Archivi del mese: maggio 2013

Tempo, noia e il sintomo morboso dell’amore.

L’uomo, da essere limitato, ma sufficientemente intelligente da rendersene conto, ha capito presto che era necessario introdurre nella quotidianità un ordine fittizio, per sconfiggere il caos dell’istinto, per tenere a bada la natura e per potere esercitare ogni forma di potere. Attraverso la catalogazione, fornendo un nome a tutto, ha potuto controllare il singolo, con l’introduzione delle varie religioni ha potuto controllare la società, con la convenzione del tempo ha scandito l’esistenza, con le norme di convivenza civile ha imbrigliato la passione e il desiderio, con le regole dell’estetica e della retorica ha confinato la fantasia creativa, mentre l’inevitabile morte fa ricominciare sempre tutto daccapo. A quanto pare la maggior parte di ciò che oggi riteniamo “normale”, “naturale” è in realtà frutto di millenni di convenzioni, studiate a tavolino e ormai penetrate nel tessuto connettivo di ogni essere umano.

 

Che cosa è mai il tempo? domandò Castorp spingendo in fuori la punta del naso con tanta forza che diventò bianca ed esangue. Me lo sai dire? Lo spazio lo percepiamo coi nostri organi, coi sensi della vista e del tatto. Bene. Ma quale è l’organo del tempo? Me lo vuoi indicare? Vedi, ora sei con le spalle al muro. D’altronde come facciamo a misurare una cosa della quale, a rigore, non sappiamo dire niente di niente, indicare nemmeno una qualità? Noi diciamo: il tempo trascorre. Sta bene, lasciamolo trascorrere. Ma per poterlo misurare… Ecco, per essere misurabile dovrebbe trascorrere uniformemente, e dov’è scritto che lo fa? Per la nostra coscienza non lo fa, noi per motivi di ordine superiore poniamo soltanto che lo faccia, e le nostre misure, scusami, sono soltanto convenzionali…

copertinaHans Castorp, protagonista del capolavoro di Thomas Mann, La montagna incantata (1924), si chiede spesso cosa sia questo fantomatico tempo che non si vede e non si tocca, ma che ritma la nostra realtà, la parcellizza, la rende concreta, anche se non abbiamo nemmeno un senso adatto a sentirlo, addirittura lo misuriamo come se fosse una linea diritta lungo la quale si può andare solo avanti verso il futuro o guardare indietro verso il passato, privandoci in tal modo di una visione d’insieme circolare, dunque completa. Malgrado tali lacune tutti ne parliamo con disinvoltura, come se conoscessimo ogni suo segreto, come se, attraverso questo strumento potessimo scandagliare l’intera storia dell’umanità, ma questo è impossibile da fare senza falsarla dal momento che si tratta più che altro di suggestione, essendo il tempo cronologico che ci governa, frutto di mera convenzione.

Intorno alla natura della noia circolano varie opinioni errate. In complesso si crede che il fatto di essere interessante e la novità del contenuto “facciano passare”, cioè accorcino il tempo, mentre il vuoto e la monotonia ne rallentino e ostacolino il corso. Ciò non è punto esatto. Può darsi che la monotonia e il vuoto allunghino e rendano “noiosi” il momento e l’ora, ma i grandi e grandissimi periodi di tempo li accorciano e volatilizzano addirittura fino all’annullamento. Viceversa un contenuto ricco e interessante può certo abbreviare e sveltire l’ora e magari anche il giorno, ma portato a misure più vaste conferisce al corso del tempo ampiezza, peso, solidità, di modoche gli anni pieni di avvenimenti passano più adagio di quelli poveri, vuoti, leggeri che il vento sospinge e fa dileguare.

A volte l’ordine dei pensieri segue anch’esso l’intesa comune, eppure una semplice osservazione può mutare radicalmente la realtà. In genere siamo abituati a pensare che il tempo trascorra velocemente (e quindi diminuisca) quando facciamo qualcosa che ci appassiona e lentamente (e quindi si allunghi) quando invece ci annoiamo, in verità è tutto il contrario. Per comprendere meglio bisogna ampliare il raggio d’osservazione. Se ci riferiamo a delle ore o al massimo ad una giornata percepiamo la sensazione di velocità, ma se ci rapportiamo a una vita intera allora il discorso cambia poiché sono proprio tutti i momenti intensi, ricchi di avvenimenti (quelli che volano per intenderci) che conferiscono pienezza e lunga durata all’esistenza, al contrario l’impressione di noiosa lentezza collegata ad anni di vuoto, si riduce di fatto ad un annullamento del tempo e della vita stessa.

