non è capace di descrivere, se non falsando tutto.
Per questo nella comunicazione intervengono così tanti strumenti, che la parola in verità diventa quello marginale, si va dalla più piccola contrazione muscolare ad un lampo negli occhi, alla gestualità, alla postura, fino alla capacità ad esempio della musica classica di fare raggiungere una sorta d’estasi a chi l’ascolta non solo con l’udito, alla comprensione del linguaggio della danza moderna o, ancora meglio, del teatrodanza che si spinge a livelli di comunicazione che la parola potrebbe mantenere solo come abbozzo. Ma se abbiamo così tanti modi per esprimerci, perché ci limitiamo sempre, ci restringiamo nell’angusto regno della parola regolamentata da dogmi, regole e leggi varie? Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un tipo di condizionamento del quale è quasi impossibile rendersi conto, certo il regno della parola fa comodo a chi comanda per mantenere l’ordine, però in questo modo abbiamo dimenticato la nostra vera natura. Ciò che siamo non è quello che possiamo definire, ma tutto il resto che di tanto in tanto riusciamo a percepire, prima di rifugiarci di gran lena nel microcosmo a misura d’uomo che ci siamo costruiti.

Pina di Wim Wenders è un omaggio alla meravigliosa Pina Bausch (27 luglio 1940 – 30 giugno 2009) che ho avuto il privilegio di vedere al teatro Biondo di Palermo, nel 1988 con lo spettacolo Auf dem Gebirge hat man ein Geschrei gehört e nel 1990 con Palermo Palermo. Wenders all’inizio aveva in mente qualcosa di diverso per il suo film che stava creando insieme alla Bausch, con la quale si conoscevano da molto tempo, ma la morte inattesa della coreografa nel 2009 lo ha costretto a trasformare il progetto da una collaborazione tra due vecchi amici a una sorta di commemorazione, documentario, ricordo, testimonianza dell’opera di Pina Bausch e del grande carisma che aveva sui suoi ballerini e collaboratori.
La grande capacità comunicativa del Tanztheater Wuppertal nasce dall’affrancamento totale da qualsiasi retaggio del passato in merito a regole e costrizioni varie, una sorta di rinascita emotiva e spirituale che si trasforma in movimento del corpo. Ciò che si vede (ma è soltanto vedere?) è un film non catalogabile, che sfugge anch’esso ai suoi stessi canoni ed è come se musica, danza, parole uscissero fuori dal palcoscenico innanzitutto e dallo schermo poi e si catapultassero direttamente all’interno di ogni spettatore provocando un flusso di emozioni martellante ed incessante.
Le coreografie sono tratte da alcuni famosi spettacoli della Bausch, Café Müller, Le sacre du printemps, Vollmond, Kontakthof e le immagini sono intercalate da osservazioni della coreografa o dal ricordo che ne tratteggiano i ballerini della compagnia. Ma qui la parola è veramente ridotta all’essenza, assottigliata, minima, sfoltita, resa di modesto valore dalla potenza evocativa delle immagini, dalla fisicità, dalla comunicazione antica, istintiva, gestuale che riporta ai primordi della coscienza, laddove con poco si dice così tanto che la cosa più naturale e semplice del mondo riesce quasi a sopraffarti. È la potenza degli elementi naturali che avvolgono l’uomo e lo riconoscono non più come un estraneo, non più come un nemico che distrugge, ma come una parte del tutto che ci comprende e con cui ci si confonde.
Si assiste in questo modo alla nascita del movimento, alla sua estensione e alla morte dello stesso che coincide con la rinascita in un altro, così che ogni spostamento sul palcoscenico contiene una storia di vita e di morte e al tempo stesso di eternità.
Wenders ha deciso di usare il 3D per questa sua opera, proprio per inserire lo spettatore all’interno della coreografia stessa, quasi ne facesse parte anch’egli e in questa interazione si riesce a collocare non solo la coreografia e l’indagine sul movimento, ma anche l’universo di chi guarda e quello della Bausch che sfiora magicamente corpi, menti e tutto quel bagaglio di emozioni che accompagna la parte di noi che le parole non riescono a descrivere.

