Yes, yes, yes. Vade retro, redenzione!

Sono arrivato qui con l’intenzione di distruggermi. Avvertivo la necessità di frantumarmi almeno per una volta in mille pezzi.

Hisao Hiruma (1960) ha esordito con il romanzo Yes, yes, yes nel 1989 ed ha avuto un successo immediato malgrado il testo crudo e diretto che descrive la vita di alcuni giovani, per la maggior parte minorenni, che si prostituiscono in un quartiere gay di Tokyo. Jun, il protagonista, inizia questa attività con l’intento di autodistruggersi e finisce con l’essere risucchiato in quella maledizione che colpisce il genere umano quando, a furia di fare una cosa, la svuota, privandola di significato e trasformandola in routine. In questo caso prostituirsi diventerà semplicemente il mezzo per guadagnare molti soldi, lavorando per poche ore al giorno. Ci si abitua a tutto, è proprio vero.

Da quando sono arrivato in questo quartiere la mia vita non è stata altro che un susseguirsi di giornate rarefatte. Da allora è già trascorso un anno e in mano non mi ritrovo nulla: è come se il tempo mi avesse sfiorato. Sarà forse perché per la vita che conduco non vedo mai la luce del sole, ma ormai sono convinto che la linea di demarcazione tra un giorno e l’altro esista solo nei calendari. Il cielo con il sole che al mio risveglio è sul punto di tramontare, quando lascio la stanza è già una visione blu elettrica dove per tutta la notte, come in un foglio di cellofan posto alle mie spalle, scorrono senza interruzione scene di una realtà fittizia come in un copione cinematografico.

Di questo mondo degradato l’autore fa un ritratto attento senza concedere nulla alla morale, al pregiudizio o ad una qualsiasi forma di pensiero religioso e proprio per questo esalta lo squallore di certe situazioni e mette in ridicolo alcune pratiche severamente condannate dall’occhio sociale, ma che sono proprio il frutto di una repressione millenaria che le ha travestite di teatralità, di artificio, performance imprevedibili, alla ricerca di un piacere in perenne fuga e alla fine inafferrabile, sempre irraggiungibile.

D’un tratto, mentre annuivo con la testa, gli occhi mi si riempirono di lacrime. Qualcosa nella parte più profonda di me si era rotto senza il minimo rumore; un senso di spossatezza come se in un attimo il ghiaccio che mi ricopriva si fosse disciolto, un senso di vuoto come se una parte importante del mio essere non esistesse più. È naturale che avessi il petto gonfio di una tristezza indicibile, di un immotivato, profondo e cupo sconforto, ma per strano che possa sembrare era una tristezza con tinte di felicità, uno sconforto con un non so che di beatitudine. La coscienza e tutti quei sentimenti che mi avevano fino a quel momento oppresso erano spariti con dolcezza; si erano volatilizzati di colpo lasciandomi nella pura, debole ed evanescente condizione di un neonato.

Lo spesso strato di sovrastrutture culturali ci opprime fin dalla tenera età facendo di noi dei personaggi che sono solo il lontano ricordo di ciò che è la nostra vera sostanza. Anzi spesso rimane sconosciuta perfino a noi stessi, perché non è per niente facile, non soltanto rendersi conto di essere delle maschere, ma anche liberarsi dell’intero travestimento.

La lotta intrapresa che era rabbia contro se stessi, desiderio di annullamento, mortificazione di sé, prosegue il suo cammino e porta Jun laddove, forse, non pensava nemmeno di arrivare. Non ha più risentimento contro se stesso, ma lungo il sentiero lastricato di abusi, violenza, a volte vera ferocia, umiliazioni di ogni tipo, giunge a una specie di morte interiore che lo spegne, che non gli fa più provare alcun sentimento.

Per me il primo mattino è un momento intimidatorio in cui la coscienza viene dolorosamente denudata, è un momento incolore in cui la pelle ruvida e secca come un deserto, senza più niente che la protegga, viene profanata.

