Tempo, noia e il sintomo morboso dell’amore.

L’uomo, da essere limitato, ma sufficientemente intelligente da rendersene conto, ha capito presto che era necessario introdurre nella quotidianità un ordine fittizio, per sconfiggere il caos dell’istinto, per tenere a bada la natura e per potere esercitare ogni forma di potere. Attraverso la catalogazione, fornendo un nome a tutto, ha potuto controllare il singolo, con l’introduzione delle varie religioni ha potuto controllare la società, con la convenzione del tempo ha scandito l’esistenza, con le norme di convivenza civile ha imbrigliato la passione e il desiderio, con le regole dell’estetica e della retorica ha confinato la fantasia creativa, mentre l’inevitabile morte fa ricominciare sempre tutto daccapo. A quanto pare la maggior parte di ciò che oggi riteniamo “normale”, “naturale” è in realtà frutto di millenni di convenzioni, studiate a tavolino e ormai penetrate nel tessuto connettivo di ogni essere umano.

 

Che cosa è mai il tempo? domandò Castorp spingendo in fuori la punta del naso con tanta forza che diventò bianca ed esangue. Me lo sai dire? Lo spazio lo percepiamo coi nostri organi, coi sensi della vista e del tatto. Bene. Ma quale è l’organo del tempo? Me lo vuoi indicare? Vedi, ora sei con le spalle al muro. D’altronde come facciamo a misurare una cosa della quale, a rigore, non sappiamo dire niente di niente, indicare nemmeno una qualità? Noi diciamo: il tempo trascorre. Sta bene, lasciamolo trascorrere. Ma per poterlo misurare… Ecco, per essere misurabile dovrebbe trascorrere uniformemente, e dov’è scritto che lo fa? Per la nostra coscienza non lo fa, noi per motivi di ordine superiore poniamo soltanto che lo faccia, e le nostre misure, scusami, sono soltanto convenzionali…

copertinaHans Castorp, protagonista del capolavoro di Thomas Mann, La montagna incantata (1924), si chiede spesso cosa sia questo fantomatico tempo che non si vede e non si tocca, ma che ritma la nostra realtà, la parcellizza, la rende concreta, anche se non abbiamo nemmeno un senso adatto a sentirlo, addirittura lo misuriamo come se fosse una linea diritta lungo la quale si può andare solo avanti verso il futuro o guardare indietro verso il passato, privandoci in tal modo di una visione d’insieme circolare, dunque completa. Malgrado tali lacune tutti ne parliamo con disinvoltura, come se conoscessimo ogni suo segreto, come se, attraverso questo strumento potessimo scandagliare l’intera storia dell’umanità, ma questo è impossibile da fare senza falsarla dal momento che si tratta più che altro di suggestione, essendo il tempo cronologico che ci governa, frutto di mera convenzione.

Intorno alla natura della noia circolano varie opinioni errate. In complesso si crede che il fatto di essere interessante e la novità del contenuto “facciano passare”, cioè accorcino il tempo, mentre il vuoto e la monotonia ne rallentino e ostacolino il corso. Ciò non è punto esatto. Può darsi che la monotonia e il vuoto allunghino e rendano “noiosi” il momento e l’ora, ma i grandi e grandissimi periodi di tempo li accorciano e volatilizzano addirittura fino all’annullamento. Viceversa un contenuto ricco e interessante può certo abbreviare e sveltire l’ora e magari anche il giorno, ma portato a misure più vaste conferisce al corso del tempo ampiezza, peso, solidità, di modoche gli anni pieni di avvenimenti passano più adagio di quelli poveri, vuoti, leggeri che il vento sospinge e fa dileguare.

A volte l’ordine dei pensieri segue anch’esso l’intesa comune, eppure una semplice osservazione può mutare radicalmente la realtà. In genere siamo abituati a pensare che il tempo trascorra velocemente (e quindi diminuisca) quando facciamo qualcosa che ci appassiona e lentamente (e quindi si allunghi) quando invece ci annoiamo, in verità è tutto il contrario. Per comprendere meglio bisogna ampliare il raggio d’osservazione. Se ci riferiamo a delle ore o al massimo ad una giornata percepiamo la sensazione di velocità, ma se ci rapportiamo a una vita intera allora il discorso cambia poiché sono proprio tutti i momenti intensi, ricchi di avvenimenti (quelli che volano per intenderci) che conferiscono pienezza e lunga durata all’esistenza, al contrario l’impressione di noiosa lentezza collegata ad anni di vuoto, si riduce di fatto ad un annullamento del tempo e della vita stessa.

