Archivi del mese: dicembre 2012

Il ponte sulla Drina. Crocevia del molteplice.

E il ponte continuava a stare, tale quale era da secoli, con la sua eterna giovinezza di perfetto disegno e di buona e grande opera umana, una di quelle opere che non conoscono vecchiaia e trasformazioni e che, almeno così sembra, non condividono la sorte delle cose transitorie di questo mondo.

Il ponte, per definizione, assicura la continuità, è simbolo del congiungimento di ciò che è diviso e nell’unire due versanti può collegare paesi diversi, ottiche opposte, fare da tramite nelle divergenze apparentemente insanabili, diventare il luogo dove l’uno e il molteplice confluiscono, creare una zona neutrale dove gli opposti possono felicemente coincidere.

il ponte sulla drinaFinché durarono i festeggiamenti, e nei primi giorni in generale, la gente attraversò il ponte innumerevoli volte da una riva all’altra. I ragazzi andavano di corsa e gli anziani lentamente, conversando o ammirando da ogni punto le vedute del tutto nuove che adesso si potevano contemplare da quel posto. Gli infermi, gli zoppi e i paralitici vennero portati in barelle, perché nessuno volle mancare e rinunciare alla propria parte di quel miracolo. Ciascun abitante della cittadina, anche il più misero, ebbe la sensazione che le sue capacità si fossero all’improvviso moltiplicate e che la sua energia fosse cresciuta; come se un’impresa meravigliosa, sovrumana, fosse scesa alla portata delle sue forze ed entro i limiti della vita quotidiana; come se accanto agli elementi fino allora conosciuti -terra, acqua e cielo- ne fosse stato scoperto uno nuovo; come se, per benefico intervento di qualcuno, per tutti e per ciascuno fosse stato attuato uno dei più profondi desideri, un antico sogno degli uomini: camminare sopra le acque e dominare lo spazio.

andric il ponte sulla drinaUn ponte è al centro della narrazione del libro di Ivo Andrić, grande scrittore jugoslavo e premio Nobel per la letteratura nel 1961, Il ponte sulla Drina (1945) e grazie a tale espediente, il racconto può comprendere un arco temporale che un personaggio in carne ed ossa non potrebbe coprire. Naturalmente non si tratta di un ponte qualsiasi, Mehmed Paša Sokolović si trova infatti in una zona di frontiera, a Višegrad, una cittadina situata in Bosnia, al confine con l’area Serba della Repubblica Srpska, ma è anche un viadotto tra oriente e occidente, tra cristiani e musulmani. Il ponte diventa così il muto osservatore degli accadimenti storici e di tutte le storie personali che si avvicendano lungo un periodo che va dal 1500 fino alla Prima Guerra Mondiale.

La comunità di Višegrad, composta di ebrei, turchi e cristiani, in eterno conflitto tra loro, viene “salvata” in un certo senso proprio dal ponte, una costruzione sospesa, che sfida gli elementi e che, nei periodi storici più difficili in cui l’intera comunità è in pericolo, si offre come punto d’incontro, come momento di aggregazione, luogo senza tempo dove la lotta contro un nemico comune fa finalmente dimenticare ogni diversità.

Le fondamenta del mondo e le basi della vita e dei rapporti umani sono fissate per secoli. Questo non significa che esse non mutino, tuttavia, misurate col metro della vita degli uomini, sembrano eterne. Il rapporto tra la loro durata e la lunghezza dell’esistenza umana è paragonabile a quello che esiste tra l’irrequieta, mobile e veloce superficie di un fiume e il suo fondo stabile e saldo, le cui trasformazioni sono lente e sfuggono all’osservazione.

