Archivi del mese: febbraio 2013

La signora Dalloway e l’estensione dell’attimo.

quando scrivo non sono che una sensibilità. A volte mi piace essere Virginia, ma solo quando sono sparsa, varia e gregaria.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 22 agosto 1922)

vrginia Woolf - by criBo

(elaborazione di Cristina Bove)

La mia grande avventura in realtà è Proust. Be’ – cos’altro resta da scrivere dopo di lui? Sono solo al primo volume, e immagino che si possano trovare dei difetti, ma sono stupefatta: come se si compisse un miracolo davanti ai miei occhi. Com’è riuscito finalmente qualcuno a cristallizzare ciò che è sempre sfuggito – e perfino a trasformarlo in questa sostanza stupenda e perfettamente duratura? Si deve posare il libro e restare a bocca aperta. Il piacere diventa fisico, come se si combinassero sole, vino, uva, perfetta serenità e profonda gioia di vivere. Con Ulisse non è affatto così. Mi incateno a quel libro come un martire al palo del supplizio, ed ora, grazie a Dio, l’ho finito. Il mio supplizio è terminato.

Virginia WoolfCosì scriveva Virginia Woolf (1882-1941) in una lettera del 3 ottobre 1922 a Roger Fry e questi erano gli autori che stava leggendo durante la composizione de La signora Dalloway. In quel periodo di fervente sperimentazione e sull’esempio di Proust e di Joyce, Woolf riesce a trovare la sua personalissima dimensione con in più la capacità della sintesi, La signora Dalloway infatti si limita a circa 200 pagine. Anche lei, come Proust riesce a cristallizzare ciò che sfugge e a trasferirlo su carta, tutto lo sconfinato paesaggio interiore si riversa tra le pagine di un libro, mentre l’innovazione linguistica di Joyce con quel continuo flusso di coscienza parcellizzato nelle sue varie modalità espressive, nell’opera di Woolf diviene infine pura rarefazione (Le onde).

Virginia Woolf aveva già iniziato a rivoluzionare il romanzo classico con il libro precedente, La stanza di Jacob, dove adopera il “suo metodo” ma è con Mrs Dalloway che mette a punto la tecnica (e meglio ancora farà con Al faro) riuscendo finalmente a descrivere quella realtà, quegli aspetti della vita che normalmente non si riesce ad esprimere a parole figurarsi poi fissarli in un libro. E l’innovazione parte fin dalla prima frase del romanzo (La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei) una frase che salta ogni preambolo, una qualsiasi presentazione che introduca gradualmente il lettore nell’ambiente e tra i personaggi e che invece lo proietta direttamente nel libro, come presenza costante tra le pagine, personaggio anch’egli quasi costretto a vagare per Londra e a vedere quello che la scrittrice vuole che veda.

Come nell’Ulisse di Joyce, del quale riprende la struttura, anche qui la storia si svolge in un’unica giornata, precisamente siamo nel giugno del 1923 e in un luogo privilegiato, Londra. La trama è quasi inesistente, la giornata inizia con Clarissa Dalloway che esce per acquistare i fiori che le serviranno per il ricevimento che ha organizzato in casa sua quella sera e si chiude con la descrizione della festa. All’interno di questa giornata abbastanza banale si ritagliano delle figure importanti, alcune sembrano tornare a galla da un passato solo apparentemente dimenticato, una in particolare invece sembra essere l’alter ego di Clarissa, Septimus Warren Smith, quella parte di lei che avrebbe potuto preferire l’arte alla praticità, l’amore alla libertà, la morte alla vita.

Ma il vero protagonista in verità è il Tempo. D’altra parte non è un caso che inizialmente Woolf avesse deciso di intitolare il libro Le Ore. Ogni personaggio si individua a seconda del suo rapporto con il tempo, naturalmente ci troviamo di fronte a due tipi di temporalità, quella esterna, facilmente individuabile sia dalle informazioni che ci fanno scoprire la data, il periodo storico, sia dai rintocchi del Big Ben, ma anche, e forse soprattutto, una temporalità interiore, direttamente collegata a quelle “caverne” che si aprono all’interno di ogni personaggio, delle quali Woolf parla nei suoi diari:

Avrei molto da dire intorno alle Ore e alla mia scoperta: come io scavi bellissime caverne dietro i miei personaggi, questo mi sembra dia proprio ciò che voglio: umanità, profondità, umorismo. L’idea è che le caverne siano comunicanti e ognuna venga alla luce al momento giusto.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 29 agosto 1923)

la signora dallowayQuanto può durare un attimo? Virginia Woolf è riuscita in un’impresa che ha dell’incredibile in letteratura, è riuscita non solo a descrivere l’attimo, ma a sezionarlo, a mostrarlo a rallentatore al lettore, trasformandolo perciò radicalmente e allungando la sua durata all’infinito. In La signora Dalloway (1925) la narrazione si sofferma su diversi avvenimenti, che riguardano persone differenti e vari punti di Londra, ma che avvengono tutti nello stesso momento. I piani paralleli s’incontrano e le persone si sfiorano e con quell’inconsapevole sfiorarsi creano tra loro una rete continua di collegamenti fino a costruire una trama inestricabile che si intreccia anche con i diversi piani temporali. Sì perché in questo libro straordinario l’estensione dell’attimo raggiunge anche quello che era il passato, ma che qui si riallaccia di continuo al presente finché non si annullano tutte le scansioni transitorie e si stabilisce un unico tempo e un unico luogo.

Eccoli, i fiori: delfini, piselli odorosi, grappoli di lillà, e garofani, garofani a profusione. C’erano le rose e gli iris. Ah, sì – e inspirò i differenti profumi di quel giardino terrestre, sempre parlando alla signorina Pym, la quale le era riconoscente, e la giudicava tanto buona, ma appariva invecchiata quest’anno; intanto girava la testa da una parte e dall’altra tra gli iris e le rose e indicava cogli occhi socchiusi dei ciuffi di lillà, annusando, dopo il chiasso della strada, la deliziosa fragranza, la freschezza squisita. E quando riapriva gli occhi, come le sembravano fresche le rose – veniva alla mente il bucato appena lavato e ben piegato nelle ceste di paglia; come parevano cupi e compassati i garofani rossi, invece, con le loro teste erette; e i piselli odorosi che si allargavano nelle coppe, viola sfumato, bianco neve, pallidi – come se fosse sera e, finita la splendida giornata estiva, col cielo ormai d’un azzurro quasi nero e i delfini e i garofani, e i gigli, le ragazze uscissero nei loro abitini di organza a raccogliere i piselli odorosi e le rose. È in quell’attimo, tra le sei e le sette, che i fiori – le rose, i garofani, gli iris, i lillà – risplendono: bianco, violetto, rosso arancione. Ogni fiore sembra ardere di luce propria, soffice, puro, ognuno nella sua aiuola velata di nebbia. E come le piacevano le falene bianche e grigie che volteggiavano sui girasoli e sulle primule!

