Non si fa mai giorno. Dall’ordine al caos.

copertinaSebastiano Addamo (1925-2000) scrittore e poeta siciliano, giornalista e saggista, ha ricevuto numerosi riconoscimenti già in vita e si è ritagliato uno spazio importante nel panorama letterario del Novecento, Non si fa mai giorno (1995) è una raccolta di cinque racconti.

È possibile che alcune immagini banali e casuali, si possano legare d’improvviso alle profondità dell’esistenza?

Inizia proprio dall’osservazione minuziosa degli oggetti, dallo strano modo che hanno di comunicare sensazioni, il viaggio dei protagonisti dei racconti alla ricerca di sé e dell’essenza della vita. Attraverso lo scenario inquietante di una psiche compromessa che oltrepassa i vari piani di coscienza confondendoli e perdendosi all’interno di intricati cunicoli interiori, d’improvviso essi colgono l’aspetto fondamentale di ciò che li circonda, come se venissero attraversati da un fulmine.

Così si «diventa». Assieme alle cose, sviluppando la loro trama assoluta e necessaria. Aveva capito che il supremo momento della libertà coincide con la necessità più totale. Che misteri e chiarezza anziché opposti, sono la medesima cosa, due facce identiche d’una stessa entità. E diventando si consiste. Si è.

Non serve un luogo particolare per intraprendere il viaggio. All’inizio è sempre una fuga, un modo per dimenticare sé stessi, ma si tratta ogni volta di un tentativo vano e non perché non si possa scordare, ma perché non si sa mai bene chi siamo. Il mutamento continuo è una caratteristica del nostro esistere, perciò anche se lo volessimo non potremmo mai essere sempre gli stessi. E tuttavia ci ostiniamo a far prevalere l’elemento culturale su quello naturale, costruendo e vivendo vite totalmente immaginarie, a volte orribili e sempre terribilmente infelici.

Poi si parte, generalmente in treno. Per evadere, per fuggire, per cambiare aria, per impegni di lavoro, ma non più per viaggiare, dappertutto ormai si trovano le stesse cose lasciate, cemento, plastica, cocacola, le medesime musiche ad ogni cantone. Forse i veri viaggi restano sempre quelli intorno alla propria stanza.

E non c’è mai un ritorno, nulla rimane identico, né chi ritorna e neppure chi aspetta. Due estraneità non fanno un ritorno: colui che viaggia, lo fa per mutare; e colui che aspetta muta lo stesso, poiché tutto scorre.

Così sto inseguendo immagini nella fuga delle cose, mi avvolgo in pensieri e nei ricordi, mentre gli alberi si avventano contro il finestrino, all’ultimo momento interviene il segnale misterioso e geometrico che li porta appena a sfiorare la corsa, all’ultimo momento si allontanano, agitano rami e foglie come esseri infelici.

La ricerca continua che inevitabilmente conduce alla consapevolezza di essere in divenire suggerisce chiaramente che bisogna cambiare radicalmente la percezione che abbiamo di noi stessi, del mondo circostante e il concetto stesso di movimento.

Intanto è che in treno si sta seduti sopra il movimento, basta chiudere gli occhi per sentirsi introitati dentro il vecchio alveo, ammarati in un luogo di quiete. Immobilità e movimento, intorno a cui si affannano metafisica e poesia, qui sono risolti senza necessità di deduzioni o di metafore

Nel paradosso si colloca la perfetta lucidità del pensiero, riunire immobilità e moto nello stesso nucleo di significato è eresia solo apparente. L’esempio del treno ci suggerisce che la mente spesso ci inganna, che il dualismo in eterno contrasto può trovare una conciliazione. È il famoso punto al centro di un’asse che la pone in perfetto equilibrio, quel punto di pace, di armonia che tutti cerchiamo, consapevolmente o no.

