Archivi del mese: aprile 2013

Neera. Teresa e il diritto di scegliere.

– Almeno fosse un maschio! – sospirò la signora Soave.

– Non ne ha abbastanza di Carlino?

– Oh! non per me; ma per le ragazze, poverette, che cos’hanno di buono a questo mondo?

copertinaTeresa (1886) è un romanzo di Anna Zuccari (1846-1918), nota con lo pseudonimo di Neera, e fa parte della Trilogia della donna giovane che comprendeva anche Lydia (1887) e L’indomani (1889). Durante la sua vita Neera occupò un posto importante nell’attività sociale e culturale milanese del periodo, scrittrice prolifica, oltre a romanzi, racconti e saggi, scrisse anche per numerose riviste e giornali tra i quali Il corriere della Sera. Intrattenne inoltre una fitta corrispondenza con personaggi di spicco come Benedetto Croce, Giovanni Verga, Luigi Capuana. Dalla nota bio-bibliografica dell’edizione Il Poligrafo (2009) si legge: semplicemente «una signora che scrive» la definì un critico del tempo e Roberto Sacchetti in Milano 1881 ne tracciò questo essenziale ma illuminante profilo: «La scrittrice che tutta Italia conosce col pseudonimo di Neera e di cui ben pochi sanno il nome vero, è una modesta madre di famiglia; molto seria, benché di carattere vivace e giovanissima, vive unicamente per la famiglia; lavora per la famiglia e come: tre o quattro romanzi all’anno, articoli per il “Fanfulla”, per il “Corriere del Mattino” e per la “Gazzetta Letteraria”, per sei o sette giornali minori, e si lamenta che gli editori non gliene stampino quanto si sentirebbe di farne». Dopo la sua morte però ha allungato la schiera delle donne dimenticate delle quali o non rimane traccia o le si abbozza rapidamente con poche parole di circostanza, nelle varie antologie e letterature. Paradossalmente è più strano che fosse famosa in un’epoca in cui la cultura femminile non era tenuta minimamente in considerazione, anzi veniva ostacolata e denigrata da una critica di parte e unicamente maschile.

La posizione della scrittrice in merito alla condizione femminile è parecchio contraddittoria.

Il pensiero di Neera a proposito del confronto uomo-donna si pone fra il classico e l’innovativo. Ha la grande intuizione di affermare che le donne non sono uguali agli uomini e dunque condanna al femminismo la costrizione ad un’uguaglianza impossibile. Ritiene che se l’uomo fosse migliore della donna allora sì che si dovrebbe combattere per essere superiori a lui, ma dato che siamo semplicemente diversi è sufficiente ritagliarsi i propri spazi, anche in ambito lavorativo e risolvere un grosso carico di problemi. Inoltre sa che la donna ha un ruolo fondamentale nell’educazione dei propri figli e questo per lei è il suo compito principale. Difficile darle completamente torto, tuttavia Neera dava per scontata una collaborazione indispensabile tra l’universo maschile e quello femminile, ma invece, come si sa e come la cronaca continua a mostrarci quotidianamente ci sono dei modelli comportamentali, a dir poco inammissibili, che si sono radicati a tal punto nella società, che le stesse donne li sottovalutano, quando addirittura nemmeno li vedono più. E purtroppo per questi motivi si continua a morire inutilmente in ogni angolo della Terra.

Così, tutta sola nella cucina bassa, intenta a uffici volgari, la fanciulla ingannava l’eternità dell’aspettativa, avvinta docilmente alla sua catena, imparando la grande virtù femminile del dominarsi, la profonda abilità femminile di nascondere un tormento dietro un sorriso.

Neera approva il ruolo della donna come procreatrice e non condivide le lotte per l’emancipazione femminile. Malgrado tutto questo, e pur non abbracciando la causa delle femministe, anzi dichiarandosi addirittura contro il femminismo, tuttavia dai suoi scritti emerge un forte malessere verso l’ipocrisia di una condizione imposta che relegava la donna al classico ruolo dell’angelo del focolare e traspare chiaramente una forte critica nei confronti di una sottomissione iniqua e senza sbocchi, facilmente individuabile anche nelle descrizioni di certi uomini resi ridicoli proprio dal loro diritto ad essere tronfi e dalla convinzione di predominare per superiorità congenita, per diritto divino.