(Virginia Woolf, La signora Dalloway)

Le descrizioni acquistano una nuova dimensione espressiva, non si tratta di indagini psicologiche per ogni personaggio e neanche tanto di caratterizzazioni fisiche, esteriori di cose e persone, ma di una realtà che si manifesta, tutto è epifania in questo testo, perciò si entra negli ambienti, si passeggia con Peter, si va a Brouton, si percorre la Londra visionaria di Septimus e si sentono i rumori, si percepiscono i profumi, ogni cosa, finalmente, è.

Naturalmente la parte della pazzia mi snerva tanto, mi spreme a tal punto il cervello, che appena oso affrontare il pensiero di spenderci un’altra settimana. Il problema però è nei personaggi. La gente (Arnold Bennett per esempio) dice che io non so creare, o almeno non ho creato, in Jacob’s room, personaggi che sopravvivano. La mia risposta è [] che il personaggio -il carattere- si disperde in frammenti, al giorno d’oggi. [] Io disincarno, e fino a un certo punto volontariamente, perché diffido della realtà, del suo basso prezzo. [] Ho io il potere di evocare la realtà vera? O scrivo saggi sopra me stessa?

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 19 giugno 1923)

Attraverso il personaggio di Septimus, considerato il suo alter ego, Woolf descrive la pazzia accostandola a quell’esperienza devastante che avevano vissuto i giovani di quell’epoca, ovvero la Prima guerra mondiale. La guerra è la perfetta metafora della follia umana e gli episodi critici di Septimus si verificano in concomitanza con qualche avvenimento che lo riporta sul campo di battaglia: lo scoppiettio di una marmitta, l’aereo pubblicitario, la figura di qualcuno che rievoca fantasmi, fino al passo di marcia che sente sulle scale, quello del medico, degli infermieri che sono venuti a prenderlo, l’ultima difesa per la libertà di un’anima, costretta alla scelta estrema per salvarsi.

Suicidio, suicidio non premeditato, ma indotto, passivo, desiderio non di morte, ma di vita da sottrarre al potere dell’altro, cui si concede e si lascia il potere sulla morte ma non sulla vita. Reazione alla pressione e all’urto di un’invasione esterna, più che azione vera e propria, deliberata e consapevole; estrema sottrazione che non compie e invera un destino (non è tempo di eroi) e dunque non è tragedia, ma piuttosto passaggio all’altrove di quella vita tanto amata. Così muore il poeta, cercatore di Bellezza, solo così il visionario va incontro alla vita, connettendo con il suo corpo il dentro-fuori di una finestra, taglio e luce di una doppia realtà che riceverà il suo bagliore conclusivo la sera, durante la festa di Clarissa, davanti a un’altra finestra.

(Liliana Rampello, Il canto del mondo reale)

Tutti i collegamenti che Woolf crea si congiungono alla festa di Clarissa, qui ogni personaggio si unirà ad un altro fino a creare la fitta trama di tessuto che riveste l’universo. E una delle illuminazioni più sfolgoranti del libro è nel mostrare come si possa entrare in contatto anche senza incontrarsi mai, senza scambiare una parola.

Ci sono arrivata, alla festa, finalmente, che dovrà iniziarsi in cucina e lentamente risalire tutta la casa. Dovrà essere un pezzo estremamente complicato, brillante e solido, che annodi insieme tutto e termini su tre note, ai diversi piani della scala, e ciascuna esprima qualcosa che riassuma Clarissa.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 7 settembre 1924)

E il finale così luminoso è la scoperta dell’abbagliante semplicità dell’esistere, quella scintilla sorprendente che guizza in chi si accorge d’essersi appena svegliato, quel lampo che con un solo flash rischiara l’immenso, l’intuizione.

Vengo”, disse Peter, ma rimase seduto un altro momento. Che cos’è questo terrore? Che cos’è quest’estasi? Pensò tra di sé. Che cos’è che mi riempie di una tale straordinaria emozione?

È Clarissa, disse.

Perché, eccola, era lì.

(Virginia Woolf, La signora Dalloway)

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Il giardino dei Finzi-Contini. Spazio sacro della memoria.

copertinaIl giardino dei Finzi-Contini (1962) di Giorgio Bassani (1916-2000) fa parte del ciclo Il romanzo di Ferrara, elaborato dal 1938 al 1978, un’opera unica ma divisa in più libri che costituiscono la sua migliore produzione letteraria e che è stata soggetta a periodiche revisioni.

Il narratore-personaggio principale parla in prima persona, per questo motivo in tanti lo hanno identificato con lo scrittore, anche se nel libro in realtà non viene mai nominato. Nel famoso film omonimo del 1970 di Vittorio de Sica, seguendo quell’intuizione il protagonista si chiama Giorgio, come Bassani appunto. Per comodità anche qui lo si denominerà come lo scrittore.

Durante una visita alla necropoli etrusca di Cerveteri si innesca il meccanismo della memoria involontaria che procedendo inizialmente per associazioni, intraprende poi il suo cammino a ritroso seguendo una linea retta di attenta ricostruzione del passato.

Anche le cose muoiono, caro mio. E dunque, se anche loro devono morire, tant’è, meglio lasciarle andare. C’è molto più stile, oltre tutto, ti sembra?

Se è vero che anche le cose muoiono, tuttavia c’è una funzione della nostra mente che le può rendere eterne. È la capacità della memoria di ricostruire nel minimo dettaglio un momento del passato, permettendogli di rimanere lì, fisso, non più vittima della cronologia, della progressione temporale. Non per nulla il titolo del libro è emblematico. Il “giardino” richiama simbologie della mitologia mondiale e si colloca come spazio “sacro” per antonomasia.