Che stava cercando? E che cercavo io rimestando il passato? È il solito processo dal buio del tempo alla chiarezza del giorno, il cammino che tutti noi di continuo usiamo compiere. Non si fa mai giorno. Di niente e di nessuno conosciamo se non il presente che a sua volta passa. Non si può fermare nulla. Davvero scorre tutto.

Ma allora perché insistere con una comprensione che diventa inevitabilmente il suo opposto?

I personaggi di questi racconti sono convinti che le regole sociali, l’ordine, li collochi dalla parte giusta,  ma esiste una parte giusta? E che cos’è l’ordine se non una delle tante forzature che deformano il pensiero? Così il passaggio dalla logica al caos è presto fatto, trovare una dimensione a nostra misura, che ci accolga, necessita di quella punta di follia salvifica che permette di allargare gli orizzonti e vedere qualcosa che fino ad un attimo prima ci era sfuggito.

Gli accadeva, ormai, di sognare spesso. Propriamente, non gli era chiaro se si trattasse di sogni. Forse immagini oscure e notturne che continuavano nella veglia; forse il contrario. Se erano sogni, quelli della notte, o veglie che mantenevano una loro larvale e tenace consistenza. [] Comprese senza neppure volerlo, senza nemmeno spingere il gioco della riflessione e dell’analisi, che si stava verificando una mutazione. Non capiva se sua o delle cose.

Il passaggio non è facile e il tramite del sogno è un espediente molto efficace, poiché quella è la zona di transizione per eccellenza, sei e non sei, la materia non ti limita più, i confini del corpo sono annullati e puoi spostarti nelle varie dimensioni senza problemi, vivere esperienze inimmaginabili nella vita da sveglio. E questa in fondo è la prova che siamo molto di più di ciò che siamo abituati a credere.

Nel percorso che scardina la vita precedente e che porta alla consapevolezza di non potere governare tutto, anzi che spesso si deve accettare l’idea di subirli determinati eventi, cercando poi di capire perché ci capitano, inevitabilmente ci si scontra con il destino.

Il caso spesso decide gli eventi, giunge inappuntabile e definitivo, quasi losco, scompiglia il giorno.

Talvolta non c’è altro.

Le vicende, i gesti, gli errori dell’esistenza, i difetti s’incrociano e ruotano come gli infiniti mondi dell’universo, e dapprincipio non sembrano che trame gioiose e ilari di quella contingenza varia e caotica che chiamiamo vita, finché poi il caso non viene ad assumere il suo volto serio e reale, scompiglia l’ordine delle cose, si erige come una roccia, un’invalicabile muro, diventa il Signore della Necessità che governa tutte le cose…

A volte capita di finire nella spirale ingovernabile di avvenimenti che sono gli altri a dirigere, mentre tu sei il pezzo finale che si incastra perfettamente nel loro puzzle e pur vedendo con chiarezza ogni aspetto delle cose, dirlo non serve a niente, perché per spiegare la tua visione usi un linguaggio incomprensibile o che può essere trasformato e adoperato proprio contro di te. Se ti senti catapultato in una vita che non ti appartiene o se tuo malgrado finisci come interprete principale del film di qualcun altro può accadere di perdere la partita. Quello è l’attimo che ti può annientare oppure rinsaldare, condurre verso un ignoto momentaneo che soltanto noi possiamo trasformare in meta, del resto, dopo un lungo cammino tortuoso, solo il caos può ricondurre all’armonia.

Ora cammino, come un condannato di cui ne ho visto tanti nei film americani. Sono intontito e già cotto. Almeno vorrei fare una pernacchia. Ma vedo quelle facce morte attorno a me. Ogni gesto è inutile. Non ho idee, né patemi. Mi sto avviando verso non so dove. Camminare, è la cosa più difficile che fino ad ora abbia fatto nella mia vita.

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22 commenti

Archiviato in dilemmi, scrittori contemporanei

22 risposte a “Non si fa mai giorno. Dall’ordine al caos.