Lui, il padre, uomo da poco e presuntuoso, che nascondeva la propria nullità sotto una grand’aria boriosa ed arcigna, ligio alle vecchie consuetudini aristocratiche, tirannuccio volgare, aveva già stabilito, col suo precedente, il dominio assoluto del sesso forte.

Teresa, l’eroina del romanzo, si dibatte tra la passione per il bell’Egidio e il rispetto delle convenzioni sociali, tra i sentimenti e l’obbedienza familiare, in particolare ad un padre che si oppone ad un matrimonio d’amore perché manca il requisito fondamentale, ovvero la sicurezza economica e perché il ragazzo non gli piace e dato che può, allora impone la sua autorità.

Eppure la riprendeva, nella monotonia dell’abitudine, nella inenarrabile monotonia della vita femminile, trascinando di camera in camera la sua tristezza, meravigliata di trovarsi passiva in tanto dolore.

Che cosa poteva fare? Ribellarsi al padre, far morire di cruccio quell’angelo della mamma, rompere tutte le tradizioni della famiglia, mancare ai doveri di figlia ubbidiente e sottomessa?

La schiavitù la cingeva da ogni lato. Affetto, consuetudine, religione, società, esempi, ciascuno le imponeva il proprio laccio, vedeva la felicità e non poteva raggiungerla. Era libera forse? Una fanciulla non è mai libera non le si concede nemmeno la libertà di mostrare le sue sofferenze. Ella doveva fingere colla madre per amore, col padre per timore, colle sorelle per vergogna.

A tutto questo bisogna aggiungere che il romanzo è ambientato in una realtà provinciale, dove c’è sempre qualcuno nascosto dietro le tende intento a spiare, dove niente sfugge ai mille occhi che osservano, dove c’è sempre un prete ipocrita e un po’ troppo zelante, pronto a far arrivare alle orecchie del padre padrone il resoconto della disubbidienza della figlia e dove ci si ritrova continuamente un dito puntato addosso, insomma dove la libertà è sempre negletta.

La zia Rosa, nella placidezza serena di una vita di pianta, conservava un po’ della bellezza statuaria che l’aveva gettata a diciotto anni nelle braccia di un uomo – senza che né l’uno né l’altra si amassero, perché lui aveva bisogno di trovar moglie per accudire al negozio, e lei era una ragazza da marito.

neeraNeera critica queste consuetudini e la sua eroina, pur senza compiere gesti eclatanti non accetterà un matrimonio di convenienza, continuerà a coltivare il suo amore per Egidio e a macerarsi tanto che le sue sofferenze quotidiane troveranno sfogo in una nevrosi maniaco-depressiva che la minerà dentro, ma anche nel fisico. E tuttavia non si piegherà.

Quale infame ingiustizia pesa dunque ancora sulla nostra società, che si chiama incivilita, se una fanciulla deve scegliere tra il ridicolo della verginità e la vergogna del matrimonio di convenienza?

Si sorprende Neera che una società che si definisce civile possa costringere una donna a scegliere tra la verginità o il matrimonio di convenienza, certo viene da sorridere amaramente pensando che questa è solo una goccia nell’oceano, considerato tutto quello che le donne sono costrette a subire nel mondo quotidianamente, come se fosse normale: stupri semplici, stupri di massa, stupri di guerra, lanci di acido, burqa, infibulazione, bastonate, umiliazioni, diritti negati, ecc. ecc.

Il racconto della vita di Teresa parte da quando è ancora una ragazzina e già viene assunta come seconda mamma per l’ultima arrivata in casa Caccia e prosegue lento, soffermandosi tra i vari passaggi dall’adolescenza fino all’età adulta. Pur non avendo alcuna caratteristica peculiare, non è particolarmente bella, né particolarmente colta, né particolarmente brillante e intelligente, tuttavia è in grado di prendere coscienza di sé stessa, di delineare una propria individualità, riuscendo così a non abbandonarsi al ruolo che una legge esterna le impone e che la rende socialmente attiva solo in correlazione ad un uomo, mentre in caso contrario diventerebbe reietta, malata, un po’ matta e pericolosa.

Capiva le ragioni del padre: aveva troppo vissuto in quell’ambiente e in quello solo, per non essere persuasa che la sua condizione di donna le imponeva anzitutto la rassegnazione al suo destino, – un destino ch’ella non era libera di dirigere – che doveva accettare così come le giungeva, mozzato dalle esigenze della famiglia, sottoposto ai bisogni e ai desideri degli altri. Sì, di tutto ciò era convinta, ma anche un cieco è convinto che non può pretendere di vedere, e tuttavia chiede al mondo dei veggenti, perché egli solo debba essere la vittima.

