Che cosa si prova a essere un pipistrello? Variazioni sul tema dell’«essere».

Nel suo articolo del 1974, Che cosa si prova a essere un pipistrello? (riportato nel libro di Hofstadter e Dennett, L’io della mente), Thomas Nagel affronta il problema del rapporto tra la mente e il corpo.

Senza la coscienza il problema mente-corpo sarebbe molto meno interessante; con la coscienza esso appare senza speranza di soluzione.
(Thomas Nagel, Che cosa si prova a essere un pipistrello?)

Si tratta di un quesito molto interessante perché siamo troppo abituati a dare tutto per scontato, perfino il fatto di esistere. Quante volte durante il giorno ci rendiamo conto di “essere”? e poi cosa vuol dire esattamente? Il fatto di avere una coscienza, nel senso di avere delle esperienze coscienti, non vuol dire essere in grado di spiegare certi fenomeni mentali, che magari intuiamo e subito lasciamo correre via.

È la nostra esperienza che fornisce il materiale di base alla nostra immaginazione, la quale è perciò limitata. Non serve cercare di immaginare di avere sulle braccia un’ampia membrana che ci consente di svolazzare qua e là all’alba e al tramonto per acchiappare insetti con la bocca; di avere una vista molto debole e di percepire il mondo circostante mediante un sistema di segnali sonori ad alta frequenza riflessi dalle cose; e di passare la giornata appesi per i piedi, a testa in giù, in una soffitta. Se anche riesco ad immaginarmi tutto ciò ne ricavo solo che cosa proverei io a comportarmi come un pipistrello. Ma questo non è il problema: io voglio sapere che cosa prova un pipistrello a essere un pipistrello. Ma se cerco di figurarmelo, mi trovo ingabbiato entro le risorse della mia mente, e queste risorse non sono all’altezza dell’impresa.
(Thomas Nagel, Che cosa si prova a essere un pipistrello?)

Il problema della soggettività e dell’oggettività e della soggettività dell’oggettività crea un ostacolo insormontabile. In effetti tutto quello che passa attraverso la nostra mente viene in un certo senso corrotto dalla nostra visione. Non possiamo fare a meno di essere il principale punto di riferimento per collocarci nel mondo, pertanto in date circostanze risulta impossibile avere dei dati oggettivi. Nel caso specifico, non essendo noi pipistrelli e volendo immaginare cosa si prova ad esserlo alla fine sapremo solo che cosa proveremmo noi ad essere un pipistrello, ma non cosa prova il pipistrello ad esserlo. E perfino ogni singolo pipistrello potrebbe percepire ciò che è dal suo punto di vista, del resto così come noi possiamo immedesimarci in un altro essere umano, ma non saremo mai quell’altro, allo stesso modo non esiste un mezzo per comprendere cosa si provi ad essere pipistrelli in modo oggettivo.

Essere o non essere, questo è il dilemma. Sì ma qual è il criterio dell’esseribilità?

Proprio come “io” e “ora” sono termini strettamente legati, così lo sono anche “io” e “qui”. Supponiamo di fare adesso l’esperienza della morte, in un modo piuttosto curioso. Quelli di noi che in questo momento non sono a Parigi sanno che cosa si provi a essere “morti a Parigi”: niente luci, niente suoni, niente di niente. Lo stesso vale per Timbuctu. In effetti noi siamo morti “dappertutto”… tranne che in una piccola zona. Si pensi quanto poco ci manca per essere morti dappertutto! E siamo anche morti in tutti gli altri momenti che non siano “questo preciso momento”. Il piccolo frammento di spazio-tempo in cui siamo vivi non si trova per caso dove si trova ora il nostro corpo: esso è definito dal nostro corpo e dal concetto di “ora”.
(Hofstadter, Dennett, L’io della mente, Riflessioni)

