Il giardino dei Finzi-Contini. Spazio sacro della memoria.

copertinaIl giardino dei Finzi-Contini (1962) di Giorgio Bassani (1916-2000) fa parte del ciclo Il romanzo di Ferrara, elaborato dal 1938 al 1978, un’opera unica ma divisa in più libri che costituiscono la sua migliore produzione letteraria e che è stata soggetta a periodiche revisioni.

Il narratore-personaggio principale parla in prima persona, per questo motivo in tanti lo hanno identificato con lo scrittore, anche se nel libro in realtà non viene mai nominato. Nel famoso film omonimo del 1970 di Vittorio de Sica, seguendo quell’intuizione il protagonista si chiama Giorgio, come Bassani appunto. Per comodità anche qui lo si denominerà come lo scrittore.

Durante una visita alla necropoli etrusca di Cerveteri si innesca il meccanismo della memoria involontaria che procedendo inizialmente per associazioni, intraprende poi il suo cammino a ritroso seguendo una linea retta di attenta ricostruzione del passato.

Anche le cose muoiono, caro mio. E dunque, se anche loro devono morire, tant’è, meglio lasciarle andare. C’è molto più stile, oltre tutto, ti sembra?

Se è vero che anche le cose muoiono, tuttavia c’è una funzione della nostra mente che le può rendere eterne. È la capacità della memoria di ricostruire nel minimo dettaglio un momento del passato, permettendogli di rimanere lì, fisso, non più vittima della cronologia, della progressione temporale. Non per nulla il titolo del libro è emblematico. Il “giardino” richiama simbologie della mitologia mondiale e si colloca come spazio “sacro” per antonomasia.

Le sembrava assurdo, a lei, che esistesse al mondo un tipo come me, il quale non nutrisse per gli alberi, «i grandi, i quieti, i forti, i pensierosi», gli stessi suoi sentimenti di appassionata ammirazione. Come facevo a non capire, mio Dio, a non sentire? C’era in fondo alla radura del tennis, per esempio, ad ovest rispetto al campo, un gruppo di sette esili, altissime Washingtoniae graciles, o palme del deserto, separate dal resto della vegetazione retrostante (normali alberi di grosso fusto da foresta europea: querce, lecci, platani, ippocastani, eccetera), e con attorno un bel tratto di prato. Ebbene ogni qualvolta passavamo dalle loro parti, Micol aveva per il gruppo solitario delle Washingtoniae sempre nuove parole di tenerezza.

«Ecco là i miei sette vecchioni» poteva dire. «Guarda che barbe venerande hanno!»

Gli alberi del giardino con la loro lunga vita, oltre a rappresentare la saggezza della sapienza, assumono sembianze umane, pertanto sono chiamati a simboleggiare l’aspetto imperituro dell’umanità, con la loro capacità di vivere per secoli, di rinnovarsi ad ogni ciclo e nella loro fissità diventano messaggeri della conoscenza che si tramanda di generazione in generazione attraverso il filtro della memoria. Il giardino dunque è il luogo privilegiato nel quale fermare il tempo, regno chiuso e incontrastato dell’immortalità, luogo piacevole dal quale la sofferenza è bandita, magico eden dove il Tempo e la Storia non possono entrare.

Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure se chiudo gli occhi, Micol Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla. [] Entrambi ci fissavamo. Al di sopra della sua testa il cielo era azzurro e compatto, un caldo cielo già estivo senza la minima nube. Niente avrebbe potuto mutarlo, sembrava, e niente infatti l’ha mutato, almeno nella memoria.

giorgio bassani

Altri elementi rendono il giardino un luogo sacro, una sorta di tempio votivo consacrato a Micol, già a partire dalla sua descrizione, quando appare, ancora ragazzina, a Giorgio dall’alto del muro di cinta, come una divinità nordica, bionda dalla bellezza perfetta, per proseguire attraverso il linguaggio che usa, il finzicontinico e continuando poi con tanti altri particolari, il cane Jor guardiano fedele, la rappresentazione degli alberi attraverso immagini antropomorfiche, fino al suo culmine al centro del luogo circoscritto, ovvero il punto in cui è situata la magna domus, all’interno della quale il sito più alto è occupato proprio dalla stanza di Micol.

