Archivi del mese: novembre 2012

Lettere di una donna indipendente. L’emancipazione epistolare.

È raro di questi tempi potersi divertire grazie ad una scrittura limpida e intelligente e senza l’ausilio di volgarità o scene scabrose. Lettere di una donna indipendente di Elizabeth Von Arnim è un libro che delizia dalla prima pagina fino all’ultima, ma non solo, il fatto che sia stato scritto nel 1907 lo trasforma anche in uno strumento coraggioso di critica e di lotta contro delle convenzioni sociali delle quali sembra impossibile liberarsi completamente. In particolare qui viene messa in risalto l’assurdità di doversi sottomettere alla volontà maschile, poiché, ritenuta intellettualmente inferiore e rifiutata socialmente in caso di mancato matrimonio, una donna non può essere libera senza avere un uomo al suo fianco anzi, peggio ancora, rifiutando un “buon partito” compie addirittura un suicidio sociale.

Il libro è composto da una raccolta di 81 lettere, che raccontano una (pseudo)storia d’amore e suggeriscono tante esortazioni alle donne affinché si affranchino da atavici condizionamenti, convinzioni fasulle create a tavolino e inconcepibili divisioni di ruoli.

Sulle nostre piccole menti malleabili i genitori incidono le loro opinioni e, quando lentamente la massa s’indurisce, quelle incisioni profonde, strette, s’induriscono anch’esse, e la prima cosa che i migliori tra noi devono fare nel crescere è sprecare tempo prezioso lavorando di mazzuolo e scalpello nel tentativo di eliminarle.

Von Arnim segnala audacemente la principale fonte di tutti i malesseri sociali futuri, ovvero l’inattaccabile famiglia e il suo inculcare nella mente del bambino tutto quel bagaglio di limitazioni che solo i più intelligenti e fortunati riusciranno, da adulti, ad individuare e tentare di smantellare, anche se per farlo inevitabilmente dovranno poi pagare l’alto prezzo dell’isolamento e della critica continua.

Se avessi una figlia la crescerei con l’obiettivo di instradarla a un futuro privo di mariti. Vorrei che le si insegnasse una professione con la stessa cura riservata ai ragazzi. La sua testa dovrebbe essere riempita con una quantità di istruzione non inferiore al suo interesse per nastri e fiocchi. Io trascorrerei i miei giorni inculcandole l’importanza di essere indipendenti, di essere padroni del proprio tempo, di avere una vita pura e libera e un mondo aperto davanti a sé, aperto nello stesso modo in cui lo fu per Adamo ed Eva quando voltarono le spalle per sempre alla dolcezza stucchevole del paradiso…

Un personaggio così moderno, così intelligente non può che essere inviso alla società, perché porta con sé la minaccia della ribellione a secoli di indulgente asservimento e chi può preferire il caos al rassicurante ordine? Perfino le fasce più oppresse finiscono con l’adorare i propri padroni-carnefici, sopportando un dolore che conoscono piuttosto che lanciarsi nell’oscuro abisso di ciò che è sconosciuto (dimenticando, paradossalmente, che ciò che non si conosce potrebbe essere molto meglio di quel che invece si sa già). E naturalmente non mancano osservazioni critiche sulla divisione tra classi sociali e su come le donne preferiscano sempre andare contro le altre donne, piuttosto che fare fronte compatto verso certe convenzioni, che in tal modo addirittura esse stesse rafforzano e ratificano.

«Non finisco mai di stupirmi, Ludwig, della quantità di tempo e conversazione che dedichi a Fräulein Schmidt. Non mi arrischierei a chiamarla impertinenza, ma c’è un che di indescrivibile nei suoi modi – un’indipendenza sconveniente, una franchezza quasi immodesta e una naturalezza smodata – che rasenta pericolosamente l’impertinenza. Le persone della sua classe non capiscono quelle della nostra, e se insisterai nel mostrarti più gentile del necessario se ne approfitterà di certo. Ti pregherei di stare molto attento».

Ludwig è restato lì pietrificato e non ha aperto bocca.

Come romanzo epistolare il libro presenta delle caratteristiche che ne segnano l’ulteriore originalità, le lettere sono infatti tutte scritte da Rose-Marie e sono talmente esaustive che non si sente mai la necessità di leggere anche quelle del suo interlocutore.

Roger Anstruther, inglese, è un giovane nobile ma decaduto che si reca a Jena per imparare il tedesco e vive a pensione in casa del padre e della matrigna di Rose-Marie. Trascorso un anno, prima di ripartire per l’Inghilterra, i due giovani si danno un bacio e si confessano un amore reciproco, che si spinge addirittura fino a una promessa di matrimonio. Così ha inizio lo scambio epistolare che si avvia mantenendo il tipico contrassegno dell’amore al suo debutto, con le classiche palpitazioni per ogni frase letta o scritta, il ricordo continuo di parole, gesti, movenze e l’attesa ansiosa del postino, latore di missive apportatrici di ossigeno ai polmoni più della stessa aria:

 Mio tesoro adorato,

se solo sapessi la gioia che mi danno le tue care, care lettere! Avresti dovuto vedermi quando ho agguantato il postino. Mentre mi porgevano le preziose missive, le sue dita mi parevano petali di rosa.