Café Müller viene presentato da Dominique Mercy e Malou Airaudo (Mercy è un famoso ballerino di danza moderna. Divenuto collaboratore della Bausch ha partecipato a molti spettacoli del Tanztheater Wuppertal dove ha conosciuto la futura moglie, Malou Airaudo, con la quale ha avuto una figlia, entrata anch’essa a far parte del corpo di ballo del teatrodanza Wuppertal), con l’aiuto di un plastico descrivono le varie fasi della costruzione dello spettacolo, al quale aveva partecipato la stessa Pina Bausch. Entriamo in una grande stanza con delle porte e tante sedie e tavolini sparsi qua e là, che uno dei ballerini sposta come per agevolare i movimenti degli altri che si muovono tutti con gli occhi chiusi. Qualcuno sbatte ripetutamente contro il muro, altri si trovano, ma tutto è esasperato dalla mancanza di una direzione precisa, dall’abitudine di muoversi anche nella vita come dei sonnambuli in un percorso disseminato di ostacoli. Wenders alterna l’intervista ai due ballerini con parti dello spettacolo e inserisce anche immagini di repertorio con l’eterea Pina nel ruolo della cieca.

In Le sacre du printemps i ballerini si muovono su un palco ricoperto da uno strato di terra dando vita ad una danza primitiva, che man mano che procede diventa sempre più ossessiva e feroce, poiché si tratta di un rito che deve condurre alla scelta di una vittima sacrificale e alla sua morte. La suggestione della danza unita alla musica coinvolgente di Igor Stravinskij crea un’atmosfera estatica che rapisce inevitabilmente lo spettatore.

Kontakthof  viene presentato nel film nelle sue tre interpretazioni, quella con i ballerini del teatrodanza, quella di un gruppo di uomini e donne con più di 60 anni e la versione con gli adolescenti dai 16 ai 18 anni. Bausch mostra l’irriverente spettacolo di un’umanità esibizionista e licenziosa, che si dimentica di non essere solo corpo e si abbandona ai propri vizi, rancori, piccole vendette dispettose, che le coppie che si incontrano in una squallida sala da ballo offrono alla platea, con la quale interagiscono attraverso gesti e sguardi d’intesa.

In Vollmond (Luna piena) uno spettacolo fatto di acqua che inonda e si ritrae come il moto ondoso, la vita si frantuma in brevi ritratti che la sintetizzano perfettamente, con il loro linguaggio simbolico che li pone su piani differenti, ma che lo specchio d’acqua ricompone, anche se in una visione diversa, fatta di vuoti, di riempimenti, di riflessi e di materia. D’altra parte non è proprio l’acqua l’elemento principale che evoca la nascita alla vita?

Alla fine Wenders non traccia un percorso biografico vero e proprio, non ci dice nulla della vita privata di Bausch, eppure non se ne sente la mancanza, d’altra parte ha poi così tanta importanza se invece si riesce a sapere e sentire tutto il resto?
Quanto si esca trasformati dopo uno spettacolo della Bausch è difficile da spiegare, ma di certo non si può rimanere gli stessi dopo gli affondi continui di lotta, sofferenza, solitudine, amore trovato, amore negato, situazioni grottesche, altre comiche, una grande paura e la continua spietatezza di una vita fatta di gioia, ma anche di tanto dolore, un dolore che si poggia sulle cose e sui danzatori, sui passi, sulle movenze e sui corpi come le sottovesti sottili che ricoprono le danzatrici, quasi ne fossero solo sfiorate e al tempo stesso protette. Ed è così che dopo questo rito di iniziazione ci si sente pronti ad affrontare un mondo diverso, un mondo come non lo si era mai visto prima.

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Il segreto. Clarice Lispector e la parola rarefatta.

[…] com’era sottilmente semplice lei, a quel tempo. Non c’era l’inatteso e il miracolo era il movimento rivelato delle cose. Se le fosse spuntata una rosa nel corpo, Virginia l’avrebbe colta con cura e, senza sorridere, ci si sarebbe ornata i capelli.