Una costellazione di racconti si incastra nella storia più ampia, quella ufficiale, alcuni scavano nella leggenda, altri sono realmente accaduti, altri ancora sarebbero potuti accadere e contemporaneamente trovano posto anche le imprese degli eroi popolari, gli usi, le tradizioni cruente, come la descrizione particolareggiata dell’esecuzione di un uomo condannato ad essere impalato, e tanti altri particolari storici insieme ad altrettanti personaggi che si incrociano tutti sul ponte. In particolare il punto di ritrovo è la cosiddetta porta, una sorta di terrazza che fa da salotto alla città, il luogo di convegno nella terra dell’universalità, laddove non ci possono essere differenze etniche, di ceto sociale o religiose ed è proprio lì che si decide di volta in volta il destino della comunità.

Per una legge di natura la gente s’opponeva a tutte le novità, ma non spingeva questa sua opposizione fino alle estreme conseguenze, dato che, per la maggioranza, la vita è più importante e più rapida delle forme nelle quali si vive. Solo in alcuni individui, eccezionalmente, si svolgeva un lungo, sincero dramma a causa della lotta tra il vecchio ed il nuovo. Per loro il modo di vivere era inseparabilmente e incondizionatamente connesso con la vita stessa.

Ivo AndricTuttavia c’è una forza potentissima di distruzione portata avanti dalla guerra mondiale che apre una nuova epoca, quella della modernità devastatrice che anticipa i venti nazionalisti fomentatori dei prossimi genocidi e proprio quella forza riuscirà a spezzare il vecchio simbolo di immortalità, aprendo, giusto in mezzo al ponte, una voragine che precipita nell’abisso della stupidità umana, energia disgregatrice senza pari, madre dell’arroganza e della prevaricazione, colei che sempre costringe a tornare indietro, affinché tutto il cammino evolutivo rallenti e si perda nei corsi e ricorsi storici, perché nella dimensione terrena è ancora la separazione che trionfa sull’unità. Nel corso della Prima Guerra Mondiale furono infatti distrutte tre arcate del ponte e altre cinque durante la Seconda Guerra Mondiale, oggi il ponte ricostruito fa parte del patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Tanti anni Iddio ha mandato sulla cittadina accanto al ponte, e tanti ancora ne manderà. Ce ne sono stati e ce ne saranno di ogni genere, ma il 1914 resterà per sempre separato dagli altri. Così almeno sembra a coloro che l’hanno vissuto. Ad essi pare che mai, per quanto si possa raccontare o scrivere, si potrà né si oserà dire tutto quel che s’è veduto allora nel fondo del destino umano, fuori del tempo e al di sotto degli avvenimenti. Chi potrebbe esprimere e riferire (così pensano!) quei brividi collettivi che d’un tratto hanno scosso le masse e che poi, dalle creature viventi, hanno cominciato a trasmettersi alle cose morte, ai quartiere e agli edifici? Come descrivere l’ondeggiare di sentimenti nella gente, passata dalla muta paura animalesca alla follia suicida, dai più bassi istinti di sanguinaria e subdola brama di saccheggio alle più nobili imprese che richiedono spirito di sacrificio e nelle quali l’uomo trascende se stesso e attinge per un attimo sfere di mondi superiori reggentesi su leggi diverse da quelle umane? Ciò non potrà mai essere detto, perché chi contempla simili eventi e ad essi sopravvive, ammutolisce, e i morti, dal canto loro, non possono parlare. Queste son cose che non si dicono, ma si dimenticano. Se infatti non si dimenticassero, come potrebbero ripetersi?

Ma se il viaggiatore è anche il viaggio e dunque anche il percorso, che cosa meglio del ponte può rappresentarne il congiungersi? Un ponte abbraccia una simbologia infinita, oltre a collegare due punti che altrimenti non potrebbero mai unirsi rappresenta anche qualcosa di immobile che però, paradossalmente, è come se fosse sempre in movimento attraverso il continuo viavai di persone, di epoche, di storie che lo attraversano. In effetti come un arcobaleno rappresenta l’idea dell’impermanenza nella realtà, dell’intangibile che pure si vede, così il ponte si spinge oltre la sua natura materiale sconfinando nel campo dell’ideale. Il sentiero che unisce due dimensioni dall’aspetto inconciliabile, che ci rende presenti e assenti, carne e spirito, terreni eppure ad un passo dal cielo. Se non impariamo a guardare, come potremo mai vedere?

