Archivi del mese: ottobre 2012

Elfriede Jelinek. Le amanti. Il destino è una variabile dipendente.

Si può sfuggire al proprio destino? Non sempre. Forse mai. A volte comunque devi subirlo, specialmente se nasci in un certo sistema che, come una catena di montaggio, ti spinge in un’unica direzione. Tuttavia, apportando le dovute correzioni si può perfino credere di manovrarli noi quei fili invisibili, ma non è mai del tutto vero, non è mai esattamente così, anche in quei casi si tratta infatti solo di un leggero miglioramento della qualità della vita, e per di più in gran parte illusorio, ma non di uno stravolgimento degli eventi, di un vero deragliamento, perché avvenga tutto questo la nostra volontà non conta.

se qualcuno vive un destino, allora non qui.
se qualcuno ha un destino, è un uomo, se qualcuno riceve un destino, è una donna.
disgraziatamente qui la vita passa, solo il lavoro resta.
qualche volta una delle donne cerca di unirsi alla vita che passa e di chiacchierare un po’ con lei.
ma spesso la vita se ne va via in macchina, troppo veloce per la bicicletta.

Elfriede Jelinek (1946), vincitrice del premio nobel per la letteratura nel 2004, nel suo libro Le amanti (1975), racconta la storia di due donne operaie che tentano di sfuggire alla sorte segnata. E lo fa in un modo davvero originale, quasi volesse aiutarle in quest’impresa scardinando lei stessa le regole della lingua scritta, ignorando la punteggiatura e le regole dell’ortografia. Non esistono le maiuscole, lo stile attinge a piene mani dalla lingua parlata, le immagini sono crude, e i sentimenti sono un lusso che non ci si può permettere in questa descrizione cinica e violenta di un’umanità nuda, quella che corre senza speranza incontro alla fine dopo una vita inutile.

paula sta seduta col suo vestito della domenica. la sua testa schiaffeggiata sta nascosta nel suo ventre preso a calci. si è arrotolata a palla come un riccio. ma senza aculei. le sue mani che non hanno ancora superato l’esame di sarta, tengono insieme tutto il debole intreccio. la sartoria non offrirà la corona di fiori. si conoscono ancora troppo poco, paula e la sartoria. nella testa di paula compare un piccolo bocciolo: forse la sartoria sarebbe stata meglio di erich. il bocciolo viene subito strappato e calpestato. nel cuore di paula appassisce silenziosamente l’ultimo stelo d’amore. nel lavello si assopiscono le stoviglie stanche nel loro ambiente abituale. nello strato di grasso rancido della grande padella della famiglia si formerà una nuova scarica di schiaffi, se paula non si dà subito da fare con i piatti. erich si è subito dato da fare con paula, non è servito a nessuno dei due, se non a portare all’infelicità paula, che già ci stava dentro.

Attraverso la descrizione parallela dell’organizzazione della propria vita da parte delle due operaie Brigitte e Paula, Jelinek, come sempre avviene nei suoi libri, lancia un attacco efferato contro le ipocrisie del suo paese, l’Austria, contro il consumismo, le convenzioni sociali e in generale contro tutti i miti dell’occidente e della modernità.
Qual è il miraggio che le due donne vedono per poter cambiare la situazione? Il solito, ovvero cercare di accalappiare un uomo, il miglior partito possibile, che riesca a sollevarle almeno di qualche centimetro rispetto alla situazione di partenza. La scelta che compiono sarà determinante per il loro futuro, Brigitte vuole incarnare il mito della donna di casa, madre e moglie e sceglie Heinz, un giovane prestante, che non disdegna le altre donne, ma dal futuro economicamente certo. Paula invece crede ancora nell’amore e si invaghisce del taglialegna Erich, un giovane tanto bello e muscoloso quanto stupido, brutale e con la passione per l’alcool.

finita la gioventù, i giovanotti si portano in casa una donna attiva e parsimoniosa. Fine della gioventù, inizio della vecchiaia.
per la donna fine della vita e inizio dell’aver-bambini. mentre gli uomini maturano ben bene, iniziano a invecchiare e divengono dediti all’alcool – pare che li mantenga forti, preservandoli dal cancro – l’agonia delle donne dura anni e anni, spesso così tanto da assistere all’agonia delle figlie. le madri cominciano ad odiare le figlie e vogliono farle morire il più presto possibile, come sono morte un tempo anche loro, dunque: ci vuole un uomo.