All’improvviso però qualcosa cambia, le lettere dell’uomo diminuiscono e lasciano il posto ad un periodo di silenzio. Durante questa battuta d’arresto il caro Roger si fidanza con una ragazza nobile e, guarda caso, anche ricca, mentre Rose-Marie cade preda di un malanno lungo e logorante. Anche il tono della corrispondenza, com’è ovvio, muta del tutto, il “caro Roger” iniziale viene sostituito da un ben più distaccato, “caro Mr. Anstruther” e la tenera fanciulla dai sentimenti delicati si trasforma in una donna intelligente, matura, sicura di sé, che scudiscia a colpi di sarcasmo e che non intende di certo lasciarsi piegare di nuovo.

Ritengo l’amore qualcosa di crudele, di orribile. È difficile che due persone si amino con la stessa passione ma, se anche lo facessero, quale sarebbe l’utilità? Tutto è destinato a finire in fumo e cenere, a spegnersi per via di quell’incessante stillicidio che è il matrimonio. E anche per gli altri, quelle innumerevoli persone che non amano alla pari, metà delle quali si trovano in terribile svantaggio, alla totale mercé dell’altra parte, cosa c’è se non dolore alla fine? Eppure all’inizio l’amore è una cosa bella, una cosa dolce e cara. Ma proprio come un gattino, che da piccolo ti delizia con i suoi modi teneri e amabili, con la sua innocenza, morbidezza e mansuetudine, si trasforma con spaventosa rapidità in un gatto che ti artiglia crudelmente. Vorrei sapere se esiste una sola persona al mondo, all’apparenza felice e indifferente, che non abbia ben nascosti sotto abiti e ornamenti i segni degli artigli dell’amore. Credo che si tratti di graffi così profondi che sanguinano a lungo, senza rimarginarsi; e quando, dopo anni, finalmente guariscono, rimane sempre una cicatrice, rossa e terribile, che fa trasalire quando inavvertitamente la si tocca.

Dopo l’inutile sofferenza subita Rose-Marie decide di interrompere lo scambio epistolare, ma l’insistenza del corrispondente la farà capitolare, non senza aver prima posto la clausola di limitarsi alla descrizione delle giornate trascorse, senza più addentrarsi in certi sommovimenti dell’anima e abolendo totalmente ogni riferimento alla passione, passata, presente o futura. Nelle lettere della ragazza si alternano racconti esilaranti a momenti di sconforto e a riflessioni acute il tutto legato dalla sottile trama dell’ironia. In Roger rinascono così i sentimenti iniziali che lo avevano unito alla ragazza, la passione e la certezza che tutto dipenda solo dalla sua volontà lo spingeranno perfino a rompere il fidanzamento per tentare di nuovo di riallacciare una relazione con Rose-Marie. Ma quest’ultima nel frattempo è cambiata e anche il modo in cui vedeva Roger è mutato, egli non le appare più come un giovane serio e affascinante, bensì come un uomo frivolo e superficiale, né di certo può dimenticare il suo comportamento passato.

L’amore non è qualcosa che si può prendere, poi buttare nel fango e riprendere a seconda del proprio capriccio. Sfortunatamente per voi, io sono una persona con uno spiccato timore di imporre se stessa o i propri affetti addosso agli altri, di abusare in qualche modo dell’altrui accettazione. L’uomo che amerei sarebbe l’uomo nel cui amore eterno potrei confidare. Ma io non mi fido di voi. E ho già abusato una volta della vostra accettazione. Sono stata gettata nel fango, e in quel luogo sordido è mancato poco che annegassi.

Solo una donna davvero indipendente può sottrarsi, alla “veneranda” età di ventisei anni, ovvero quando è ormai consacrata a rimanere zitella, agli attacchi di un giovane di un ceto sociale più elevato e abbagliato proprio da tanta sfrontatezza, libertà e capacità di dire con schiettezza quello che pensa, di mostrare ciò che è, senza nascondersi, senza mascherarsi. Quello che anche ai nostri giorni spesso manca, oltre alla consapevolezza di quanto il malessere sia più diffuso del benessere in una società fondata su queste leggi inique, è il coraggio di svegliarsi e cambiare, iniziando dal proprio pensiero, qualunque sia il prezzo da pagare, solo così potrebbe poi mutare radicalmente anche quello di chi ci circonda. Non è perché le cose si ripetono da secoli o perché fanno parte di una sorta di inattaccabile legge sociale che diventano anche giuste o utili all’evolversi dell’umanità. A volte la nostra forma di verità ce l’abbiamo proprio sotto il naso. Basta allungare la mano e prenderla.

Non vi scriverò mai più.

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Amleto. Del tempo, della pazzia e di altre facezie.