A rigore, dunque, quella che chiamiamo noia è piuttosto un morboso accorciamento del tempo in seguito a monotonia: lunghi periodi di tempo, se non si interrompe l’uniformità, si restringono in modo da far paura; se un giorno è come tutti, tutti sono come uno solo; e nell’uniformità perfetta la più lunga vita sarebbe vissuta come fosse brevissima e svanirebbe all’improvviso. Assuefarsi significa lasciar addormentare o almeno sbiadire il senso del tempo; e se gli anni giovanili sono vissuti lentamente e la vita successiva invece si svolge e corre sempre più veloce, anche questo è da attribuire all’assuefazione. Noi sappiamo benissimo che intercalando assuefazioni nuove e diverse adottiamo l’unico rimedio che serva a trattenere la vita, a rinfrescare il nostro senso del tempo, e così il nostro sentimento del vivere si rinnova.

È dunque la percezione a creare ciò che ci circonda, ma con un’osservazione adeguata ogni cosa si può ribaltare. Una vita noiosa, monotona si percepisce come interminabile, mentre è cortissima perché se ogni giorno è uguale all’altro è come se fosse un giorno solo e di tanti anni non rimane che un istante. Ma l’assuefazione colpisce un po’ tutti, ed è il motivo per cui quando si è giovani e in preda a continui cambiamenti sembra che il tempo rallenti, mentre dopo una certa età schizza via come un fulmine. L’unico rimedio possibile è allora quello di cambiare abitudine, quando un certo ritmo si radica profondamente in noi tanto da avere una scaletta quotidiana da seguire alla lettera e il minimo cambiamento ci procura una sorta di fastidio carico di angoscia, allora è decisamente giunto il momento di abituarsi a qualcos’altro.

Questo è lo scopo di chi cambia aria e luogo, di chi va ai bagni, di chi si ricrea con diversivi ed episodi. I primi giorni di un nuovo soggiorno hanno un andamento giovanile, cioè ampio ed energico… vanno da sei a otto. Poi, via via che uno “si acclima”, nota che man mano si accorciano; chi è attaccato o, meglio, si vorrebbe attaccare alla vita, avvertirà con orrore come i giorni ridiventino leggeri e si mettano a scivolar via; e l’ultima settimana, poniamo di un mese, vola con rapidità paurosa.

Il potere dell’abitudine però è davvero devastante, la prova si trova facilmente in chi tenta di sfuggirgli spostandosi di continuo, per capire meglio basta pensare a quello che succede quando si compie un lungo viaggio. All’inizio tutto va a rilento, man mano che ci si abitua alla nuova situazione i giorni cominciano a correre rapidamente e alla fine il tempo sembra essere volato via in un istante. L’interruzione dell’assuefazione precedente al viaggio si trascina anche al rientro a casa, ma dura davvero poco, inizialmente ci sembra infatti tutto strano e diverso, ci si aggira in casa come degli estranei, eppure basta immergersi nelle abitudini di sempre e dopo sole ventiquattr’ore è come se non si fosse mai partiti e il viaggio fosse stato il sogno di una notte.

Mi permetta, ingegnere, di dirle e di farle notare che l’unico modo sano e nobile, nonché (lo voglio aggiungere espressamente) l’unico modo “religioso” di considerare la morte consiste nel comprenderla e sentirla come parte e accessorio, come sacra condizione della vita, non già- che sarebbe il contrario di sano e nobile, ragionevole e religioso – nel volerla scindere in qualche modo dalla vita, nel contrapporla o magari metterla in ripugnante antagonismo ad essa.

La storia si svolge in un sanatorio sito sulle Alpi svizzere, inevitabilmente altre due tematiche si fanno largo tra le pagine del libro, ovvero la malattia e la morte. Trovandosi in una casa di cura ed essendo tutti malati, anche se a livelli differenti di gravità, l’attenzione nell’osservazione si acuisce e quello che nella vita quotidiana da “sani” si dimentica facilmente, da “malati” diventa invece una costante. Si muore. Ma non per sfortuna, per accanimento degli dei o chissà che altro, si muore semplicemente perché quello è uno degli aspetti della vita. Quando nasci sei anche morto, è inevitabile, solo che in un sanatorio te lo ricordi ogni giorno. Malgrado morire sia normale, ecco che culturalmente si è creata un’altra convenzione e cioè che morire è male e dunque la morte è nemica della vita e non sua compagna di viaggio. Questo immancabilmente spinge la maggior parte delle esistenze in un baratro di sofferenza inutile e pone vita e morte in continua competizione, in un duello impari del quale si conosce già l’esito.