Clarice Lispector (Čečel´nik, Ucraina, 1925 – Rio de Janeiro 1977) viene ricordata tra le scrittrici brasiliane poiché, malgrado il luogo di nascita, all’età di soli due mesi si trasferì insieme ai genitori in Brasile. Per il resto è pressoché impossibile qualsiasi tipo di catalogazione per un’autrice tanto originale da collocarsi al di fuori di ogni schema. È stata spesso paragonata a Woolf e a Joyce, ed infatti ha continuato ulteriormente quel processo di sperimentazione iniziato dai due grandi scrittori rivoluzionando, nel suo modo personalissimo, l’uso della parola. Anche i suoi romanzi li si definisce tali a fatica, sia per l’assenza di una storia vera e propria, sia per la delineazione dei personaggi che rimane eterea, una rappresentazione di personalità che aleggiano sui corpi, corpi che agiscono in funzione di un sommovimento interiore che li muove, e pertanto l’immagine che si crea nelle mente del lettore non può non tenere conto di tutte le sensazioni e della profondità del pensiero che fanno parte anch’esse della descrizione fisica.

Pensieri semplici e chiari i suoi. Pensava una musica breve e limpida che si allungava in un unico filo e si arrotolava chiara, fluorescente e umida, acqua nell’acqua, meditando un elementare arpeggio. Pensava intraducibili sensazioni distraendosi in segreto come se canterellasse, profondamente incosciente e caparbia Virginia pensava a un solo tratto fugace: per nascere le cose devono avere vita, nascere è un movimento

Anche la protagonista del libro Il segreto (1946) vive sospesa. Virginia sembra sempre altrove ed in effetti si trova perennemente a vagare all’interno di se stessa alla ricerca di una verità inafferrabile al di là dei propri confini. Quando si vive di idee, di pensiero incessante, può capitare di confondere ciò che esiste al di fuori da ciò che ci s’inventa. Ma alla fine è poi così diverso? In fondo tutto ciò che inventiamo finisce con l’esistere, è il nostro modo di essere creatori.

In quei momenti non sapeva già più se aveva visto il cielo come chi vede quello che esiste o se l’aveva pensato riuscendo ad inventarselo… Era penetrata in un mondo ignoto e folle, aveva la vaga impressione che il cielo esistesse in ogni momento come sempre precedente, sempre presente e tranquillo… e che al di sopra fluttuassero i suoi desideri di cose, le sue visioni, i ricordi, le parole… la sua vita. Ed era ancora il cielo a salire e ad ampliarsi in attimi di silenzio dandole un silenzio di pensieri… o tutto ciò aveva semplicemente il valore di una delle sue idee, un’invenzione? Vedere la verità sarebbe stato diverso dall’inventare la verità?

C’è sempre una sorta di dolore necessario in tutti i momenti dell’esistenza e non si può prescindere dalla complementarità che dà vita a tutte le percezioni, infatti se mancasse il suo contrario, il nostro cervello, per l’uso limitato che ne facciamo, non riuscirebbe a cogliere l’altra metà e dunque la visione d’insieme. Eppure l’incessante confronto e il dover conoscere entrambi gli aspetti delle cose probabilmente, oltre a rendere la vita molto più faticosa poiché chiede che si raddoppino gli sforzi, falsa la naturalezza della conoscenza a causa della continua elaborazione dei dati che si ricevono. Per questo Virginia cade spesso in una sorta di delirio, proprio per cercare la sua verità oltre a ciò che c’è già di prestabilito. Se si riesce a trovare il punto di origine di un pensiero, di una cosa, di una situazione e a superarlo ecco che oltre ad una grande chiarezza, si può trovare, in una sorta di specularità al contrario, anche la vera libertà.

[…] lei pensava che se fosse riuscita a raggiungere l’aldilà del cielo, sarebbe venuto un momento in cui sarebbe stato chiaro che tutto era libero e che lei non era fatalmente legata a ciò che esisteva. […] Adesso era chiaro: era tutto vero! Tutto esisteva libero al punto che lei avrebbe potuto invertire l’ordine dei propri sentimenti, non avere paura della morte, temere la vita, desiderare la fame, odiare le cose felici, farsi beffe della tranquillità… Sì, sarebbe bastato un colpetto e, con un lieve e semplice coraggio lei avrebbe superato l’inerzia e reinventato la vita istante dopo istante. Istante dopo istante! In lei tremavano pensieri di vetro e di sole.