Pazzia, demenza, alienazione, la follia è un argomento che ricorre sovente in letteratura. A volte è un semplice espediente che permette di ottenere un risultato altrimenti quasi impossibile, altre volte è descrizione di vera patologia, in ogni caso i lettori si ritrovano spesso a dialogare con personaggi che arginano la “normalità” all’estremo limite preferendo una visione molto personale del mondo circostante. La pazzia d’amore la ricordiamo nell’Orlando Furioso dove un cavaliere assennato e corretto, diviene folle in preda al dolore, causato dall’amore, non corrisposto, per Angelica o nell’Otello, dove il protagonista, pazzo di gelosia uccide la donna che ama. Poi c’è la finta follia di Amleto o quella visionaria di Don Chisciotte, o ancora l’Elogio della follia di Erasmo o il De rerum natura di Lucrezio, la follia come unica possibilità di sopravvivenza, come nell’Enrico IV di Pirandello, la trascrizione delle proprie visioni rivisitate in chiave letteraria come in Aurélia di Nerval o la descrizione di tutto il percorso maniaco-depressivo di un uomo dei nostri tempi come ne Il male oscuro di Berto.

Nell’opera di Shakespeare troviamo le follie che s’imparentano con la morte e con l’assassinio.
(Michel Foucault, Storia della follia)

L’Amleto di Shakespeare è stato esaminato in tutte le sue possibili sfaccettature, del resto si tratta di un capolavoro di una modernità straordinaria, che non solo è fonte di innumerevoli riflessioni e una miniera d’oro per chi ama le citazioni, ma addirittura anticipa di secoli l’intervento della psicologia in letteratura. Amleto, oltre alla finzione d’avere perso il senno, utilizza anche un altro espediente dalle forti implicazioni psicologiche per ottenere il suo scopo, ovvero organizza un dramma nel dramma e fa rappresentare da una compagnia di attori la ricostruzione del crimine commesso dallo zio affinché questi si tradisca con i gesti, mostrando la propria colpevolezza.

Vergognati! Su, cervello mio; uhm, ho sentito dire
che creature colpevoli spettatrici di un dramma
dallo stesso intreccio della scena
sono state toccate nell’animo più profondo, tanto
che hanno confessato subito le loro malefatte.
Perché l’assassino, anche se non ha lingua, parlerà
con un organo assai portentoso. Io a questi attori
farò recitare qualcosa che sembri l’assassinio di mio padre
davanti a mio zio; osserverò i suoi sguardi,
lo tamponerò nella carne viva, e se si ritrae
io saprò che fare. Lo spirito che ho veduto
potrebbe essere un diavolo, e il diavolo ha il potere
di assumere piacevoli forme; sì, e forse,
per la mia fiacchezza e la mia melanconia,
dato che lui è molto potente su tali intelletti,
abusa di me per dannarmi. Avrò fondamenti
più certi di questo – il dramma è la cosa
entro cui catturerò la coscienza del re.
(Amleto Atto II, scena II)

Nell’opera non troviamo solo la finta pazzia di Amleto, ma anche quella vera di Ofelia, bersaglio della delusione d’amore, l’aguzzina che non smette mai di mietere vittime.

L’ultimo tipo di follia: quello della passione disperata. L’amore deluso nel suo eccesso, e soprattutto l’amore ingannato dalla fatalità della morte, non ha altro esito che il suicidio. Finché esisteva un oggetto, il folle amore era più amore che follia; lasciato solo a se stesso, esso prosegue nel vuoto del delirio. Punizione di una passione troppo abbandonata alla sua violenza? Indubbiamente; ma questa punizione è anche un addolcimento; essa diffonde la pietà delle presenze immaginarie sull’irreparabile assenza; essa ritrova la forma che sparisce nel paradosso della gioia innocente o nell’eroismo delle ricerche insensate. Essa conduce alla morte, ma a una morte in cui coloro che si amano non saranno mai più separati. È l’ultima canzone di Ofelia.
(Michel Foucault, Storia della follia)

Incanalarsi lungo le strade della follia, vera o finta che sia, conduce ad un percorso senza vie di fuga e senza ritorno, sembra che ogni cosa si collochi nella posizione giusta per giungere all’unica soluzione possibile, la morte. Eppure neanche questa è davvero risolutiva, anzi sembra quasi che, paradossalmente, proprio l’alienazione la mantenga più a lungo in vita.

In Shakespeare la follia occupa sempre una posizione estrema, nel senso che essa è senza rimedio. Niente la riporta mai alla verità e alla ragione. La follia, nei suoi vani ragionamenti, non è vanità; il vuoto che la riempie è «un male molto al di là della mia scienza», come dice il medico a proposito di Lady Macbeth; è già la pienezza della morte: una follia che non ha bisogno di medico. La dolce gioia alla fine ritrovata da Ofelia non riconcilia con nessuna felicità; il suo canto insensato è vicino all’essenziale […]
(Michel Foucault, Storia della follia)

Amleto è un personaggio moderno in qualsiasi epoca lo si collochi, e questo perché il suo continuo interrogarsi e la sofferenza malinconica ma anche ardente che lo caratterizzano, fanno parte delle caratteristiche peculiari dell’essere umano, insieme al bagaglio di tormenti, domande senza risposta, spleen, ambiguità e un rapporto sempre conflittuale con il Destino.