Teresa insieme a tutta la famiglia si era dovuta piegare alle esigenze di utilizzare le risorse economiche a vantaggio del fratello, essendo l’unico maschio, l’erede del nome e delle sostanze, era lui che doveva studiare, che poi fosse poco dotato intellettualmente mentre le sue sorelle avrebbero potuto avere più successo di lui negli studi, non aveva nessuna importanza. Teresa riuscirà alla fine a portare avanti i suoi intenti, ma a che prezzo? E ne sarà valsa veramente la pena? Tutto quello di cui si rende conto l’eroina è il pensiero dell’autrice, che malgrado la sua grande fortuna di potere accedere a un campo normalmente riservato agli uomini e di potere scrivere a suo piacimento, ha voluto regalare alla protagonista, meno fortunata, dopo una vita da vittima perfetta, obbediente e lavoratrice instancabile, un piccolo-enorme sprazzo di libertà, un diritto che chiunque dovrebbe avere, quello di potere decidere della propria vita.

Ebbene, dirai ai zelanti che ho pagato con tutta la vita questo momento di libertà. È abbastanza caro, nevvero?

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Parole di fuoco. La vita e il martirio di Anne Askew.

parole di fuocoNel XVI secolo avvenne quell’importante frattura nella cristianità che portò alla Riforma protestante, con la pubblicazione delle 95 tesi di Martin Lutero. Sempre nel XVI secolo, durante il regno di Enrico VIII la chiesa anglicana si separò da quella cattolica. Come è spesso accaduto nella storia religiosa dell’umanità ciò che muove i vertici è l’interesse personale di pochi oligarchi, spinto dalla materialità, mentre la spiritualità è regolarmente latitante, l’esempio più chiaro è l’eterna lotta fra papato e impero per la conquista del potere. Enrico VIII voleva rendersi indipendente dalla Chiesa Cattolica Romana e quindi dal papa, il pretesto fu la richiesta di annullamento del precedente matrimonio con Caterina d’Aragona (che ovviamente viene negato) per essere libero di sposare Anna Bolena. Inizia così una campagna antipapale che porterà all’auto-elezione del Re come capo supremo in terra della Chiesa d’Inghilterra, avvenimento che aumenterà notevolmente il prestigio e il potere della monarchia. In quegli anni di grandi trasformazioni si assiste anche ad una spietata lotta fra protestanti e cattolici al fine di ottenere il favore del re e quindi del Regno. Siamo in un campo minato e la battaglia che si gioca, in nome di qualcosa di molto più ampio della sfera umana, in realtà presenta come al solito tutte le piccolezze della vita terrena. La libertà di scelta è bandita, la minaccia domina, i roghi sono dietro ogni angolo.

Anne Askew ( 1520/1521 – 1546) era in contatto con il gruppo delle Gran Dame di corte e amica della regina Katherine Parr, l’ultima moglie di Enrico VIII, segretamente interessata alla “nuova fede” protestante. Obbligata a sposarsi a sedici anni con un ricco cattolico, nonché papista sfegatato, Anne non credeva, seguendo i dettami della Riforma, alla transustanziazione ovvero alla totale conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo, che si attua per l’onnipotenza divina nella consacrazione durante la messa, in favore della consustanziazione, dottrina luterana per cui, nell’Eucaristia, il corpo di Cristo coesiste con la sostanza del pane. È questo il motivo principale per il quale viene imprigionata, torturata e messa al rogo.

Si converrà che sarebbe ben strana una divinità tanto permalosa da esigere tortura e morte per chi cavilla con dogmi e sacramenti vari. E come si può sbandierare una presunta verità che porti ad un regno celeste, se non si ha il minimo rispetto per la vita umana?

Ma ecco l’eresia di cui mi tacciano: che dopo le parole di consacrazione pronunciate dal sacerdote, il pane rimane semplice pane.