È chiaro a questo punto perché fin dall’antichità l’uomo attraverso il mito e il rituale ha posto fine al tempo cronologico, che ci fa morire di continuo, per realizzare la nostra peculiare tendenza all’immortalità ricreando un eterno presente. Tuttavia egli avrebbe fatto meglio a riflettere di più sulla possibilità non tanto di essere morti quasi dappertutto, quanto invece di essere sempre dappertutto. Il problema principale è dato proprio dalla nostra mente limitata che ci impedisce di credere a possibilità lontane dall’esperienza, ma in verità tutti sappiamo che accadono cose apparentemente inspiegabili ad ognuno di noi. Ad esempio quando sogniamo chi è l’essere che vive quelle esperienze? E come mai certi scrittori di fantascienza parlano decenni prima di assurdità che invece poi diventano realtà tangibile?
Io sono è sicuramente rapportabile al mio corpo che si trova in un certo posto e che ha coscienza delle proprie conoscenze, ma quell’io ne racchiude tanti altri, molto più liberi che attraversano di continuo porte invisibili e dimensioni insondabili.

C’è un famoso rompicapo che viene posto nei corsi di matematica e di fisica: “Perché lo specchio scambia la destra e la sinistra, ma non l’alto e il basso?”. […]La risposta è imperniata su quello che noi consideriamo un modo giusto di proiettare noi stessi sulle nostre immagini riflesse. La nostra prima impressione è che avanzando di qualche passo e poi girandoci sui tacchi potremmo metterci al posto di “quella persona” là dentro lo specchio, dimenticandoci però che il cuore, l’appendice, eccetera, di “quella persona” sono dalla parte sbagliata.
(Hofstadter, Dennett, L’io della mente, Riflessioni)

L’irrefrenabile tentazione di proiettarci a destra e a manca ci fa superare qualsiasi inganno. Lo specchio non si trova solo tra gli enigmi matematici, ma anche in psicologia, in sociologia ed impazza in letteratura correlato al tema del doppio, dalla mitologia alla fiaba, alla fantascienza, al racconto gotico, fino al romanzo classico. Vedere la propria immagine riflessa corrisponde ad una identificazione dell’Io, tuttavia il fatto di non essere esattamente quelli che vediamo può fare ragionare su quanto sia effimera la realtà, che pure ci sembra così importante e solida. In fondo basiamo la nostra vita su delle illusioni, eppure per qualcosa che forse nemmeno esiste ci logoriamo fino all’ultimo respiro.
Chi è dunque quell’altro che ci guarda dallo specchio? E siamo proprio sicuri di conoscerlo?
Lo specchio come porta che permette il passaggio attraverso varie dimensioni ha avuto le sue valenze più suggestive dal fatto che ci rendiamo conto, guardandoci, di essere e non-essere, siamo quelli e al tempo stesso comprendiamo che quello che ci interessa veramente sta lì dietro, ma dal momento che la nostra mente non riesce a codificare questo altrove, ecco che l’immagine riflessa lascia spazio all’immaginazione. In alcune società antiche lo specchio aveva capacità divinatorie, mentre ancora ai giorni nostri vige l’usanza di coprire gli specchi della casa dove muore qualcuno per paura che l’anima del defunto venga imprigionata e la credenza che rompere uno specchio porti sventura.
Insomma il punto ignoto che separa il corpo reale da quello riflesso è un’ottima metafora che ci permette di proiettare la nostra atavica paura della morte e di tutto ciò che non riusciamo a comprendere.

Alla fine però è sempre la parola che crea il problema e che, in un certo senso, lo risolve.

L’unica cosa che Nagel nel suo articolo non sembra aver riconosciuto è che il linguaggio è un ponte che ci consente di penetrare in un territorio che non è il nostro. I pipistrelli non hanno alcuna idea di “che cosa si provi a essere un altro pipistrello” e nemmeno si pongono il problema. E la ragione è che i pipistrelli non hanno una moneta universale per lo scambio delle idee, che a noi invece è fornita dal linguaggio, dai film, dalla musica, dai gesti e via dicendo. […] La conoscenza è una curiosa mescolanza di oggettivo e di soggettivo.
(Hofstadter, Dennett, L’io della mente, Riflessioni)

Naturalmente rimangono i problemi di fondo per cui è pressoché impossibile che, pur usando lo stesso strumento comunicativo, due persone percepiscano le identiche sfumature, tuttavia, malgrado gli spazi vuoti o le esuberanze di significato che si attribuiscono ci si può fare almeno un’idea comune delle esperienze.