Descrivere i personaggi e le storie di questo libro non è facile e forse non è nemmeno importante, ciò che conta è sentire il movimento delle parole che creano giochi di luce, di emozioni, la descrizione di una quotidianità in cui non accade nulla eppure l’intero universo si crea di continuo. Sembra di inseguire scie luminose che si rincorrono da una pagina all’altra fino a precipitare all’interno degli antri più nascosti nei quali un individuo possa trovare riparo.

Indagava in lei una coscienza a sé stante. Linee luminose, secche e veloci striavano la sua visione interna prive di significato, fuggite da qualche misteriosa fessura e perciò fuori dal luogo della loro origine, deboli e stordite. Virginia poteva pensare in tutte le direzioni; chiudendo gli occhi dirigeva al proprio corpo uno di quei pensieri che nascono dal basso verso l’alto o che percorrono di corsa lo spazio aperto – non era una parola né un contenuto bensì il suo stesso modo di pensare nel cercare di orientarsi. Quello doveva essere pensare profondamente – non avere neanche un pensiero da portare alla superficie…

La storia di Virginia inizia quando è ragazzina e vive in una fattoria insieme al fratello e alla sorella e nel lungo cammino che la trascinerà dall’adolescenza all’età adulta lei sembra muoversi con impaccio. Non riuscirà mai ad emanciparsi dagli altri né da se stessa, una parte di lei rimarrà sempre ancorata ai luoghi, ai giochi dell’infanzia, alle riflessioni mai smesse su tutto ciò che la circonda e la sorpresa diventerà ancora più grande nel momento in cui si accorgerà che in fondo la conoscenza era proprio lì sotto i suoi occhi e che per vivere la vita, una vita qualsiasi, basta semplicemente rendersi conto di “essere”.

C’erano giorni di questo tipo nei quali lei capiva e vedeva così bene da cadere nello stordimento di una soave ubriacatura, quasi ansiosa come se le sue percezioni senza pensieri la trascinassero in un brillante e dolce vortice, ma chissà verso dove. Chissà. Gradualmente, guardando, svenendo, captando, respirando e aspettando, lei si legava più profondamente a ciò che esisteva, traendone piacere. Poco dopo, tacitamente sottintendeva le cose. Senza sapere perché, lei capiva e la sua intima sensazione era di contatto, di esistenza che guardava e che era guardata.

Più che prosa dunque sembra poesia. Le parole si infrangono su azioni inesistenti, ogni cosa che esiste è movimento, anche nella sua staticità e se a volte il linguaggio risulta ostico è solo perché si legge con i parametri del racconto classico, mentre qui è necessario scardinare ogni precedente rielaborazione e vedere nelle parole della prosa ciò che non sono abituate a dire, appunto poesia, ma anche musica, matematica, sensazioni, assenza, e sì proprio nell’assenza, nel vuoto che esse creano è facile trovare il significato più recondito, come un’improvvisa illuminazione, come una rivelazione. Ed ecco che la scrittura di Lispector, finalmente, vive di vita propria.

Così; quando vediamo una lucciola non pensiamo che è apparsa ma che è scomparsa. Come se uno morisse e quella fosse la prima cosa che si vedesse di quel tale e di colpo lui non fosse nato né vissuto, capisci come? Noi domandiamo: “Com’è la lucciola?” E rispondiamo: “Scompare”.

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Il testamento francese. L’implacabile concatenazione delle parole.

A volte sembra che, senza motivo, la percezione di ciò che ci circonda muti repentinamente, ma in realtà è solo la nostra attenzione che, rafforzata e stimolata, ci permette di accorgerci di come tutto sia collegato, persone, cose, pensieri, e a partire da quel momento quelle che un tempo si ritenevano paradossali coincidenze che lasciavano a bocca aperta per lo stupore, adesso fanno sorridere amorevolmente e nel quadro ben più ampio che ci sta di fronte si intrecciano logicamente in una concatenazione che vibra insieme all’universo.

Naturalmente i libri non fanno eccezione, né i messaggi di cui si fanno portavoce. Così può capitare spesso di essere costretti ad indugiare sulla capacità o meglio l’incapacità della parola ad esprimere determinate emozioni, sensazioni, procedimenti mentali.