E’ strano: malata e stupida, non so se mi spiego, ma a me sembra molto singolare che uno sia stupido e malato per giunta, due cose che messe insieme danno, credo, la somma più triste di questa terra.Non si sa proprio che viso fare, perché a un malato si vorrebbe portare rispetto e serietà, vero? La malattia è, direi, qualcosa di venerando, se è lecito usare questo termine. Ma quando interviene continuamente la stupidità con “l’esistente” e con “l’istituto cosmico” e simili spropositi, non si sa veramente se piangere o ridere, il sentimento umano si trova in un dilemma, così penoso che non ho parole per definirlo. Sono due cose che non collimano, non vanno d’accordo, non si è avvezzi a immaginarle accoppiate. Uno stupido, penso, dev’essere sano e comune, mentre la malattia deve rendere l’uomo fine e saggio e insolito.

Ecco un’altra inquietante convenzione, nobilitare la malattia, portarla a un livello superiore, renderla sacra come se fosse un dono, un accorgimento, un segno di attenzione da parte della divinità riservato proprio al malato. Castorp fa un’osservazione che rispecchia questo tipo di pensiero e si sorprende nel cogliere in una stessa persona due elementi che si escludono a vicenda: malata e stupida. Per lui è impossibile che si concentrino in un unico individuo convinto com’è che chi è malato debba anche necessariamente sviluppare abilità intellettive, saggezza e nobiltà d’animo.

Ma no, no! La malattia non è affatto nobile, non è affatto veneranda. Questa concezione è a sua volta malattia o la via per arrivarci. Perché le appaia detestabile mi converrà dirle che è una concezione antiquata e brutta. Risale a epoche di superstiziosa contrizione, quando l’idea umana era avvilita e degenerata in una smorfia, a tempi angosciati nei quali armonia e salute erano considerate sospette e diaboliche, mentre gli acciacchi erano come un lasciapassare per il paradiso.

Ancora una volta ci si scontra con qualcosa che si percepisce, dettato da leggi non scritte, ma che non ha nulla a che vedere con la realtà. Perché mai la malattia dovrebbe essere nobile? Semmai è una dolorosa umiliazione, una crudeltà gratuita concepita dalla natura matrigna e che nulla ha a che vedere con una presunta benevolenza divina che tocchi figli prediletti, che invece farebbero volentieri a meno di tali privilegi. Quindi il dilemma non sta tanto nell’incompatibilità tra malattia e stupidità quanto nel legare uno spirito nobile e desideroso di vivere a un corpo non idoneo alla vita.

Ma il concetto si spinge ancora più in là, perché c’è una natura fisica della malattia ed una metafisica, del resto se si gioca con la percezione allora la mente spadroneggia incontrastata. Già Platone aveva associato amore e malattia ed ecco allora che si fa strada la convenzione più potente di tutte, ovvero l’idea dell’esistenza dell’amore passionale, che risulta devastante come una fissazione, anzi essenza stessa dell’infermità.

E’, diceva, fra tutti gli istinti naturali il più instabile e compromesso, tendente a fondamentali aberrazioni e scellerate perversioni, né c’era da stupirsi: questo potente impulso non è infatti semplice, bensì per sua natura variamente composto, e per quanto sia legittimo nel suo complesso… risulta composto di sole storture.

Le storture si presentano nel momento in cui l’aspetto culturale interviene su quello naturale con l’intento di regolamentare, offrendo in tal modo una sorta di legalità anche alla deviazione, oltre a questo bisogna tener conto dell’intervento degli impulsi psichici e dell’istinto pronti a dare una sistemata al tutto. Tuttavia, a volte, questo ingranaggio non funziona, le forze che si scontrano non riescono a trovare un accordo e i freni inibitori che la buona educazione e le convenzioni sociali plasmano abilmente, vengono travolte dalle inclinazioni nascoste, che emergono da chissà dove rompendo gli argini della buona creanza.

In questa battaglia continua tra repressione dell’amore e istinto che si dibatte entra in gioco un grande dispendio di energie, una lotta senza quartiere tra ordine e caos, un’esplosione continua che debilita e adombra la mente e ogni tanto qualcosa si rompe, un meccanismo va in avaria, soprattutto nel momento in cui diventa inaccettabile scoprire di essere molto diversi da quello che la società si aspetta. Ma tutto ciò che siamo in un modo o nell’altro viene sempre fuori:

E quale è mai la forma, la maschera sotto la quale ricompare l’amore non ammesso e trattenuto? Così domandò il dottor Krokowski facendo scorrere lo sguardo lungo le file come se aspettasse davvero la risposta dai suoi ascoltatori.

(…) “Sotto la maschera della malattia!”. Il sintomo morboso, disse, sarebbe attività amorosa camuffata e ogni malattia amore trasmutato.

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John Williams. Stoner

Spietatamente, vide la sua vita come doveva apparire agli occhi di un altro.