Grazie ai mezzi come il linguaggio e i gesti , “possiamo” sperimentare (talvolta in modo vicariante) che cosa si provi a essere o a fare X. Non è mai una cosa autentica, ma che cos’è poi una conoscenza autentica di ciò che si prova ad essere X? Non sappiamo neppure bene che cosa si provava a essere noi dieci anni fa: lo possiamo dire solo rileggendo il nostro diario, e anche così, mediante una proiezione! È sempre un modo vicariante. Peggio ancora, spesso non sappiamo neppure come abbiamo potuto fare ciò che abbiamo fatto ieri. E tutto sommato, a pensarci bene, non è neppure tanto chiaro che cosa si provi ad essere me in questo momento.
(Hofstadter, Dennett, L’io della mente, Riflessioni)

Io non sono io, non so nemmeno se esisto. E voi?

Annunci

23 commenti

Archiviato in letteratura e scienza, visioni

23 risposte a “Che cosa si prova a essere un pipistrello? Variazioni sul tema dell’«essere».

  1. wolfghost

    I tre autori hanno perfettamente ragione. C’e’ una notevole differenza tra tentare di capire cosa prova un pippistrello ad essere un pippistrello e cosa prova un altro essere umano. E’ vero infatti che ambedue le proiezioni sono falsate dai nostri sensi e dalle nostre esperienze passate, tuttavia possiamo sempre “metterci nei panni di qualcun altro” e riuscire ad andare almeno “vicino” a cosa prova (anche se la cantonata, anche clamorosa, e’ dietro l’angolo :-D), mentre davvero e’ praticamente impossibile farlo nei confronti di un’altra specie animale, e non tanto perche’ diversi “fisicamente”, quanto perche’ diversi cerebralmente. Non solo non sappiamo cosa prova un pippistrello ad essere un pippistrello, ma non sappiamo neppure cosa prova un pippistrello mentre compie o subisce un’azione che facciamo abitualmente anche noi, per quanto banale essa sia. Come minimo finiamo sempre per “umanizzarlo”, ovvero per investirlo di emozioni che NOI avremmo al suo posto facendo quella determinata emozione. Il che puo’ farci forse avvicinare a cosa prova un altro uomo, ma non ad un altro animale 😉
    Spesso, guardando il mio cane o uno dei nostri gatti, mi sono chiesto “chissa’ cosa prova” o “chissa’ cosa pensa”, ma ho rinunciato presto: il mio tentativo passa infatti sempre attraverso la razionalizzazione o addirittura la parola. Cosa che, ovviamente, non puo’ avvenire nel suo caso (e non perche’ “inferiore”, eh! Solo perche’ non usano razionalizzazioni e parole, cosa non necessariamente negativa eheheh :-D).
    La prova classica si nota in prossimita’ della morte dell’animale: leggiamo nei suoi occhi dolore (e questo forse lo prova) e disperazione o depressione. Ma la “profondita’ ” dei loro occhi non e’ cambiata, siamo noi a leggerci qualcosa che noi – o un nostro simile – avremmo al suo posto.
    Sono certo che l’animale non aggiunga al gia’ suo penoso stato terminale la disperazione di pensare “Oddio, tra poco cessero’ di esistere!”.
    Tant’e’ pero’ siamo certi che – in un modo o nell’altro – lo sta pensando.

