La signora Dalloway e l’estensione dell’attimo.

quando scrivo non sono che una sensibilità. A volte mi piace essere Virginia, ma solo quando sono sparsa, varia e gregaria.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 22 agosto 1922)

vrginia Woolf - by criBo

(elaborazione di Cristina Bove)

La mia grande avventura in realtà è Proust. Be’ – cos’altro resta da scrivere dopo di lui? Sono solo al primo volume, e immagino che si possano trovare dei difetti, ma sono stupefatta: come se si compisse un miracolo davanti ai miei occhi. Com’è riuscito finalmente qualcuno a cristallizzare ciò che è sempre sfuggito – e perfino a trasformarlo in questa sostanza stupenda e perfettamente duratura? Si deve posare il libro e restare a bocca aperta. Il piacere diventa fisico, come se si combinassero sole, vino, uva, perfetta serenità e profonda gioia di vivere. Con Ulisse non è affatto così. Mi incateno a quel libro come un martire al palo del supplizio, ed ora, grazie a Dio, l’ho finito. Il mio supplizio è terminato.

Virginia WoolfCosì scriveva Virginia Woolf (1882-1941) in una lettera del 3 ottobre 1922 a Roger Fry e questi erano gli autori che stava leggendo durante la composizione de La signora Dalloway. In quel periodo di fervente sperimentazione e sull’esempio di Proust e di Joyce, Woolf riesce a trovare la sua personalissima dimensione con in più la capacità della sintesi, La signora Dalloway infatti si limita a circa 200 pagine. Anche lei, come Proust riesce a cristallizzare ciò che sfugge e a trasferirlo su carta, tutto lo sconfinato paesaggio interiore si riversa tra le pagine di un libro, mentre l’innovazione linguistica di Joyce con quel continuo flusso di coscienza parcellizzato nelle sue varie modalità espressive, nell’opera di Woolf diviene infine pura rarefazione (Le onde).

Virginia Woolf aveva già iniziato a rivoluzionare il romanzo classico con il libro precedente, La stanza di Jacob, dove adopera il “suo metodo” ma è con Mrs Dalloway che mette a punto la tecnica (e meglio ancora farà con Al faro) riuscendo finalmente a descrivere quella realtà, quegli aspetti della vita che normalmente non si riesce ad esprimere a parole figurarsi poi fissarli in un libro. E l’innovazione parte fin dalla prima frase del romanzo (La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei) una frase che salta ogni preambolo, una qualsiasi presentazione che introduca gradualmente il lettore nell’ambiente e tra i personaggi e che invece lo proietta direttamente nel libro, come presenza costante tra le pagine, personaggio anch’egli quasi costretto a vagare per Londra e a vedere quello che la scrittrice vuole che veda.

Come nell’Ulisse di Joyce, del quale riprende la struttura, anche qui la storia si svolge in un’unica giornata, precisamente siamo nel giugno del 1923 e in un luogo privilegiato, Londra. La trama è quasi inesistente, la giornata inizia con Clarissa Dalloway che esce per acquistare i fiori che le serviranno per il ricevimento che ha organizzato in casa sua quella sera e si chiude con la descrizione della festa. All’interno di questa giornata abbastanza banale si ritagliano delle figure importanti, alcune sembrano tornare a galla da un passato solo apparentemente dimenticato, una in particolare invece sembra essere l’alter ego di Clarissa, Septimus Warren Smith, quella parte di lei che avrebbe potuto preferire l’arte alla praticità, l’amore alla libertà, la morte alla vita.

Ma il vero protagonista in verità è il Tempo. D’altra parte non è un caso che inizialmente Woolf avesse deciso di intitolare il libro Le Ore. Ogni personaggio si individua a seconda del suo rapporto con il tempo, naturalmente ci troviamo di fronte a due tipi di temporalità, quella esterna, facilmente individuabile sia dalle informazioni che ci fanno scoprire la data, il periodo storico, sia dai rintocchi del Big Ben, ma anche, e forse soprattutto, una temporalità interiore, direttamente collegata a quelle “caverne” che si aprono all’interno di ogni personaggio, delle quali Woolf parla nei suoi diari:

Avrei molto da dire intorno alle Ore e alla mia scoperta: come io scavi bellissime caverne dietro i miei personaggi, questo mi sembra dia proprio ciò che voglio: umanità, profondità, umorismo. L’idea è che le caverne siano comunicanti e ognuna venga alla luce al momento giusto.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 29 agosto 1923)

la signora dallowayQuanto può durare un attimo? Virginia Woolf è riuscita in un’impresa che ha dell’incredibile in letteratura, è riuscita non solo a descrivere l’attimo, ma a sezionarlo, a mostrarlo a rallentatore al lettore, trasformandolo perciò radicalmente e allungando la sua durata all’infinito. In La signora Dalloway (1925) la narrazione si sofferma su diversi avvenimenti, che riguardano persone differenti e vari punti di Londra, ma che avvengono tutti nello stesso momento. I piani paralleli s’incontrano e le persone si sfiorano e con quell’inconsapevole sfiorarsi creano tra loro una rete continua di collegamenti fino a costruire una trama inestricabile che si intreccia anche con i diversi piani temporali. Sì perché in questo libro straordinario l’estensione dell’attimo raggiunge anche quello che era il passato, ma che qui si riallaccia di continuo al presente finché non si annullano tutte le scansioni transitorie e si stabilisce un unico tempo e un unico luogo.

Eccoli, i fiori: delfini, piselli odorosi, grappoli di lillà, e garofani, garofani a profusione. C’erano le rose e gli iris. Ah, sì – e inspirò i differenti profumi di quel giardino terrestre, sempre parlando alla signorina Pym, la quale le era riconoscente, e la giudicava tanto buona, ma appariva invecchiata quest’anno; intanto girava la testa da una parte e dall’altra tra gli iris e le rose e indicava cogli occhi socchiusi dei ciuffi di lillà, annusando, dopo il chiasso della strada, la deliziosa fragranza, la freschezza squisita. E quando riapriva gli occhi, come le sembravano fresche le rose – veniva alla mente il bucato appena lavato e ben piegato nelle ceste di paglia; come parevano cupi e compassati i garofani rossi, invece, con le loro teste erette; e i piselli odorosi che si allargavano nelle coppe, viola sfumato, bianco neve, pallidi – come se fosse sera e, finita la splendida giornata estiva, col cielo ormai d’un azzurro quasi nero e i delfini e i garofani, e i gigli, le ragazze uscissero nei loro abitini di organza a raccogliere i piselli odorosi e le rose. È in quell’attimo, tra le sei e le sette, che i fiori – le rose, i garofani, gli iris, i lillà – risplendono: bianco, violetto, rosso arancione. Ogni fiore sembra ardere di luce propria, soffice, puro, ognuno nella sua aiuola velata di nebbia. E come le piacevano le falene bianche e grigie che volteggiavano sui girasoli e sulle primule!

(Virginia Woolf, La signora Dalloway)

Le descrizioni acquistano una nuova dimensione espressiva, non si tratta di indagini psicologiche per ogni personaggio e neanche tanto di caratterizzazioni fisiche, esteriori di cose e persone, ma di una realtà che si manifesta, tutto è epifania in questo testo, perciò si entra negli ambienti, si passeggia con Peter, si va a Brouton, si percorre la Londra visionaria di Septimus e si sentono i rumori, si percepiscono i profumi, ogni cosa, finalmente, è.

Naturalmente la parte della pazzia mi snerva tanto, mi spreme a tal punto il cervello, che appena oso affrontare il pensiero di spenderci un’altra settimana. Il problema però è nei personaggi. La gente (Arnold Bennett per esempio) dice che io non so creare, o almeno non ho creato, in Jacob’s room, personaggi che sopravvivano. La mia risposta è [] che il personaggio -il carattere- si disperde in frammenti, al giorno d’oggi. [] Io disincarno, e fino a un certo punto volontariamente, perché diffido della realtà, del suo basso prezzo. [] Ho io il potere di evocare la realtà vera? O scrivo saggi sopra me stessa?