Ponderatamente, con calma, realizzò che doveva sembrare un vero fallimento. Aveva voluto l’amicizia, e quell’intimità legata all’amicizia che potesse renderlo degno del genere umano. Aveva avuto due amici, e uno dei due era morto insensatamente prima che potesse conoscerlo, mentre l’altro si era ormai ritratto a tal punto tra i vivi, che…

Aveva voluto l’unicità e la quieta indissolubilità del matrimonio. Aveva avuto anche quella e non aveva saputo che farsene, tanto che si era spenta. Aveva voluto l’amore e ci aveva rinunciato, abbandonandolo al caos delle possibilità. Katherine, pensò. «Katherine».

Aveva voluto essere un insegnante e lo era diventato. Eppure sapeva, lo aveva sempre saputo, che per buona parte della sua vita era stato un insegnante mediocre.

Aveva sognato di mantenere una specie d’integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità. Aveva concepito la saggezza e al termine di quei lunghi anni aveva trovato l’ignoranza. E che altro?, pensò. Che altro?

Cosa ti aspettavi?, si domandò.

stonerCosa si aspettava William Stoner dalla vita? Ed è stata un fallimento? Per certi versi sì sicuramente, ma nello stesso modo in cui lo è per ognuno di noi, proprio per quella domanda fondamentale e inutile: cosa ti aspettavi? Il problema di fondo è lì, nelle aspettative, che sono il metodo migliore per falsare i propri desideri, le proprie attitudini. Ma allora se si inverte l’informazione, forse la vita di Stoner è stata un vero successo, dal momento che lui non ha assecondato affatto le aspettative, ma ha seguito l’improvvisa folgorazione della passione per la letteratura. Ha fallito se si seguono le norme del successo sociale e quindi non è diventato famoso, non ha avuto fortuna all’università, anzi al contrario è stato vessato, non ha avuto un matrimonio felice e perfino il rapporto con la figlia, carico di promesse si è rivelato poi fallimentare. Socialmente William Stoner ha fatto fiasco, ma spostandolo dal circuito pubblico le cose cambiano. Figlio di un contadino, che ha passato la vita coltivando una terra che lo porterà alla tomba, riesce ad entrare all’università di Columbia nella facoltà di Agraria, ma ecco che qualcosa succede e il suo destino segnato muta all’improvviso direzione. Stoner scopre le parole, i libri, la poesia ed è un amore dal quale non si separerà mai, che darà un senso a tutta la sua vita e ne farà un successo.

Non si tratta di ambizione, di inseguire una meta a tutti i costi (questo lo porterebbe al fallimento) si tratta di sé, della voce che lo anima, della scoperta dell’essenza e della semplicità della consapevolezza. Il tempo nel quale vive Stoner è estraneo a quello strutturato, il suo è il tempo sempre presente e sempre diverso della letteratura, delle storie che s’intrecciano, delle vite fatte di emozioni e l’università è il rifugio perfetto per mantenere un certo equilibrio, per far sì che una “realtà” giunga a compenetrare l’altra, fondendo reale e irreale nella dimensione personale di William Stoner.

Per William Stoner, invece, il futuro era una certezza fulgida e immutabile. Ai suoi occhi non appariva come un flusso di eventi, mutazioni e potenzialità, ma come un territorio che attendeva solo di essere esplorato. Gli sembrava simile alla grande biblioteca dell’università, che poteva essere arricchita dalla costruzione di nuove ali, cui potevano aggiungersi nuovi libri o esserne tolti di vecchi, ma che manteneva essenzialmente invariata la sua vera natura. Immaginava il suo futuro solo nell’istituzione a cui si era votato, e che comprendeva in modo tanto imperfetto. Non escludeva di poter cambiare in quel futuro, ma considerava il futuro stesso come lo strumento, piuttosto che l’obiettivo, del cambiamento.

La presa di coscienza avviene gradualmente. Quando è ancora studente di Agraria viene in contatto con l’insegnante che lo trascinerà in mondi per lui ancora insospettabili e del tutto incomprensibili, il professor Sloane. Senza alcun preavviso, il settantatreesimo sonetto di Shakespeare, sul quale verrà invitato ad intervenire, gli aprirà un varco attraverso il quale sarà risucchiato senza possibilità di tornare più indietro.

In me tu vedi quel periodo dell’anno

Quando nessuna o poche foglie gialle ancora resistono

su quei rami che fremon contro il freddo,

nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.

 /

In me tu vedi il crepuscolo di un giorno

che dopo il tramonto svanisce all’occidente

e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,

ombra di quella vita che tutto confina in pace.

 /

In me tu vedi lo svigorire di quel fuoco

che si estingue fra le ceneri della sua gioventù

come in un letto di morte su cui dovrà spirare,

consunto da ciò che fu il suo nutrimento.