In questo gioco di rappresentazioni simboliche si fa presto a riconoscere il classico viaggio iniziatico verso l’età adulta e la consapevolezza di sé, in cui il protagonista attraversa tutte le fasi della sofferenza adolescenziale e si identifica nella condizione dell’innamorato non corrisposto, fino alla liberazione finale di fronte all’uomo ritrovato e all’uomo nuovo che ne deriva. Il percorso che conduce alla conoscenza è sempre un luogo dell’interiorità, per muoversi all’interno di tanta oscurità e confusione è necessaria una guida, in questo caso Micol, è chiamata ad assolvere l’ingrato compito. Tuttavia si tratta di un viaggio al contrario rispetto a quello di Dante non una discesa agli inferi con risalita verso il paradiso, ma una storia più simile a quella biblica, dove l’Eden precede la caduta nell’inferno terrestre.

Finché i Finzi-Contini riescono a rimanere chiusi dentro il loro giardino è come se il tempo si fermasse e nulla potesse scalfire l’integrità di ogni singolo componente, ma la vita dirompente riesce a frantumare qualsiasi argine o barriera difensiva, non c’è cinta muraria che tenga contro la forza degli eventi e così pian piano, dopo avere aperto il portone per fare entrare la Storia, insieme ad essa arriveranno la malattia, la morte, la distruzione.

La chiusura dunque è ambivalente come ogni altra cosa, se da un lato permette ai giovani protagonisti di vivere spensieratamente la propria giovinezza felice dall’altro è pur sempre ghetto, prigione, non a caso Micol sta preparando la tesi su Emily Dickinson, la famosa poetessa americana che, ritiratasi dal mondo, aveva deciso di vivere da reclusa. Da un lato c’è l’amore del protagonista per Micol e dall’altro l’impossibilità dell’amore e se all’interno del giardino tutto sembra perfetto e pacifico, fuori le repressioni fasciste cominciano a creare il loro muro di ostilità.

Ma non viviamo tutti nel nostro personale giardino, nella speranza di lasciare fuori la brutalità dell’esistenza, il dolore e la sopraffazione? A volte lo facciamo segregandoci in luoghi precisi, una casa, una stanza, una barca, a volte nascondendoci in rituali personali o cecità volute, dietro una precisa volontà di assentarsi dal mondo, sfuggendo ai suoi richiami. E tuttavia non basta mai nulla.

Io guardavo mio padre e mia madre, entrambi in pochi mesi molto invecchiati. Guardavo Fanny, che aveva ormai quindici anni, ma come se un arcano timore ne avesse arrestato lo sviluppo non ne dimostrava più di dodici. Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, né io stesso lo immaginavo, ma ciò nondimeno già allora, quella sera, anche se li vedevo tanto insignificanti nei loro poveri visi sormontati dai cappellucci borghesi o incorniciati dalle borghesi permanenti, anche se li sapevo tanto ottusi di mente, tanto disadatti a valutare la reale portata dell’oggi e a leggere nel domani, già allora mi apparivano avvolti della stessa aura di misteriosa fatalità statuaria che li avvolge adesso, nella memoria.

locandina

Dopo la promulgazione delle leggi razziali, nel 1938, i giovani ebrei ferraresi erano stati allontanati da tutti i luoghi pubblici e dalle varie attività, compreso il circolo del tennis, per questo motivo Alberto e Micol Finzi-Contini decidono di organizzare degli incontri nel loro campo all’interno del giardino e di invitare amici e conoscenti, ponendo fine all’abitudine familiare che scoraggiava gli ingressi in casa da parte di estranei. La simpatia fra Giorgio e Micol dura fin da ragazzi, adesso però Giorgio sente che da parte sua il sentimento che li unisce è diventato amore. Ma il momento storico, per quanto reso in modo molto tenue, non lascia spazio per l’amore e proprio Micol è quella che se ne rende maggiormente conto, lei ha la percezione di non avere alcun futuro al di fuori di quel giardino e soltanto lì, dove il tempo è sospeso, può inseguire i suoi ideali di gioventù, ma non è possibile trasportarli nella realtà esterna e pertanto rinuncia all’amore, proprio per il bene di Giorgio.

Il giovane ovviamente non si rende conto del vero motivo della scelta di Micol, la quale per allontanarlo gli propone delle motivazioni che gli acuiscono il dolore.