Hiruma racconta le storie di giovani che si prostituiscono con altri uomini pur non essendo gay ed inevitabilmente arriva a trattare l’argomento sesso in una prospettiva totalmente priva di sfumature romantiche, nella sua accezione meramente fisica dettata dall’istinto. La dimensione che tenta di avvicinare è perciò molto complessa venata di violenza e perversione. Anche in questo campo, come per l’impostazione generale dell’esistenza, tutto si basa su un problema di fondo ovvero desiderio di conquista e desiderio di dominio, entrambi i sentimenti impediscono il raggiungimento reale del piacere, problema che viene acuito dalla consapevolezza che il piacere raggiunto da un uomo è talmente grezzo se paragonato a quello di una donna. É ridicolo da tanto è semplice, e questa impossibilità scatena poi una sorta di rabbia interiore che sfocia spesso in violenza fisica, una violenza che si finisce con l’accettare in quanto inevitabile.

Avrei potuto opporre resistenza, è vero, ma dentro di me un incomprensibile stimolo chiedeva accettazione passiva. Mistero dei meccanismi dell’animo umano. Le corde del mio animo erano tese al massimo, avrebbero potuto rompersi con la stessa facilità di una sottilissima lastra di ghiaccio. Ero terrorizzato e al tempo stesso in attesa di qualcosa: di una speranza tragica, di un brivido puro, cristallino, solenne e soave, di un piacere. Non potei evitare di rilassarmi, come a volere rinunciare a me stesso. Tremavo dal terrore e ardevo dal desiderio.

Sembra quasi che l’unica dimensione possibile perché si svolga la rappresentazione, atto dopo atto, sia quella della tragedia. C’è sempre un punto in cui si oltrepassa la soglia e si sconfina in un eccesso che vanifica e al tempo stesso esalta ogni azione, quasi come se la morte (non sempre solo simbolica) fosse l’unica misura possibile per concludere un amore che non può esplicarsi se non nel dolore e nella sofferenza totali. Questo mondo di uomini offre una varietà completa di personaggi tristi, ridicoli nei loro eccessi, che sembra tentino di esorcizzare una mascolinità socialmente integerrima con atteggiamenti parossistici, quasi fosse la parodia di se stessi offerta in pasto a un mondo di famelici osservatori.

Le emozioni sono le uniche cose sulle quali non ho dubbi; non si possono controllare, erompono spontanee e all’improvviso, quando siamo in sintonia con qualcosa, quando ci sentiamo legati a qualcosa. Quell’uomo era riuscito a scrutare dentro di me, e anche se non era mia intenzione che qualcuno vi riuscisse, lui l’aveva fatto, e ne era rimasto dolorosamente toccato. In quel momento mi bastò questo, e ne fui così felice che quasi iniziai a piangere.

Eppure c’è una debolezza che ci contraddistingue tutti indistintamente, quella ricerca spasmodica dell’amore e della comprensione altrui, finisce sempre col manifestarsi, anche laddove sembra impossibile e anche quando si vuole negarla aprioristicamente. In un modo o nell’altro riesce a farsi strada a scavare un tunnel sottopelle dove si muove la terribile speranza, le cui bolle d’aria di vita prima o poi salgono a galla, anche nella più densa pozza di fango. Ed è qui, nel desiderio di compenetrare entrambi gli universi, maschile e femminile, nel continuo fluire che rende tutti esseri angelici e asessuati che si potrebbe trovare una via di scampo. Ma l’intuizione, come sempre è l’istante del lampo, la fugace visione dell’inafferrabile, poi tutto torna come prima, tranne che per la presa di coscienza, sapere ciò che si è senza mistificazioni, senza volere a tutti i costi sublimare la realtà. Esistere, in fondo, è più che sufficiente.

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20 commenti

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20 risposte a “Yes, yes, yes. Vade retro, redenzione!

  1. Perché sempre storie eccessive, Maria, storie di frontiera? Perché forse per capire la vita bisogna raggiungerne i limiti e ormai questo chiedono i lettori? C’è tanta angoscia nelle vite comuni, eppure vogliamo sentirla raccontare soltanto in ambiti estremi. Perché solo gay, babyprostitute, serial killer, depravazione, orrore, sangue e oscenità indicibili? Ma forse già questo avveniva nella tragedia, tra incesti, antropofagia e parricidio. Cosa dovrà inventarsi uno scrittore per stimolare l’attenzione di un lettore annoiato? La storia e la cronaca sono già sovraccariche di orrore e desolazione, come superarli con gli strumenti della fantasia?