 /

Questo in me tu vedi, perciò il tuo amore si accresce

per farti meglio amare chi dovrai lasciar fra breve.

La breccia che si apre potrebbe essere proprio nell’intuizione della fugacità dell’esistenza, nella consapevolezza di doversi porre di fronte a una scelta fondamentale, nella possibilità di non dover per forza accettare una strada, vedere che si può cambiare perché l’immagine di noi stessi che la società ci proietta sullo specchio, raramente coincide con le nostre potenzialità, con la splendida fioritura interiore che non sappiamo nemmeno di possedere, questa è la rivelazione.

L’amore per la letteratura, per il linguaggio, per il mistero della mente e del cuore che si rivelano in quella minuta, strana e imprevedibile combinazione di lettere e parole, di neri e gelidi caratteri stampati sulla carta, l’amore che aveva sempre nascosto come se fosse illecito e pericoloso, cominciò a esprimersi dapprima in modo incerto, poi con coraggio sempre maggiore. Infine con orgoglio.

Nella prefazione all’edizione francese Anna Gavalda che l’ha anche tradotto dice: c’est un roman qui ne s’adresse pas aux gens qui aiment lire, mais aux êtres humains qui ont besoin de lire (è un romanzo che non si rivolge alle persone che amano leggere, ma agli esseri umani che hanno bisogno di leggere) e ormai non ci si sorprende più quando si scoprono romanzi di un certo livello che tuttavia necessitano di decenni prima di trovare la luce insieme ai loro autori, anche se molti di più nemmeno ci riescono. Così John Williams (1922-1994) ha insegnato all’università di Denver per trent’anni, scrittore texano autore di diversi romanzi, ha pubblicato, senza successo, Stoner nel 1965, mentre nel 1973 ha vinto il prestigioso premio letterario National Book Award con il libro Augustus e tuttavia rimane un illustre sconosciuto.

Trovava sollievo e appagamento solo durante le lezioni che frequentava come studente. Lì era ancora in grado di cogliere l’emozione che aveva provato il primo giorno, quando Archer Sloane gli aveva rivolto la parola e, in un solo istante, si era trasformato in un uomo nuovo. Mentre la sua mente era impegnata in quegli argomenti e si confrontava con il potere della letteratura cercando di comprenderne la vera natura, avvertiva un continuo cambiamento: e come se ne fosse consapevole, usciva da se stesso entrando nel mondo che lo conteneva e comprendeva così che la poesia di Milton, o il saggio di Bacon, o la commedia di Ben Jonson che stava leggendo cambiavano il mondo che avevano per oggetto, e lo cambiavano in virtù della loro dipendenza da esso.

A lettura ultimata ci si chiede inevitabilmente il perché di questa scelta da parte dell’autore e cioè quella di descrivere un personaggio che non si ribella a certi avvenimenti (subisce le vessazioni di un collega, si lascia tormentare dalla moglie, non lotta per l’amore finalmente trovato, si lascia scivolare via dalle mani la vita della figlia…) e, pur potendo, non tenta nemmeno di migliorare la propria situazione lavorativa e quindi sociale facendo carriera all’università. Fin dalla prima pagina veniamo avvertiti dal narratore che non succederà nulla di eccezionale, eppure alla fine ci rendiamo conto che non è affatto vero, che accadono cose straordinarie in questo libro e in questa vita apparentemente fallimentare. Si tratta di un romanzo “esistenzialista” in senso letterale ed è proprio l’esistenza la protagonista principale, l’esistenza semplice di chi sceglie, anzi di chi è scelto dall’amore per la letteratura, amore che allontana dalla strada consueta e per questo fa sembrare certe preferenze incomprensibili, addirittura fastidiose, poiché si tratta di una vita che si svolge su piani differenti dove vigono regole diverse per ognuno, regole che dipendono dalla sensibilità individuale, che si adattano alle caratteristiche del soggetto prescelto. E tuttavia, anche la vita “normale” di Stoner non lascia indifferenti, anzi nel lettore si scatenano reazioni molteplici che vanno dalla rabbia alla commozione più profonda e questo perché nessuna vita, anche quella apparentemente più banale è mai incolore e, soprattutto, nessuno può mai sapere cosa si scateni nell’animo di un’altra persona.

Fuori era buio, e una brezza primaverile soffiava nell’aria. Stoner respirò a pieni polmoni e sentì il suo corpo ritemprato dal freddo. Oltre il profilo discontinuo del caseggiato, le luci della città brillavano nella nebbia, che gravava sottile nell’aria. Dopo l’angolo, un lampione baluginava solitario, avvolto nell’oscurità. Dal buio emerse all’improvviso una risata, che ruppe il silenzio, indugiò un istante e svanì. La nebbia tratteneva il fumo della spazzatura, che bruciava nei cortili sul retro, e mentre camminava lento nella sera, respirandone l’odore e sentendo sulla lingua il sapore tagliente dell’aria, gli parve che quel momento fosse abbastanza e che non avesse bisogno di molto di più.