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La lingua perduta delle gru. Astengansi perditempo omofobici.

la lingua perduta delle gruRose ed Owen, marito e moglie, vivono in una zona di Manhattan in piena ristrutturazione, e si trovano nella difficile situazione di dovere affrontare una scelta importante ovvero indebitarsi e acquistare l’appartamento dove abitano da tanti anni, oppure lasciarlo e cambiare quartiere. Da un pretesto apparentemente banale come questo si scava intorno a loro tutto un cantiere di menzogne, per cui la perdita della casa diviene metafora di tutta una vita da rimettere in sesto. Entrambi vivono nel proprio mondo e adesso che sono costretti a decidere qualcosa insieme si accorgono che da molto tempo avevano smesso di farlo per tutto il resto. Emblematico l’incontro tra i due, in una domenica fredda e piovosa, durante la quale entrambi escono e casualmente s’incrociano in una strada lontana da casa, persi in una deambulazione distratta al mondo circostante, che li spinge ad osservarsi per ciò che sono diventati, due estranei, sconosciuti l’uno all’altra. Gli altri personaggi importanti sono Philip, figlio di Rose e Owen, e Jerene una ragazza di colore adottata da una famiglia benestante, ansiosa di integrarsi in un mondo di bianchi sposandone principalmente le regole morali. Entrambi decidono di fare coming out, ovvero di dichiarare la propria omosessualità. Nel caso specifico la rivelano ai propri genitori scoprendo amaramente quanto sia già difficile accettare se stessi, ma come diventi un problema insostenibile se ci si aspetta che gli altri facciano altrettanto, a maggior ragione se questi altri sono proprio coloro che pensi ti accoglieranno in qualsiasi circostanza, coloro che ti ameranno a prescindere.

«Allora ti dirò una cosa. Ti dirò che avrei preferito che mi dicessi che avevi un cancro.» Non distolse mai lo sguardo dagli oleandri.

«Papà» disse lei. «Come fai a dire una cosa del genere; come fai a startene lì e dirmi una cosa del genere?»

«Dico sul serio» disse lui, girandosi. «Sei sempre stata una delusione per noi, ci hai sempre dato dei problemi. E adesso tornare a casa con questo… Questa porcheria, questo sacrilegio. Cosa ti aspettavi che facessi, che mi rilassassi sulla poltrona e sorridessi?»

«È come un lutto» mormorò Margaret piano piano dal sofà, tra i singhiozzi. «È come se fosse morta.»

«Mamma!» disse Jerene. «Papà! Non dite queste cose. Io sono ancora la stessa. Sono sempre vostra figlia, la vostra Jerene. Vi prego! Sto solo cercando di essere onesta con voi, di dirvi la verità per una volta.»

Suo padre allontanò gli occhi da lei, guardò ancora una volta fuori della finestra. «Tu non sei mia figlia» disse. «Ringrazio Dio almeno per questo. Tu non sei mia figlia.»

E così strappò il machete che gli era stato piantato nel cuore, lo girò e tagliò via di netto Jerene.

E questo succede in effetti, Jerene sarà tagliata via dalla loro vita per sempre, del resto essere diversi equivale in tutte le circostanze ad una morte sociale e chi vuole avere un morto in giro per casa? Meglio spazzarlo via dalla società e dalla propria vita. La vicenda sembra ancora più paradossale se si pensa che tanta intolleranza proviene da gente di colore che ha vissuto secoli di oppressione da parte di una fetta di privilegiati e che continua a subire discriminazioni in tutti gli ambiti, per un motivo futile come il colore della pelle. Eppure il bisogno di farsi accettare dagli altri supera qualsiasi altra esigenza e riesce a trasformare le vittime in aguzzini.