E invece essi dichiarano, e lo insegnano come essenziale articolo di fede, che una volta pronunciate quelle parole il pane non rimane tale, ma si muta in quello stesso corpo che fu inchiodato alla croce il Venerdì Santo, nella medesima carne, sangue e ossa. A questo loro credo io dico no: perché allora sarebbe falso anche il nostro credo apostolico, che Egli sieda alla destra di Dio Padre Onnipotente, e che da lì scenderà sulla Terra a giudicare i vivi e i morti. Ecco! Tale è la mia eresia, che dovrò scontare con la morte. Ma per quanto riguarda la santa e benedetta Cena del Signore, io credo che rappresenti una commemorazione fondamentale delle Sue sofferenze gloriose e della Sua morte.

(Parole di fuoco. La vita e il martirio di Anne Askew)

In politica, si sa, è stata giocata ogni carta pur di eliminare il proprio avversario e qui gli interessi erano molteplici, la regina infatti seguiva i protestanti, pertanto la fazione cattolica voleva toglierla di mezzo e quale migliore strumento all’epoca di una bella accusa di eresia? Anne Askew fu condotta alla Torre di Londra e torturata con l’intento di farle denunciare le Dame in modo da colpire la regina stessa. Più politica che religione dunque, ma Anne non si piegherà a nessuna intimidazione e non rivelerà alcun nome di altri protestanti. A quanto risulta dagli archivi fu anche l’unica donna imprigionata nella Torre ad essere torturata, in particolare le fu inflitto il supplizio della Ruota, che affrontò con un coraggio tale da lasciare impressionato il suo torturatore, l’ufficiale Sir Anthony Kingston. Questi a un certo punto decise di interrompere la tortura, ma il Cancelliere lo minacciò dicendogli che avrebbe denunciato la sua condotta al re e iniziò egli stesso a torturarla, fino alla slogatura delle articolazioni.

A quel punto mi misero sulla ruota perché non volevo ammettere che altre dame e gentildonne condividessero le mie opinioni, e mi ci lasciarono per lungo tempo. E dato che stavo ferma e non gridavo, Sua Signoria il Lord Cancelliere e il Dottor Rich si diedero un gran daffare per torturarmi con le loro stesse mani, fino al punto da lasciarmi moribonda. Poi il tenente della Torre mi fece sciogliere dalla ruota. Svenni immediatamente, ma mi rianimarono subito. Dopodiché rimasi due lunghe ore seduta sul pavimento a parlare con Sua Signoria il Lord Cancelliere, che con molte blandizie cercò di persuadermi ad abbandonare le mie opinioni. Ma il mio Signore Iddio (sia lodata la Sua infinita bontà) mi accordò la grazia di perseverare, e così farà (spero) sino alla fine.

Ed in effetti riuscirà a perseverare, la povera Anne, come tanti altri che lungo il lento cammino della storia si sono immolati per delle idee e pur di non rinnegarle hanno affrontato morti atroci. La cosa è veramente intollerabile quando a infliggere tanto dolore sono proprio coloro che si definiscono uomini di Dio. Non è necessario essere seguaci di una qualsiasi religione per rendersi conto di quanto debba essere squallido il campo intellettivo di chi regolamenta la tortura come strumento che possa condurre alla verità. Solo chi possiede una grande frustrazione interiore, che si trasforma sovente in perversione ed è invaso da un evidente sadismo può farne uso, altrimenti è unicamente un segno di immensa stupidità. Eppure la Chiesa se ne è servita per secoli.

Poi il vescovo disse che sarei stata bruciata sul rogo. Risposi che avevo esaminato a fondo le Scritture, ma non avevo trovato da nessuna parte che Cristo o i Suoi Apostoli avessero condannato a morte creatura alcuna.

Ma si può contrastare il delirio di onnipotenza che questi omuncoli hanno sempre desiderato esercitare travestendolo di santità? No di certo, dal momento che sono anche supportati da immancabili schiere di seguaci. Anne Askew fu condannata al rogo il 16 luglio del 1546.

Era signora di tale lignaggio che avrebbe potuto vivere nel lusso e nella prosperità, se soltanto avesse scelto il mondo anziché Cristo; ma a quel punto era talmente debilitata dai tormenti che le avevano inflitto, che non avrebbe potuto sopravvivere a lungo, né potevano i suoi avversari consentire che morisse in segreto. Pertanto, fu fissato il giorno dell’esecuzione, e Anne fu portata a Smithfield su una sedia perché non si reggeva in piedi a causa dei grandi patimenti. Una volta condotta al palo, fu legata alla vita con una catena che le sosteneva il corpo, e quando tutto fu pronto per il rogo giunsero le lettere nelle quali il Re le concedeva la grazia se avesse ritrattato, ma Anne non si degnò neppure di guardarle. Anche Shaxton era presente quel giorno, e per l’occasione fece pubblica abiura delle sue opinioni; con un lungo discorso cercò poi di convincere anche Anne a ritrattare, ma lei resistette imperterrita. Così tormentata in ogni modo, dopo avere affrontato mille patimenti, Anne giunse alfine al termine delle sue lunghe agonie, e in un abbraccio ardente di lingue di fuoco, come un sacrificio benedetto offerto a Dio, si addormentò nel Signore nell’anno 1546, lasciando in eredità a tutti gli uomini un fulgido esempio di perseveranza cristiana.