Io… io le stavo “di fianco”, capivo?, non già “di fronte”, mentre l’amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decida a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis! Da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi.

D’altra parte lo stesso Giorgio è uno che non riesce a vivere il presente, figuriamoci il futuro, è una di quelle persone che pur nel presente devono trasformare tutto in passato per poter godere appieno delle cose, senza ansie, né delusioni.

Lo intuiva benissimo: per me, non meno che per lei, più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente… Come mi capiva! La mia ansia che il presente diventasse “subito” passato perché potessi amarlo e vagheggiarlo a mio agio era anche sua, tale e quale. Era il “nostro” vizio, questo: d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro. Non era così?

Ma per farlo bisognava pur disporre di una qualsiasi possibilità di futuro, che loro invece non avevano. Anche suo padre cerca di indirizzarlo lungo un percorso più pratico, in un momento in cui era necessario pensare alla propria vita piuttosto che a sobbarcarsi anche un legame affettivo pieno di responsabilità.

«Graziosa, anzi bella (perfino troppo, magari!), intelligente, piena di spirito… Ma fi-dan-zar-si!» scandì, sgranando gli occhi. «Fidanzarsi, caro mio, vuol dire poi sposarsi. E a questi chiari di luna, senza oltre tutto una professione sicura in mano, dimmi tu se…» [] «Anche io, quando mi sono fidanzato con la mamma, nell’11, non mi curavo di queste faccende. Ma i tempi erano diversi. Si poteva guardare avanti, al futuro, con una certa serenità. E sebbene il futuro non si sia poidimostrato così allegro e facile come noi due ce lo immaginavamo (ci siamo sposati nel ’15, come sai, a guerra iniziata, e subito dopo ho fatto domanda per partire volontario) era la società ad essere diversa, allora, una società che garantiva…»

Bassani non lesina critiche alla società dell’epoca, subito pronta ad accettare qualsiasi privazione destinata a discriminare una categoria di individui, per cui le proibizioni si trasformano in una sorta di rivalsa sociale per chi era sempre stato ai margini, mentre adesso poteva infierire su una bella fetta di collettività, come si evince dall’episodio dell’allontanamento di Giorgio dalla biblioteca. Ma non risparmia nemmeno se stesso e quella sorta di passività incredula che aveva fatto ritenere impossibile ai componenti delle comunità ebraiche che si potesse arrivare laddove invece si è arrivati. Anche se apparentemente il fascismo fa da sfondo alla storia e sembra rimanere ai margini rispetto alle storie private, in realtà è alla base di tutta la narrazione, causa ed effetto di certi comportamenti e delle relative conseguenze che altrimenti sarebbero stati completamente diversi e soprattutto, con quel suo serpeggiare incessante, fino ad insinuarsi all’interno dei personaggi e radicarsi in loro, ecco che ottiene il suo effetto più spaventoso e deleterio, quello di togliere la speranza. A questo punto non è più necessario descrivere treni e partenze verso i campi di concentramento, poiché ogni cosa è già contenuta in quell’assenza fatale.

Senonché, improvvisamente, dal portone rimasto mezzo aperto, là, contro il nero della notte, ecco irrompere dentro il portico una raffica di vento. È vento d’uragano, e viene dalla notte. Piomba nel portico, lo attraversa, oltrepassa fischiando i cancelli che separano il portico dal giardino, e intanto ha disperso a forza chi ancora voleva trattenersi, ha zittito di botto, col suo urlo selvaggio, chi ancora indugiava a parlare. Voci esili, gridi sottili, subito sopraffatti. Soffiati via, tutti: come foglie leggere, come pezzi di carta, come capelli di una chioma incanutita dagli anni e dal terrore… Oh, Ernesto in fondo era stato fortunato a non poter fare l’università in Italia. Scriveva da Grenoble che soffriva la fame, che delle lezioni del Politecnico, col poco francese che sapeva, non gli riusciva di capire quasi niente. Ma felice lui che soffriva la fame e temeva di non farcela con gli esami. Io ero rimasto qui, e per me che ero rimasto, e che ancora una volta avevo scelto per orgoglio e aridità una solitudine nutrita di vaghe, nebulose, impotenti speranze, per me in realtà non c’era più speranza, nessuna speranza.