La società consumistica, che crea continuamente dei bisogni fittizi in chi ci vive, spinge in una spirale che travolge tutto al suo passaggio e, laddove si vive guidati da norme ferree, anche la felicità e il benessere, non possono che giungere dall’esterno. Per le donne in particolare, una vita soddisfacente può arrivare solo grazie ad un uomo.

brigitte potrebbe procurarsi molti operai, ma lei vuole soltanto heinz che diverrà un uomo d’affari […] dipende solo dal caso se Brigitte vivrà, con heinz, o se sfuggirà alla vita e si distruggerà.
non c’è una regola. il destino decide sul destino di brigitte. non conta ciò che lei fa o è, ma conta heinz e ciò che lui fa o è.

È davvero desolante ricordarsi e riconoscere che una fetta enorme di umanità vive sotto leggi innaturali dettate dalla forza dell’ignoranza, dalla paura della fame, dalla convinzione che solo il corpo comanda e sotto la feroce spada della divisione dei ruoli e di condizionamenti inammissibili che però tutti, vittime e carnefici, accettano. E questa condizione di disumanità divenuta normalità è ormai pane quotidiano per donne, che a loro volta si incastrano perfettamente nell’ingranaggio divenendone addirittura una parte fondamentale affinché si perpetui il sistema, educando i figli maschi lasciandogli credere di essere superiori alle donne e con il gravoso compito di guidare il cammino dell’umanità.
Lo stesso accade nelle famiglie di Erich e di Heinz, le madri vogliono il meglio per i propri figli e per meglio non s’intende, cultura, intelligenza, rispetto, bensì una donna docile e magari con una buona dote, che lavori, lavi, cucini e pulisca in silenzio, addirittura felice di farlo, per il re della casa. Poco importa se i figli sono brutali, forti bevitori, donnaioli, la moglie deve essere la vittima perfetta, come lo sono state loro del resto.

finché ha vissuto mio padre, ho sfacchinato per lui, poi ho continuato a sfacchinare per tuo padre e per gerald, e ora che sei grande abbastanza per dividere con me la fatica, ora all’improvviso non ti va più e vuoi imparare il mestiere pulito di sarta. perché e per che cosa ho sfacchinato tutta la vita, se non per papà e per gerald, e adesso che finalmente potresti sfacchinare anche tu, adesso non ti va. toglitelo dalla testa! prima che tuo padre e gerald te lo tolgano dalla testa con la forza. adesso glielo dico io a tuo padre e a gerald. adesso!

Questo attacco feroce, senza filtri né mediazione alcuna, colpisce il lettore come uno schiaffo ben assestato. Non si esce indenni dalla lettura della Jelinek, perché si è costretti ad interrogarsi, a vedere anche quello che non ci piace e ad ammettere che spesso l’organizzazione sociale è fallimentare, che molte cose dovrebbero cambiare, ma anche che nessuno è disposto a fare il primo passo. Sembra quasi che, avviarsi in fila indiana come agnelli sacrificali sull’altare delle convenzioni, sia più facile di ribellarsi, sacrificandosi ugualmente, ma per il bene comune, per un miglioramento della qualità della vita che potrebbe interessare le generazioni future.

conoscete questo BEL paese, con le sue valli e le sue colline?
è circondato in lontananza da belle montagne. ha un orizzonte, cosa che non molti paesi hanno.
conoscete i prati, i campi, i pascoli di questo paese? conoscete le sue case tranquille e la tranquilla gente che ci sta dentro?

Esseri umani inscatolati, il cui Io è ridotto anche dalla minuscola che designa il nome proprio, inseriti in un piccolo riquadro verde dove si dipinge una bella vallata al centro della quale sorge una fabbrica. Ogni cosa si svolge all’interno di confini prestabiliti dove tutti hanno un padrone in una gerarchia ordinata che fa funzionare le cose. Nessuno pensa di sottrarsi al bel quadretto, perché è così che la gente perbene vive, perché è così che deve andare.