La storia di Anne Askew ha attirato l’immaginario collettivo, tanto da farla diventare una delle più famose martiri della Riforma inglese. Anne mette in discussione tutte le istituzioni del tempo, sovverte le leggi e le consuetudini, non rispetta quelle norme che sono alla base della società, infatti pur essendo donna non soltanto parla, ma scrive anche, esprimendo apertamente il proprio pensiero. In base all’ordine di Paolo di Tarso, enunciato nella prima epistola ai Corinzi, le donne non potevano parlare in pubblico, figuriamoci scrivere la propria verità. Il racconto dei suoi interrogatori verrà invece pubblicato e questo contribuirà ad accrescerne la notorietà.

Il Cancelliere del Vescovo mi rimproverò e disse che ero da biasimare per aver predicato le Scritture. Giacché San Paolo, disse, ha proibito alle donne di parlare o di commentare la Parola di Dio. Gli ho risposto che conoscevo l’insegnamento di Paolo tanto quanto lui, in I Corinzi 14, dove dice che una donna non deve parlare nella congregazione in qualità di predicatore. E poi gli ho domandato quante donne avesse visto sul pulpito a predicare. Ha risposto che non ne aveva mai vista nessuna, così gli ho detto che non doveva incolpare le povere donne, a meno che non avessero violato la legge.

La capacità di rispondere sempre in modo lucido, razionale e pertinente avrà indispettito non poco tutti quegli uomini santi, pronti a fare giustizia e il fatto che a tenergli testa fosse un essere inferiore, ovvero una donna, sarà stato intollerabile, forse anche per questo Anne dovette subire tormenti che normalmente non venivano inflitti alle dame del suo rango. E fu una martire a tutto tondo questa donna, prima sacrificata dal padre e condannata a sposare un uomo abietto che la caccerà di casa, poi, malgrado il supplizio, capace di mantenere il segreto senza mai rivelare un solo nome, e infine decisa a morire in nome di una fede che in lei non era solo pensiero religioso, ma che si spingeva verso quella forma di libertà di coscienza, rispetto e dignità che prescindono da ogni dottrina e che sono l’unico patrimonio che possa contribuire all’evoluzione di questa triste umanità.

SUA SIGNORIA IL SINDACO. Donna sciocca, vai forse dicendo che i preti non possono fare il corpo di Cristo?

ANNE ASKEW. Precisamente, mio signore; poiché ho letto che Dio fece l’uomo, ma che l’uomo potesse fare Dio non l’ho ancora letto, né credo che lo leggerò mai.

SUA SIGNORIA IL SINDACO. No! Donna sciocca, dopo la formula della consacrazione, non è forse il corpo del Signore?

ANNE ASKEW. No; rimane semplicemente pane consacrato, o pane sacramentale.

SUA SIGNORIA IL SINDACO. E se un topo lo mangia dopo la consacrazione? Che ne sarà del topo? Parla, donna sciocca.

ANNE ASKEW. Che ne sarà del topo secondo voi, mio signore?

SUA SIGNORIA IL SINDACO. Io dico che il topo è dannato.

ANNE ASKEW. Ahimè, povero topo!