Di fronte a questo Don Chisciotte del Midwest, come lo aveva definito l’amico Dave Master, gli attacchi del mondo esterno sono impietosi. Edith, la moglie, isterica e anaffettiva tenta di trascinarlo tra i conformismi sociali, non tollera la sua mancanza di ambizione, né la sua remissività. Per buona norma deve fare almeno un figlio e così si concede al marito in un rituale quasi animalesco voluto unicamente dalla necessità dell’accoppiamento al fine di procreare. Nasce una bambina, Grace, che inizialmente la madre allontana da sé e che si lega fortemente a Stoner, il quale la ricambia e la coinvolge nel suo mondo incantato. La bambina collabora, si isola, si ritaglia uno spazio creativo all’interno dello studio del padre. A questo punto però Edith deve intervenire brutalmente, strappandola dalle grinfie del padre e riportandola alla “normalità”, ovvero a una full immersion in società. Il prezzo che dovrà pagare Grace sarà però molto alto. E poi c’è l’ambiente di lavoro, il suo regno, anche qui gli viene sferrato un attacco potente quanto ingiustificato da parte di un collega e a maggior ragione ci si sente amareggiati trattandosi di un luogo in cui si presume che cultura e intelligenza abbiano il sopravvento, mentre ancora una volta ci si ritrova in un microcosmo in cui si riversano tutte le debolezze e le meschinerie sociali umane.

Questo in me tu vedi, perciò il tuo amore si accresce

per farti meglio amare chi dovrai lasciar fra breve.

William Stoner è uno stoico perché sa che la vita è transitoria, sa che conferiamo importanza a qualcosa di effimero, sa anche che l’uomo è sempre in perdita, non per sfortuna, per malasorte, ma perché non vede l’esistenza nella giusta prospettiva. Se la vita è sottrazione, ma la si vive come addizione si finisce per soffrire inutilmente, al contrario, con la consapevolezza di quello che siamo si può seguire il flusso senza affanno, in accordo con lo scorrere lento e veloce di un’esperienza comunque fuggevole. Così quello che a noi sembra umiliazione, ingiustizia, sofferenza, insensatezza, per Stoner è un problema che non lo riguarda affatto dal momento che la vera vita si svolge altrove, qui è semplice spettatore e come tale è destinato ad uscire indenne da ogni battaglia, a lui non servono armi, né affanni, né crisi di nervi, né sopraffazione, siamo di fronte al più eroico antieroe della letteratura contemporanea.

 

 

Cosa ti aspettavi?, pensò di nuovo.

Una specie di gioia lo colse, come portata dalla brezza estiva. Ormai ricordava a malapena di aver pensato al fallimento, come se avesse qualche importanza. Gli sembrava che quei pensieri fossero crudeli, ingiusti verso la sua vita. Vaghe presenze si affollavano ai bordi della sua coscienza. Non riusciva a vederle, ma sapeva che erano lì, a raccogliere le forze in cerca di una palpabilità che non era in grado di vedere né di sentire. Si stava avvicinando a loro, lo sapeva. Ma non c’era alcun bisogno di correre. Poteva ignorarle, se voleva. Aveva tutto il tempo del mondo.

Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato.

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Fahrenheit 451 e la società distopica.

fahrenheit-451La distopia è il contrario dell’utopia, descrive la società peggiore che si possa immaginare. Le due distopie più famose nel romanzo di fantascienza le troviamo descritte in 1984 di Georges Orwell, pubblicato nel 1949 e in Fahrenheit 451 (1953) di Ray Bradbury. La differenza tra le due è che mentre in 1984 la gente vive sotto la schiavitù di un Grande Fratello che tutto sa e che controlla ogni cosa, in Fahrenheit viene imbottita di divertimenti artificiali, l’immagine predomina sul segno e i libri sono il nemico da distruggere. In entrambe comunque si tenta di bloccare l’attività più pericolosa dell’uomo (ultimamente poco praticata), ovvero pensare in modo autonomo.

E ho pensato ai libri. E per la prima volta mi sono accorto che dietro ogni libro c’è un uomo.