«Oggi?» fece Jerene. «Oggi ho scritto il mio capitolo su quelle famose gemelle che hanno inventato la loro lingua. Due bambine. Non so se avete sentito parlare del caso, ma dopo che le hanno scoperte c’è stato un grosso dibattito per decidere se bisognava separarle e costringerle a imparare l’inglese, o tenerle unite, in modo che la lingua potesse essere studiata. Come probabilmente potete immaginare, hanno vinto gli assistenti sociali, per il bene delle bambine. Immagino sia stata la cosa giusta da fare. Tuttavia, quando penso a quel che si sarebbe potuto imparare… ci sono dei nastri delle loro conversazioni, sapete. Non assomigliano a niente che si potrebbe imitare. Mi rattrista. Mi sembra che il mondo abbia abbastanza lingue perdute.»

david leavittLa lingua perduta delle gru (1986) è il primo romanzo di David Leavitt, reso famoso da una raccolta di racconti, Ballo di famiglia (1984), il titolo fa riferimento al caso clinico del bambino-gru, la cui storia è narrata nel brevissimo capitolo centrale del libro. Un capitolo che sembra spezzare, dividere a metà il romanzo, ma che in realtà unisce, lega tutti gli elementi, fornendo la chiave di lettura, sì perché tutte le lingue perdute si portano dietro un abisso di solitudine, emarginazione, di dolore, tutte le emozioni che sono costretti a subire coloro che non seguono i dettami sociali, le consuetudini millenarie che vengono reputate “verità”, “salvezza”, “giustizia” e soprattutto “fare la cosa giusta per” e come si fa a contrapporsi a questi colossi di moralità?

Quel che è davvero rilevante è che l’unica scelta possibile, nel caso di queste due gemelle, era la scelta che è stata fatta. La lingua doveva morire. La cosa pertinente è l’integrazione di quelle bambine, quella, e quanto con essa è andato perduto.

Certo una lingua è sacrificabile, un figlio gay è sacrificabile, e con essi tutto ciò che portano dentro di sé, chiunque turbi l’ordine sociale va processato per direttissima e condannato alla pena capitale.

E proprio la reietta Jerene il frutto marcio di un bel cesto di mele perfette penserà la frase più importante del libro, capirà il meccanismo fondamentale che muove le cose:

Come dovevano essere parse meravigliose e grandiose quelle gru a Michel, in confronto alle piccole e goffe creature che lo circondavano. Perché, Jerene ne era convinta, ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.

Comunque ci si veda davanti allo specchio è quello che amiamo, è quello che siamo, e tutto il resto, ciò che ci sembra provenire dagli altri non è che una parte di noi che proiettiamo in giro per il mondo. Così quando rimaniamo delusi nello scoprire che chi ci sta accanto non è come pensavamo che fosse è solo perché non lo è mai stato e tutte le belle cose che abbiamo visto in passato in verità venivano soltanto da noi.

Il paragone tra il bambino-gru e tutte le forme di comunicazione private, interiori, non esportabili all’esterno e l’omosessualità è un modo molto poetico per trascinare il lettore dentro un problema in realtà inesistente, ma che viene trasformato in tragedia dal bigottismo imperante, solo perché non si ha la capacità e la voglia di comprendere l’altro, per paura di essere contagiati, infettati dal morbo della diversità ed essere costretti a vivere in un mondo a parte.

I genitori di Philip, per quanto colti e senza pregiudizi e complessi pregressi non gradiscono la confessione del figlio. Rose, abituata all’ordine, (non per nulla lei fa l’editor, rimette in sesto i manoscritti altrui ed è appassionata di cruciverba ed acrostici), subisce la rivelazione come un fulmine inatteso: Io non sono una donna senza pregiudizi. Peggio vanno le cose per Owen che si sente messo forzatamente di fronte a uno specchio essendo a sua volta omosessuale, ma che ha vissuto sempre nell’ombra, concedendosi unicamente un cinema porno la domenica pomeriggio per fare poi il marito irreprensibile, serio e lavoratore, per il resto della settimana.