Amleto può tutto, tranne compiere la vendetta sull’uomo che ha eliminato suo padre prendendone il posto presso sua madre, l’uomo che gli mostra attuati i suoi desideri infantili rimossi. Il ribrezzo che dovrebbe spingerlo alla vendetta è sostituito in lui da autorimproveri, scrupoli di coscienza, i quali gli rinfacciano che egli stesso, alla lettera, non è migliore del peccatore che dovrebbe punire.
(Sigmund Freud, Leonardo e altri scritti)

Effettivamente Amleto ha un’occasione d’oro per uccidere l’usurpatore, ma non la sfrutta perché in quella circostanza lo zio sta pregando e lui non vuole farlo morire in un momento di purificazione, cosa che potrebbe ammorbidirgli la pena da scontare. In verità c’è dietro qualcosa di più profondo ovvero, non solo il tentativo di sfuggire al Destino, ma anche la consapevolezza della totale inutilità della vendetta. Il giovane principe si è dovuto scontrare con una realtà sconcertante e delittuosa che ha distrutto tutto il suo mondo precedente, e dunque la sua vita e la sua percezione di essa. E come potrebbe ritornare al passato, ricostituire ciò che era vendicandosi? Impossibile, anzi peggio, sarebbe come reiterare il delitto, ovvero il dramma che ha fatto precipitare gli eventi, ed egli stesso diverrebbe come lo zio. Tuttavia il grande meccanismo del fato si è già messo in moto e a poco serve una volontà contro una sorte che deve compiersi. Così per ripristinare l’ordine bisognerà attendere la scena finale dove per un susseguirsi di gesti imprevedibili, la morte, grande livellatrice, ristabilisce l’equilibrio portando con sé tutti i protagonisti principali. Quale modo migliore per restituire la pace ad uno spettatore posto di fronte ad un dramma dalle emozioni così forti?

Amleto, il massimo auto-origliatore di tutta la letteratura, colloquia con se stesso […] Tutti noi oggi non facciamo che parlare incessantemente con noi stessi, origliando ciò che diciamo, per poi riflettere ed agire secondo ciò che abbiamo espresso. Non è tanto il dialogo della mente con se stessa […] quanto la reazione della vita a ciò che la letteratura è inevitabilmente divenuta. A partire da Falstaff, Shakespeare aggiunge alla funzione della scrittura immaginifica, che era ammaestramento a come parlare agli altri, l’ormai dominante anche se più malinconica lezione della poesia: come parlare con noi stessi.
(Harold Bloom, Il canone occidentale)

Ma l’Amleto non è soltanto tragedia, è anche una grande prova poetica. Il monologo shakespeariano è lo strumento perfetto per questo scopo, grazie ad esso il personaggio parla direttamente con il singolo spettatore, ma anche con se stesso riuscendo a descrivere l’inestricabile viluppo di passioni e sensazioni che solo la poesia riesce a rappresentare. D’altra parte solo la poesia è davvero risolutiva, soltanto i momenti della narrazione interiore possono salvare e ricostituire il mondo precedente, evitando il tranello classico nel quale si è sempre tentati di cadere, ovvero l’onore offeso da salvare, la lotta tra il bene e il male, la colpa e la punizione.

AMLETO: Essere, o non essere, questa è la domanda:
se sia più nobile per la mente patire
i colpi e i dardi dell’atroce fortuna
o prendere le armi contro un mare di guai
e resistendovi terminarli? Morire, dormire –
niente più; e con un sonno dire fine
all’angoscia e ai mille collassi naturali
che la carne eredita; questo è un compimento
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare, ah, è qui l’incaglio.
Perché in quel sonno di morte quali sogni sopravvengano,
liberati che ci siamo di questa spirale mortale,
deve farci indugiare; ecco il riguardo
che rende la calamità così longeva.
Perché chi sopporterebbe le scudisciate e gli scherni del tempo,
il torto degli oppressori, l’ingiuria del presuntuoso,
gli strazi di un amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e i calci
che il merito paziente si prende dagli indegni,
quando potrebbe darsi da solo la sua pace
con un semplice pugnale? Chi si caricherebbe di fardelli,
per grugnire e sudare sotto una faticosa vita,
se non fosse per il fatto che il timore di qualcosa dopo la morte,
l’inesplorato paese dal cui confine
nessun viaggiatore ritorna, confonde la volontà,
e ci fa tollerare quei mali che abbiamo
piuttosto che ricorrere ad altri a noi ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti vili,
e così la tinta naturale della risoluzione
è ammorbata dalla pallida sfumatura del pensiero,
e le imprese di grande elevazione e momento
con questo sguardo deviano i loro corsi
e perdono il nome di azione. Ma, calmati adesso,
la bella Ofelia. – Ninfa, nelle tue orazioni
siano rammentati tutti i miei peccati.
(Amleto Atto III, scena I)

Molti critici hanno visto nell’Amleto la trasposizione di numerosi elementi delle vicende della vita privata dello scrittore e pertanto hanno unificato le due figure, autore e personaggio. Nell’Ulisse di Joyce Stephen Dedalus propone una lettura dell’Amleto in chiave autobiografica. Il personaggio del principe richiama in vita il figlio morto di Shakespeare, Hamnet, e al tempo stesso rappresenta anche l’autore e ancora, attraverso la figura dello spettro, in una sorta di allineamento di piani paralleli normalmente non visibili, ritroviamo il figlio come sarebbe potuto diventare qualora fosse sopravvissuto.