Fahrenheit 451 corrisponde alla temperatura alla quale la carta brucia. Guy Montag, il protagonista, fa il pompiere. In questa nuova società, da quando ogni costruzione è ignifuga, i pompieri non sono più chiamati per spegnere gli incendi, al contrario sono diventati i custodi del fuoco sacro e il loro compito è purificare la società da chi detiene ancora illegalmente dei libri. Con il sistema infallibile della delazione anonima (ci sarà sempre un volenteroso cittadino pronto ad accusare il proprio vicino, familiare, amico), i pompieri corrono a sirene spiegate verso la meta e lì mettono al rogo i libri, le abitazioni e talvolta persino i proprietari. La tecnica ricorda episodi storici simili, dai falò delle vanità del Savonarola ai roghi dei nazisti per citarne alcuni, ma si tratta di un procedimento praticato molto di frequente da chi vuole imporre il proprio pensiero politico o religioso che sia.

Siedi, Montag, prego. Guarda. Delicatamente, come i petali di un fiore. Accendi la prima, poi la seconda. Ogni pagina si trasforma in una farfalla nera. Bello, non è vero? Accendi con la seconda la terza pagina e così via, a catena, un capitolo dopo l’altro, tutte le cose sciocche che le parole esprimono, tutte le false promesse, tutte le cognizioni di seconda mano, tutte le ideologie corrose dal tempo.

Non si può mai sapere attraverso quale strada giunga l’illuminazione, l’improvvisa visione della realtà così com’è e non come siamo abituati a vederla. Nel caso di Montag, la scintilla che apre il varco è Clarisse, una ragazza di diciassette anni, sua vicina di casa, totalmente avulsa dallo schema in cui tutti vivono, vestale dell’antico tempio della dea Libertà. Con grande semplicità e naturalezza, mostra a Montag che basta distogliere l’attenzione da ciò che viene imposto per scoprire che si può trovare il tempo per riflettere su ogni cosa in modo indipendente. Al lato opposto si trova Mildred, la moglie, che incarna invece l’esempio di cittadina-automa modello e con la quale Montag ha un rapporto basato sull’incomunicabilità, ogni tipo di contatto è annullato, dalla barriera televisiva durante il giorno e da una radio-conchiglia da inserire nell’orecchio di notte.

Ci dev’essere qualcosa di speciale nei libri, delle cose che non possiamo immaginare, per convincere una donna a restare in una casa che brucia.

Una volta avviato il processo di consapevolezza non è più possibile arrestarlo. Un episodio si rivela fondamentale per Montag, è il caso di un’anziana signora che, una volta scoperta e malgrado l’invito dei pompieri, si rifiuta di abbandonare la sua casa e i suoi libri e decide di lasciarsi avvolgere dalle fiamme insieme a loro. Il fatto che nessuno la porti via dal rogo, la manifesta indifferenza dei colleghi di fronte alla vita di un altro essere umano, segna profondamente Montag insieme alla scelta di un sacrificio per lui incomprensibile. A partire da questo momento Montag inizierà a mettere in discussione le regole della società in cui vive e scoprirà l’importanza dei libri.

A misura che le scuole mettevano in circolazione un numero crescente di corridori, saltatori, calderai, malversatori, truffatori, aviatori e nuotatori, invece di professori, critici dotti e artisti, naturalmente il termine “intellettuale” divenne la parolaccia che merita di diventare. Si teme sempre ciò che non ci è familiare. [] Noi dobbiamo essere tutti uguali. Non è che ognuno nasca libero e uguale, come dice la Costituzione, ma ognuno vien fatto uguale. Ogni essere umano a immagine e somiglianza di ogni altro; dopo di che tutti sono felici, perché non ci sono montagne che ci scoraggino con la loro altezza da superare, non montagne sullo sfondo delle quali si debba misurare la nostra statura! Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Costruiamo la mente dell’uomo. Chi sa chi potrebbe essere il bersaglio dell’uomo istruito?

Bradbury

Questa è la ricetta della felicità del capitano Beatty, il superiore di Montag. Ma come si è arrivati a costruire un tale tipo di società? E noi oggi siamo così distanti da questi subdoli meccanismi che assopiscono le coscienze? Da molti anni il sistema scolastico punta verso il basso, malgrado si sbandierino iniziative e strategie d’eccellenza, la realtà è ben diversa e lo stesso avviene con le trasmissioni televisive, con i film, con i giornali e ovviamente anche con i libri. La tendenza a massificare è in atto da parecchio tempo e si è radicata al punto da risultare spesso invisibile. Chi è interessato alla cultura? Meglio occuparsi di sport, di reality, o intrattenersi con una bella rivista di gossip. Ma è davvero una ricetta efficace per essere soddisfatti, quella di livellare tutto? Se si appiattiscono anche le emozioni si finisce al contrario per lasciare spazio unicamente all’afflizione, perché non può esserci nessuna felicità senza consapevolezza.

Ricordati, ad ogni modo, che questo Beatty appartiene al nemico più pericoloso della verità e della libertà, la bovina mandria compatta e inerte detta maggioranza. Ah, buon Dio, la terribile tirannide della maggioranza.