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Marceline Desbordes-Valmore

Marceline Desbordes-ValmoreMarceline Desbordes-Valmore (Douai 1786- Paris 1859) poetessa e scrittrice, ma anche attrice e cantante per necessità, anziché assecondare il proprio destino, che avrebbe voluto piegarla e spezzarla sotto la furia di un vento inarrestabile di avversità, al contrario lo usa per incoraggiare le proprie inclinazioni artistiche, proponendo così una coraggiosa voce di donna anticonformista che si occupa in particolare delle frange più emarginate della società e che si dedica anche alla scrittura di versi politici. Emancipata e intraprendente, è costretta a darsi da fare fin da giovanissima, la sua famiglia cade in rovina dopo la Rivoluzione e una infinita serie di lutti e di traversie la mettono alla prova di continuo. Comincerà a recitare proprio per racimolare i soldi necessari per partire per la Guadalupa, dove un parente della madre aveva fatto fortuna, ma più che recuperare il denaro occorrente, patirà due anni di spostamenti continui, di stenti e di maltrattamenti. Alla fine, tuttavia, le due donne riusciranno a raggiungere le Antille, ma purtroppo proprio dopo la rivolta degli schiavi e il conseguente massacro dei coloni, compreso quello del cugino. Come se non bastasse si diffuse un’epidemia di febbre gialla che portò alla morte la madre e a Marceline non rimase altro da fare che provare a rientrare in Francia. Dopo mesi di tentativi vani riesce finalmente ad imbarcarsi su un mercantile, ma il viaggio non fu affatto tranquillo, oltre agli attacchi del capitano, rozzo e alcolizzato, parteciperà infatti ad un’avventurosa traversata durante la quale non mancherà nemmeno una tempesta spaventosa, con onde altissime e la continua possibilità di naufragare.

Fu apprezzata da poeti del calibro di Lamartine, Béranger, Vigny, Baudelaire, Rimbaud e Paul Verlaine, che oltre a dedicarle un intero capitolo all’interno del suo testo più famoso, Les poètes maudits, dichiarerà: Noi proclamiamo, a voce alta e chiara che Madame Desbordes-Valmore è semplicemente l’unica donna di genio e di talento, di questo e di ogni secolo… (Œuvres en prose complètes, Gallimard, collection « La Pléiade », 1972, p. 678). In particolare Verlaine, sul Figaro dell’8 agosto 1884 dirà: C’è un suo verso che mi sembra il più straordinario della nostra lingua o di ogni lingua umana:

seminai la mia gioia in cima ad una canna

Si può trovare un luogo meno riparato, meno sicuro, più oscillante ed esposto alle intemperie, su cui costruire la propria felicità? C’è una volontà nell’incapacità di essere felici? Nel crudele eppure sublime gioco dell’introspezione, quando a forza di scandagliare, sondare, cercare di comprendere, forse non compiamo che un’opera di lenta desquamazione, uno sfogliare continuo che conduca alla pelle originaria, alla purezza di un tempo remoto, non contaminato dalla cosiddetta vita reale, affinché possiamo sostare in quel limbo senza tempo, senza tensioni, in cui non dobbiamo dire più niente a nessuno, in cui possiamo semplicemente galleggiare, sospinti da un’onda leggera, senza meta, senza sogni, in un silenzio ovattato che ci riporta alle acque rassicuranti del grembo materno, dove la vita è soltanto un mormorio e la luce l’intuizione di un riverbero.

Nel 1808, a ventidue anni, aveva già pubblicato i suoi versi su alcune riviste, Hugo si accorse subito di lei, ne rimase affascinato, e diventò uno dei suoi amici più cari.

Anima mia, librati su questa folla ignara,

libero uccello immergiti nel cielo spalancato.

Vai a vedere! E torna dopo avere toccato

il sogno… il mio bel sogno che questa terra ignora.

 /

Quanto a me, sia silenzio, ne va della mia vita.

Mi chiudo dove nulla, più nulla mi ha seguita.

E dal mio nido stretto, che tace il suo lamento,

di fianco alla mia sorte fluire il mondo sento,

 /

quel secolo che fugge ruggendo a queste porte

e via con sé trascina, simili ad alghe morte,

nomi cruenti e voti e vani giuramenti

e puri fiori in treccia con nomi dolci e ardenti.

 /

Anima mia, librati su questa folla ignara,

libero uccello immergiti nel cielo spalancato.

Vai a vedere! E torna dopo avere toccato

il sogno… il mio bel sogno che questa terra ignora.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

 

Nel 1817 sposa l’attore Prosper Lanchantin, detto Valmore, anche se il vero amore della sua vita fu Henri de Latouche, a parere di molti suo amante per ben 30 anni, anche se andava e veniva di continuo e spesso spariva per lungo tempo senza dare notizie di sé. Lo si ritrova in numerose poesie con il nome di Olivier, in particolare nelle raccolte Elegie (1819), Poesie (1820), Pianti (1833), Poveri fiori (1839), Preghiere (1843).