La mescolanza di significato, l’intreccio di un insieme di parole nell’altro, tutto aveva senso come principio curativo, e, all’improvviso, si chiese se tutti i revisori, gli enciclopedisti, i cartografi e i redattori di cruciverba non fossero gente che si era imbattuta nelle proprie carriere perché aveva un bisogno disperato e continuo di dimenticare le cose. “Gli avvoltoi del mondo pensante” li aveva definiti una volta Owen, che si nutrivano degli avanzi del pensiero, di ciò che rimaneva dopo che grandi documenti storici o scientifici erano stati ridotti a dimensioni ragionevoli. Come stava imparando Rose, queste carcasse erano meglio dell’alcol. Questa benigna e inutile attività letteraria imbavagliava il cervello: bloccava dolore, angoscia, panico. In un’esplosione di amara energia, Rose buttò giù Thomas Mann e Timone d’Atene sul cruciverba. Sparò fuori sinonimi come proiettili, ma alla fine le faceva terribilmente male la testa, come se la sua scatola cranica fosse una cosa gonfia e vuota. Il cruciverba ordinatamente completato aveva assorbito ogni ordine; la sua vita rimaneva quella che era.

Come al solito ci troviamo di fronte al terribile problema dei condizionamenti che millenni di religioni monoteiste ci hanno inflitto. Alla base di tutto c’è il verbo, la parola, così imperfetta e fuorviante da poter essere utilizzata a convenienza. In effetti è la confessione di Philip a distruggere l’equilibrio familiare, la parola detta porta lo scompiglio, fino a quel momento infatti, pur vivendo tutti nella menzogna, (perché anche Rose non è scevra da “colpe”, avendo avuto degli amanti durante il matrimonio), l’apparenza di famiglia “normale” era salva. La confessione del ragazzo fa saltare tutti gli equilibri perché anche Owen non può più nascondere la propria natura e su Rose dunque si concentrano tutti gli spettri terrificanti che qualsiasi benpensante vorrebbe tenere molto lontani da sé: un figlio gay, un marito gay e uno sfratto imminente. Ma a cosa serve nascondersi dietro l’ordine e la perfezione se poi le cose non sono così, se si vive tutta una vita di bugie, se poi la vita rimane quello che è, al di là di ogni possibile paravento?

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Le rondini di Kabul. Di pietra si muore.

Se ti svegli nel sogno di un altro la tua vita può diventare un incubo. È davvero inquietante pensare a come tutto possa cambiare in peggio, proprio come in un sogno terribile. È quello che è successo in Afghanistan dopo l’avvento dei talebani. Dopo tanta fatica, morte e lotte senza fine delle donne per riuscire ad ottenere il semplice diritto allo studio, la banale libertà di passeggiare con le amiche senza quell’ombra tenebrosa che ti s’incolla addosso e non ti lascia più, la paura, fa ancora più orrore notare come in un attimo si possa sprofondare di nuovo nel buio più nero, quello della mente devota alle leggi della stupidità e della prepotenza.

donne afghanistanLe donne afghane non hanno mai avuto vita facile, prive di diritti e ritenute stupide a prescindere, sono sempre state schiave dell’uomo terreno e della divinità maschile che le religioni monoteiste hanno diffuso qua e là per il mondo. Dopo un primo tentativo di cambiamento negli anni ’20, da parte del re progressista Amanullah, che aveva deciso di fare studiare anche le bambine (e che fu poi costretto ad abdicare), nel 1965 riuscirono ad ottenere il diritto di voto e ben quattro donne furono addirittura elette in Parlamento. Nel 1977 è stata fondata la RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan, Associazione Rivoluzionaria per le Donne Afghane) che lotta per i diritti umani e la giustizia sociale delle donne afghane. All’inizio si trattava di un’organizzazione che puntava ad un maggiore coinvolgimento delle donne nella vita politica del paese, poi dopo l’occupazione sovietica nel 1979 partecipò attivamente alla Resistenza. Ma con l’arrivo dei Talebani negli anni ’90 le donne hanno mantenuto solo il diritto di studiare il Corano perdendo quello fondamentale di fare parte di una società in qualità di esseri umani.