Ulteriori informazioni qui: http://librididonne.wordpress.com/

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Che cosa si prova a essere un pipistrello? Variazioni sul tema dell’«essere».

Nel suo articolo del 1974, Che cosa si prova a essere un pipistrello? (riportato nel libro di Hofstadter e Dennett, L’io della mente), Thomas Nagel affronta il problema del rapporto tra la mente e il corpo.

Senza la coscienza il problema mente-corpo sarebbe molto meno interessante; con la coscienza esso appare senza speranza di soluzione.
(Thomas Nagel, Che cosa si prova a essere un pipistrello?)

Si tratta di un quesito molto interessante perché siamo troppo abituati a dare tutto per scontato, perfino il fatto di esistere. Quante volte durante il giorno ci rendiamo conto di “essere”? e poi cosa vuol dire esattamente? Il fatto di avere una coscienza, nel senso di avere delle esperienze coscienti, non vuol dire essere in grado di spiegare certi fenomeni mentali, che magari intuiamo e subito lasciamo correre via.

È la nostra esperienza che fornisce il materiale di base alla nostra immaginazione, la quale è perciò limitata. Non serve cercare di immaginare di avere sulle braccia un’ampia membrana che ci consente di svolazzare qua e là all’alba e al tramonto per acchiappare insetti con la bocca; di avere una vista molto debole e di percepire il mondo circostante mediante un sistema di segnali sonori ad alta frequenza riflessi dalle cose; e di passare la giornata appesi per i piedi, a testa in giù, in una soffitta. Se anche riesco ad immaginarmi tutto ciò ne ricavo solo che cosa proverei io a comportarmi come un pipistrello. Ma questo non è il problema: io voglio sapere che cosa prova un pipistrello a essere un pipistrello. Ma se cerco di figurarmelo, mi trovo ingabbiato entro le risorse della mia mente, e queste risorse non sono all’altezza dell’impresa.
(Thomas Nagel, Che cosa si prova a essere un pipistrello?)

Il problema della soggettività e dell’oggettività e della soggettività dell’oggettività crea un ostacolo insormontabile. In effetti tutto quello che passa attraverso la nostra mente viene in un certo senso corrotto dalla nostra visione. Non possiamo fare a meno di essere il principale punto di riferimento per collocarci nel mondo, pertanto in date circostanze risulta impossibile avere dei dati oggettivi. Nel caso specifico, non essendo noi pipistrelli e volendo immaginare cosa si prova ad esserlo alla fine sapremo solo che cosa proveremmo noi ad essere un pipistrello, ma non cosa prova il pipistrello ad esserlo. E perfino ogni singolo pipistrello potrebbe percepire ciò che è dal suo punto di vista, del resto così come noi possiamo immedesimarci in un altro essere umano, ma non saremo mai quell’altro, allo stesso modo non esiste un mezzo per comprendere cosa si provi ad essere pipistrelli in modo oggettivo.

Essere o non essere, questo è il dilemma. Sì ma qual è il criterio dell’esseribilità?

Proprio come “io” e “ora” sono termini strettamente legati, così lo sono anche “io” e “qui”. Supponiamo di fare adesso l’esperienza della morte, in un modo piuttosto curioso. Quelli di noi che in questo momento non sono a Parigi sanno che cosa si provi a essere “morti a Parigi”: niente luci, niente suoni, niente di niente. Lo stesso vale per Timbuctu. In effetti noi siamo morti “dappertutto”… tranne che in una piccola zona. Si pensi quanto poco ci manca per essere morti dappertutto! E siamo anche morti in tutti gli altri momenti che non siano “questo preciso momento”. Il piccolo frammento di spazio-tempo in cui siamo vivi non si trova per caso dove si trova ora il nostro corpo: esso è definito dal nostro corpo e dal concetto di “ora”.
(Hofstadter, Dennett, L’io della mente, Riflessioni)