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28 commenti

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28 risposte a “Il giardino dei Finzi-Contini. Spazio sacro della memoria.

  1. Uno splendido romanzo! La figura di Micol mi è sempre rimasta, in qualche modo, “nel cuore”, probabilmente per l’immagine che ne ha il lettore attraverso gli occhi adoranti del narratore.
    Bellissima la tua riflessione: ciascuno ha un giardino privato, uno spazio sacro dell’anima, ma spesso è impossibile chiudere il dolore fuori dal cancello…

  2. vero, ciuascuno ha il proprio giardino, c’è chi lo chiama salvezza, chi fuga
    chi poesia.
    E’ sempre un grande piacere leggere le tue recensioni, grazie

  3. Periodicamente la storia sembra divertirsi a sottrarre la speranza agli uomini. Oggi non è un’etnia a perdere la speranza, ma un’intera generazione, quella che dovrebbe nutrire radiose speranze, mentre gli altri, per motivi anagrafici, ormai dovrebbero aver accantonato ogni speranza di cambiamento, di sviluppo e miglioramento. Il fascismo del Novecento ha cambiato nome: ora si chiama economia e penetra in ogni giardino, nel privato di ciascuno, per corromperlo o distruggerlo.

  4. Mi viene da pensare che l’immobilità (del giardino, del passato) tanto vagheggiata dai protagonisti sia impossibile e che sia impossibile anche vivere fuori dalla Storia, dal proprio tempo. Non ho letto il romanzo, ma ho visto il film di De Sica, da questa tua bella analisi deduco che non è possibile per nessuno rinchiudersi in una torre d’avorio. La storia ci incalza e ci trascina. Penso che la borghesia rappresentata nel romanzo impari questo a proprie spese. Un caro saluto.

    • Caro Ettore, per quanto possa essere auspicabile rinchiudersi in una torre d’avorio, finché facciamo parte di una società allora è davvero impossibile sfuggire al tempo e alla storia… per farlo si dovrebbe essere in grado di estraniarsi totalmente, tipo i fachiri che riescono a stare sepolti per giorni o gli stiliti che vivono seduti su una colonna o più semplicemente imitare Pessoa che sosteneva di aver fatto i migliori viaggi della sua vita seduto comodamente su una poltrona… mah… di certo la nostra mente è uno strumento potentissimo del quale non sappiamo fare un uso appropriato, quando impareremo il paesaggio intorno a noi cambierà radicalmente e anche il concetto di esistenza che abbiamo… ma siamo ancora lontanissimi…
      un abbraccio

  5. Bassani è uno di quegli autori dei quali ne rileggo sempre le opere senza mai stancarmi. Forse anche perché è un mio illustre concittadino, forese perché mi ritrovo nelle atmosfere ovattate descritte dallo scrittore, forse perché mi piace. mi è congegnalie la sua scrittura, in conclusione è uno degli autori preferiti.
    Il giardino dei Finzi Contini è un viaggio nella memoria collettiva, racchiusa nel giardino stesso, visto come un un piccolo mondo autosufficiente, finché ogni argine non è stato travolto da leggi ingiuste e discriminatorie.
    La voce narrante mai dolente o incollerita descrive come il mondo dorato della società bene di Ferrara, riunita nel circolo tennistico dell Marfisa, ospitato all’interno della omonima palazzina vien sconvolto e con esso engono scardinate anche le credenze del narratore stesso.
    E’ un brusco risveglio per un mondo che va in briciole e che non sarà più lo stesso. Nel romanzo ci sono molti elementi simbolici. L’amore di Giorgio verso Micol che non potrà sbocciare può essere paragonato al mondo del 1938 che non vedrà mai la luce, anzi andrà verso la catastrofe.
    Il giardino chiuso, impermeabile all’ambiente esterno non riuscirà a trasformarsi in uno aperto nonostante tenti di aprirsi, perché più che per volontà dei suo abitatori è una costrizione degli eventi esterni. Viene a mancare la volontà sincera di farlo. Una metafora contro il mondo cristallizato tra le due guerre, chiuso su se stesso, tetragono alle novità che verrà travolto e distrutto dagli eventi della seconda guerra mondiale. Gli stessi personaggi, conniventi col fascismo e convinti di essere immuni da qualsiasi evento negativo si riscoprono fragili e impotenti a fronteggiare gli avvenimenti che li incalzano. Anche in questo vedo un muto rimprovero dello scrittore verso la comunità ebraica che non ha saputo cogliere le negatività del fascismo.
    Sono proprio queste riflessioni amare che traspaiono dalle parole di Bassani che me lo fanno leggere sempre con occhi nuovi.
    Una lunga disgressione e tante riflessioni innescate dal tuo post.
    Un grande abbraccio