  1. non lo conoscevo, mi pare un tenace indagatore umano

    grazie

  2. È stupefacente come le cose si ri-colleghino, e come ciò che arriva a noi ci sia in qualche modo già noto.
    Questo mi ha fatto pensare il tuo splendido post.
    “non si fa mai giorno! Perché tutto è giorno. E perché la notte è il canovaccio in cui prendiamo appunti.
    L’autore ha messo bianco su nero il principio cui si conforma l’esistenza umana, in un crescendo che si va espandendo e non finisce nemmeno con la chiusura di un libro.
    Luce. Di questo si tratta, che sia un viaggio o l’attraversamento dei vari stati di coscienza.
    Siamo il cammino e il viandante.
    E tu lo esponi con una chiarezza sorprendente:” Il mutamento continuo è una caratteristica del nostro esistere, perciò anche se lo volessimo non potremmo mai essere sempre gli stessi. E tuttavia ci ostiniamo a far prevalere l’elemento culturale su quello naturale, costruendo e vivendo vite totalmente immaginarie, a volte orribili e sempre terribilmente infelici.”
    È il paradosso infinito, quello in cui esistiamo, e averne consapevolezza mette infine pace, fa vedere la realtà come è, e non come appare.
    Siamo avvezzi a rappresentarci quasi monolitici, eppure l’evidenza che ci trasforma dalla culla alla bara dovrebbe farci riflettere sul nostro essere mutevoli e transeunti nella forma… e darci la cognizione di essere un quid in parte ignoto a noi stessi, ma che tutto riflette e tutto è.
    Allora ben venga “quella punta di follia salvifica che permette di allargare gli orizzonti e vedere qualcosa che fino ad un attimo prima ci era sfuggito.

    Grazie, anima cara.
    Un abbraccio
    cri

  3. “Non serve un luogo particolare per intraprendere un viaggio” si può viaggiare con la mente, allontanarsi con il pensiero e se la realtà è monotona e sempre uguale, la fantasia può trasportare là dove vorremmo. La vita di provincia porta all’appiattimento interiore per taluni, toglie lo smalto a

    ciò che ci circonda e allora perchè non costruirsi un proprio mondo. Gli oggetti, i luoghi visti con un’ottica priva di luce finiscono per cadere nell’oblio, ma un breve allontanamento temporale porterà a iluminare la stessa scena e a darle quel fulgore speciale.
    Davvero un libro che tu, con la tua attenta e ricercata disamina, illumini d’interesse per noi lettori.
    Bravissima come sempre
    con affetto
    annamaria

  4. Cara Maria, sono con la chiavetta, ho notato solo ora alcuni refusi: si frapponeva l’indirizzo al commento le e frasi non comparivano per intero.

  5. Altro scrittore che imparo a conoscere attraverso le tue parole.
    Veramente interessante e profondo è il messaggio che D’Addamo ha trasmesso coi suoi racconti.
    «E non c’è mai un ritorno, nulla rimane identico, né chi ritorna e neppure chi aspetta. Due estraneità non fanno un ritorno: colui che viaggia, lo fa per mutare; e colui che aspetta muta lo stesso, poiché tutto scorre.»
    Quante verità sono racchiuse in questo pensiero. Quando si parte, si parte veramente e qualsiasi ritorno troverà tutto cambiato, perché il tempo scorre e le persone, gli oggetti cambiano, anche se non si sono mossi. Noi proviamo a ricreare quello che i ricordi ci suggeriscono ma andiamo incontro a grandi delusioni, perché è mutato il contesto, sono variate le persone. Quindi nulla è come prima.
    Lo stesso paradosso del treno è azzeccatissimo per illustrare compiutamente questo pensiero.
    Infine quanto è effimero il concetto di giusto, perché non lo saremo mai. Quello che è giusto, secondo la nostra visione, non lo è per chi ci sta accanto. Quindi è un concetto liquido al quale ci aggrappiamo che accampare dei diritti che non esistono e sfuggire a dei doveri che esistono.
    Un grande abbraccio