È chiaro a questo punto perché fin dall’antichità l’uomo attraverso il mito e il rituale ha posto fine al tempo cronologico, che ci fa morire di continuo, per realizzare la nostra peculiare tendenza all’immortalità ricreando un eterno presente. Tuttavia egli avrebbe fatto meglio a riflettere di più sulla possibilità non tanto di essere morti quasi dappertutto, quanto invece di essere sempre dappertutto. Il problema principale è dato proprio dalla nostra mente limitata che ci impedisce di credere a possibilità lontane dall’esperienza, ma in verità tutti sappiamo che accadono cose apparentemente inspiegabili ad ognuno di noi. Ad esempio quando sogniamo chi è l’essere che vive quelle esperienze? E come mai certi scrittori di fantascienza parlano decenni prima di assurdità che invece poi diventano realtà tangibile?
Io sono è sicuramente rapportabile al mio corpo che si trova in un certo posto e che ha coscienza delle proprie conoscenze, ma quell’io ne racchiude tanti altri, molto più liberi che attraversano di continuo porte invisibili e dimensioni insondabili.

C’è un famoso rompicapo che viene posto nei corsi di matematica e di fisica: “Perché lo specchio scambia la destra e la sinistra, ma non l’alto e il basso?”. […]La risposta è imperniata su quello che noi consideriamo un modo giusto di proiettare noi stessi sulle nostre immagini riflesse. La nostra prima impressione è che avanzando di qualche passo e poi girandoci sui tacchi potremmo metterci al posto di “quella persona” là dentro lo specchio, dimenticandoci però che il cuore, l’appendice, eccetera, di “quella persona” sono dalla parte sbagliata.
(Hofstadter, Dennett, L’io della mente, Riflessioni)

L’irrefrenabile tentazione di proiettarci a destra e a manca ci fa superare qualsiasi inganno. Lo specchio non si trova solo tra gli enigmi matematici, ma anche in psicologia, in sociologia ed impazza in letteratura correlato al tema del doppio, dalla mitologia alla fiaba, alla fantascienza, al racconto gotico, fino al romanzo classico. Vedere la propria immagine riflessa corrisponde ad una identificazione dell’Io, tuttavia il fatto di non essere esattamente quelli che vediamo può fare ragionare su quanto sia effimera la realtà, che pure ci sembra così importante e solida. In fondo basiamo la nostra vita su delle illusioni, eppure per qualcosa che forse nemmeno esiste ci logoriamo fino all’ultimo respiro.
Chi è dunque quell’altro che ci guarda dallo specchio? E siamo proprio sicuri di conoscerlo?
Lo specchio come porta che permette il passaggio attraverso varie dimensioni ha avuto le sue valenze più suggestive dal fatto che ci rendiamo conto, guardandoci, di essere e non-essere, siamo quelli e al tempo stesso comprendiamo che quello che ci interessa veramente sta lì dietro, ma dal momento che la nostra mente non riesce a codificare questo altrove, ecco che l’immagine riflessa lascia spazio all’immaginazione. In alcune società antiche lo specchio aveva capacità divinatorie, mentre ancora ai giorni nostri vige l’usanza di coprire gli specchi della casa dove muore qualcuno per paura che l’anima del defunto venga imprigionata e la credenza che rompere uno specchio porti sventura.
Insomma il punto ignoto che separa il corpo reale da quello riflesso è un’ottima metafora che ci permette di proiettare la nostra atavica paura della morte e di tutto ciò che non riusciamo a comprendere.

Alla fine però è sempre la parola che crea il problema e che, in un certo senso, lo risolve.

L’unica cosa che Nagel nel suo articolo non sembra aver riconosciuto è che il linguaggio è un ponte che ci consente di penetrare in un territorio che non è il nostro. I pipistrelli non hanno alcuna idea di “che cosa si provi a essere un altro pipistrello” e nemmeno si pongono il problema. E la ragione è che i pipistrelli non hanno una moneta universale per lo scambio delle idee, che a noi invece è fornita dal linguaggio, dai film, dalla musica, dai gesti e via dicendo. […] La conoscenza è una curiosa mescolanza di oggettivo e di soggettivo.
(Hofstadter, Dennett, L’io della mente, Riflessioni)

Naturalmente rimangono i problemi di fondo per cui è pressoché impossibile che, pur usando lo stesso strumento comunicativo, due persone percepiscano le identiche sfumature, tuttavia, malgrado gli spazi vuoti o le esuberanze di significato che si attribuiscono ci si può fare almeno un’idea comune delle esperienze.