A rigore, dunque, quella che chiamiamo noia è piuttosto un morboso accorciamento del tempo in seguito a monotonia: lunghi periodi di tempo, se non si interrompe l’uniformità, si restringono in modo da far paura; se un giorno è come tutti, tutti sono come uno solo; e nell’uniformità perfetta la più lunga vita sarebbe vissuta come fosse brevissima e svanirebbe all’improvviso. Assuefarsi significa lasciar addormentare o almeno sbiadire il senso del tempo; e se gli anni giovanili sono vissuti lentamente e la vita successiva invece si svolge e corre sempre più veloce, anche questo è da attribuire all’assuefazione. Noi sappiamo benissimo che intercalando assuefazioni nuove e diverse adottiamo l’unico rimedio che serva a trattenere la vita, a rinfrescare il nostro senso del tempo, e così il nostro sentimento del vivere si rinnova.

È dunque la percezione a creare ciò che ci circonda, ma con un’osservazione adeguata ogni cosa si può ribaltare. Una vita noiosa, monotona si percepisce come interminabile, mentre è cortissima perché se ogni giorno è uguale all’altro è come se fosse un giorno solo e di tanti anni non rimane che un istante. Ma l’assuefazione colpisce un po’ tutti, ed è il motivo per cui quando si è giovani e in preda a continui cambiamenti sembra che il tempo rallenti, mentre dopo una certa età schizza via come un fulmine. L’unico rimedio possibile è allora quello di cambiare abitudine, quando un certo ritmo si radica profondamente in noi tanto da avere una scaletta quotidiana da seguire alla lettera e il minimo cambiamento ci procura una sorta di fastidio carico di angoscia, allora è decisamente giunto il momento di abituarsi a qualcos’altro.

Questo è lo scopo di chi cambia aria e luogo, di chi va ai bagni, di chi si ricrea con diversivi ed episodi. I primi giorni di un nuovo soggiorno hanno un andamento giovanile, cioè ampio ed energico… vanno da sei a otto. Poi, via via che uno “si acclima”, nota che man mano si accorciano; chi è attaccato o, meglio, si vorrebbe attaccare alla vita, avvertirà con orrore come i giorni ridiventino leggeri e si mettano a scivolar via; e l’ultima settimana, poniamo di un mese, vola con rapidità paurosa.

Il potere dell’abitudine però è davvero devastante, la prova si trova facilmente in chi tenta di sfuggirgli spostandosi di continuo, per capire meglio basta pensare a quello che succede quando si compie un lungo viaggio. All’inizio tutto va a rilento, man mano che ci si abitua alla nuova situazione i giorni cominciano a correre rapidamente e alla fine il tempo sembra essere volato via in un istante. L’interruzione dell’assuefazione precedente al viaggio si trascina anche al rientro a casa, ma dura davvero poco, inizialmente ci sembra infatti tutto strano e diverso, ci si aggira in casa come degli estranei, eppure basta immergersi nelle abitudini di sempre e dopo sole ventiquattr’ore è come se non si fosse mai partiti e il viaggio fosse stato il sogno di una notte.

Mi permetta, ingegnere, di dirle e di farle notare che l’unico modo sano e nobile, nonché (lo voglio aggiungere espressamente) l’unico modo “religioso” di considerare la morte consiste nel comprenderla e sentirla come parte e accessorio, come sacra condizione della vita, non già- che sarebbe il contrario di sano e nobile, ragionevole e religioso – nel volerla scindere in qualche modo dalla vita, nel contrapporla o magari metterla in ripugnante antagonismo ad essa.