E come il neo sulla mia mammella destra è dove era quando son nato, benché il mio corpo sia stato intessuto di materiale nuovo a più riprese, così attraverso lo spettro del padre inquieto fa capolino l’immagine del figlio non vivente. Nell’istante intenso dell’immaginazione, quando lo spirito, dice Shelley, è un carbone vicino a spegnersi, ciò che io ero è ciò che io sono e ciò che in potenza potrò divenire. Così nel futuro, fratello del passato, io posso vedermi quale siedo qui ora solamente per il riflesso di ciò che allora sarò.
(James Joyce, Ulisse)

Tutto affascina in quest’opera e i collegamenti sembrano infiniti. Un’ultima, ma non meno avvincente lettura riguarda le origini del personaggio Amleto e il suo rapporto con il Tempo. Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, nel saggio Il mulino di Amleto risalgono ad una figura mitica che pone Amleto addirittura come una potenza cosmica primordiale. Nelle antiche saghe nordiche il mulino rappresentava il Cielo che aveva come perno Polaris e l’albero del mulino era l’asse del mondo e configurazione del Tempo. Dopo un periodo di grande prosperità detto Età dell’Oro, inevitabilmente arriva la caduta e la distruzione del mulino. Questa demolizione è ineluttabile infatti la posizione delle stelle fisse è molto importante (la Stella Polare indica il polo nord sulla sfera celeste), ma a causa della precessione degli equinozi la posizione delle stelle sulla sfera celeste cambia periodicamente e questo determina uno sfasamento, un momento di passaggio, uno stravolgimento nella storia dell’umanità.

Dietro Amleto ci sarebbe dunque un mito universale, il mito del Tempo, Kronos, che periodicamente si guasta a causa della precessione degli equinozi, per cui i punti equinoziali si spostano in direzione opposta a quella seguita dal sole […] Gli antichi credevano che lo slittamento del sole lungo il piano equinoziale incidesse sulla struttura del cosmo e determinasse una successione di età del mondo poste sotto segni zodiacali diversi. L’Età dell’Oro sarebbe stata quella del 5000 a. C. In cui i due cardini equinoziali erano stati i Gemelli e il Sagittario, tra i quali si estende l’arco della Via Lattea: la via tra la terra e il cielo era aperta, e uomini e dèi, allora ma solo allora, potevano incontrarsi.
(Alessandro Serpieri, Le origini di “Amleto”, in La traduzione di Amleto nella cultura europea, a cura di Maria Del Sapio Garbero)

Lo spostamento dell’asse e la conseguente fine dell’età prospera e felice, sia nel regno di Danimarca che nella vita privata del principe Amleto nel dramma è causato dall’assassinio del padre da parte del fratello, con tutte le drammatiche conseguenze che porterà con sé:

Questo tempo è scardinato. Oh maledetto destino,
che mai io sia nato per rimetterlo in sesto!
(Amleto Atto I, Scena V)

Già… e chi non ha un tempo da rimettere in sesto?

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Yes, yes, yes. Vade retro, redenzione!

Sono arrivato qui con l’intenzione di distruggermi. Avvertivo la necessità di frantumarmi almeno per una volta in mille pezzi.

Hisao Hiruma (1960) ha esordito con il romanzo Yes, yes, yes nel 1989 ed ha avuto un successo immediato malgrado il testo crudo e diretto che descrive la vita di alcuni giovani, per la maggior parte minorenni, che si prostituiscono in un quartiere gay di Tokyo. Jun, il protagonista, inizia questa attività con l’intento di autodistruggersi e finisce con l’essere risucchiato in quella maledizione che colpisce il genere umano quando, a furia di fare una cosa, la svuota, privandola di significato e trasformandola in routine. In questo caso prostituirsi diventerà semplicemente il mezzo per guadagnare molti soldi, lavorando per poche ore al giorno. Ci si abitua a tutto, è proprio vero.

Da quando sono arrivato in questo quartiere la mia vita non è stata altro che un susseguirsi di giornate rarefatte. Da allora è già trascorso un anno e in mano non mi ritrovo nulla: è come se il tempo mi avesse sfiorato. Sarà forse perché per la vita che conduco non vedo mai la luce del sole, ma ormai sono convinto che la linea di demarcazione tra un giorno e l’altro esista solo nei calendari. Il cielo con il sole che al mio risveglio è sul punto di tramontare, quando lascio la stanza è già una visione blu elettrica dove per tutta la notte, come in un foglio di cellofan posto alle mie spalle, scorrono senza interruzione scene di una realtà fittizia come in un copione cinematografico.

Di questo mondo degradato l’autore fa un ritratto attento senza concedere nulla alla morale, al pregiudizio o ad una qualsiasi forma di pensiero religioso e proprio per questo esalta lo squallore di certe situazioni e mette in ridicolo alcune pratiche severamente condannate dall’occhio sociale, ma che sono proprio il frutto di una repressione millenaria che le ha travestite di teatralità, di artificio, performance imprevedibili, alla ricerca di un piacere in perenne fuga e alla fine inafferrabile, sempre irraggiungibile.