    http://www.wolfghost.com

    • Caro Wolf, certamente la nostra abitudine di antropomorfizzare tutto ci porta spesso nella direzione sbagliata e questo vale non solo per il modo in cui interpretiamo certe azioni od espressioni degli animali, ma purtroppo anche per il modo in cui vediamo noi stessi. La visione antropocentrica ha falsato e reso pregiudizievole il nostro rapporto con ciò che ci circonda, alimentando la tendenza a distruggere tutto ciò che è diverso da noi, solo perché possiamo farlo, essendo esseri superiori…
      Nel caso dell’articolo, una delle cose che più mi ha interessata, non è stato tanto scoprire che non si può sapere cosa si prova ad essere un pipistrello, quanto il fatto che viene messa in discussione la possibilità dell’oggettività dato che la soggettività fa sempre la sua comparsa e anche se cercassimo di proiettarci nel punto di vista di un pipistrello, saremmo destinati al fallimento, poiché il simbolo del sé, la nostra storia individuale non ci permette un’identificazione completa.
      un abbraccio

  2. Bella domanda: quando sogniamo chi è l’essere che vive l’esperienza onirica?
    L’hai posta secondo me perché hai intuito che anche il sogno è uno specchio, e che il nostro doppio è inconsistente quanto l’immagine riflessa.
    Ma chi ci dice quando siamo vivi e quando siamo morti?
    Sappiamo di noi per manifestazioni successive di ciò che determiniamo con il nostro esistere, siamo qui e contemporaneamente negli infiniti altrove. Escher tentò di approssimarsi a tanto nei suoi disegni, chi disegna chi? E dove incominciamo se sempre finiamo… e viceversa.
    Non a caso, come tu ben riferisci, è dall’antichità che gli uomini sono attratti dalle superfici riflettenti, Narciso lo seppe fino in fondo, anzi in affondo.
    Che cosa si prova ad essere l’altro?… A questo è impossibile rispondere in termini conosciuti, e non parlo di linguaggio ma di idea, a meno che non si ricorra ad espedienti che avvicinano per somiglianza, come già è stato scritto, ma non convincono del tutto.
    Perfino, credo, se in qualche maniera collegassero i nostri cervelli, il mio e il tuo, a esempio, io non saprei mai il tocco della tua mano sul tuo piede sinistro, ne avrei soltanto la sensazione trasmessa da sinapsi a sinapsi, ma non mi apparterrebbe come esperienza reale. O forse sì. E qui ogni altra considerazione ci porterebbe abbastanza lontano, tanto per dire si potrebbe arrivare alla constatazione che “reale” è concetto vago, essendo il risultato di “punti-pixel” trasmessi da recettori a una certa forma transeunte, che sappiamo essere noi.
    Vivi in ogni attimo che ci rappresentiamo, morti a quello passato. E quindi vivi e morti contemporaneamente.
    Sai una cosa che mi ha molto colpita di questo tuo straordinario post? È la constatazione che tutto quanto sia stato scritto di profetico nel passato, anche in campo scientifico, sia stato in seguito appurato, come riportato nelle riflessioni degli Autori, ma che lo stesso scriverne nell’”Io della mente”, sia una sorta di illuminazione ante-litteram rispetto alle ulteriori scoperte in fisica dei quanti, che la materia, o meglio i corpi, sono soltanto particelle di luce in vibrazione.
    Allora, cosa si prova ad essere fotoni?…

    • Cara Cri, si sa che gli scrittori di fantascienza sono profetici, ma lo sono anche i poeti e per rispondere alla tua domanda mi viene in mente il citatissimo Ungaretti (ma forse mai come fotone) e la sua: “m’illumino d’immenso”, ecco credo che si provi questo ad essere fotoni…
      in merito ai sogni invece mi ricordo che quando ero ragazzina e già mi ponevo quesiti stravaganti per quell’età, avevo preso l’abitudine di definire gli spostamenti di quell’altra me sognata, come “passeggiate oniriche”… proprio il sogno, dato che è alla portata di tutti, ci potrebbe fare comprendere più facilmente che è assurdo concentrare tutte le nostre energie sulla materia, essendo quella solo una (e di certo la meno importante, dato che non è eterna) delle nostre molteplici espressioni…
      grazie e un bacio