Il troppo è sempre un’arma a doppio taglio, un eccesso di informazioni non significa necessariamente l’acquisizione di un maggior numero di conoscenze, anzi, al contrario può segnare l’effetto opposto e cioè l’annullamento dell’informazione stessa. Quando il livello culturale si abbassa diventa sempre più difficile riuscire a selezionare, in quell’oceano di dati, ciò che è di qualità e vicino alla verità, tutto il resto infatti è orientamento indotto verso certe notizie manipolate a dovere. Il cammino verso una società che punti alla disumanizzazione, che perda i propri valori, che si allontani dalla natura è già in corso e l’abbrutimento serpeggia, pronto a installarsi in ogni cellula come un male incurabile.

 

I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita.. la gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.

Il rogo è emblematico, non è il libro in sé a procurare danni irreparabili ma le idee che veicola, mentre la televisione ipnotizza in un’abiezione di massa che esclude la possibilità di un senso critico, anzi è addirittura partecipata poiché lo spettatore viene chiamato a far parte attiva all’interno delle trasmissioni e delle stesse fiction, recitando in diretta delle battute prestabilite, dal salotto di casa. Il libro invece, con la sua caratteristica di lettura solitaria innesca meccanismi temibili per una società così strutturata. Gli uomini infatti hanno necessità di tre elementi fondamentali: innanzitutto la qualità dell’informazione e i bei libri hanno la capacità di mostrare il vero volto delle cose, la vita stessa; poi avere del tempo libero, ma non per impiegarlo distraendosi, al contrario per concentrarsi e assimilare le informazioni ricevute e infine avere la libertà di poter compiere le azioni che derivano dall’interazione tra la qualità dell’informazione e il piacere dell’assimilazione della stessa.

«Dove andremo a finire? I libri potranno esserci d’aiuto?»

«Soltanto se potremo avere la terza cosa che ci manca. La prima, come ho detto, è sostanza, identificazione della vita. La seconda, agio, tempo di pensare a questa identificazione, di assimilare la vita. La terza: diritto di agire in base a ciò che apprendiamo dall’influenza che le prime due possono esercitare su di noi.»

Se è vero che il punto di rottura è avviato da una ragazza, rimane il fatto che il compito di salvare il mondo è riservato agli uomini. Un certo sentore maschilista si diffonde dalle pagine del libro, non solo perché la moglie e le amiche sembrano un odioso gruppo di decerebrate, ma soprattutto perché alla fine, quando Montag si unisce ai dissidenti uomini-libro non viene mai menzionata una donna, né tra gli autori, né tra le personificazioni. Certo non bisogna dimenticare che nella democraticissima America degli anni ’50, oltre a un razzismo imperante nei confronti delle persone di colore, ce n’era un altro più subdolo nei confronti della donna, angelo del focolare, vittima del sessismo fino all’umiliazione e ciò è ben documentato dalle immagini pubblicitarie dell’epoca. Vedere per credere, dieci immagini chiarificatrici: http://www.businesspundit.com/10-most-sexist-print-ads-from-the-1950s/?img=21450

«C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci s’immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta. Conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi funebri e di saltarci sopra. Ad ogni generazione raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda.»

Avere la capacità di conoscere, di comprendere e tuttavia continuare a commettere atti insensati, cercare una salvezza nel fuoco per poi ricominciare daccapo e rifare sempre le stesse cose, è una costante nella storia dell’uomo, forse perché le esperienze da compiere sono sempre le stesse e tutte le anime devono sperimentarle, così il ciclo non si conclude mai e c’è sempre qualcuno più avanti e tanti altri che restano indietro. Ecco perché i cambiamenti sembrano interessare solo l’aspetto superficiale, mentre scavando in profondità, la visione d’insieme concede il deludente spettacolo di un processo evolutivo lentissimo. Tuttavia è possibile di tanto in tanto anticipare i tempi e dare un’occhiata a quell’oltre eventuale che la fantascienza, pur essendo un genere poco apprezzato dalla critica, è sempre riuscita a modellare, prefigurare, intuire, esaltando le nostre potenzialità negative o sviluppando le immense capacità intellettive e creative, comunque offrendoci una vista privilegiata attraverso finestre temporali e salti dimensionali che ci rifiutiamo di accettare come reali. E qui si torna ai condizionamenti, i potenti nemici di ogni progresso, ci sono norme che non si possono scalfire, confini che non si possono attraversare, la massa infatti va controllata, circoscritta in un recinto e tenuta a bada attraverso un astuto sistema che la piega a una volontà non sua, senza che se ne renda conto. Il futuro è già presente, non stiamo forse vivendo la nostra personale distopia?

 

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