  6. Sei di una bravura incredibile, e ciò che mi sorprende è che tale bravura continua a lievitare. Eri forte su Splinder, sei fortissima qui!
    Non conoscevo il tema e ho imparato cose importanti.
    Baci tanti****

  7. Interessante anche questa proposta: ho percepito questo autore molto vicino al mio sentire.
    Tante piccole perle: le estraneità che non fanno ritorno, gli alberi che si avventano contro il finestrino, le facce morte…

    Nel frattempo, mi è appena arrivato uno dei primi gioielli da te consigliati: il romanzo di Soderberg!

    Baci.

  8. wolfghost

    Molto interessante questo libro! E, come (quasi :-D) sempre, mi piace molto, e concordo, con le parole con cui lo introduci 😉
    Ciò che spesso mi colpisce di più è come nelle persone molto introspettive le rispettive visioni sembrino convergere verso modelli simili, segno che – forse – una verità globale, alla quale ognuno può arrivare, esiste.
    “Talvolta non c’è altro”… è vero: ci diamo tanto da fare, ma poi sono spesso le condizioni esterne quelle che ci fanno prendere una china piuttosto che un’altra. Anche se qualcosa di nostro c’è sempre.

    http://www.wolfghost.com

  9. Forse è solo una mia impressione, e come tale superficiale e quindi discutibile, ma mi sembra che i concetti base dell’autore in questione, siano reperibili in secoli di scritti tao e zen. In tali sedi, espressi generalmente in forma semplice e immediata. A volte capita in letteratura come in cucina: i cibi apparentementi poveri sono infine i più sapidi e ricchi.
    Blog stimolante, di una lettrice… non comune 🙂

    • Guido, la tua impressione è corretta, aggiungerei che secondo me ci sono dei concetti che ci appartengono a prescindere da filosofie o scuole… a me è successo di seguire dei percorsi che si potrebbero definire zen semplicemente grazie all’attivazione dell’attenzione e scoprendo solo a posteriori che c’era tutto un pensiero millenario dietro…
      ti ringrazio, a presto

  10. Questo continuo mutamento nel quale siamo immersi sia esteriormente che interiormente mi ha sempre dato un senso di vertigine, smarrimento e anche insicurezza, come se dovessi attraversare un fiume furioso su un ponticello senza ringhiera. Eppure è proprio così: i continenti urtano gli uni contro gli altri, terremoti, maremoti, erosione del vento, sabbia. Oh, la storia lunghissima di ogni chicco di sabbia. E i movimenti galattici. Nulla c’è di definitivo, sennò che noia, meglio lo smarrimento panico, la sorpresa, l’incontenibilità dall’essere. E anch’io, talvolta, vorrei fare una pernacchia, magari da sola, quando nessuno mi sente, per poi riprendere a sorridere, incoraggiare, ascoltare, talora sopportare, sempre cercando di soffrire e far soffrire il meno possibile. Bel post, fulcro di pensieri a onde concentriche.

  11. invecedistelle

    ‘Aveva capito che il supremo momento della libertà coincide con la necessità più totale’. Mi soffermo su questo pensiero perchè il concetto di necessità è, per me, uno dei più affascinanti. L’idea della libertà non come liberazione dalla necessità (come io credo), ma come necessità più totale, mi fa riflettere un bel po’. Forse è inteso in senso romantico, cioè libertà come necessità…

    • Cara Invecedistelle, credo che sia il suo modo di spiegare la totalità con gli opposti che coincidono, per essere perfetti è necessario contenere il tutto, quindi le separazioni che facciamo ci servono solo per comprendere, ma in verità non c’è nessuna separazione…
      fai sempre delle osservazioni molto interessanti, ti ringrazio
      un abbraccio

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