Taci, sorella, ché il passato brucia.

Taci il suo nome, ché il suo nome è lui.

Ostinarsi sui beni perduti

è come andar con l’onda che ripiega.

 /

Quel nome che mi è ardore e mi è dolcezza,

quel nome, quando appena ora mi tocca,

come un fuoco mi avvampa nella bocca.

Sorella, non parlare.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

 

La povertà fu una costante di tutta la sua vita. Malgrado l’indulgenza di Valmore e il suo affetto per lei, dopo una decina d’anni di matrimonio il talento artistico dell’uomo declina sempre più e lei, per non abbandonarlo è costretta a rinunciare a parti importanti e perfino a supplicare il suo editore per avere una mano d’aiuto, anche perché le continue malattie dei figli richiedono ulteriori spese.

Mia cara Pauline, se penso alle due figure centrali della mia vita, ai due pilastri del mio povero tempio, penso a te e a Valmore. Nessun altro mi è stato vicino, e dopo il 1843, dopo l’ultimo mio libro accettato da un editore senza dover insistere e supplicare, “Preghiere”, la mia vita non è stata che miseria, dolore, lutti e delusioni. Odio i traslochi a cui mi ha sempre costretto la mia vita difficile ed errabonda, verso case sempre più povere e scomode, al quarto o al quinto piano dove appunto vivono i poveri. La lotta per procurarmi denaro non ha smesso un giorno. Per tutta la mia vita. È duro, a settant’anni, fare cinque piani con le borse della spesa. Mi aiuta un fatto ben strano: nonostante le terribili esperienze continuo a pensare che una risoluzione ci sia, che i tempi cambieranno. Ma mi contraddico e piango. Sono come quelle creature impacciate nei movimenti, legate da qualche incantesimo, che sentono il suono della diligenza che sta per partire e che se la vedono sfilare via sotto gli occhi senza riuscire a salirci.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

Tutti i suoi cinque figli morirono quando lei era ancora viva, soltanto uno, Hippolyte, le sopravvisse e le fu talmente legato da rinunciare addirittura a sposarsi. Tormentata per tutta la vita da problemi materiali, turbamenti sentimentali e continue perdite di persone amate, Marceline riversò il dolore che la devastava in un’abbondante produzione poetica, completata da novelle, racconti per bambini e romanzi. A partire dal 1825 circa, abbandonò le scene per dedicarsi unicamente alla scrittura i cui temi saranno, oltre al classico amore romantico, anche altri meno sfruttati: handicappati, infermi, poveri, carcerati (L’esclave, Le banni, Un pauvre, Dans la rue, Le mendiant…) e l’inevitabile voce della morte e dell’assenza.

Les femmes, je le sais, ne doivent pas écrire ; / J’écris pourtant

(Le donne, lo so, non devono scrivere, tuttavia io scrivo)

Ha scritto ben 25.000 versi, un migliaio di pagine di prosa e più di 3.000 lettere. A proposito del suo stile, Marc Bertrand, uno dei maggiori studiosi di Marceline ha detto: Diciamo subito che il suo stile non è tradizionale. Non è andata a scuola e non ha studiato la retorica. Direi più che altro che è creativo, cioè al tempo stesso innovativo e soprattutto indipendente. Marceline è fra i primi autori a tenere in considerazione la sonorità delle parole.

Marceline aveva già fecondato la fantasia di Baudelaire scoprendo, lei, le famose corrispondenze, osando, contro ogni logica, dire che il verde è acido, che il silenzio è verde, che l’azzurro è caldo. La sua nuova sensibilità apre una strada importantissima, che porterà fino a Proust e oltre.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

Tutto questo però non è stato sufficiente a renderla famosa attraverso i secoli, mantenendone vivo il ricordo. Essere donna, se da un lato ha reso più facile farla cadere nell’oblio, d’altra parte le ha concesso la libertà di osare. Partendo dunque da una posizione di inferiorità si è sottratta più facilmente alle ferree leggi che la metrica e la retorica dell’epoca imponevano, cosa che le ha permesso di creare una poesia innovativa, più attenta alla musicalità e ai contenuti.

foto di Nadar 1854Marceline, muore nel 1859 a 73 anni a causa di un cancro che l’aveva colpita tre anni prima, con lei si spegne la voce di una donna che era riuscita a raggiungere il massimo grado di espressività lirica, che fece da precursore ai maestri della poesia francese moderna e che, per usare le parole di Baudelaire, di qualunque argomento scrivesse, il suo canto conservava sempre l’accento delizioso dell’eterno femminino: niente cose orecchiate, niente ornamenti fittizi. Perché Marceline è stata una donna, sempre e assolutamente una donna, e in tutte le bellezze naturali della donna ha raggiunto un grado straordinario di espressione poetica.