  2. Caro Guido, non so se questi autori scrivano storie di frontiera per capire o far capire meglio la vita, forse è perché si tratta della vita di qualcun altro che però potrebbe lambire anche la nostra… di sicuro c’è un’enorme fetta di società che vive in un sottobosco emotivo fatto di squallore, dolore, devastazione quotidiana… Eppure, come ricordi tu, già nella tragedia antica il destino dell’umanità era segnato, ma io sono d’accordo con te, l’uomo può cambiare le cose, con la fantasia, con la mente, tutti potremmo ri-creare il mondo di continuo e renderlo un luogo ben più piacevole di quello che è diventato… Allora si scriverebbero altre storie…
    Forse però la cosa che spiazza di più in questo libro è che il protagonista non racconta gli avvenimenti sotto la lente del pregiudizio o della disperazione, ma come il frutto di una scelta consapevole, voluta. L’umanità è fatta anche di questo…
    un abbraccio

  3. Anche Burroughs e Genet hanno fatto indagini simili in un contesto di degradazione. Per il resto, penso che noi indossiamo maschere anche per proteggerci dall’invadenza del mondo. Essere se stessi, essere nudi davanti allo sguardo altrui, mi sembra pericoloso. In fondo indossare una maschera è come indossare una corazza. Il tuo blog è sempre fonte di riflessioni, Maria. Un caro saluto.

    • Caro Ettore, sì la maschera di certo protegge però allo stesso tempo imprigiona e rende comunque schiavi della società…
      Forse, anche se sembra un controsenso, alla fine è proprio essere se stessi che crea la corazza più forte, perché affranca dall’invadente occhio sociale…infatti il problema di essere ciò che sei non è tuo, ma di chi ti vuole diverso e dunque il problema per te non esiste…
      ma si sa, teorizzare è sempre molto più semplice di vivere…
      ti ringrazio molto, un abbraccio

  4. ammiro molto la capacità che hai di “entrare” nell’essenza di un testo, senza supponenza né gli accademici e improbabili voli, spesso incomprensibili, di molti critici accreditati come tali.
    Grazie, un abbraccio a te

  5. Uno scrittore che narra uno spaccato di società esistente, narra di un degrado che per vivere si sottopone a umiliazioni. La prostituzione ha varie sfaccettature e l’autore affronta un tema delicato che incuriosisce: il lettore è attratto da temi scabrosi. Del resto chi scrive deve affrontare ogni tema, ciò che conta è farlo con perizia e soprattutto far comprendere i dolori delle situazioni e magari trarne spunto di riflessione.
    Tu, Maria, con grande capacità presenti la storia offrendoci come sempre una disamina interessante e di grande interesse.

    Buon fine settimana, un abbraccio.
    annamaria

  6. “la terribile speranza”
    Certe tue espressioni sono di una chiarezza sorprendente. Nel contrasto di concetti fai emergere un mondo.
    L’argomento di questo libro mi incute un po’ di raccapriccio, a essere sincera, e certo non per la condizione esistenziale dei ragazzi gay, ma per la perversione che ne connota lo stato di degrado, e non intendo moraleggiare, sia chiaro, ma solo evidenziare la decadenza sociale che vi sta dietro.
    Non quella specifica raccontata qui da Hiruma, ma quella generale, di tutte le epoche, di tutte le società umane.
    Spesso mi chiedo come sarebbe una società in cui ogni cittadino potesse usufruire delle ricchezze del paese, con uguali diritti al benessere, al lavoro congeniale, alla cultura, insomma uguaglianza che non darebbe adito alla ricerca di ulteriore soddisfacimento e piacere perché ciascuno avrebbe già tutto ciò che gli occorre per essere libero. Libero di amare, di non amare, di darsi, di ricevere, senza alcun tabù sessuale, solo profondamente rispettoso della libertà di ognuno. Forse sarebbe un mondo privo di malizia e di aberrazione, un mondo in cui la naturalezza dell’esistere sarebbe il patrimonio di tutti.
    Potrebbe sembrare un punto di vista puritano, il mio, ma non lo è, tengo a precisarlo.
    Maria, ti faccio come al solito i complimenti per il tuo impegno a condividere grande letteratura e non solo, anche quella che rispecchia meramente la vita. Con la tua agile scrittura, piacevolezza irrinunciabile.
    Grazie
    cb