Le sembrava assurdo, a lei, che esistesse al mondo un tipo come me, il quale non nutrisse per gli alberi, «i grandi, i quieti, i forti, i pensierosi», gli stessi suoi sentimenti di appassionata ammirazione. Come facevo a non capire, mio Dio, a non sentire? C’era in fondo alla radura del tennis, per esempio, ad ovest rispetto al campo, un gruppo di sette esili, altissime Washingtoniae graciles, o palme del deserto, separate dal resto della vegetazione retrostante (normali alberi di grosso fusto da foresta europea: querce, lecci, platani, ippocastani, eccetera), e con attorno un bel tratto di prato. Ebbene ogni qualvolta passavamo dalle loro parti, Micol aveva per il gruppo solitario delle Washingtoniae sempre nuove parole di tenerezza.

«Ecco là i miei sette vecchioni» poteva dire. «Guarda che barbe venerande hanno!»

Gli alberi del giardino con la loro lunga vita, oltre a rappresentare la saggezza della sapienza, assumono sembianze umane, pertanto sono chiamati a simboleggiare l’aspetto imperituro dell’umanità, con la loro capacità di vivere per secoli, di rinnovarsi ad ogni ciclo e nella loro fissità diventano messaggeri della conoscenza che si tramanda di generazione in generazione attraverso il filtro della memoria. Il giardino dunque è il luogo privilegiato nel quale fermare il tempo, regno chiuso e incontrastato dell’immortalità, luogo piacevole dal quale la sofferenza è bandita, magico eden dove il Tempo e la Storia non possono entrare.

Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure se chiudo gli occhi, Micol Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla. [] Entrambi ci fissavamo. Al di sopra della sua testa il cielo era azzurro e compatto, un caldo cielo già estivo senza la minima nube. Niente avrebbe potuto mutarlo, sembrava, e niente infatti l’ha mutato, almeno nella memoria.

giorgio bassani

Altri elementi rendono il giardino un luogo sacro, una sorta di tempio votivo consacrato a Micol, già a partire dalla sua descrizione, quando appare, ancora ragazzina, a Giorgio dall’alto del muro di cinta, come una divinità nordica, bionda dalla bellezza perfetta, per proseguire attraverso il linguaggio che usa, il finzicontinico e continuando poi con tanti altri particolari, il cane Jor guardiano fedele, la rappresentazione degli alberi attraverso immagini antropomorfiche, fino al suo culmine al centro del luogo circoscritto, ovvero il punto in cui è situata la magna domus, all’interno della quale il sito più alto è occupato proprio dalla stanza di Micol.

In questo gioco di rappresentazioni simboliche si fa presto a riconoscere il classico viaggio iniziatico verso l’età adulta e la consapevolezza di sé, in cui il protagonista attraversa tutte le fasi della sofferenza adolescenziale e si identifica nella condizione dell’innamorato non corrisposto, fino alla liberazione finale di fronte all’uomo ritrovato e all’uomo nuovo che ne deriva. Il percorso che conduce alla conoscenza è sempre un luogo dell’interiorità, per muoversi all’interno di tanta oscurità e confusione è necessaria una guida, in questo caso Micol, è chiamata ad assolvere l’ingrato compito. Tuttavia si tratta di un viaggio al contrario rispetto a quello di Dante non una discesa agli inferi con risalita verso il paradiso, ma una storia più simile a quella biblica, dove l’Eden precede la caduta nell’inferno terrestre.

Finché i Finzi-Contini riescono a rimanere chiusi dentro il loro giardino è come se il tempo si fermasse e nulla potesse scalfire l’integrità di ogni singolo componente, ma la vita dirompente riesce a frantumare qualsiasi argine o barriera difensiva, non c’è cinta muraria che tenga contro la forza degli eventi e così pian piano, dopo avere aperto il portone per fare entrare la Storia, insieme ad essa arriveranno la malattia, la morte, la distruzione.

La chiusura dunque è ambivalente come ogni altra cosa, se da un lato permette ai giovani protagonisti di vivere spensieratamente la propria giovinezza felice dall’altro è pur sempre ghetto, prigione, non a caso Micol sta preparando la tesi su Emily Dickinson, la famosa poetessa americana che, ritiratasi dal mondo, aveva deciso di vivere da reclusa. Da un lato c’è l’amore del protagonista per Micol e dall’altro l’impossibilità dell’amore e se all’interno del giardino tutto sembra perfetto e pacifico, fuori le repressioni fasciste cominciano a creare il loro muro di ostilità.

Ma non viviamo tutti nel nostro personale giardino, nella speranza di lasciare fuori la brutalità dell’esistenza, il dolore e la sopraffazione? A volte lo facciamo segregandoci in luoghi precisi, una casa, una stanza, una barca, a volte nascondendoci in rituali personali o cecità volute, dietro una precisa volontà di assentarsi dal mondo, sfuggendo ai suoi richiami. E tuttavia non basta mai nulla.

Io guardavo mio padre e mia madre, entrambi in pochi mesi molto invecchiati. Guardavo Fanny, che aveva ormai quindici anni, ma come se un arcano timore ne avesse arrestato lo sviluppo non ne dimostrava più di dodici. Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, né io stesso lo immaginavo, ma ciò nondimeno già allora, quella sera, anche se li vedevo tanto insignificanti nei loro poveri visi sormontati dai cappellucci borghesi o incorniciati dalle borghesi permanenti, anche se li sapevo tanto ottusi di mente, tanto disadatti a valutare la reale portata dell’oggi e a leggere nel domani, già allora mi apparivano avvolti della stessa aura di misteriosa fatalità statuaria che li avvolge adesso, nella memoria.

locandina

Dopo la promulgazione delle leggi razziali, nel 1938, i giovani ebrei ferraresi erano stati allontanati da tutti i luoghi pubblici e dalle varie attività, compreso il circolo del tennis, per questo motivo Alberto e Micol Finzi-Contini decidono di organizzare degli incontri nel loro campo all’interno del giardino e di invitare amici e conoscenti, ponendo fine all’abitudine familiare che scoraggiava gli ingressi in casa da parte di estranei. La simpatia fra Giorgio e Micol dura fin da ragazzi, adesso però Giorgio sente che da parte sua il sentimento che li unisce è diventato amore. Ma il momento storico, per quanto reso in modo molto tenue, non lascia spazio per l’amore e proprio Micol è quella che se ne rende maggiormente conto, lei ha la percezione di non avere alcun futuro al di fuori di quel giardino e soltanto lì, dove il tempo è sospeso, può inseguire i suoi ideali di gioventù, ma non è possibile trasportarli nella realtà esterna e pertanto rinuncia all’amore, proprio per il bene di Giorgio.