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 19 giugno 1923)

Attraverso il personaggio di Septimus, considerato il suo alter ego, Woolf descrive la pazzia accostandola a quell’esperienza devastante che avevano vissuto i giovani di quell’epoca, ovvero la Prima guerra mondiale. La guerra è la perfetta metafora della follia umana e gli episodi critici di Septimus si verificano in concomitanza con qualche avvenimento che lo riporta sul campo di battaglia: lo scoppiettio di una marmitta, l’aereo pubblicitario, la figura di qualcuno che rievoca fantasmi, fino al passo di marcia che sente sulle scale, quello del medico, degli infermieri che sono venuti a prenderlo, l’ultima difesa per la libertà di un’anima, costretta alla scelta estrema per salvarsi.

Suicidio, suicidio non premeditato, ma indotto, passivo, desiderio non di morte, ma di vita da sottrarre al potere dell’altro, cui si concede e si lascia il potere sulla morte ma non sulla vita. Reazione alla pressione e all’urto di un’invasione esterna, più che azione vera e propria, deliberata e consapevole; estrema sottrazione che non compie e invera un destino (non è tempo di eroi) e dunque non è tragedia, ma piuttosto passaggio all’altrove di quella vita tanto amata. Così muore il poeta, cercatore di Bellezza, solo così il visionario va incontro alla vita, connettendo con il suo corpo il dentro-fuori di una finestra, taglio e luce di una doppia realtà che riceverà il suo bagliore conclusivo la sera, durante la festa di Clarissa, davanti a un’altra finestra.

(Liliana Rampello, Il canto del mondo reale)

Tutti i collegamenti che Woolf crea si congiungono alla festa di Clarissa, qui ogni personaggio si unirà ad un altro fino a creare la fitta trama di tessuto che riveste l’universo. E una delle illuminazioni più sfolgoranti del libro è nel mostrare come si possa entrare in contatto anche senza incontrarsi mai, senza scambiare una parola.

Ci sono arrivata, alla festa, finalmente, che dovrà iniziarsi in cucina e lentamente risalire tutta la casa. Dovrà essere un pezzo estremamente complicato, brillante e solido, che annodi insieme tutto e termini su tre note, ai diversi piani della scala, e ciascuna esprima qualcosa che riassuma Clarissa.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 7 settembre 1924)

E il finale così luminoso è la scoperta dell’abbagliante semplicità dell’esistere, quella scintilla sorprendente che guizza in chi si accorge d’essersi appena svegliato, quel lampo che con un solo flash rischiara l’immenso, l’intuizione.

Vengo”, disse Peter, ma rimase seduto un altro momento. Che cos’è questo terrore? Che cos’è quest’estasi? Pensò tra di sé. Che cos’è che mi riempie di una tale straordinaria emozione?

È Clarissa, disse.

Perché, eccola, era lì.

(Virginia Woolf, La signora Dalloway)

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23 commenti

Archiviato in classici moderni, donne e scrittura, virginia woolf

23 risposte a “La signora Dalloway e l’estensione dell’attimo.

  1. “Umanità, profondità, umorismo”: è quel che mi ha colpito anche a teatro, quando ho visto una piéce tratta dal suo Orlando.
    Sempre illuminanti le tue recensioni!

  2. scrittura raffinatissima e complesssa quella della Woolf, superiore a qualsiasi cosa abbia mai letto. Leggerla è per me certezza di profonda commozione, di rivelazione, di pienezza. E cosa non trascurabile, i suoi romanzi sono senza tempo, per restare in tema, nel senso che puoi rileggerli più volte senza correre il rischio del già visto, del prevedibile.

  3. “E il finale così luminoso è la scoperta dell’abbagliante semplicità dell’esistere, quella scintilla sorprendente che guizza in chi si accorge d’essersi appena svegliato, quel lampo che con un solo flash rischiara l’immenso, l’intuizione.”

    Questo è quanto di meglio si possa trarre da qualsiasi scrittura, e sintetizzarla così, in un flash, appunto, che illumina e collega chi legge a chi scrive.
    Per i motivi che in parte sai, del mio non riuscire a entrare in sintonia con alcuni scrittori eccellenti (di cui non discuto valore e innovazione, tantomeno profondità di pensiero) non ho chiara io stessa la causa.
    Prendo solo atto della mia incapacità di entrare di più in questa dimensione letteraria riconoscendo in me limite e carenza.
    Posso però soffermarmi, come al solito, sulla tua capacità maieutica di portare alla luce proprio laddove la complessità strutturale la conforma e sottende, quasi fosse un nuovo organismo che da essa trae linfa e si nutre, la sintesi. Originale e chiarificatrice.
    E questo mi sorprende ogni volta, anche se so in quali alti livelli spazia il tuo pensiero.