La storia si svolge in un sanatorio sito sulle Alpi svizzere, inevitabilmente altre due tematiche si fanno largo tra le pagine del libro, ovvero la malattia e la morte. Trovandosi in una casa di cura ed essendo tutti malati, anche se a livelli differenti di gravità, l’attenzione nell’osservazione si acuisce e quello che nella vita quotidiana da “sani” si dimentica facilmente, da “malati” diventa invece una costante. Si muore. Ma non per sfortuna, per accanimento degli dei o chissà che altro, si muore semplicemente perché quello è uno degli aspetti della vita. Quando nasci sei anche morto, è inevitabile, solo che in un sanatorio te lo ricordi ogni giorno. Malgrado morire sia normale, ecco che culturalmente si è creata un’altra convenzione e cioè che morire è male e dunque la morte è nemica della vita e non sua compagna di viaggio. Questo immancabilmente spinge la maggior parte delle esistenze in un baratro di sofferenza inutile e pone vita e morte in continua competizione, in un duello impari del quale si conosce già l’esito.

E’ strano: malata e stupida, non so se mi spiego, ma a me sembra molto singolare che uno sia stupido e malato per giunta, due cose che messe insieme danno, credo, la somma più triste di questa terra.Non si sa proprio che viso fare, perché a un malato si vorrebbe portare rispetto e serietà, vero? La malattia è, direi, qualcosa di venerando, se è lecito usare questo termine. Ma quando interviene continuamente la stupidità con “l’esistente” e con “l’istituto cosmico” e simili spropositi, non si sa veramente se piangere o ridere, il sentimento umano si trova in un dilemma, così penoso che non ho parole per definirlo. Sono due cose che non collimano, non vanno d’accordo, non si è avvezzi a immaginarle accoppiate. Uno stupido, penso, dev’essere sano e comune, mentre la malattia deve rendere l’uomo fine e saggio e insolito.

Ecco un’altra inquietante convenzione, nobilitare la malattia, portarla a un livello superiore, renderla sacra come se fosse un dono, un accorgimento, un segno di attenzione da parte della divinità riservato proprio al malato. Castorp fa un’osservazione che rispecchia questo tipo di pensiero e si sorprende nel cogliere in una stessa persona due elementi che si escludono a vicenda: malata e stupida. Per lui è impossibile che si concentrino in un unico individuo convinto com’è che chi è malato debba anche necessariamente sviluppare abilità intellettive, saggezza e nobiltà d’animo.

Ma no, no! La malattia non è affatto nobile, non è affatto veneranda. Questa concezione è a sua volta malattia o la via per arrivarci. Perché le appaia detestabile mi converrà dirle che è una concezione antiquata e brutta. Risale a epoche di superstiziosa contrizione, quando l’idea umana era avvilita e degenerata in una smorfia, a tempi angosciati nei quali armonia e salute erano considerate sospette e diaboliche, mentre gli acciacchi erano come un lasciapassare per il paradiso.

Ancora una volta ci si scontra con qualcosa che si percepisce, dettato da leggi non scritte, ma che non ha nulla a che vedere con la realtà. Perché mai la malattia dovrebbe essere nobile? Semmai è una dolorosa umiliazione, una crudeltà gratuita concepita dalla natura matrigna e che nulla ha a che vedere con una presunta benevolenza divina che tocchi figli prediletti, che invece farebbero volentieri a meno di tali privilegi. Quindi il dilemma non sta tanto nell’incompatibilità tra malattia e stupidità quanto nel legare uno spirito nobile e desideroso di vivere a un corpo non idoneo alla vita.

Ma il concetto si spinge ancora più in là, perché c’è una natura fisica della malattia ed una metafisica, del resto se si gioca con la percezione allora la mente spadroneggia incontrastata. Già Platone aveva associato amore e malattia ed ecco allora che si fa strada la convenzione più potente di tutte, ovvero l’idea dell’esistenza dell’amore passionale, che risulta devastante come una fissazione, anzi essenza stessa dell’infermità.

E’, diceva, fra tutti gli istinti naturali il più instabile e compromesso, tendente a fondamentali aberrazioni e scellerate perversioni, né c’era da stupirsi: questo potente impulso non è infatti semplice, bensì per sua natura variamente composto, e per quanto sia legittimo nel suo complesso… risulta composto di sole storture.