Grazie ai mezzi come il linguaggio e i gesti , “possiamo” sperimentare (talvolta in modo vicariante) che cosa si provi a essere o a fare X. Non è mai una cosa autentica, ma che cos’è poi una conoscenza autentica di ciò che si prova ad essere X? Non sappiamo neppure bene che cosa si provava a essere noi dieci anni fa: lo possiamo dire solo rileggendo il nostro diario, e anche così, mediante una proiezione! È sempre un modo vicariante. Peggio ancora, spesso non sappiamo neppure come abbiamo potuto fare ciò che abbiamo fatto ieri. E tutto sommato, a pensarci bene, non è neppure tanto chiaro che cosa si provi ad essere me in questo momento.
(Hofstadter, Dennett, L’io della mente, Riflessioni)

Io non sono io, non so nemmeno se esisto. E voi?

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Edith Wharton. Uno sguardo indietro.

Anni fa mi sono detta: «Non esiste la vecchiaia; c’è soltanto la tristezza». Col passare del tempo ho imparato che, sebbene questo sia vero, non lo è del tutto. Anche l’abitudine contribuisce a far diventare vecchi; il processo mortale di fare la stessa cosa allo stesso modo alla stessa ora giorno dopo giorno, prima per trascuratezza, poi per inclinazione, e infine per codardia o inerzia. Fortunatamente, la vita incongruente non è l’unica alternativa; infatti il capriccio è dannoso come la routine. L’abitudine è necessaria; è l’abitudine di avere delle abitudini, di fare di una traccia un solco, che è necessario combattere, se si vuole rimanere vivi.

Edith Wharton (1862-1937) è nota in particolare per il suo romanzo L’età dell’innocenza dal quale è stato tratto, nel 1993, un film molto famoso diretto da Martin Scorsese, ma che, soprattutto, le ha fatto vincere, prima donna a riceverlo, il premio Pulitzer nel 1921.
Uno sguardo indietro, è la sua autobiografia. Pubblicata nel 1935 più che delineare un ritratto particolareggiato di se stessa e delle sue riflessioni più intime, narra piuttosto dei suoi incontri letterari e artistici tra New York, Londra e Parigi.

Inevitabile, per noi che viviamo in un’epoca di poco fermento intellettuale, dove la cultura è relegata agli ultimi posti e la bella scrittura langue tramortita dalla volgarità imperante, provare una punta d’invidia nel leggere un resoconto così dettagliato dei molteplici incontri con personaggi che hanno avuto tutti un posto di rilievo in campo artistico.
Uno in particolare rivive in ogni pagina, Henry James, lui ed Edith Wharton furono grandi amici per tutta la vita e lei tratteggia un ritratto a tutto tondo, dell’uomo e dello scrittore, molto lontano dall’immagine consueta cui siamo abituati, mostrando le sue debolezze (Il suo modo lento di parlare, a volte scambiato per ostentazione – o più stranamente, per un’ingenua forma di anglomania! – era in realtà una parziale vittoria su una balbuzie che nella sua infanzia era stata giudicata incurabile), ma anche la sua straordinaria ironia (Mentre scrivo, ripenso con struggimento a quelle ore perdute, consapevole di continuo che i lettori devono coglierne la gaiezza, i motti di spirito, le risate, sulla fiducia; eppure incapace di staccarmene con la memoria mortificata di non potere offrire agli altri neppure un barlume del più divertente dei compagni, dell’allegro, del burlone, del gioioso e anche malizioso James, che era così diverso dal personaggio solenne che appare a occhi meno intimi).

Venendo a contatto con questi grandi pensatori, pittori, scrittori della fine dell’800 e degli inizi del ‘900, così prolifici e profondi, non si può però fare a meno di notare l’importanza che ha avuto per la loro produzione artistica il fatto di non dover lavorare per vivere, se non in casi eccezionali. Naturalmente senza nulla togliere al genio creativo che deve comunque alimentare sempre il sacro fuoco, avere la possibilità di coltivare i propri pensieri senza interrompere mai la concentrazione credo che abbia influito in maniera determinante. Di sicuro viaggiare per il mondo, poter vivere a proprio piacimento in città che sono la culla di ogni fermento culturale come New York, Parigi e Londra, non saltare nemmeno l’immancabile tappa in Italia, affittare cottage nella bella campagna inglese o francese, avere uno stuolo di camerieri e tutto il tempo a propria disposizione, ispira molto di più del dovere sbarcare il lunario, magari svolgendo anche un lavoro umiliante o fisicamente sfibrante.