      • Sei illuminante, Maria, hai quel guizzo che rende visibile ciò che stava ripiegato sotto altri significati, tutti ugualmente plausibili, e palesi la tua percezione con la semplicità di chi accende una lampada.
        Mi sovviene la famosa frase: La vida es sueño… e quindi lo specchio è il riflesso del riflesso di un sogno.
        Diceva un maestro Zen che a rileggere certi libri in altri periodi della nostra vita, vi si scoprono sorprendenti allusioni, considerazioni che ci erano sfuggite perché non avevamo ancora appreso quella sorta di metalinguaggio che le sottende, talvolta oscuro agli stessi autori, portatori, forse non del tutto consapevoli, del senso più ampio in cui hanno espresso quella particolare idea.
        Grazie

      • Grazie Cri.
        “Che cos’è la vita? Una follia. Che cos’è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione, ed è piccolo il più gran bene, perché tutta la vita è un sogno ed i sogni sono un sogno.”

  3. Quesito intrigante e risposte incerte. Essere secondo me è esistere come ego. Se a questo tassello ne aggiungo un altro: la mente, trasformo l’esistere in qualcosa di più ovvero riesco a dare forma alle immagini che costituiranno il patrimonio di base del nostro “essere”. Hofstadter e Dennet dicono un’inesattezza dicendo che noi siamo dotati di linguaggio, mentre i pipistrelli no. Qualsiasi essere vivente è dotato di un proprio linguaggio che gli permette di comunicare. E mi domando per quale ragione un pipistrello dovrebbe immedesimarsi in un suo consimile? Questa è invece la nostra limitazione che vogliano trascendere noi stessi per impersonare qualcun altro, sia uomo, sia animale. Penso che questo sia un modo per fuggire da noi stessi, dal nostro corpo inteso come gabbia.
    Ancora Nagel afferma che l’immaginazione è regolata dall’esperienza. Sarà vero oppure no? Penso che questa affermazione sia parzialmente falsa, perché spesso il bambino, dunque con un’esperienza assai limitata, è dotato di un’immaginazione molto più ampia di molti adulti, che invece trovano la fantasia come un retaggio da perdere.
    Veramente interessanti le parti in grassetto, ma molto acute sono le tue osservazioni a corredo delle medesime.
    Un grande abbraccio

    • Caro Bear, credo che più che altro Hofstadter e Dennett intendessero dire che il nostro linguaggio è più articolato, può usufruire di numerosi strumenti e soprattutto è quello che insieme alla mente elabora concetti come “che cosa si prova a essere un pipistrello?”, mentre come dici bene tu a un pipistrello quasi sicuramente non interessa affatto diventare qualcosa di diverso.
      In merito all’immaginazione il tuo ragionamento non fa una piega…
      grazie e baci

  4. Poni questioni fondamentali. Proprio in questi giorni sto rileggendo il saggio del filosofo inglese John Gray, Cani di paglia, il quale scrive: “L’illusione di un sé eterno emerge con la parola” o ancora “ I nostri sé fittizi sono costruzioni fragili. Il senso dell’io si dissolve o si trasforma nella trance e nei sogni, si indebolisce o si distrugge nella febbre e nella follia”, e infine “L’Io è una cosa momentanea, eppure governa le nostre vite. Non possiamo disfarci di questa cosa inesistente.” La convinzione del filosofo è proprio che in virtù di “questa cosa inesistente” noi trascorriamo la nostra vita come in un sogno. Penso che arrivare a sapere questo, la profondità della nostra inconsistenza, sia doloroso ma necessario. Un caro saluto.