Il giovane ovviamente non si rende conto del vero motivo della scelta di Micol, la quale per allontanarlo gli propone delle motivazioni che gli acuiscono il dolore.

Io… io le stavo “di fianco”, capivo?, non già “di fronte”, mentre l’amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decida a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis! Da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi.

D’altra parte lo stesso Giorgio è uno che non riesce a vivere il presente, figuriamoci il futuro, è una di quelle persone che pur nel presente devono trasformare tutto in passato per poter godere appieno delle cose, senza ansie, né delusioni.

Lo intuiva benissimo: per me, non meno che per lei, più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente… Come mi capiva! La mia ansia che il presente diventasse “subito” passato perché potessi amarlo e vagheggiarlo a mio agio era anche sua, tale e quale. Era il “nostro” vizio, questo: d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro. Non era così?

Ma per farlo bisognava pur disporre di una qualsiasi possibilità di futuro, che loro invece non avevano. Anche suo padre cerca di indirizzarlo lungo un percorso più pratico, in un momento in cui era necessario pensare alla propria vita piuttosto che a sobbarcarsi anche un legame affettivo pieno di responsabilità.

«Graziosa, anzi bella (perfino troppo, magari!), intelligente, piena di spirito… Ma fi-dan-zar-si!» scandì, sgranando gli occhi. «Fidanzarsi, caro mio, vuol dire poi sposarsi. E a questi chiari di luna, senza oltre tutto una professione sicura in mano, dimmi tu se…» [] «Anche io, quando mi sono fidanzato con la mamma, nell’11, non mi curavo di queste faccende. Ma i tempi erano diversi. Si poteva guardare avanti, al futuro, con una certa serenità. E sebbene il futuro non si sia poidimostrato così allegro e facile come noi due ce lo immaginavamo (ci siamo sposati nel ’15, come sai, a guerra iniziata, e subito dopo ho fatto domanda per partire volontario) era la società ad essere diversa, allora, una società che garantiva…»

Bassani non lesina critiche alla società dell’epoca, subito pronta ad accettare qualsiasi privazione destinata a discriminare una categoria di individui, per cui le proibizioni si trasformano in una sorta di rivalsa sociale per chi era sempre stato ai margini, mentre adesso poteva infierire su una bella fetta di collettività, come si evince dall’episodio dell’allontanamento di Giorgio dalla biblioteca. Ma non risparmia nemmeno se stesso e quella sorta di passività incredula che aveva fatto ritenere impossibile ai componenti delle comunità ebraiche che si potesse arrivare laddove invece si è arrivati. Anche se apparentemente il fascismo fa da sfondo alla storia e sembra rimanere ai margini rispetto alle storie private, in realtà è alla base di tutta la narrazione, causa ed effetto di certi comportamenti e delle relative conseguenze che altrimenti sarebbero stati completamente diversi e soprattutto, con quel suo serpeggiare incessante, fino ad insinuarsi all’interno dei personaggi e radicarsi in loro, ecco che ottiene il suo effetto più spaventoso e deleterio, quello di togliere la speranza. A questo punto non è più necessario descrivere treni e partenze verso i campi di concentramento, poiché ogni cosa è già contenuta in quell’assenza fatale.

Senonché, improvvisamente, dal portone rimasto mezzo aperto, là, contro il nero della notte, ecco irrompere dentro il portico una raffica di vento. È vento d’uragano, e viene dalla notte. Piomba nel portico, lo attraversa, oltrepassa fischiando i cancelli che separano il portico dal giardino, e intanto ha disperso a forza chi ancora voleva trattenersi, ha zittito di botto, col suo urlo selvaggio, chi ancora indugiava a parlare. Voci esili, gridi sottili, subito sopraffatti. Soffiati via, tutti: come foglie leggere, come pezzi di carta, come capelli di una chioma incanutita dagli anni e dal terrore… Oh, Ernesto in fondo era stato fortunato a non poter fare l’università in Italia. Scriveva da Grenoble che soffriva la fame, che delle lezioni del Politecnico, col poco francese che sapeva, non gli riusciva di capire quasi niente. Ma felice lui che soffriva la fame e temeva di non farcela con gli esami. Io ero rimasto qui, e per me che ero rimasto, e che ancora una volta avevo scelto per orgoglio e aridità una solitudine nutrita di vaghe, nebulose, impotenti speranze, per me in realtà non c’era più speranza, nessuna speranza.

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Le ore di James Joyce

le ore di james joyceJacques Mercanton (1910-1996) insegnante, scrittore, saggista svizzero, con il libro Le ore di James Joyce (1988), ha lasciato un emozionante ricordo dello scrittore, in particolare dei suoi ultimi due anni di vita. Si incontrarono per la prima volta a Parigi nel 1935 in occasione della stesura di un saggio sull’Ulisse da parte di Mercanton e da quel momento fra i due ebbe inizio una confidenza che si sarebbe conclusa soltanto alla morte di James Joyce (1882-1941).

Non si tratta di una classica biografia, ma di spaccati di vita, di ricordi, di conversazioni, di momenti che vengono scolpiti nella memoria e lasciano un’immagine diversa dell’artista rispetto a quella alla quale siamo abituati. Come sottolinea lo stesso Mercanton nella prefazione, qui si delinea: un ritratto fedele, ed è il suo unico merito. Non ho risistemato niente, non ho accentuato niente, non ho sintetizzato niente: qui ci sono i momenti o le ore dello scrittore in vacanza e al lavoro. Le parole che gli ho fatto dire sono quelle che ha davvero detto.

La quotidianità più banale entra nell’indagine biografica con grande naturalezza, così nella descrizione di una passeggiata, irrompe una delle sue tante idiosincrasie, la paura dei tuoni, che a quanto pare risaliva all’infanzia, a quando una zia molto devota lo aveva convinto che i tuoni fossero l’espressione dell’ira di Dio:

Poco dopo faremo quattro passi nel parco del Mon Repos, dove il fracasso di un albero che stanno abbattendo gli sembrerà il rombo di un tuono. Terrorizzato, farà dietro-front, trascinandomi nel suo movimento, e avrò un bell’indicare il cielo azzurro e la calma dell’atmosfera; torneremo comunque a metterci al riparo nella hall dell’albergo.