Fu la mattina più mite di quell’inverno. C’era il sole, come i primi giorni di aprile. La brina si scioglieva e l’erba bagnata brillava come spruzzata di rugiada… Avevo passato l’unica mattinata di cui disponevo rivedendo mille cose, sempre più malinconico in quella luce d’inverno, sotto quelle nuvole – e avevo dimenticato il vecchio giardino e quel pergolato di tralci di vite all’ombra del quale si era decisa la mia vita… vivere a immagine di quella bellezza: questo avrei voluto saper fare. La nitidezza del paesaggio, la trasparenza, la profondità e il miracolo di quell’incontro dell’acqua, della pietra e della luce… ecco la sola conoscenza, la prima morale. Questa armonia non è illusoria. È reale, e davanti a lei sento la necessità della parola…

Esiste una lingua che possa dire tutto ciò che normalmente è indicibile? Una lingua fatta di suoni, di gesti, di emozioni che saltano fuori dalla parola? Di certo ognuno di noi, lungo il corso della vita elabora un codice personale che segue più o meno queste direttive e che si rivolge sì principalmente ad un dialogo interiore, ma anche all’esterno, si proietta sulle persone amate o particolarmente attente. Più facile, in generale, è trovare l’espressione di quel miscuglio emotivo per esprimere il quale le parole sono sempre in difetto, in altri strumenti della comunicazione, ad esempio nella musica. La musica riesce a farsi strada laddove le parole non arrivano e a penetrare gli anfratti più remoti e spesso sconosciuti che pure ci appartengono.

L’indicibile! Misteriosamente legato, ora lo capivo, all’essenziale. L’essenziale era indicibile. Incomunicabile. E tutto ciò che al mondo mi torturava con la sua muta bellezza, tutto ciò che faceva a meno della parola, mi appariva essenziale. L’indicibile era essenziale. Quella equazione fece scattare nella mia giovane mente una sorta di corto circuito intellettuale. E grazie alla sua concisione arrivai, quell’estate, a una verità terribile: «la gente parla perché ha paura del silenzio. Parla meccanicamente, a voce alta o fra sé, si inebria di quella poltiglia verbale che invischia ogni oggetto e ogni individuo. Parla della pioggia e del bel tempo, parla di soldi, d’amore, di niente. E adopera, anche quando parla di passioni sublimi, parole dette e stradette, frasi logore. Parla solo per parlare. Per scongiurare il silenzio».

Il testamento francese di Andreï Makine è un libro sapiente e delicato, scritto con la grazia dei grandi narratori che fanno la differenza e che usano ogni singola parola con intenti molteplici che vanno sempre oltre la semplice descrizione di personaggi o eventi, poiché sono tutte parole con un’anima e con un’intenzione.

Strade serpeggianti, polverose, che si arrampicavano senza fine sulle colline, steccati di legno all’ombra dei giardini. Sole, viali sonnolenti. E passanti che spuntavano in fondo a una strada e sembravano avanzare eternamente senza mai arrivare alla vostra altezza.

Il protagonista del libro racconta la storia di una donna straordinaria, la nonna, Charlotte Lemonnier, ma anche la storia di due mondi messi a confronto, la Francia da un lato, espressione della creatività della lingua artistica, delle emozioni, dei sentimenti, e la Russia dall’altro, espressione della realtà, della vita dura che si apre sulla steppa sconfinata e che usa la lingua della quotidianità, della sofferenza, del dolore di vivere. Lui e la sorella, da bambini, trascorrono le vacanze estive a casa della nonna, in una cittadina, Saranza, costruita proprio al limitare della steppa e lì, a partire da una vecchia valigia, piena di scartoffie, che custodisce i ricordi di tutta una società, di un’epoca oltre a quelli personali di Charlotte, inizia un percorso a ritroso nella storia dei due paesi, un tragitto che si perde nel groviglio inestricabile dell’interiorità e che sfiora gli eventi prima di penetrarli a fondo per poi librarsi verso altre destinazioni. Ogni sera i nipoti ascoltano la nonna raccontare episodi realmente accaduti legati ai ritagli di giornale o ai suoi ricordi di vita vissuta e seguendo i racconti di Charlotte si finisce per viverli insieme a lei poiché vivere vicino a lei significava già sentirsi altrove.