D’un tratto, mentre annuivo con la testa, gli occhi mi si riempirono di lacrime. Qualcosa nella parte più profonda di me si era rotto senza il minimo rumore; un senso di spossatezza come se in un attimo il ghiaccio che mi ricopriva si fosse disciolto, un senso di vuoto come se una parte importante del mio essere non esistesse più. È naturale che avessi il petto gonfio di una tristezza indicibile, di un immotivato, profondo e cupo sconforto, ma per strano che possa sembrare era una tristezza con tinte di felicità, uno sconforto con un non so che di beatitudine. La coscienza e tutti quei sentimenti che mi avevano fino a quel momento oppresso erano spariti con dolcezza; si erano volatilizzati di colpo lasciandomi nella pura, debole ed evanescente condizione di un neonato.

Lo spesso strato di sovrastrutture culturali ci opprime fin dalla tenera età facendo di noi dei personaggi che sono solo il lontano ricordo di ciò che è la nostra vera sostanza. Anzi spesso rimane sconosciuta perfino a noi stessi, perché non è per niente facile, non soltanto rendersi conto di essere delle maschere, ma anche liberarsi dell’intero travestimento.

La lotta intrapresa che era rabbia contro se stessi, desiderio di annullamento, mortificazione di sé, prosegue il suo cammino e porta Jun laddove, forse, non pensava nemmeno di arrivare. Non ha più risentimento contro se stesso, ma lungo il sentiero lastricato di abusi, violenza, a volte vera ferocia, umiliazioni di ogni tipo, giunge a una specie di morte interiore che lo spegne, che non gli fa più provare alcun sentimento.

Per me il primo mattino è un momento intimidatorio in cui la coscienza viene dolorosamente denudata, è un momento incolore in cui la pelle ruvida e secca come un deserto, senza più niente che la protegga, viene profanata.

Hiruma racconta le storie di giovani che si prostituiscono con altri uomini pur non essendo gay ed inevitabilmente arriva a trattare l’argomento sesso in una prospettiva totalmente priva di sfumature romantiche, nella sua accezione meramente fisica dettata dall’istinto. La dimensione che tenta di avvicinare è perciò molto complessa venata di violenza e perversione. Anche in questo campo, come per l’impostazione generale dell’esistenza, tutto si basa su un problema di fondo ovvero desiderio di conquista e desiderio di dominio, entrambi i sentimenti impediscono il raggiungimento reale del piacere, problema che viene acuito dalla consapevolezza che il piacere raggiunto da un uomo è talmente grezzo se paragonato a quello di una donna. É ridicolo da tanto è semplice, e questa impossibilità scatena poi una sorta di rabbia interiore che sfocia spesso in violenza fisica, una violenza che si finisce con l’accettare in quanto inevitabile.

Avrei potuto opporre resistenza, è vero, ma dentro di me un incomprensibile stimolo chiedeva accettazione passiva. Mistero dei meccanismi dell’animo umano. Le corde del mio animo erano tese al massimo, avrebbero potuto rompersi con la stessa facilità di una sottilissima lastra di ghiaccio. Ero terrorizzato e al tempo stesso in attesa di qualcosa: di una speranza tragica, di un brivido puro, cristallino, solenne e soave, di un piacere. Non potei evitare di rilassarmi, come a volere rinunciare a me stesso. Tremavo dal terrore e ardevo dal desiderio.

Sembra quasi che l’unica dimensione possibile perché si svolga la rappresentazione, atto dopo atto, sia quella della tragedia. C’è sempre un punto in cui si oltrepassa la soglia e si sconfina in un eccesso che vanifica e al tempo stesso esalta ogni azione, quasi come se la morte (non sempre solo simbolica) fosse l’unica misura possibile per concludere un amore che non può esplicarsi se non nel dolore e nella sofferenza totali. Questo mondo di uomini offre una varietà completa di personaggi tristi, ridicoli nei loro eccessi, che sembra tentino di esorcizzare una mascolinità socialmente integerrima con atteggiamenti parossistici, quasi fosse la parodia di se stessi offerta in pasto a un mondo di famelici osservatori.

Le emozioni sono le uniche cose sulle quali non ho dubbi; non si possono controllare, erompono spontanee e all’improvviso, quando siamo in sintonia con qualcosa, quando ci sentiamo legati a qualcosa. Quell’uomo era riuscito a scrutare dentro di me, e anche se non era mia intenzione che qualcuno vi riuscisse, lui l’aveva fatto, e ne era rimasto dolorosamente toccato. In quel momento mi bastò questo, e ne fui così felice che quasi iniziai a piangere.

Eppure c’è una debolezza che ci contraddistingue tutti indistintamente, quella ricerca spasmodica dell’amore e della comprensione altrui, finisce sempre col manifestarsi, anche laddove sembra impossibile e anche quando si vuole negarla aprioristicamente. In un modo o nell’altro riesce a farsi strada a scavare un tunnel sottopelle dove si muove la terribile speranza, le cui bolle d’aria di vita prima o poi salgono a galla, anche nella più densa pozza di fango. Ed è qui, nel desiderio di compenetrare entrambi gli universi, maschile e femminile, nel continuo fluire che rende tutti esseri angelici e asessuati che si potrebbe trovare una via di scampo. Ma l’intuizione, come sempre è l’istante del lampo, la fugace visione dell’inafferrabile, poi tutto torna come prima, tranne che per la presa di coscienza, sapere ciò che si è senza mistificazioni, senza volere a tutti i costi sublimare la realtà. Esistere, in fondo, è più che sufficiente.