    Grazie e un abbraccio
    cri

  4. Grazie al cielo la scrittura moderna si è denudata di parecchio ciarpame e non esiste più la descrizione per la descrizione o per allungare il brodo. Ci sono altri limiti, è ovvio, ma nulla di talmente drammatico da non potersi domare e risolvere, invece scrivere per lungaggini, come hanno fatto fino a poco fa, era semplicemente mortale.
    Scegliere alcuni personaggi e metterli in evidenza come stati d’animo e di situazioni umane fino al colpo d’ala della speranza finale procedendo per vicende parallele, che talora si sfiorano soltanto, significa esprimersi e comunicare. Gli accessori servirebbero soltanto a distogliere l’attenzione sia dell’autore che del lettore.
    Complimenti per la recensione eccellente.

    • Cara Mimma, dici bene, la descrizione solo esteriore che appesantisce inutilmente il testo è bandita, qui si punta all’essenziale, perché ogni cosa, anche quando viene descritta, vive…
      grazie e un abbraccio

  5. La signora Dalloways è il tuo status symbol, il nick che hai usato per tanto tempo a dimostrazione dell’amore che provi verso questo personaggio di Virginia Woolf. In realtà è l’a scrittrice in toto che incarna il modello di autore che preferisci.
    Woolf ha identificato sempre nel Tempo, quello con la t maiuscola, il componente che scansiona e dirige i suoi scritti.
    Nella Signora Dalloways tu sottolinei come il vero personaggio sia proprio questa frazione della nostra vita a scandire gli attimi che scorrono inesorabili durante il corso della giornata.
    Di Virginia Woolf ho diversi libri ma ho letto solo Una stanza tutta per me, che mi ha deluso o forse mi aspettavo qualcosa di diverso che ovviamente non poteva contenere. E colpevolmente non ho letto La signora Dalloways, lacuna che dovrò colmare.
    Un abbraccio

    • Caro Gian Paolo, Una stanza tutta per sé e Tre ghinee sono due testi politici, quindi con un’impostazione diversa rispetto ai romanzi dove invece ha potuto applicare quel linguaggio innovatore che traduceva la sua visione del mondo. Vedere il presente in movimento, con tutte le anticipazioni del futuro richiedeva l’invenzione di un tempo particolare, quell’attimo appunto che racchiude il significato di tutto il Tempo…
      Buona lettura e un abbraccio

  6. Se chiudo gli occhi ricordo una stupenda Nicole Kidman in un film molto bello.
    Virginia è stata una grandissima scrittrice e una donna di molta sofferenza.
    La tua disamina è perfetta, ma questa non è certamente una novità.
    Un caro abbraccio*

  7. wolfghost

    Ho appena letto la lettera d’addio che Virginia Woolf lasciò al marito prima di suicidarsi. Toccante, bellissima, straziante. Tra parentesi sarebbero le cose che scriverei io a mia moglie, anche se non saprei farlo altrettanto bene.
    Va bé. Veniamo al tema del post 🙂 Intanto è emozionante per me leggere del libro che è stato, in qualche modo, artefice del tuo blog su Splinder! 😀 Tra l’altro non ringrazierò mai abbastanza l’amica di blog comune che mi indicò il tuo blog, considerandolo migliore del suo che pure, almeno per me, era molto bello 🙂 Peccato che poi lo abbandonò… 😦 Non ho più saputo se ne avesse successivamente aperto un altro, ma non credo.
    Comunque Virginia Woolf era geniale, certamente forse depressa, è vero. D’altronde chi legge e trova affascinante Proust un po’ deve esserlo! 😀
    Mi ha colpito soprattutto il modo innovativo di scrivere, e il concetto, altrettanto innovativo, almeno per l’epoca, della relatività del tempo e delle “vite parallele” che portano avanti le diverse persone come se esistessero, in fondo, solo loro. Ogni vita, ed ogni persona, è un intero universo a sé, l’ho sempre sostenuto e l’ sostengo ancora. Perché l’intero universo, così come il tempo, è diverso nella percezione di ciascuno. Mille persone, dunque, creano mille universi e… mille tempi diversi 🙂
    Spero che Virgina stia riposando in pace, non so perché ma mi sono spesso sentito particolarmente vicino – anche se non necessariamente d’accordo – a chi ha deciso di saltare autonomamente “dall’altra parte”… Mi piace pensare, che se dovesse essere “necessario”, sarei capace di farlo anche io. Ma non ne sono affatto sicuro 😉
    Un caro saluto 🙂