Passavo le vacanze dalla nonna, in quella città ai margini della steppa dove aveva deciso di fermarsi alla fine della guerra. Era quasi il crepuscolo, un crepuscolo estivo caldo e pigro che inondava le stanze di una luce viola. Quel chiarore vagamente irreale si posava sulle fotografie che stavo osservando davanti a una finestra aperta. Erano le foto più vecchie degli album di famiglia; immagini che arrivavano e superavano il limite immemorabile della rivoluzione del 1917, risuscitavano il tempo degli zar e aprivano addirittura un varco nella cortina di ferro, allora impenetrabile, trasportandomi sia sul sagrato di una cattedrale gotica, sia lungo i viali di un parco la cui vegetazione mi lasciava perplesso tanto era inesorabilmente geometrica. Piombavo nella preistoria della nostra famiglia.

La Francia si trasforma dunque in una sorta di Atlantide, un mito perduto all’interno del quale rifugiarsi e che diventerà la patria del protagonista, il regno della scrittura. Allo stesso modo Makine, russo di nascita, trasferitosi in Francia deciderà di scrivere i suoi libri in francese. E sembra che sentire di appartenere a qualcuno o a qualcosa, a una patria, ad una cultura e perfino ad una lingua sia estremamente importante per le persone. Nel protagonista bambino si crea una scissione, una dualità solo per il fatto di essere un po’ russo e un po’ francese e dunque per non appartenere interamente a nessuna delle due parti. Questo gli causerà addirittura problemi di socializzazione, i compagni infatti lo emargineranno come se fosse un appestato, qualcuno di cui non ci si può fidare. Ma questa scissione diverrà poi utile all’adulto che comprenderà meglio l’esclusione della Russia dal resto del mondo ai tempi della cortina di ferro e la conseguente diffidenza per il diverso, tipica di tutte le popolazioni costrette a vivere un isolamento prolungato. Ma sarà anche fonte di apprendimento, di conoscenza e di scelta di libertà attraverso lo studio e la lettura degli autori francesi che lo accompagneranno verso la maturità e ad un tempo ritrovato d’ispirazione proustiana.

A quel punto capii che l’Atlantide di Charlotte mi aveva lasciato intravedere, fin dall’infanzia, quella misteriosa consonanza di istanti eterni. E a mia insaputa essi avevano tracciato, da allora, una specie di altra vita invisibile, inconfessabile, parallela alla mia. Allo stesso modo, un falegname che per tutto il giorno sagoma gambe di sedie, o pialla assi non si accorge di una trina di trucioli che forma sul pavimento un bell’arabesco scintillante di resina e, con la sua trasparenza chiara, cattura oggi un raggio di sole che filtra attraverso una finestrella ingombra di attrezzi, domani, il riflesso azzurrino della neve.

Era questa la vita che ora si rivelava essenziale. Bisognava, ancora non sapevo come, farla sbocciare in me. Bisognava, con una elaborazione silenziosa della memoria, imparare a riconoscere i passaggi graduali di quegli istanti. Imparare a preservare la loro eternità nella routine dei gesti quotidiani, nel torpore delle parole banali. Vivere, consapevole di quella eternità.

Un libro sull’identità e sulla memoria tracciato dalla vita di una donna che attraversa pezzi di storia intrisi di orrore, ma che comunque alla fine fa l’unica scelta possibile, sebbene agli altri risulti incomprensibile, quella della libertà di creare e ri-creare di continuo la propria storia, al di fuori dei limiti temporali.

Perché la capivo molto bene io la ragione per cui Charlotte teneva tanto a quella sua cittadina di provincia, e mi sarebbe stato facile spiegare la sua scelta agli adulti riuniti nella nostra cucina. Avrei evocato l’aria secca della grande steppa che nella sua muta trasparenza distillava il passato. Avrei parlato di quelle strade polverose che non portavano da nessuna parte perché sbucavano, tutte, sulla stessa pianura infinita. Di quella città dalla quale la storia, decapitando le chiese ed estirpando le “ridondanze architettoniche”, aveva scacciato ogni nozione di tempo. La città in cui vivere significava rivivere di continuo il proprio passato compiendo meccanicamente i gesti quotidiani.

Ma quanti di noi sono pronti a prendersi la libertà della scelta a prendere per mano la propria esistenza e condurla passo dopo passo, istante dopo istante in un flusso continuo di avanzamenti e ritorni, salti nel vuoto, cambiamenti di prospettiva, universi paralleli, dolore, sfortuna, errori eclatanti, ma con la sensazione di poterla sempre riplasmare, fuori dall’abitudine di vedere tutto a senso unico?