Wharton espone i suoi racconti, aneddoti e incontri eccezionali in un modo così spontaneo da rendere piacevole ogni passo del suo libro, non si fa mai vanto della sua fortuna e più che mettere in risalto se stessa preferisce dipingere un affascinante quadro del tempo dove spiccano i ritratti di Jacques-Emile Blanche, dove si può conversare con Henry James, Bernard Berenson, George Meredith, Paul Bourget, perfino con Matilde Serao e dove si entra nei più importanti salotti dell’epoca, con tutto il fascino che li caratterizza, ma sempre sfiorati dall’immancabile sguardo ironico di Edith che si posa su tutte le pagine.

A Parigi il salon che accoglieva le persone più illustri era quello della contessa de Fitz-James: Nel primo salotto, una stanza piccola tappezzata di damasco rosso, Madame de Fitz-James, seduta accanto al fuoco, con la gamba zoppa appoggiata su un panchetto, riceveva i suoi amici più intimi. Da qui si accedeva al salotto grande, con quadri di Ingres e David appesi alle pareti chiare, e con sofà e poltrone tappezzati di stoffa; era qui che si riunivano gli ospiti in genere. Attigua a questa vi era un’altra piccola stanza, rivestita di elaborate librerie Luigi XV, in cui si allineavano file di libri rilegati preziosamente, mai turbati nel loro ordine – giacché Madame de Fitz-James era una collezionista di libri, non una lettrice. Di ciò non faceva un segreto – come, del resto, di nessuna delle sue idiosincrasie – perché era una delle donne più schiette che io abbia mai conosciuto, e sinceramente modesta, senza affettazione. I suoi libri erano un ornamento e un investimento; non fingeva mai che fossero qualcosa di diverso.

Ed è incredibile pensare a quanto fosse importante il bout de table, il posto a sedere occupato dagli ospiti e assegnato in base ad una gerarchia minuziosa e impeccabile.

Il padrone e la padrona di casa siedono uno di fronte all’altro a metà tavola e gli ospiti digradano a destra e a sinistra in importanza decrescente fino alle estremità della tavola, dove si raggruppano tutti coloro che sono privi di titolo nobiliare, di cariche ufficiali, non classificati ma di solito giovani, brillanti e loquaci.

Jacques-Emile Blanche oltre ad essere un pittore celebre per i ritratti ai suoi contemporanei famosi, tra cui il giovane Marcel Proust, era anche musicista e uomo di lettere e sia a lui che alla moglie piaceva riunire in casa propria gli artisti più promettenti, parigini e londinesi, pertanto capitava spesso che un ricevimento si trasformasse in un evento straordinario, ineguagliabile. In uno di questi Edith rimase folgorata dall’incontro con un giovane e incontenibile Jean Cocteau, capace di tramutare la serata più tranquilla in qualcosa di travolgente vitalità. Dei tanti aneddoti da lui raccontati e perduti nella memoria alla Wharton ne rimane però uno molto famoso:

Adesso vorrei avere scritto un migliaio delle cose che ho sentito dire a Cocteau; ma tutto è svanito, tranne una storia stranamente bella, che mi disse di avere letto da qualche parte, ma che non sono mai riuscita a rintracciare.
Un giorno che il sultano era nel suo palazzo a Damasco, un bel giovane, che era il suo favorito, corse da lui spiegando, in tono concitato, che doveva andare immediatamente a Baghdad, e implorò Sua maestà di prestargli il suo cavallo più veloce.
Il sultano gli chiese perché mai avesse tanta fretta di andare a Baghdad. «Perché», rispose il giovane, «or ora, mentre passavo dal giardino del palazzo, c’era la Morte, e quando mi ha visto, ha allungato le braccia, come per minacciarmi, e non devo perdere tempo per sfuggirle».
Venne concesso al giovane di prendere il cavallo del sultano e di correre via; e quando se ne fu andato, il sultano, indignato, scese in giardino e vide ancora lì la Morte. «Come osi fare dei gesti minacciosi al mio favorito?» esclamò; ma la Morte stupita, rispose: «Le assicuro, Maestà, che non l’ho minacciato. Ho soltanto sollevato in alto le braccia, sorpresa di vederlo qui, perché ho un appuntamento con lui, stanotte, a Baghdad».