O la fobia dei cani, dopo che era stato morso da ragazzo, tutti episodi facilmente risolvibili, ma che in lui diventarono parte integrante del personaggio e dell’uomo Joyce. E ancora un accenno agli studi compiuti in un collegio gestito dai gesuiti e la sua abilità nel canto che lo aveva indotto a contemplare l’idea di farne la sua attività principale. E poi il dolore per la lontananza del figlio e per l’amata figlia, Lucia, chiusa in un istituto dopo avere manifestato i sintomi della schizofrenia e innalzata al ruolo di musa ispiratrice di Finnegans wake.

Descrive a sua volta il fascino e la grazia di sua figlia Lucia, con straordinario amore, mima con la stessa grazia la maniera in cui giocava con delle arance, il giorno della sua festa, prima di ammalarsi, in una sorta di danza misteriosa, la cui immagine lo turba ancora.

In alcune pagine ci sono delle istantanee che ritraggono lo scrittore in momenti particolari che una biografia tradizionale normalmente non può registrare:

james joyceA Vévey mi chiede di portarlo fino al piccolo fiume, la Véveyse, che contempla a lungo, chino, il cappello calato sugli occhi, in quella strana fantasticheria che è la sua, senza riposo, senza gioia, anzi, al contrario, ansiosa e come segretamente agitata. Al tavolino del tè resta muto, a testa bassa, curvo, bocca aperta, gli occhi vaghi, con una tristezza ironica, non nei confronti degli uomini, e nemmeno delle cose, ma dell’ordine delle cose, di quello che lui chiama, usando la parola in senso etimologico, “il carattere idiota dell’universo”.

Quanto avranno influito nella scrittura di Joyce i seri problemi di vista che lo affliggevano? Di certo la semi-cecità lo avrà spinto ad attribuire un’importanza fondamentale al sogno, tanto che nella sua ultima opera la storia si svolge proprio all’interno del sogno di un personaggio, forse perché quello era l’unico spazio in cui si ritrovava integro, in grado di collocare forme e colori, di individuare volti e figure e al tempo stesso di reinventarli facendo confluire dentro di sé e poi trasferendola su carta l’unica verità possibile per lui, ma con il rigore della serietà, dell’integrità dell’uomo-artista.

Si preoccupa dell’obiezione fondamentale che può venir fatta: di avere tradotto in impressioni uditive le immagini del sogno, che appartengono alla vista. Ma, dice, sarei stato costretto a una lentezza spaventosa. E cita le descrizioni di Flaubert o di Walter Scott, che, mal sostenute dal ritmo del testo, finiscono per non far più vedere assolutamente niente. Questo genere di trasposizioni, gli dico, è l’essenza stessa dell’arte, che non si occupa d’altro che dell’effetto da ottenere. D’altra parte, nei sogni si ascolta più di quanto si creda, più di quanto spesso ci si ricordi; e io gli confermo i miei sogni più belli sono sogni musicali. Si stupisce: il suo amore per la musica, soprattutto, soprattutto per il canto, non gli fa questo regalo. Mentre, pur vedendo così male nella vita diurna, ha delle visioni estremamente precise e complete nei sogni. Ma l’idea della trasposizione necessaria come mezzo dell’arte sembra convincerlo.

La sperimentazione di cui Joyce si fa portavoce era necessariamente legata ad una purezza dello sguardo che doveva espandersi in dimensioni ancora inesplorate dalla scrittura. Ad affrontare, scardinare e quindi superare le classiche strutture sintattiche per proporre un mondo totalmente nuovo non poteva che essere la voce di un uomo chiamato a compiere una missione fondamentale, quella di mostrare che niente è come sembra, che sotto la superficie più semplice, o che ci sembra tale, si nascondono infinite possibilità. Così i personaggi di Joyce si trovano a dover scandagliare i molteplici livelli del linguaggio, a superare le coordinate spazio-temporali, a vivere un presente che è anche passato e futuro, a riversare sul lettore tutte le sensazioni, i ricordi, i sentimenti che vivono in un continuo incrociarsi di differenti piani temporali.

La stessa esigenza di verità rigorosa, di sottomissione al dato, di ortodossia, come ha dimostrato T.S. Eliot, si imponeva alla sua arte così come al suo modo di vedere la vita. Ecco perché l’arte poteva diventare senza danno la sua sola morale: l’uomo restava intatto. Questo grande virtuoso del linguaggio, padrone di tutte le astuzie e le sottigliezze della sua arte, era un uomo sincero, nel senso quasi assoluto che, per definire una persona, egli dava a questa modestissima parola. Sincera la sua totale, terribile volontà di espressione, fin nella enormità di Ulisse. Ma sincera anche quella voce intensa e riservata che, sempre riconoscibile, attraversa tutta la sua opera. C’è un timbro di Joyce che non somiglia a nessun altro, misteriosa bellezza morale di questo universo di rappresentazione pura. Più di quanto non abbia voluto, l’artista resta immanente alla sua creazione: essa ha i tratti del suo volto.

Distogliere Joyce dalla sua opera a quanto pare era impresa vana, d’altra parte era anche l’unico modo per renderlo partecipe, rivitalizzare una conversazione che languiva o contrastare una tendenza all’estraniamento che coglie un po’ tutti i pensatori svagati dal troppo pensare, sospesi in quella apparente distrazione dell’attenzione.

Risuscitato da questa attività che è tutta la sua vita, mi fa vedere come procede, cercando la concentrazione più intensa, più ricca di significati multipli, più adatta a condensare in una frase, in poche parole, in una sola a volte, tutto lo spazio e la durata di avvenimenti vasti e leggeri, ma sempre attento ad ubbidire alle leggi fonetiche e ai fenomeni semantici delle lingue che combina, giacché questa è la sua sola garanzia di verità. Tanto sembrava distratto, solitario, svagato, nel corso della giornata, tanto appare ora vigile, lo spirito teso, o sguardo che trafigge la grossa lente che usa per rileggere le sue note.

La stesura del suo ultimo lavoro richiese un tempo lunghissimo, ben diciassette anni, durante i quali Joyce mantenne segreto il titolo del libro, e i brani pubblicati nelle varie riviste letterarie portavano il nome Work in progress (lavori in corso). Solo alla fine del viaggio Joyce disse che il titolo sarebbe stato Finnegans wake, nome che deriva da una ballata popolare irlandese, Finnegan’s wake, dove si narra della caduta mortale del muratore Tim Finnegan e della veglia funebre che ne segue. L’eccesso di bevande fa scoppiare una rissa e l’odore dell’alcool che si sparge nell’aria fa risvegliare il defunto. Nel titolo Joyce toglie l’apostrofo del genitivo sassone estendendo così il risveglio a tutti i Finnegan del mondo, il gioco tra wake, veglia funebre e wake up, svegliarsi, è esplicito.