Il fatto è che per quanto iniziato alla magia della memoria, all’arte di ricreare un istante perduto, l’uomo resta essenzialmente attaccato ai feticci materiali del passato: come quel prestigiatore che, avendo acquisito per grazia di Dio facoltà da taumaturgo, a quel dono preferiva l’abilità delle dita e le valigie a doppio fondo, che avevano il vantaggio di non turbare il suo buon senso.

[…] Gli occhi afferrano prima della mente, soprattutto quando si tratta di qualcosa che la mente non vuole capire. Nel breve attimo d’indecisione, lo sguardo cerca di spezzare l’implacabile concatenazione delle parole, come se potesse cambiare il messaggio prima che il pensiero accetti di coglierne il senso.

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Una solitudine troppo rumorosa

Attraverso i libri e dai libri ho appreso che i cieli non sono affatto umani e che un uomo che sa pensare, anche lui non è umano, non che non lo voglia, ma ciò contrasta col giusto modo di pensare.

Strano come l’universo si organizzi per mantenere costantemente un equilibrio che a volte noi nemmeno sospettiamo. Districarsi tra le spinte che cercano la stabilità e quelle che corrono in avanti senza fermarsi un attimo, è cosa ardua e alla fine il mutamento che segue il progresso lascia sempre dietro di sé qualche vittima, soprattutto tra i non umani abituati a pensare, a perdersi in conversazioni immaginarie con libri filosofici e autori morti da tempo o mai conosciuti.

Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri […] sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.

Bohumil Hrabal (1914-1997) nel suo libro del 1977, Una solitudine troppo rumorosa, crea una complicata architettura nella quale varie tipologie di parola (parola onirica, parola filosofica, parola descrittiva, parola poetica…) si accompagnano a una visione del mondo tutta sua, concatenando gli avvenimenti con la particolare cadenza che hanno i sogni laddove a volte entrano anche scene perfettamente simili alla realtà della veglia. Del resto tutti gli amanti della lettura, dei libri, conoscono bene quella tendenza al vagheggiamento che li accompagna per l’intera giornata, come se oltre alla verità tangibile e lavorativa ce ne fosse sempre un’altra al di sopra, sospesa, all’interno della quale si trova costantemente un cantuccio confortevole.

E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo consapevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità. Ogni giorno io sbigottisco dieci volte, come ho potuto allontanarmi così da me stesso. Così alienato e derubato ritorno anche dal lavoro, silenzioso e in profonda meditazione cammino per le vie, oltrepasso i tram e le auto e i passanti nella nube dei libri che ho trovato quel giorno e che porto a casa nella borsa, passo sognante col verde senza neppure accorgermene, non urto contro i lampioni né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualche cosa che ancora non so.

Il protagonista del libro lavora da trentacinque anni alla pressa del macero. In particolare abbiamo a che fare con uno di quegli strani individui che vivono nel sottosuolo e che hanno sempre una visione alterata del mondo esterno. Hanta evita accuratamente l’omologazione e riesce a personalizzare ogni pacco che esce dalla pressa trasformando un’azione meccanica in atto creativo, facendo di ogni parallelepipedo, benché destinato alla distruzione, un esemplare unico. Egli non pressa soltanto libri o riviste, ma anche vecchia carta marcita o proveniente dal macello, ancora intrisa di sangue e seguita da uno stuolo di mosche carnarie, ciò che compie è un’impresa indefinibile e ogni pacco diviene l’improbabile creazione di un tutto inscindibile, dove il marcio, la morte, il sangue, si uniscono all’arte, alla poesia, alla filosofia. Hanta, con molta cura, fa in modo che lungo le pareti dell’involucro risultino ben visibili delle stampe di Van Gogh o alcune pagine scelte di Kant. Vita e morte dunque si comprimono e trovano orrore e bellezza in un connubio simbolico e carico di significati. All’interno del magazzino vivono anche delle colonie di topi che inevitabilmente finiscono nella pressa, insieme alle mosche ed è proprio lì che lo stesso protagonista vorrebbe concludere la propria esistenza, divenendo in tal modo al contempo creatore e opera d’arte. Poiché il confine è sempre molto labile tra ciò che noi suddividiamo e cataloghiamo come importante oppure come insignificante, come sacrificabile oppure no.