Mohsen non sa dove andare né che farsene del proprio ozio. Fin dal mattino non smette di vagare nei sobborghi devastati, con la mente che vacilla, il volto inespressivo. Prima, ossia molti anni luce fa, gli piaceva passeggiare, la sera, lungo i viali di Kabul. [] Com’è lontano, quel tempo. È forse frutto di pura fabulazione? Ormai, i viali di Kabul non divertono più. Le facciate scarnificate, rimaste ancora in piedi per non si sa quale miracolo, attestano che le bettole, le osterie, le case e gli edifici sono stati ridotti in fumo. La carreggiata, prima asfaltata, è ora un sentiero battuto che i sandali e gli zoccoli raspano ogni giorno senza posa. I negozianti hanno appeso il sorriso al chiodo. I fumatori di chilum si sono volatilizzati. Gli uomini si sono trincerati dietro le ombre cinesi e le donne, mummificate in sudari del colore della paura o della febbre, sono assolutamente anonime.

yasmina khadraLa Kabul polverosa, dall’aria irrespirabile e sventrata dalla violenza degli uomini e delle armi che ci presenta Yasmina Khadra, è quella regolamentata dai talebani, saliti inizialmente alla ribalta per scacciare l’invasione russa, ma che, una volta preso il potere, sono diventati gli aguzzini del loro stesso popolo. Per prima cosa hanno imposto la sharia, ovvero la legge islamica che deriva dall’interpretazione del Corano, costringendo tutti ad abbandonare la vita precedente per tornare ad uno stato di repressione da far west dove, come sempre, sono le donne a pagare il prezzo più alto, private di qualsiasi dignità individuale non possono più né studiare per accedere ad un ruolo importante in società, né mostrarsi in pubblico, perché costrette ad andare in giro rivestite del burqa integrale ed a sottostare a tutta una serie di divieti assurdi che qualsiasi cervello sano e pulsante rifiuta di accettare.

«Solo Dio dispone della vita e della morte. Sei stato ferito combattendo per la Sua gloria. Siccome non poteva inviare Gabriele in tuo aiuto, ha messo questa donna sulla tua strada. Lei ti ha curato perché Dio ha voluto così. Non ha fatto che sottomettersi alla Sua volontà. Tu hai fatto cento volte di più per lei: l’hai sposata. Cosa poteva sperare di più una zitella spenta e priva di fascino, di tre anni più vecchia di te? Si può essere più generosi con una donna che offrirle un tetto, un nome, protezione e onore? Tu non le devi niente. Spetta a lei inchinarsi davanti al tuo gesto, Atiq, e baciarti, una per una, le dita dei piedi ogni volta che ti togli le scarpe. Lei non significa granché all’infuori di quel che tu rappresenti per lei. È solo un essere inferiore. E poi, nessun uomo deve alcunché a una donna. La rovina del mondo deriva proprio da questo malinteso.»

Questo è lo scenario che fa da sfondo alla triste storia che racconta Yasmina Khadra nel suo romanzo del 2002, Le rondini di Kabul. Il nome femminile è lo pseudonimo dello scrittore algerino Mohammed Moulessehoul, che dopo avere fatto parte per tanti anni dell’esercito, nel 2000 decide di abbandonarlo per dedicarsi unicamente alla scrittura. Per evitare la censura ed esprimersi più liberamente e per denunciare qualsiasi forma di violenza e intolleranza, soprattutto nei confronti delle donne, sceglie di firmare i libri che scrive utilizzando il nome della moglie.