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Dio è taoista?

Mortale: Perciò, o Dio, io ti prego, se hai un briciolo di pietà per questa tua creatura sofferente, liberami dal dover avere il libero arbitrio!
Dio: Tu rifiuti il dono più grande che io ti abbia fatto?
Mortale: Come puoi chiamare dono ciò che mi è stato imposto? Io ho il libero arbitrio, ma non per mia scelta. Non ho mai scelto liberamente di avere il libero arbitrio. Devo avere il libero arbitrio, che mi piaccia o no!
Dio: Perché vorresti non averlo?
Mortale: Perché il libero arbitrio significa responsabilità morale e la responsabilità morale è un peso che non posso sopportare!
(Raymond M. Smullyan, Dio è taoista? Da The Tao is silent, 1977)

In questo divertente ed interessante dialogo tra Dio e un Mortale a proposito del libero arbitrio, venuto fuori dalla penna arguta di Raymond M. Smullyan, e inserito nel libro di Hofstadter e Dennett, L’io della mente, vengono posti quesiti molto importanti che ci riguardano e che possono appesantirci enormemente o, al contrario, renderci la vita più leggera. Come sempre questo dipende da noi, anche se siamo così abituati a cercare cause esterne, da dimenticarcene.

Il dialogo inizia con un Mortale decisamente risentito per avere ricevuto in dono il libero arbitrio e con un Dio incuriosito da tale risentimento, che cerca di comprendere cosa ci sia di male nella possibilità di decidere. L’incontro-scontro che viene proposto è quello tra il pensiero occidentale e quello orientale. È il Mortale a radunare in sé tutti i preconcetti, i condizionamenti e le chiusure tipici del mondo occidentale, che trova comodo uniformarsi ad una serie di dogmi e regole che mettano ordine e spieghino anche quel che non ha spiegazione. Dio invece rappresenta l’apertura, l’armonia, l’equilibrio del pensiero orientale, che cerca di sfatare miti, leggende, luoghi comuni che soffocano ogni forma di spiritualità.
Ad un certo punto del dialogo la questione si sposta sul perché Dio abbia dato il libero arbitrio agli uomini. La prima risposta del Mortale ben indottrinato si concentra sulla possibilità di meritare oppure no la salvezza eterna. Ma Dio pare non essere d’accordo.

Dio: […] E così te la sei proprio bevuta l’idea che ti hanno insegnato, che la vostra vita sulla terra è come un periodo di esame e che lo scopo per cui vi è stato dato il libero arbitrio è di mettervi alla prova, per vedere se meritate la beatitudine eterna. Ma una cosa mi lascia perplesso: se tu credi veramente che io sia così buono e benevolo come si va sbandierando, perché dovrei imporre agli uomini di meritarsi cose come la felicità e la vita eterna? Perché non dovrei concedere queste cose a ciascuno, che le meriti o no?
Mortale: Ma mi è stato insegnato che il tuo senso della morale, il tuo senso della giustizia, impone che il bene sia ricompensato con la felicità e il male sia punito con la sofferenza.
Dio: Allora ti hanno insegnato male.

Non siamo un po’ troppo arrendevoli verso tutti i mortali che si fanno portavoce della parola di Dio? Come potrebbe il pensiero limitato contenere quello illimitato?
Continuando a ragionare, Dio cerca di riportare il Mortale, a colpi di logica inconfutabile, lungo una linea di forte razionalità, anche se in contrasto con la letteratura religiosa e i moralisti classici, fonti della sua formazione.

Mortale: Dunque tu dici che il motivo non è quello di mettere alla prova il nostro merito. E hai confutato il motivo che per godere delle cose noi abbiamo bisogno di sentire che dobbiamo meritarle. E sostieni di essere un utilitarista. E la cosa più significativa di tutte è che mi sei sembrato contentissimo quando mi sono reso conto d’un tratto che non è il peccare in sé che è il male, ma solo la sofferenza che esso provoca.
Dio: Ma certo! Che cos’altro ci potrebbe essere di male nel peccare?
Mortale: D’accordo, tu lo sai e adesso lo so anch’io. Ma purtroppo io ho passato tutta la vita sotto l’influenza di quei moralisti che ritengono che il peccare sia male in sé. Comunque sia, mettendo insieme tutti questi pezzi, mi viene da pensare che l’unica ragione per cui ci hai dato il libero arbitrio è perché credi che col libero arbitrio gli uomini probabilmente causeranno meno sofferenza agli altri – e a se stessi – che senza il libero arbitrio.