A volte, nella posizione della sedia Thonet, dormo così fin verso la mezzanotte e quando mi sveglio sollevo la testa e ho la gamba dei pantaloni madida di saliva al ginocchio, tanto mi sono raggomitolato e rannicchiato su me stesso, come un gattino d’inverno, come il legno di una sedia a dondolo, perché io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perché io sono un po’ uno spaccone dell’infinito e dell’eternità e l’infinito e l’eternità forse hanno un debole per le persone come me.

Eccola la solitudine rumorosa che ogni lettore sa riconoscere, non si tratta di vera solitudine perché quando la testa è popolata di pensieri, si è in perenne contatto e conversazione con tutte le cose, con l’universo, si è parte di quel meccanismo di correspondances che tanti poeti hanno descritto. E naturalmente in questo fondersi di sogno e veglia, di tattile e impalpabile, non poteva mancare un accenno alla perfezione, che si può trovare nella coincidenza degli opposti e nella circolarità temporale che annulla la separazione tra passato e futuro, offrendo una visione della vita profondamente diversa da come siamo abituati a percepirla.

E così tutto quello che ho guardato in questo mondo, tutto va contemporaneamente indietro, come un mantice da fabbro, come al comando dei bottoni verdi e rossi sulla mia pressa, tutto trapassa scattando nel proprio opposto e unicamente così nulla al mondo zoppica e io ormai da trentacinque anni imballo carta vecchia e per questo mio lavoro uno dovrebbe avere non soltanto l’istruzione universitaria o il liceo classico, ma anche un seminario di teologia. Così la spirale e il cerchio nel suo impiego si corrispondono e il progressus ad futurum si fonde col regressus ad originem ed io per di più tutto questo lo vivo tattilmente e essendo io contro la mia volontà istruito, sono infelicemente felice e ho cominciato a riflettere sul fatto che il progressus ad originem risponde al regressus ad futurum.

Nel magazzino sotterraneo viene riversata la carta alla rinfusa, in una babele al contrario, una torre invertita in cono sprofondato, il controcanto dell’inferno dantesco che accoglie metaforicamente tutta la letteratura e la cultura in generale, bollate dal marchio della distruzione, sono i segni di una società in disfacimento, della quale tutto viene sepolto in questa tomba che ha ancora però un custode attento, colui che seleziona, che differenzia, che non si piega alla triste realtà dell’appiattimento e che nei trentacinque anni di lavoro ha portato in casa tonnellate di libri diventando colto contro la sua volontà. Ma mentre Hanta si affanna tanto nel suo spazio angusto per mantenere l’equilibrio, fuori dal suo magazzino la società corre velocemente verso il baratro, le esigenze produttive hanno creato non soltanto delle presse che triplicano il lavoro della sua, ma anche un personale amorfo, che non si pone domande e che nemmeno guarda cosa getta nel torchio, ma che è efficiente e rapido, e per questo renderà Hanta inutile, e pertanto, similmente alla sua carta marcita, egli verrà sacrificato, sostituito, rimosso dal suo incarico.

[…] Mančinka, senza volerlo, era diventata quella che non aveva neppure mai sognato, che Mančinka era andata più lontano di tutte le persone che avevo incontrato in vita mia, più lontano, mentre io, benché incessantemente leggessi e cercassi segnali nei libri, ebbene i libri avevano congiurato contro di me e io non avevo ricevuto un solo messaggio dai cieli, mentre Mančinka odiava i libri ed era diventata quella che era, era diventata quella di cui si scrive…

Tradito dal datore di lavoro, dai colleghi, perfino dalla sua amata pressa e tradito anche dai libri non gli resta che rifugiarsi in quella dimensione onirica che da sempre lo accompagnava, ma che adesso sarà il suo personale Paradiso Terrestre.

[…] poi lo zingaro col palmo rialzato richiamò anche la mia attenzione e io guardai la macchina che non aveva mai avuto nelle sue viscere la pellicola, così compresi che al mondo non dipende proprio nulla da come le cose finiscono, ma tutto è soltanto desiderio, volere e anelito, somiglianti all’imperativo categorico di Immanuel Kant […]

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