C’è sempre molta ironia nella vita se si presta la giusta attenzione, così, dopo anni di torpore, il risveglio di Finnegan coincide giusto con il precipitare del mondo nell’oscurità della guerra, nell’orrore del nazismo. Malgrado sia stato tacciato di indifferenza e anche di pensare al suo lavoro piuttosto che alla catastrofe imminente, in verità Joyce vedeva bene cosa stava accadendo, tanto che si preoccupò di mettere in salvo molti amici ebrei. Del resto, dopo tutti quegli anni dedicati alla stesura di un’opera a dir poco avveniristica, si può ben comprendere la tensione che lo attraversava e come il timore di non poterla vedere pubblicata lo potesse affliggere.

Inutile rievocare quell’autunno del 1938: l’Europa era sull’orlo del baratro. Joyce vedeva con nervosismo la minaccia della guerra che incombeva sulla pubblicazione ormai prossima del suo libro. Indifferenza all’avvenimento, come qualcuno ha preteso? Forse, come tutti noi, anche lui pensava a quello che aveva da salvare.

Quello fu un periodo frenetico e molto difficile. La Francia era stata occupata e lui voleva sistemare la figlia e la sua famiglia in Svizzera. Ma non fu un’impresa facile, le pastoie della burocrazia riescono ad impantanare chiunque, e Joyce e il figlio non avevano usufruito del passaporto irlandese che spettava loro di diritto, ma avevano mantenuto quello inglese, ovvero di uno dei paesi belligeranti, eppure, tra i vari ostacoli ve ne fu uno ben più grottesco: Le autorità svizzere poi ne inventarono un altro, alquanto inatteso, prendendo Joyce per ebreo, come mi scrisse incredulo; lo confondevano con Leopold Bloom, il personaggio principale dell’Ulisse.

Non è il caso di citare qui la frettolosa corrispondenza che ci scambiammo negli ultimi mesi di quel terribile anno. Forse però va detto come in mezzo ai disagi, alle ansie e le preoccupazioni che lo tormentavano, Joyce restasse energico, calmo, padrone di sé e dei suoi progetti. Al di là di certe apparenze, dovute al nervosismo e alla stanchezza, mi sembrò altrettanto lucido, sobrio e rigoroso in questa attività pratica quanto lo avevo visto nel suo lavoro. Il Joyce distratto, perso dietro alle chimere, maniacale, è una leggenda, alla quale talvolta egli si prestava. Ma come tutti i grandi artisti sapeva distinguere perfettamente l’arte dalla vita. È vero che quella era un’epoca istruttiva sotto questo aspetto. E se, in mezzo a una simile prova, trovava il tempo di segnalarmi un articolo o di domandarmi un nuovo libro su Vico di cui aveva letto l’annuncio, ebbene, questo era il segno del suo ammirevole equilibrio.

L’ultima immagine di Joyce che rimane nella memoria di Mercanton risale al dicembre del 1940, quando finalmente riesce a raggiungere la Svizzera dopo avere superato tutti i problemi burocratici che lo avevano afflitto. È una sorta di premonizione, un’immagine che porta con sé un futuro prossimo, sia a livello personale, poiché Joyce morirà il 13 gennaio 1941, sia per il precipitare degli eventi che segneranno la storia dell’Europa con il marchio indelebile dell’olocausto.

Rivedo ancora la sua sagoma snella sulla banchina della stazione, nell’ombra di quel crepuscolo invernale, il volto pallidissimo, invecchiato, segnato dalla fatica di quei giorni. Avanzava al braccio di sua moglie come un cieco, in mezzo alla folla, che dominava con la sua altezza, il cappello abbassato sugli occhi, il bastone in bilico al polso, ancora una volta così solo sulla terra. E quella sera mi sembrò che arrivasse da molto più lontano che da quella Francia così vicina, e tuttavia separata, da molto più lontano, anche, che dalla sua Irlanda natale, alla frontiera dei mari. Last trade overseas. Entrava nell’esilio eterno.

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Il giardino delle bestie. Pianificazione di uno sterminio.

Mi sono sempre chiesto come doveva essere stato, per un forestiero, assistere in prima persona all’oscura ascesa al potere di Hierik larsontler. Che aspetto avesse la città, che cosa si sentiva, si vedeva, si respirava, e come i diplomatici e gli altri visitatori interpretassero gli eventi che accadevano intorno a loro. Col senno di poi, ci siamo resi conto di quanto sarebbe stato facile cambiare il corso della storia in quel periodo delicato. E allora perché nessuno ha alzato un dito? Perché c’è voluto così tanto tempo per riconoscere il reale pericolo rappresentato da Hitler e dal suo regime?

È sorprendente notare come la storia si assomigli sempre, malgrado l’inevitabile processo che porta avanti nel tempo, almeno su quella linea retta che è la migliore rappresentazione della cronologia, dove presente, passato e futuro sono facilmente collocabili e comprensibili. Certe similitudini tuttavia sgomentano, soprattutto perché danno l’impressione che numerose atrocità del passato si possano ripetere, magari con modalità diverse, ma comunque grazie alla ciclicità, che la linea retta non contempla, e che pure fa parte della temporalità, ecco che nella mescolanza di presente, passato e futuro, ciò che sembra tornare è in verità qualcosa che non è mai andato via.

Un giorno, all’alba di tempi molto bui, un padre e una figlia americani si ritrovarono improvvisamente trapiantati dalla loro accogliente casa di Chicago nel cuore della Berlino nazista. Vi restarono per quattro anni e mezzo, ma sono soltanto i primi dodici mesi i protagonisti del racconto che segue, poiché coincisero con l’ascesa di Hitler da cancelliere a tiranno assoluto, quando tutto era un’incognita e non esisteva alcuna certezza. Quel primo anno si trasformò in una sorta di prologo che conteneva in nuce tutti i temi della grandiosa epica di guerra e sterminio che si sarebbero sviluppati di lì a poco.

william doddWilliam E. Dodd (1869–1940), storico americano, è stato ambasciatore degli Stati Uniti a Berlino dal 1933 al 1937 dunque in pieno fermento nazista. Quando il presidente Franklin Delano Roosevelt gli offrì l’incarico Dodd era professore di storia all’Università di Chicago ed era impegnato nella realizzazione del suo libro in quattro volumi, che avrebbe intitolato L’ascesa e la caduta del vecchio Sud, del quale però solo il primo tomo stava giungendo a compimento.