    • Cara Cri, ancora più aberrante se pensiamo che siamo fotoni in movimento che si rovinano questa breve parentesi illusoria che la mente ci offre, che potrebbe a maggior ragione trasformarsi in estasi continua e invece…
      Come dicevo prima, quello che sconcerta di più è che ciò che per noi è doloroso e degradante per i protagonisti è semplice normalità. Naturalmente lungi da me il dare ragione o torto a una parte o all’altra, ma non è forse vero che è tutto condizionamento ormai? a seconda del luogo in cui nasci potrebbe essere un crimine (contro Dio così è inappellabile) perfino fumare una sigaretta o andare in giro senza una copertura integrale, essere lapidate o sfregiate con l’acido per motivi fuori da ogni logica ecc. ecc…. non è più raccapricciante questo rispetto alla gente che vende volontariamente il proprio corpo per soldi?
      grazie e un bacio

      • Certo, Maria, rispetto a tutte le forme di violenza enumerate, alle quali si potrebbero aggiungere ancora tante altre, non c’è dubbio che sia meno raccapricciante vendersi.
        Ma io considero le origini di tutte queste aberrazioni, e mi risultano sempre scaturite dall’avidità incontrollata e sfrenata di possesso con il conseguente sfruttamento delle risorse naturali e dell’ingegno umano da parte dei più forti. La storia dell’umanità è fatta di sistemi piramidabili, a tutte le latitudini, e da sempre i più deboli hanno dovuto adattarsi per non soccombere. Da qui parte ogni forma di prostituzione, anche quelle mistificate delle istituzioni familiari, delle caste, dei razzismi, tutte cellule indispensabili all’esercizio del potere e al mantenimento dello status quo.
        Si arriva quindi alle sollecitazioni del consumismo che sfrutta il desiderio del misero di godere degli stessi beni che il possidente controlla e che sono prodotti della schiavitù lavorativa degli assoggettati.
        Si comprende come si possa arrivare alla totale manipolazione delle coscienze. Traffici internazionali di donne, bambini, organi, manodopera, armi, droga, petrolio, farmaci, pornografia… e la lista sarebbe interminabile, sono tutti gestiti e permessi dai vertici del potere.
        Forse mi sono dilungata troppo, ma è che io continuo a scorgere dietro le appariscenti depravazioni tutto il sistema castale-religioso che le produce.

      • Cara Cri, come sai sono perfettamente d’accordo con te. Pungolavo giusto per arrivare a questo, ovvero che non riusciamo neanche più a scorgere lo strato di pelle originario e quello che ci suscita delle emozioni sgradevoli spesso ce le provoca proprio perché c’è dietro una contaminazione più ampia che risale alla notte dei tempi… così la prostituzione porta il marchio del peccato e perciò deve essere condannata in tutte le sue forme, anche laddove non c’è costrizione e tuttavia, per quanto si possa accettarla rimane il fatto che chi la pratica è comunque condizionato dalla necessità di fare soldi facili per bisogni fittizi creati dalla società consumistica, insomma, da qualunque lato si guardi sembra che cambiare le cose sia proprio impossibile…
        baci

  7. Ti seguo da molti anni e cresce in me l’ammirazione per quello che scrivi e quello che leggi.
    Anche in questo testo hai saputo coniugare con ammirevole fedeltà esame critico del testo, che ci hai proposto e considerazioni personali sui contenuti delle storie.
    Il mondo della prostituzione maschile molto più sfumato e coperto da omertà rispetto a quello femminile ha dei tratti molto diversi dalla vendite dei corpi femminili.
    Hai saputo cogliere nel testo le motivazioni più o meno solide per le quali un ragazzo accetta di vendere il proprio corpo a un altro uomo.
    Motivazioni che vanno dal voler fare soldi al concetto di autodistruggersi.
    Merita una riflessione quello che hai proposto, perché è raro che si parli di questi argomenti.
    Un grande abbraccio

    • Caro orso, ti ringrazio. In effetti la prostituzione maschile è un argomento poco affrontato che presenta delle sfumature molto particolari. D’altra parte riflettere sul mondo che ci circonda credo sia indispensabile.
      un abbraccio

  8. Maria, non sono una capace di fingere: ammiro la sottigliezza di quanto è scritto, ma non sono capace di CAPIRE il perché uno si debba ridurre in questo stato, da quali pastoie vorrebbe liberarsi e per ottenere che cosa? Anche togliendo imposizioni morali o religiose, ma perché vivere così? Ci sono grandi amori di tutta una vita vissuti da persone omosessuali, non secondo le “regole” o la prassi, ma sono amori belli e sinceri. Mi piace la conclusione del tuo post: finalmente si arriva all’amore e alla comprensione delle persone, perfino alla speranza in un qualcosa che appaghi questo cuore umano incolmabile.