    http://www.wolfghost.com

    • Caro Wolf, ti ringrazio per il bel commento dove hai messo molto anche di te, Woolf e Proust li ritengo “inarrivabili”, hanno portato non il racconto della vita, ma la vita stessa, soprattutto quella interiore, tra le pagine dei loro libri e sono stati per me dei maestri di scrittura.
      Woolf tra l’altro ha dovuto anche “sfidare” i tempi socialmente dato che era una donna e scrittrice, un connubio che all’epoca assumeva connotazioni solo negative, che lei invece ha trasformato in pregio…
      In merito all’atto finale, la penso come te…
      un abbraccio

  8. Il mio incontro con i libri più maturi della Wolf, di cui avevo letto La crociera, ricavandone solamente una profonda tristezza, risale agli anni in cui avevo deciso di iniziare le mie esperienze da prosatore ed è stato, a dir poco, sconvolgente. I libri che introducono il tempo tra i protagonisti mettono in discussione l’intera nostra concezione del mondo e rendono problematica la nostra rappresentazione letteraria. Paradossalmente, una letteratura che metta in discussione le nostre coordinate esistenziali, come quella di Virginia, di Proust o di Faulkner, è sconsigliabile a chi intenda scrivere oggi libri di successo e per questo, probabilmente, i miei primi tentativi di romanzo, nati sotto queste inimitabili influenze, risultano oggettivamente impubblicabili. Nessun editor andrebbe oltre le prime pagine di opere come quelle dei nostri autori: è il triste destino della letteratura di qualità o, semplicemente, la narrativa oggi si trova ad affrontare una realtà troppo diversa da quella del mondo proustiano (e simili) e deve seguire altre strade? Ogni società genera la sua letteratura (o il suo cinema o la sua arte). Forse per questo dalla grande riflessione letteraria e filosofica si passa alla rappresentazione prosastica del trash, dalla sottile e problematica stesura filmica di Bergman o di Robbe-Grillet si passa alla distorsione caricaturale di Tarantino e Co.

  9. “Essere una sensibilità”: fantastico! A volte bastano così poche Parole per cogliere l’essenza dello Scrittore e della Scrittura!!

  10. So quanto tu adori la Wolf e in particolare la “Signora Dalloway” dalla quale traesti il nickname sulla splinder, e anche qui su wordpress “il lettore comune” è un saggio della Wolf. Non ho letto questo romanzo in particolare per cui non posso esprimermi, ma dalla tua presentazione ora ne sono incuriosita. I grandi della letteratura non hanno tempo e da loro possiamo trarre tutta la bellezza della narrazione di qualità che proprio per la profondità di pensiero e ricercatezza di linguaggio fanno Alta la Scrittura. Peccato che questi Grandi Autori non godessero di felicità interiore e decidessero poi di porre fine all’esistenza, erano dei geni insoddisfatti.
    E’ sempre un piacere passare da te, carissima Maria, ogni post è un concentrato di cultura.
    Buona domenica, un abbraccio.
    annamaria

  11. invecedistelle

    Ho pudore a dirlo qui, ma non ho mai letto niente di Virginia Woolf. Devo recuperare. Questo libro è sulla mia libreria da anni…

  12. ciao maria d ambra…
    adoro virginia woolf e la sig.ra dalloway l ho letto ancora quando andavo a scuola. il mio preferito della woolf rimane pero gita al faro…come sa scrivere lei non sa farlo nessuno dal mio punto di vista…lo stream of consciousness come lo usa lei, non stanca mai, per non parlare della femminilità delicata in ogni pensiero….ho adorato anche i primi romanzi tra cui la crociera e notte e giorno…chapeu!
    se ti va di farmi visita nel mio blog ne sarò lieta
    daniela
    https://infusodiriso.wordpress.com/

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