Gli eventi della vita seguono sempre strani percorsi, probabilmente Dodd è stato una delle variabili imprevedibili che spesso piombano su una mappa prestabilita, portando lo scompiglio. E tuttavia le cose vanno come devono andare, perché nessuno può svegliare chi sta dormendo se non il dormiente stesso.

Questa è un’opera di non-fiction. Tutto il materiale fra virgolette è ricavato da lettere, diari, memorie o altri documenti storici. Nelle pagine che seguono non ho certo tentato di scrivere l’ennesima epopea del periodo in questione. Il mio scopo era di natura più intima: far conoscere quel mondo del passato attraverso le esperienze e le sensazioni dei miei due protagonisti, padre e figlia, che, giunti a Berlino, intrapresero un viaggio di scoperta, trasformazione e, infine, di profondo dolore.

Il giardino delle bestie. Berlino 1934 è un romanzo storico molto particolare, il titolo è la traduzione di Tiergarten, il nome del parco principale di Berlino. L’autore Erik Larson ha compiuto un’opera minuziosa di cesellatura ed incastro di migliaia di tessere di un mosaico oscuro e nella ricostruzione di quegli anni è riuscito a portare il lettore dentro il libro, riempiendo ogni pagina non soltanto della sua scrittura, ma anche delle parole tratte dai diari e dalle lettere di Dodd, della figlia Martha e dei vari protagonisti dell’epoca ed anche brani estratti da documenti ufficiali. La lettura è talmente scorrevole che ci si dimentica dell’immenso lavoro che c’è dietro.

Tom Hanks sta adattando Il giardino delle bestie per farlo diventare presto un film del quale sarà produttore, ma anche attore protagonista.

dodd alla scrivania 1933Una fotografia di Dodd in ufficio a Berlino durante la sua prima settimana di lavoro lo ritrae seduto a un’ampia scrivania dagli intagli elaborati, con la parete alle spalle interamente coperta di arazzi e un sofisticato telefono alla sua sinistra, a circa un metro e mezzo di distanza. C’è un che di comico in quella foto: Dodd, un uomo esile con il colletto bianco e inamidato, i capelli impomatati e separati al centro da una riga netta, fissa l’obiettivo con espressione severa, ma reso minuscolo da tutto quello sfarzo. La fotografia destò una buona dose d’ilarità fra quelli che al dipartimento di stato disapprovavano la sua nomina ad ambasciatore.

Il sottosegretario Phillips chiuse una sua lettera a Dodd scrivendo: «Una foto che la ritrae alla scrivania, sullo sfondo di uno splendido arazzo, si è diffusa a macchia d’olio, e devo riconoscere che è di grande effetto».

Dodd non perdeva occasione per violare alcune regole del l’etichetta, almeno agli occhi del suo consigliere d’ambasciata, George Gordon, e insisteva per andare a piedi alle riunioni con i funzionari di governo.

All’epoca per ricoprire certe cariche, bisognava fare parte di una élite, il prestigio di una persona si misurava anche dall’aspetto esteriore, dallo sfarzo del quale poteva circondarsi e dalla propensione ad una vita mondana a ritmo serrato che si concretizzava nel passare da una festa all’altra, da un ricevimento all’altro e nel possedere una certa compiacenza ipocrita, il dovere del diplomatico di lasciare ai margini lucidità e lungimiranza in favore di una mediazione fin troppo comprensiva nei confronti dei governi dei paesi ospitanti. Una delle “pecche” di Dodd, che lo aveva messo subito in cattiva luce, era stata proprio quella di non fare parte della giusta casta di aristocratici, di non amare le feste, di mantenere le sobrie abitudini di sempre, ma venne ostacolato anche per la sua perspicacia e per l’attitudine a non conformarsi al pensiero dominante e a ragionare e agire di testa propria.

D’altra parte è sempre stato così, il potere spetta ad una classe di privilegiati e se non ne fai parte o non ti adegui a certe regole, automaticamente vieni tagliato fuori. E noi italiani di caste ce ne intendiamo bene.

Il Presidente spostò quindi la conversazione su quanto si aspettava da Dodd. Prima di tutto, sollevò la questione del debito tedesco, manifestando in proposito sentimenti contrastanti. Riconosceva che i banchieri americani avevano realizzato quelli che definiva «profitti esorbitanti» concedendo prestiti a imprese e a città tedesche e vendendo ai cittadini americani obbligazioni collegate a quegli stessi prestiti. «Ma la nostra gente ha il diritto di essere rimborsata e, sebbene si tratti di una questione che va oltre le responsabilità del governo, voglio che lei faccia tutto il possibile per prevenire una moratoria», ovvero una sospensione dei pagamenti da parte della Germania. «Rischierebbe di ritardare il recupero dei nostri crediti». Il Presidente affrontò poi quello che sembrava ormai di moda chiamare “il problema” o “la questione” ebraica.

Roosevelt sapeva di doversi muovere su un terreno insidioso. Pur essendo sconcertato dal trattamento subito dagli ebrei per mano dei nazisti e consapevole della violenza che aveva sconvolto la Germania qualche mese prima, si asteneva dal pronunciare una condanna esplicita. […] Roosevelt, però, sapeva che il prezzo da pagare in termini politici per un’eventuale condanna della persecuzione nazista o per qualunque sforzo manifesto di favorire l’ingresso degli ebrei in America sarebbe stato con ogni probabilità immenso, perché nell’ambito del dibattito politico americano la questione ebraica era considerata come un problema d’immigrazione. La persecuzione degli ebrei in Germania evocava lo spettro di un massiccio afflusso di rifugiati in un periodo in cui l’America vacillava sotto i colpi della Depressione.

copertinaÈ strano come nel presente, quando si vive qualcosa non si riesca ad essere lucidi, c’è sempre una nebbiolina di fondo che impedisce di avere una visione chiara, soltanto a posteriori si colgono i segnali che invece avrebbero potuto salvare tante vite. L’importanza del particolare è fondamentale, a quei tempi nessuno si era reso conto di quanto la situazione fosse pericolosa, né si dava la giusta importanza a certi episodi apparentemente isolati, ma che in realtà miravano a compiere un disegno ben preciso. Alla base di tutto, prima dell’antisemitismo, come sempre accade, le ragioni erano squisitamente economiche: la Germania aveva infatti un debito enorme con gli Stati Uniti. Non mancò nemmeno naturalmente quel sottile filo di crudeltà che serpeggia negli esseri umani che trovano facilmente un motivo per sentirsi superiori all’altra metà del mondo e gli americani con l’esempio della schiavitù e del razzismo pesante nei confronti della gente di colore non hanno certo lesinato esempi stimolanti per il regime nazista. Addirittura Hitler citò, nel Mein Kampft, proprio lo sterminio americano degli indiani come modello pratico per la soluzione finale.