Maria Luisa Spaziani ha tradotto Marceline Desbordes-Valmore in Liriche d’amore (Gallino), di più recente pubblicazione è il contributo di Danilo Vicca, Marceline Desbordes-Valmore. Poesie (Aracne). Qui di seguito propongo due esempi di impressionante modernità, due poesie tradotte letteralmente, senza pretese, proprio per mettere in evidenza la potenza della sua voce:

Les roses de Saadi

J’ai voulu ce matin te rapporter des roses ;
Mais j’en avais tant pris dans mes ceintures closes
Que les nœuds trop serrés n’ont pu les contenir.

Les nœuds ont éclaté. Les roses envolées
Dans le vent, à la mer s’en sont toutes allées.
Elles ont suivi l’eau pour ne plus revenir ;

La vague en a paru rouge et comme enflammée.
Ce soir, ma robe encore en est tout embaumée…
Respires-en sur moi l’odorant souvenir.

(poésies inédites, 1860)

Le rose di Saadi

Stamattina volevo portarti delle rose
ma ne ho messe così tante nel mio corsetto
che i lacci troppo stretti non hanno potuto trattenerle.

I nastri sono saltati. Le rose sono volate via
nel vento, e sono giunte tutte al mare.
Hanno seguito la corrente per non ritornare più;

l’onda appariva rossa, come se fosse in fiamme.
Stasera il mio vestito ne conserva ancora il profumo…
Respirane su di me l’odoroso ricordo.

(Poésies inédites, 1860)

Dors !

L’orage de tes jours a passé sur ma vie ;
J’ai plié sous ton sort, j’ai pleuré de tes pleurs ;
Où ton âme a monté mon âme l’a suivie ;
Pour aider tes chagrins, j’en ai fait mes douleurs.

Mais, que peut l’amitié ? l’amour prend toute une âme !
Je n’ai rien obtenu ; rien changé ; rien guéri :
L’onde ne verdit plus ce qu’a séché la flamme,
Et le coeur poignardé reste froid et meurtri.

Moi, je ne suis pas morte : allons ! moi, j’aime encore ;
J’écarte devant toi les ombres du chemin :
Comme un pâle reflet descendu de l’aurore,
Moi, j’éclaire tes yeux ; moi, j’échauffe ta main.

Le malade assoupi ne sent pas de la brise
L’haleine ravivante étancher ses sueurs ;
Mais un songe a fléchi la fièvre qui le brise ;
Dors ! ma vie est le songe où Dieu met ses lueurs.

Comme un ange accablé qui n’étend plus ses ailes,
Enferme ses rayons dans sa blanche beauté,
Cache ton auréole aux vives étincelles :
Moi je suis l’humble lampe émue à ton côté.

(Elégies, 1819)

DORMI!

La bufera dei tuoi giorni ha attraversato la mia vita;

mi sono piegata alla tua sorte, ho pianto le tue lacrime;

ovunque la tua anima conducesse la mia, io l’ho seguita;

per alleviare i tuoi dolori, li ho fatti miei.

 

Ma, cosa può fare l’affetto? L’amore ghermisce l’anima intera!

Non ho ottenuto nulla; niente è cambiato; niente guarito:

l’onda non fa più rifiorire quel che la fiamma ha inaridito,

e il cuore pugnalato rimane freddo e straziato.

 

Io non sono morta: su! Io amo ancora;

allontano le ombre dal tuo cammino:

come un pallido riflesso originato dall’aurora,

io illumino i tuoi occhi; io riscaldo la tua mano.

 

Il malato assopito non si accorge della brezza

dell’alito rianimante che gli asciuga il sudore;

ma un sogno ha piegato la febbre che lo spezza;

dormi! La mia vita è il sogno in cui Dio ripone la luce.

 

Come un angelo abbattuto che non spiega più le ali,

imprigiona i raggi nella sua bianca bellezza,

nascondi la tua aureola risplendente:

io sono l’umile lucerna commossa al tuo fianco.

(Elegie, 1819)

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