  6. Un classico a cui (vergognosamente) mi sono avvicinato solo poco tempo fa, e solo attraverso il grandioso film di Vittorio De Sica.
    Adesso devo e voglio trovare il tempo per leggere Bassani.
    Grazie a te per il preziosissimo promemoria!
    Un abbraccio enorme..

    • Caro Nick, anche io confesso di avere letto Bassani molti anni fa però spinta dal film, e non è successo solo con i Finzi-Contini ma anche con “gli occhiali d’oro”… strano perché di solito faccio il contrario, prima il libro e poi il film…
      grazie e un super abbraccio!

  7. Che bella, piena e appagante recensione. A suo tempo ho visto il film, semplicemente sontuoso, anche se preferisco sempre la lettura. La lettura mi fa immaginare mentre il film sovrasta sulla mia fantasia perché vedo tutto velocemente. E talora la sintesi non restituisce le magie della scrittura.
    Le tue recensioni sono tutte belle. Ognuno di noi ha un suo giardino personale dove rifugiarsi anche se le persone intorno sono amabili, amate e insostituibili. Non possiamo fare a meno del giardino interno se vogliamo mantenere un equilibrio mentre la storia, la vecchiaia nostra e dei più cari e la morte ineluttabile ci stringono. All’epoca il fascismo coi suoi orrori velocizzò questo processo triste, ma “naturale” rendendolo torturante al massimo.

    • Cara Mimma, grazie per il bel commento… concordo su tutto e aggiungerei un altro giardino famoso, quello di Voltaire nel Candide e la famosa conclusione: “il faut cultiver notre jardin”…
      un abbraccio

  8. Un luogo dove rifugiarsi, un luogo dove sperimentare ciò che è negato all’esterno da quel mondo fatto di preconcetti: il giardino dei Finzi-Contini, famiglia ebrea dell’alta borghesia.
    La vicenda abbraccia un lungo periodo e partendo dal ’57 fa un salto temporale a ritroso che evoca la storia della famiglia Finzi-Contini. La centralità è il sentimento e l’antisemitismo perpetrato al tempo del fascismo nella seconda guerra mondiale. Un romanzo che nasce sull’onda del ricordo e racconta la storia di un gruppo di giovani ferraresi ebrei. Il giardino rappresenta il luogo della gioia, delle riunioni amene, ma quella serenità sarà strappata dagli orrori della guerra.
    La tua analisi attenta e particolareggiata mette in risalto tutti gli aspetti di questa storia e ne approfondisce il senso.
    Bravissima, come sempre.
    un forte abbraccio
    annamaria

  9. wolfghost

    Che poi anche la memoria non è affatto duratura, anzi si potrebbe quasi dire che è illusione poiché ciò che crediamo di ricordare con precisione, non solo dopo dieci anni ma perfino dopo pochi minuti, non è mai ciò che è stata la realtà. La nostra memoria è fallace e imprecisa, anche se noi preferiamo crederla impeccabile. Quante volte ci è successo di tornare in un luogo o rivedere una persona ed esclamare “Perbacco… non me la ricordavo così…” dopo che su quella falsa memoria ci abbiamo costruito intere storie?