    • Caro Ettore, sì, purtroppo perdiamo spesso la cognizione della transitorietà del corpo e dell’ego ad esso correlato… se proprio non riusciamo a disfarcene dovremmo almeno imparare a non lasciarci dominare e a lasciare spazio al molteplice piuttosto che all’unico…
      in ogni caso il solo prenderne coscienza credo sia un enorme passo avanti…
      un abbraccio

  5. Anch’io molto spesso penso a cosa proverei ad essere un uccello o un animale qualsiasi, mi sono proiettata più volte nell’immaginario all’interno persino di un insetto. Dopo aver supposto, giungo alla conclusione che non sarebbe vita facile, ma è solo frutto di considerazioni dal mio punto di vista: forse per l’animale essere un umano sarebbe altrettanto difficile, in quanto è la propria condizione che sviluppa quei requisiti idonei ad essere in quanto tale. La considerazione dell’essere morti in altri luoghi è meravigliosamente vera: noi viviamo il nostro tempo circoscritti nel luogo che ci ospita, mentre la vita continua in quel altrove che conosciamo per sentito dire ma che durante l’arco della nostra vita non ci vede protagonisti. C’è un altro quesito che mi pongo e lo faccio interrogandomi, io sono nel mio corpo e vivo le esperienze che conosco, ma se fossi stata in un altro corpo cosa avrei provato? Dopo queste elucubrazioni giungo alla conclusione che più che essere in un corpo, la vita è legata al luogo e alla famiglia di appartenenza: sono queste condizioni che determinano il tutto. Interessanti quesiti trattati con ricercatezza e profonda accuratezza.
    Complimenti, cara Maria, un post letterario, filosofico e psicologico.
    un abbraccio stretto
    annamaria

    • Cara Annamaria, mi ha fatto piacere notare quanti quesiti simili a quelli posti da questi autori ci accomunino un po’ tutti, il solo fatto di porceli ci fa capire che non possiamo essere solo quello che crediamo di vedere e che ognuno di noi in un modo o nell’altro sente di appartenere a dimensioni che vanno oltre quella che conosciamo.
      un forte abbraccio

  6. in breve qualche anno fa pensavo anch’io di non esistere ma poiché questo pensiero era troppo per me gli anni passarono per dimostrami che invece è l’altro a non esistere così molto superficialmente semplifichiamo l’equivocità degli specchi

    • Word, lo specchio deve essere equivoco in quanto simbolo della porta che si spalanca sull’immaginario, che attraversa le diverse dimensioni, si può scegliere di guardare oltre oppure no, rimane il fatto che se dici che l’altro non esiste in un certo senso, negandolo, lo fai esistere, perciò forse esistete tutti e due (insieme a chissà quanti altri…)
      un saluto

  7. Interessanti verità, e cos’altro cercano così intensamente i poeti se non una realtà oggettiva dentro tante realtà caduche? Non solo io sono incapace di capire il pipistrello, ma non capisco nemmeno me stessa e ancor meno di me capisco gli altri. Capire vuol dire contenere: non contengo nemmeno quello che son, figuriamoci quello che ho intorno. Sì, lo specchio mi inquieta, è un mio doppio alla storta, una metafora di chissà che. Ogni tanto viene visto come una porta su un’altra realtà. Ottimo post, che fa pensare, per me il risultato delle riflessioni sono frammenti poetici e di vita, lampi intuiti.

    • Cara Mimma, come le particelle che non sono mai nello stesso punto in cui si trovavano un istante prima, anche noi seguiamo un continuo fluire… eppure, malgrado ci rendiamo conto che possiamo cogliere solo dei lampi di esistenza, raramente trascorriamo la vita ad occuparci di noi, di quello che siamo o che potremmo essere e perfino di quello che non siamo, vivendo in un’illusione continua che ci allontana sempre più dalla nostra essenza…
      un abbraccio

  8. interessante post, ricco di riflessioni, e mi fa pensare a quanto poco conosciamo ancora della nostra mente!!! buona settimana, Claudio

  9. gelsobianco

    Cara, tu sei sempre una scoperta!
    Ritorno con calma.
    Potresti pubblicare i tuoi post.
    Sono veri saggi basati sulla tua intelligenza, sensibilità e cultura e… curiosità.
    Un sorriso
    gb