«Possiamo sapere tutto della vita e degli uomini, ma cosa sappiamo davvero di noi stessi? Mio buon Atiq, non complicarti troppo la vita. Non indovinerai mai cosa ti riserva. Smettila di riempirti la testa di idee fasulle, questioni inspiegabili e ragionamenti inutili. Avere una risposta per tutto non ti mette al riparo da ciò che il domani tace. L’erudito sapeva molte cose, ma ignorava l’essenziale. Vivere è anzitutto tenersi pronti a che il cielo ci cada sulla testa. Se parti dal principio che l’esistenza è solo una prova, sei preparato ad affrontare le pene e le sorprese che ti riserva. Se continui ad aspettarti da lei quel che non può darti, è la prova che non hai capito nulla. Prendi le cose come vengono, non farne un dramma e non farla tanto lunga; non sei tu a condurre la barca, ma il corso del tuo destino.»

le rondini di kabulLe rondini di Kabul racconta la storia di due coppie costrette a sopportare un destino insopportabile. Atiq è il carceriere occasionale di un regime che non fa sconti a nessuno e comincia a dare segni di cedimento nei confronti di una vita che perde sempre più di significato. Non per caso la moglie si ammala di una strana malattia che non dà scampo, ma che presenta momenti di perfetta lucidità ed è metafora dell’assurdità in cui si è costretti a vivere. Dall’altra parte c’è la coppia ancora più sventurata di Mohsen e Zunaira, entrambi giovani, belli e colti, lei addirittura un ex magistrato, costretti a diventare bruti tra i bruti, lui quando si lascia coinvolgere dalla follia collettiva di una lapidazione e lei quando, dopo un episodio di prevaricazione insensata, si rifiuta di togliere il burqa anche in casa, ricoprendosi di quel simbolo dell’ottusità, della violenza, dell’abuso, come di un sudario.

Mohsen e Atiq si muovono come sonnambuli per le strade, persi nel loro vagheggiare insensato in quelle vie in cui nulla si può muovere senza l’autorizzazione di un turbante barbuto e armato, eppure loro tentano di sfuggire a quell’orrore rifugiandosi in una sorta di trance, in attesa delle rondini di una primavera che non verrà.

Mohsen Ramat esita a lungo prima di decidersi a raggiungere la folla in piazza. È stata annunciata l’esecuzione pubblica di una prostituta. Verrà lapidata. Qualche ora prima, alcuni operai hanno scaricato delle carriole piene di sassi nel luogo dell’esecuzione e hanno scavato una fossa profonda una cinquantina di centimetri.

Mohsen ha assistito a parecchi linciaggi del genere. Solo ieri, due uomini, uno dei quali appena adolescente, sono stati impiccati in cima a un’autogrù per esserne sganciati solo al calare della notte. Mohsen detesta le esecuzioni pubbliche. Lo costringono a prendere coscienza della propria fragilità, rendono più grevi le prospettive della sua finitezza; di punto in bianco, scopre quanto siano futili le cose e le persone, e più nulla lo riconcilia con le certezze di un tempo, quando levava lo sguardo all’orizzonte solo per rivendicarlo.

Khadra descrive l’esecuzione in modo chiaro e conciso, quasi fosse una telecamera che registra le immagini e le immagini stesse trasudano un’umanità di cui non si può non vergognarsi, in un agitarsi di braccia e volti abbrutiti dall’odio non ci può essere salvezza e tanto meno una qualsivoglia divinità, per quanto gli uomini tirino sempre in ballo il loro Dio ogni volta che compiono gesti efferati e le peggiori nefandezze che nella realtà hanno sempre superato la fantasia di qualsiasi scrittore.

Un mullah si getta sulle spalle le falde del proprio burnus, squadra con disprezzo, per l’ultima volta, il cumulo di veli sotto il quale una persona si prepara a morire e tuona: «Alcuni hanno scelto di sguazzare nel fango come i porci. Eppure, erano a conoscenza del Messaggio, conoscevano i pericoli delle tentazioni, ma la loro fede non è stata abbastanza forte da resistere. Esseri miserabili, ciechi e frivoli, hanno preferito un istante di dissolutezza, effimero quanto irrisorio, al giardino eterno. Hanno tolto le loro dita dall’acqua lustrale delle abluzioni per ficcarle nella risciacquatura, si sono tappati le orecchie all’appello del muezzin per ascoltare le oscenità di Satana, hanno accettato di subire la collera di Dio piuttosto che tenersene al riparo. Cosa dire loro, se non la nostra pena e la nostra indignazione?… (Il suo braccio si tende come una spada verso la mummia.) Questa donna non ignorava quel che faceva. L’ebbrezza della fornicazione l’ha distolta dalla via del Signore. Oggi, è il Signore che le volta le spalle. Non ha diritto né alla sua misericordia né alla pietà dei credenti.