L’idea di una divinità unicamente buona è in effetti in netto contrasto con la logica e l’evidenza, ma anche con il dualismo che ci caratterizza. Per concepire la perfezione noi abbiamo bisogno di due elementi, pertanto per essere perfettamente buono devi anche essere cattivo. Il male invece viene separato e dato in carico al Diavolo e all’uomo stesso, che proprio con il libero arbitrio sceglie di essere malvagio. Sì ma come la mettiamo con l’onnipotenza?

Il dialogo si estende anche su altri argomenti come: chi parla a chi? E sempre il povero Mortale viene messo con le spalle al muro perché non è abituato a ragionare con la mente aperta. Ancora una volta l’affondo contro una cultura invadente e accecante segna un punto.

Mortale: Se non ti posso vedere come faccio a sapere che esisti?
Dio: Domanda giusta! Come fai appunto a sapere che esisto?
Mortale: Be’, non sto forse parlando con te?
Dio: Come fai a sapere che stai parlando con me? supponi di dire a uno psichiatra: “Ieri ho parlato con Dio”. Che cosa pensi che ti direbbe?
Mortale: Dipende dallo psichiatra. E poiché gli psichiatri sono per lo più atei, probabilmente mi direbbero che ho parlato con me stesso.
Dio: E avrebbero ragione!
Mortale: Come? Vuoi dire che non esisti?
Dio: La tua capacità di trarre conclusioni false è sbalorditiva. Solo perché stai parlando con te stesso ne segue che io non esisto?

Effettivamente la nostra capacità di trarre conclusioni false è piuttosto frequente. Il punto è che partiamo dai presupposti sbagliati e cioè non ci rendiamo conto che il nostro vedere è più o meno frutto di convenzioni e non di realtà oggettiva (ammesso che esista), ma il nostro strumento visivo a senso unico ci provoca molte percezioni illusorie. Noi non siamo in grado di vedere oltre e quindi riteniamo inaccettabile quello che non ci sembra manifesto. Se si conversa con Dio e anche con se stessi, una cosa non esclude necessariamente l’altra perché se ci si sente parte di un tutto, si è anche il tutto.

Mortale: Ma se tu sei davvero un processo, cioè una cosa astratta, non riesco a capire che senso possa avere che io parli con un semplice “processo”.
Dio: Mi piace il modo in cui dici “semplice”. Allo stesso modo potresti dire che vivi in un “semplice universo”. E poi, perché ogni cosa che si fa dovrebbe avere un senso? Ha senso parlare con un albero?
Mortale: No, naturalmente!
Dio: Eppure molti bambini e molti primitivi lo fanno.
Mortale: Ma io non sono né un bambino né un primitivo.
Dio: Eh già, purtroppo.
Mortale: Perché purtroppo?
Dio: Perché molti bambini e molti primitivi hanno un’intuizione primordiale che quelli come te hanno perduto. Francamente penso che ti farebbe un gran bene parlare con un albero ogni tanto, anche più che parlare con me!

La perdita delle intuizioni delle origini, sostituite dalle sovrastrutture culturali non ha fatto altro che allontanarci da quella che è la nostra vera natura, fatta di fusione con tutto ciò che ci circonda. Se ritrovassimo il nostro sguardo primitivo non solo riusciremmo a parlare con gli alberi, ma anche a sentirne le risposte, senza per questo avere bisogno di uno psichiatra.

La conversazione converge poi sullo scontro tra determinismo e libero arbitrio e giunge ad una singolare connotazione del Diavolo con il tempo lunghissimo che occorre agli esseri senzienti per arrivare all’illuminazione.
Alla fine della discussione Dio rivela al Mortale che hanno affrontato tutto il dibattito con una falsità di base, ovvero che il libero arbitrio non può essere un dono a parte, ma è la caratteristica fondamentale di un essere pensante, altrimenti come potrebbe essere tale?

Dio: […] No, il libero arbitrio non è un “extra”: esso è parte integrante dell’essenza stessa della coscienza. Un essere cosciente senza libero arbitrio è semplicemente un assurdo metafisico.

Il Mortale a questo punto si rende conto di avere scambiato un dilemma metafisico per un problema morale. La moralità è spesso un veleno che ottunde la mente e impedisce una visione più chiara, perché scaccia, con lo spauracchio di terribili punizioni, quello che il pensiero logico invece fa affiorare di continuo. Come suggerisce dunque questo saggio Dio taoista, solo avvicinandoci il più possibile alla natura è possibile ritrovare un po’ dell’antica attenzione e allungare il passo verso la luce.

Dio: […] Nulla vale quanto un orientamento naturalistico per dissipare tutti questi morbosi pensieri di “peccato”, di “libero arbitrio” e di “responsabilità morale”. A un certo stadio della storia queste nozioni furono effettivamente utili: mi riferisco ai giorni in cui i tiranni avevano un potere illimitato e solo il timore dell’inferno era in grado di frenarli. Ma da allora l’umanità è cresciuta e questo raccapricciante modo di pensare non è più necessario.
Potrebbe esserti d’aiuto ricordare quanto dissi una volta attraverso gli scritti del grande poeta Zen Seng-Ts’an:

Se vuoi raggiungere la nuda verità,
non preoccuparti di giusto e sbagliato.
Il conflitto tra giusto e sbagliato
È la malattia della mente.

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