    Sì, benché molti di noi sappiano che la vita e la storia sono cambiamento e che non cambiare è un’illusione, cerchiamo nella realtà di ottenere una stabilità che non esiste, se non per brevi periodi.
    La vita in fondo è un mandala: per quanto bello e preciso cerchiamo di realizzarlo, esso è destinato a venire distrutto.
    La solita allegria, vero? 😀 Ma come ha fatto dire ad Amleto Shakespeare (vado a memoria, spero di non storpiarlo) “La vita è una favola raccontata da uno sciocco, piena di strepito e di furore ma senza significato alcuno” 😀
    E con questa nota allietante, posso andare a nanna! 😛
    http://www.wolfghost.com

    • Caro Wolf, malgrado l’allegria quello che dici è vero. Qui siamo nell’ambito della finzione letteraria dove tutto è permesso, ma nella realtà è praticamente impossibile ripristinare un ricordo originario, perché noi siamo il prodotto di una serie di avvenimenti che nel frattempo ci sono accaduti, magari anche in funzione del momento che vogliamo ricordare e dunque la memoria è necessariamente “inquinata” da tutte queste nuove aggiunte. Alla fine come si fa a ripulire un gesto, un atto, dalle emozioni? e poi rimane il fatto che mutiamo di continuo, e come dici tu già un minuto dopo non siamo più quelli di prima…
      un abbraccio

      • wolfghost

        E’ proprio così 🙂 Solo i santi, i grandi yogi, e chi in generale è capace di “uscire da sé stesso” e vedere oggettivamente, possono farlo.
        Di solito però sono molti di più quelli che credono di poterlo farlo! 😉
        http://www.wolfghost.com

  10. invecedistelle

    Mi sembra che alla fine solo attraverso l’arte sia possibile dare a quel giardino e a quel muro un senso che non è solo quello del paradiso perduto e la tragedia del ‘dopo’ che ben conosciamo.

  11. invecedistelle

    Che non ‘sia’ ops 🙂

  12. ho un’immagine che mi viene sempre in mente quando penso al romanzo di Bassani, quella dei lattimi, gli oggettini di vetro che Micol ha nella sua stanza e che lasciano filtrare la luce senza opporre resistenza, senza lotta…
    La lotta è nella Storia, fuori dal giardino, così come il presente, così come l’odio e …anche l’amore. Penso che Micol abbia utilizzato certe espressioni a proposito dell’amore non per scoraggiare o consolare Giorgio ( o chiunque si naconda dietro la voce narrante ) ma perchè riteneva che fosse esattamente così. L’amore ti porta in gioco, ti tira in ballo, ti fa entrare in una storia, con la s minuscola, ma pur sempre storia, e il sistema finzicontinico è fuori da ogni tempo. La malinconia che si accompagna alla lettura forse deriva dalla constatazione dell’inanità del tentativo di sfuggire alla fine di ogni cosa ( un sentimento, la vita stessa ).
    Bacio

    • Cara Giacy, dalla finzione interna (giardino) a quella esterna (storia) a quanto pare non c’è spazio per l’amore, forse perché è la finzione più grande di tutte, almeno nel modo in cui siamo abituati a concepirlo… tuttavia se cambi prospettiva cambi anche la realtà intorno a te…
      bacibaci

  13. Non ho visto il film, ma il libro è molto bello, e la tua recensione perfetta!
    Un abbraccio.

  14. Cara Ale, ti ringrazio
    un abbraccio

  15. Uno spaccato sul momento storico, questo di Bassani, che offre molti spunti di riflessione. Lo lessi molto tempo fa e ricordo che, pur essendo giovanissima, fui colpita non solo dalla narrazione ma anche dal delinearsi chiaro nella mia mente delle diversità di classe. In maniera contrastante ebbi per la prima volta la cognizione di cosa vuol dire appartenere alla borghesia o al proletariato.
    Riconosco che fu un punto a sfavore del libro, in me che provenivo da un ambiente povero e ostile, la consapevolezza che certe considerazioni intellettuali erano facilitate dall’agiatezza. Un giardino ne racchiude pienamente il senso.
    È per amore della verità che ne dico, a scapito di una maggiore attenzione che avrei dovuto dedicare, già da allora, a uno dei migliori scrittori del novecento.
    Maria, mi perdonerai se avverto ancora quella distanza e se preferisco sottolineare come al solito la tua eccezionale bravura. Tu saresti capace di trarre un senso altro anche da un elenco telefonico…
    Per carità, questo non vuol dire che io non riconosca il valore di Bassani, sia chiaro! È solo che quella sottile irritazione iniziale non mi spinge a leggerlo di nuovo adesso che, probabilmente, ne coglierei appieno la portata. Per fortuna posso usufruire del tuo impegno critico, aperto e senza pregiudizi, accurato e illuminante.
    Grazie
    Un abbraccio
    cri

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