Chi ha l’ambizione di dominare il mondo o la gran parte di esso, sa che il terreno della violenza è costantemente fertile, perché c’è sempre qualcuno pronto ad odiare qualcun altro per futili motivi e così le menti che regolano i movimenti dei burattini, coloro che sfruttano questa attitudine tutta umana alla brutalità, possono coltivare il loro sogno di potere e denaro ( sì perché non c’è nulla di più remunerativo di una bella guerra), trovando manovalanza sempre fresca e prestante.

martha doddPersonaggio importante è anche la figlia di Dodd, Martha (era alta un metro e sessanta, e aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri e un sorriso radioso. Aveva un’immaginazione venata di romanticismo e un atteggiamento civettuolo, due prerogative che avevano acceso la passione in molti uomini, più o meno giovani.) una bella ragazza esuberante e disinibita che frequenterà molti uomini a Berlino, tra i quali il capo della Gestapo, Rudolf Diels, e Boris Vinogradov, un esponente dell’ambasciata russa che la metterà in contatto addirittura con i servizi segreti sovietici con i quali sembra avere collaborato a lungo. Fu attraverso Diels che Martha iniziò per la prima volta a riconsiderare la sua visione idealistica della rivoluzione nazista. «Davanti ai miei occhi da sognatrice iniziò a prendere forma… un’immensa e complessa rete di spionaggio, terrore, sadismo e odio, a cui nessuno – si trattasse di un soldato semplice o di un ufficiale – poteva sfuggire». Sorprendente il mutamento di cui si fa portavoce, inizialmente affascinata, quando il nazismo sembrava un movimento rivoluzionario che tendeva al miglioramento del paese, arriverà ad un’avversione tale da passare all’estremo opposto, al comunismo. Del resto, lo stesso Dodd inizialmente cede al pensiero comune, lusinga un po’ il proprio leggero antisemitismo e parteggia per i nazisti, ma prevarrà in lui lo spirito democratico e una sorta di purezza, di integrità che gli permetteranno di mettere a fuoco la triste realtà.

Qualcosa lo abbandonò: un ultimo, vitale elemento di speranza. Nella pagina del suo diario dedicata all’8 luglio, una settimana dopo l’inizio delle purghe e a pochi giorni dal primo anniversario del suo arrivo a Berlino, scrisse: «il mio compito è lavorare per la pace e per un miglioramento delle relazioni tra Germania e Stati Uniti. Ma non vedo come sia possibile ottenere un qualunque risultato fino a quando Hitler, Göring e Goebbels saranno alla guida del paese. Non ho mai sentito parlare o letto di uomini che fossero meno adatti ad avere in mano il potere. Dovrei forse dimettermi dal mio incarico?»

Giurò che non avrebbe mai ospitato Hitler, Göring o Goebbels all’ambasciata o in casa sua, e concluse: «Non presenzierò mai più a un discorso del cancelliere, né chiederò un colloquio con lui, se non in circostanze ufficiali. Provo una sensazione di orrore anche soltanto a guardarlo».

Dodd è spettatore sottile, ma corrispondente incompreso, le sue intuizioni che avevano anticipato i tempi non vengono tenute nella giusta considerazione, semmai osteggiate e ridicolizzate, anche Martha, si rese presto conto della pericolosità di un regime subdolo che nascondeva le sue vere intenzioni. La lenta costruzione di Larson, la spiegazione minuziosa quasi giorno per giorno del 1934 trova il suo punto di non ritorno in quella che la storia denominerà la notte dei lunghi coltelli, che ebbe inizio il 30 giugno 1934, è quello il momento in cui Hitler scopre le sue carte e si mostra chiaramente come un uomo determinato a raggiungere i propri scopi, eliminando qualsiasi ostacolo si frapponga, con qualsiasi mezzo.

La purga di Hitler sarebbe diventata famosa come “la notte dei lunghi coltelli”, e sarebbe stata considerata dai posteri uno degli episodi più importanti della sua ascesa, il primo atto nella grande tragedia della “pacificazione”. In un primo tempo, però, nessuno ne comprese a fondo il significato. Non vi fu un solo governo che richiamasse il suo ambasciatore o inoltrasse una protesta formale, né la popolazione si ribellò, mossa dal disgusto per quanto era accaduto.

Dodd diventerà sempre più intollerante rispetto alle iniziative dei nazisti tanto da rifiutarsi di partecipare alle adunate e mandando dispacci su dispacci in patria, con l’unico effetto di inasprire fortemente il governo nazista, che ne chiederà formalmente il trasferimento. Ad insaputa di Dodd, che voleva dimettersi, ma non subito per evitare l’impressione che ogni protesta dei tedeschi venisse subito accolta, Roosevelt aveva invece ceduto alle pressioni del dipartimento di Stato e del ministero degli Esteri tedesco e aveva deciso che Dodd sarebbe stato rimosso dall’incarico entro la fine dell’anno 1937. Dodd protestò, ma invano. Soltanto un anno dopo, nel novembre del 1938, dopo la tristemente nota Notte dei cristalli, Roosevelt condannò pubblicamente il governo tedesco. Il resto è l’abominio che tutti sappiamo.

Nel settembre del 1939 le armate di Hitler invasero la Polonia, scatenando la guerra in Europa. Il 18 settembre, Dodd scrisse a Roosevelt che sarebbe stato possibile evitare il conflitto se «le democrazie europee» avessero semplicemente agito di concerto per fermare Hitler, come Dodd aveva sempre suggerito.

«Se avessero cooperato» scrisse l’ex ambasciatore, «ce l’avrebbero fatta. Adesso è troppo tardi».

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