Chi non ha cominciato a canticchiare Samarcanda di Roberto Vecchioni?

Spinta da curiosità e non avendo informazioni di prima mano, mi sono limitata a raccogliere dati via web e quello che segue è l’interessante resoconto.
Della collana La biblioteca Blu di Franco Maria Ricci fa parte un’antologia di “Racconti brevi e straordinari” raccolta da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares. Qui si trova la storia che la Wharton riporta nell’autobiografia, tratta dal libro di Jean Cocteau, Le Grand Ecart (1923), anche se la fonte originaria sembra essere il Talmud Babilonese: C’erano un tempo due scribi etiopi che erano al servizio di Salomone, Elihoreph ed Ahyah. Un giorno Salomone vide l’Angelo della Morte assai rattristato. «Perché sei così triste?» gli chiese. «Perché» rispose «mi hanno ordinato di prendere quei due Etiopi». [Allora Salomone] per salvarli li mandò alla città di Luz. Tuttavia, quando vi arrivarono,morirono. Il giorno seguente Salomone vide l’Angelo della Morte molto contento. «Perché sei così felice?» gli chiese. «Perché hai mandato i due etiopi proprio nel luogo dove dovevo prenderli!» risposte la Morte. Al che Salomone espresse la morale della parabola: «I piedi di un uomo sono responsabili per lui: essi lo portano nel luogo dove egli è atteso.»

Nel 1933 William Somerset Maugham scrive nella commedia Sheppey:
[Chi parla è la Morte] C’era a Baghdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per fare acquisti. Ma il servo ritornò subito, pallido e tremante, e disse: “Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, sono stato urtato da una donna nella folla, e quando mi sono voltato mi sono accorto che era stata la Morte ad urtarmi. Mi ha guardato e mi ha fatto un gesto minaccioso, quindi, ti supplico, prestami il tuo cavallo ed io fuggirò e scamperò al mio destino. Andrò a Samarra, dove la morte non potrà trovarmi.” Il mercante gli prestò il suo cavallo, e il servo montò in sella e piantò gli speroni nei fianchi della bestia che partì al galoppo più veloce che poteva. Allora il mercante si recò alla piazza del mercato, mi scorse fra la folla: “Perchè stamane hai fatto un gesto minaccioso al mio servo?” – mi chiese avvicinandosi – ” Il mio gesto non era di minaccia, bensì di sorpresa” risposi. “Ero stupita di vederlo a Baghdad visto che ho un appuntamento col lui questa notte a Samarra”.
Ecco che ci si sposta da Baghdad a Samarra.

Nel 1934 John O’Hara scrisse Appuntamento a Samarra, il romanzo che ispirerà la canzone a Vecchioni e che riporta all’inizio proprio la storia raccontata da Maugham, dalla quale prende anche il titolo.

Anche Oriana Fallaci racconta del vano tentativo di sfuggire alla morte in Il sole muore (1965) ed è proprio qui che finalmente si giunge a Samarcanda:

«Pensai piuttosto a quell’atroce racconto persiano dal titolo “Appuntamento a Samarcanda”. Nel giardino del re, la Morte appare a un servo. “Domani”, gli dice “ti vengo a prendere…” Allora il servo corre dal re e gli chiede il cavallo più veloce, per fuggire lontano: a Samarcanda. Arriva a Samarcanda, l’indomani, e la Morte è lì che lo aspetta. “Non è giusto”, grida il servo “non è leale”. “Perché?” risponde la Morte. “Sei fuggito senza farmi finire il discorso. Io ero in giardino per dire: domani ti vengo a prendere a Samarcanda”.»

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