  10. khinna

    Mi ritorna in mente un pensiero adolescenziale che mi salvò nel mio bisogno di essere trasparente: “io sono io, ma solo per me stessa, per gli altri potrei essere chiunque”, fu forse l’unico pensiero intelligente che riuscii a produrre in tutta la vita ma aiutò a ridimensionare alcune paure e a crearne nuove; in casa c’erano specchi da sarta, quelli in cui ti vedi davanti ma che hanno due specchi mobili ai lati, per permettere una visione di profilo, tre quarti ecc. e se li metti paralleli e tu stai di fronte la tua immagine corre all’infinito, mi piaceva giocarci e perdermi in quelle immagini , poi un giorno mentre guardavo le tre immagini riflesse (lo specchio non aveva sempre le alette parallele 😉 ) feci un’esperienza tremenda, mi persi letteralmente, non sapevo più chi delle quattro fossi, persi il confine dell’io, la percezione di “abitare” un corpo preciso, fu bruttissimo! Forse queste cose capitano nell’adolescenza quando la nostra mente cerca di dare una forma più completa al nostro io, per annullare l’esperienza di totalità non consona alla nostra civiltà poi spariscono, diversamente sarebbero esperienze troppo forti da sostenere, non essendo ritenute “normali”, alcune persistono infatti nella follia o nei sogni e a mio parere sono residui di un’impossibilità ad essere divisi in noi e con il mondo che ci circonda. La dicotomia mente-corpo è una costruzione, così come la finitezza del nostro essere smentita dalla fisica che ci ricorda che a livello atomico siamo in relazione di continuità con la sedia sulla quale sono seduta e con la tastiera del computer su cui scrivo e quando accarezzo Zoe la gatta la mia mano, io, e il suo corpo “continuano”.
    Presumere che i pipistrelli non si pongano domande filosofiche è anche quella una costruzione, se non siamo un pipistrello come lo sappiamo? come sappiamo che non comunichino pensieri complessi e non solo informazioni? Magari loro han risolto da tempo ogni dilemma, o forse per loro non lo è o non è interessante; limitarsi a comunicarsi informazioni, di pericolo di cibo e anche di bellezza e piacere, farebbe bene a noi umani unici animali che tendono all’autodistruzione di sé e di ciò che ci vive attorno.
    Concordo con chi ti dice che i tuoi post andrebbero pubblicati, ma le risposte, le riflessioni di chi ti commenta sono importanti, non solo per te, che non “lavori a vuoto” e ami i commenti perché il tuo non è un esercizio di dimostrazione o di stile ed è palese.
    con il solito affetto e un caro saluto ai tuoi commentatori/trici
    cris

    • Cara Cris, grazie per il bel commento e per avere condiviso alcune esperienze del passato.
      La dicotomia è uno strumento necessario per la comprensione attraverso la mente, per come siamo strutturati infatti ci riesce molto più semplice capire il bianco se esiste il nero e la luce se esiste il buio. Il problema sta tutto nel fatto che quello che decidiamo di vedere è anch’esso frutto della mente e ad altri livelli i concetti di bene e di male, per noi fondamentali, non significano proprio niente. Allo stesso modo credo che la smania di identificarci in quanto corpo ed “essere” appunto sulla base di esso, continua a limitarci enormemente e ad allontanarci da una qualsiasi possibile verità. Quella a me più vicina è che in questa separazione si trovano i problemi più gravi, se riprendessimo il concetto primitivo di appartenenza al tutto allora potremmo essere il proseguimento della mano che accarezza Zoe e perfino Zoe stessa. Ma forse perderemmo un’altra caratteristica, quella dell’esperienza di esseri umani limitati e con un corpo al quale dare retta. L’idea mia è quella di ricordarci anche di essere umani, senza per questo dimenticare il nostro Sé superiore che, per fortuna, di umano non ha nulla… Ma certo, l’impresa è ardua considerati tutti i condizionamenti subiti e le pesanti sovrastrutture che ci avvinghiano a questo piano unidimensionale… però non è impossibile.
      un bacio

  11. Pingback: Emozioni e IA: cosa si prova ad essere un robot? | il Positivismo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...