    • Cara Mimma, comprendo il tuo sgomento, ma ci sono delle cose che esistono a prescindere dalla nostra volontà. Basta leggere la storia. Di quanti crimini inenarrabili si è macchiata (e continua a farlo) l’umanità? eppure nelle varie epoche ci si poteva accanire contro i più deboli sventolando la forza della legge. Qui non si tratta di capire o di essere d’accordo, anch’io trovo squallido e umiliante scegliere una vita così materiale, però la cosa mi ha fatto riflettere: perché mi dà tanto fastidio? se due persone scelgono di fare qualcosa senza i vincoli della costrizione, né della necessità, né della disperazione, ebbene a noi cosa importa? ci sono persone incapaci di cercare di appagare il cuore, che preferiscono dedicarsi alla materia, non credo che si possa intervenire in certi casi, le cose cambieranno quando sarà il momento…
      un abbraccio

  9. desiderare l’autoannientamento attraverso il sesso è piuttosto paradigmatico di una società che lo ha riconosciuto come strumento di potere e umiliazione: (stupri etnici=annientamento di un’etnia…, discorso lungo sul concetto di etnia) o lo stupro di gay o lesbiche e quello sulle donne.La prostituzione nella nostra società è uno stupro, anche quando chi si prostituisce lo fa da adulto consapevole e consenziente, non a caso Jun vuole distruggersi attraverso essa.
    Il sesso non è più (lo è mai stato?) la ricerca di un piacere fisico fine a se stesso, l’esaltazione della vitalità dei corpi che gioiscono nel riconoscersi diversi o uguali, la capacità di ricercare e donare piacere (penso a quel che aveva scritto Foucault nella storia della sessualità). Per quanto riguarda i sentimenti legati al sesso, questi sono una sovrastruttura che serve a mantenere le donne nell’eterna ricerca del principe azzurro e gli uomini inchiodati al loro pene unico coinvolto in una relazione.
    Per quanto riguarda la prostituzione, non è un contraddirmi, lo ritengo uno stupro per quanto riguarda questo tipo di società sessuofobica e penalizzante nei confronti dei soggetti “deboli”, ma non lo considero così, sempre fra adulti consenzienti, quando penso che del proprio corpo ognuno/a può farne ciò che più le/gli pare meglio.
    ( non vendiamo il nostro corpo nel lavoro in cambio di denaro?)
    E’ anche vero come nota newwhitebear che la prostituzione maschile è considerata tabù, basta ricordarsi di Pasolini, della fine che gli han fatto fare e dei suoi libri. Ci sono da leggere volumi sugli argomenti che proponi, il che significa quanto poco sappiamo anche su noi stessi/e.
    k

    • Cara Cris, grazie per questo fantastico commento. E’ più bello del mio post!
      A proposito di prostituzione e società mi è tornato in mente quel passo della Goliarda sul bambino:
      “Il bambino è il primo operaio sfruttato, dipende dai grandi e sempre per un tozzo di pane, si abbassa a “divertire”, leccare le mani dei padroni, si lascia accarezzare anche quando non ne ha voglia: così comincia la prostituzione: si lascia sbaciucchiare dagli amici e le amiche, con barbe puzzolenti e rossetti nauseanti, parla con le “vocette” che piacciono tanto alla mammina, esce dalla stanza con “mossette” tanto “aggraziate”. E così anch’io, sbattuta fra tutte quelle mani, come probabilmente lo siete stati voi, conobbi la prostituzione di cantare quando loro volevano, di imitare l’avvocato amico di mio padre, di far finta che loro mi amavano e non pensavano che a me. Di piangere, dato che piangevo spesso: di piangere qualche volta anche se non ne avevo voglia, perché loro orgogliosi, davanti agli amici dell’università: “Non ci credi? È di una sensibilità straordinaria, sta’ a vedere” e Arminio iniziava a suonare il pianoforte e Ivanoe a cantare fissandomi: Mamma mormora la bambina… “Vedi, vedi come piange?” Piangevo infatti per non perdere il pane, il favore di quei grandi capricciosi e potenti.”
      (Goliarda Sapienza, Lettera aperta)

  10. Basterebbe ribaltare la prospettiva e considerare conquista ( prossima al possesso ) non la persona ma un’unione di esseri. Mi sembra la quadratura del cerchio. 🙂 Una “terribile speranza ” ?

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