Morirà nel disonore come nel disonore è vissuta».

Si interrompe per raschiarsi la gola, dispiega un foglio di carta in un silenzio assordante.

«Allahu’ akbar!» grida qualcuno dalle ultime file.

Il mullah alza maestosamente una mano per placare l’urlatore. Dopo aver recitato un versetto del Corano, legge qualcosa che somiglia a una sentenza, rimette il foglio di carta in una tasca interna del gilet e, dopo una breve meditazione, invita la folla ad armarsi di pietre. È il segnale. In una ressa indescrivibile, la gente si getta sui mucchi di pietre appositamente sistemati nella piazza qualche ora prima. Subito, un diluvio di proiettili s’abbatte sulla vittima che, imbavagliata, vibra sotto la furia dei colpi senza un grido. Mohsen raccoglie tre pietre e le lancia contro il bersaglio. Le prime due si perdono nella frenesia generale, ma al terzo tentativo raggiunge la vittima in testa e vede, con insondabile giubilo, una macchia rossa aprirsi nel punto in cui l’ha colpita. Un minuto dopo, insanguinata e sfinita, la vittima si accascia e non si muove più. La sua rigidità galvanizza ancor di più i lapidatori che, con gli occhi stralunati e la bava alla bocca, raddoppiano la propria ferocia come se volessero resuscitarla per prolungare il suo supplizio. Nella loro isteria collettiva, persuasi d’esorcizzare i propri demoni attraverso quelli della succube (Nella demonologia, i demoni succubi sono demoni femminili che nottetempo vengono a congiungersi carnalmente con gli uomini) alcuni non si rendono conto che quel corpo crivellato non risponde più alle offese, che la donna immolata giace senza vita, semisepolta, come un sacco di orrore gettato agli avvoltoi.

In questo passo tutto è spaventoso, dalla descrizione dell’esecuzione, all’arroganza del boia, alla follia collettiva, sembra che un virus contagi la ragione di tutti i partecipanti che si trasformano in mostri. Ancora più spaventoso è rendersi conto di come questa trasfigurazione che sorprende un pacifista colto e sensibile come Mohsen potrebbe capitare a chiunque, dunque anche a noi, perché chi può sapere, di tutti gli aspetti che ci abitano, quale meccanismo imprevisto possa fare scattare l’uno o l’altro o l’altro ancora?

La vita è solo inesorabile consunzione, pensa Mussarat. Ci si può prendere cura di sé oppure lasciarsi andare, non cambia nulla. La caratteristica di ogni nascita è di essere votata alla morte, è la regola. Se il corpo potesse fare di testa sua, gli uomini vivrebbero mille anni. Ma non sempre la volontà ha modo di realizzare i propri proponimenti, e la lucidità del vecchio non saprebbe indurre le sue ginocchia a essere più salde. La tragedia principale degli uomini deriva dal fatto che nessuno può sopravvivere ai suoi voti più ferventi, che sono per di più la causa prima della sua sventura. Il mondo non è forse il fallimento dei mortali, la mostruosa dimostrazione della loro inconsistenza?

Ma si sa, la lotta contro l’assurdo non può che divenire assurda essa stessa ed è proprio su questo gioco di alterazioni del sogno offuscato da una realtà inaccettabile che alla fine si svolge la partita, una partita che non può avere conclusione, che non può ammettere dei confini temporali, è la solita lotta col destino, contro noi stessi, contro i fantasmi che abbiamo dentro e che purtroppo, a volte, si trasformano in concretezza, nella triste storia di un’umanità che pur di colpire sempre l’altro per salvaguardarsi dal dolore, dalla sofferenza, non capisce che l’altro è una manifestazione di sé e pertanto non riesce nemmeno a salvare se stessa.

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