Le storture si presentano nel momento in cui l’aspetto culturale interviene su quello naturale con l’intento di regolamentare, offrendo in tal modo una sorta di legalità anche alla deviazione, oltre a questo bisogna tener conto dell’intervento degli impulsi psichici e dell’istinto pronti a dare una sistemata al tutto. Tuttavia, a volte, questo ingranaggio non funziona, le forze che si scontrano non riescono a trovare un accordo e i freni inibitori che la buona educazione e le convenzioni sociali plasmano abilmente, vengono travolte dalle inclinazioni nascoste, che emergono da chissà dove rompendo gli argini della buona creanza.

In questa battaglia continua tra repressione dell’amore e istinto che si dibatte entra in gioco un grande dispendio di energie, una lotta senza quartiere tra ordine e caos, un’esplosione continua che debilita e adombra la mente e ogni tanto qualcosa si rompe, un meccanismo va in avaria, soprattutto nel momento in cui diventa inaccettabile scoprire di essere molto diversi da quello che la società si aspetta. Ma tutto ciò che siamo in un modo o nell’altro viene sempre fuori:

E quale è mai la forma, la maschera sotto la quale ricompare l’amore non ammesso e trattenuto? Così domandò il dottor Krokowski facendo scorrere lo sguardo lungo le file come se aspettasse davvero la risposta dai suoi ascoltatori.

(…) “Sotto la maschera della malattia!”. Il sintomo morboso, disse, sarebbe attività amorosa camuffata e ogni malattia amore trasmutato.

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35 commenti

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35 risposte a “Tempo, noia e il sintomo morboso dell’amore.

  1. qui raggiungi l’apoteosi, e arricchisci il tempo
    il mio tempo egoisticamente parlando, che si dilata stimolandomi a pensare, a come renderlo sempre più motivo di soddisfazione.

  2. Il tempo e la percezione della realtà? Me ne ero occupato tempo fa, a seguito di un’esperienza realmente vissuta.
    http://guidomura.wordpress.com/acciaccature/dieci-minuti/

  3. Thomas Mann è uno scrittore immenso, anche se io lo preferisco sul breve. Der Tod in Venedig è uno fra i più grandi capolavori di tutti i tempi.

    Un abbraccio, mia cara e preziosa Amica.

  4. Se permetti, Maria, vorrei ribloggare questo post sul mio blog.

  5. Pingback: Tempo, noia e il sintomo morboso dell’amore. | "STRANO PLANARE NELLA NEBBIA"

  6. Adoro questo libro lo rileggerò’.

  7. Thomas Mann e la sua Der Zauberberg mi sono sempre rimasti indigesti. Ci ho riprovato con Det Tod in Venedig con scarsi risultati.
    Sarà che in quinta liceo e poi all’esame di maturità ho dovuto tradurre diversi capitoli del libro in oggetto. E questo retaggio scolastico mi impedisce di apprezzare questo autore, che hai descritto benissimo nel tuo post.
    Le tematiche della morte, del tempo che scorre sono presenti in ogni suo romanzo o racconto come una cupio dissolvi del o dei protagonisti.
    Un abbraccio

    • Caro Gian Paolo, a dire il vero non ho parlato di Mann, né recensito La montagna incantata, (i milioni di recensori sparsi per il web mi salterebbero al collo), ho solo preso spunto da alcuni brani tratti dal suo libro, per soffermarmi soprattutto sulla percezione del tempo, affrontando l’ottica dei personaggi che ho trovato molto, molto interessante…
      un abbraccio

  8. Sei fantastica!
    Vedi quando (ri)leggo libri come questo mi viene voglia di smettere di scrivere. Esistono menti supreme, come quella di Thomas Mann, di Dostoevskij, di Gogol, di Hemingway. A che vale partorire cose minime?
    A parte questo, la tua recensione è perfetta.
    Baci.

  9. Intanto parliamo della genialità del titolo e dell’’introduzione, che già basterebbero a voler continuare, conoscendo, tra l’altro, l’ineguagliabile tua capacità di trarre da ogni scritto il più profondo significato, spesso nascosto anche a chi ne ha letto.
    La montagna incantata… Lo lessi troppo giovane per afferrarne in pieno il senso.
    L’ordine fittizio, già, per controllare ciò che in effetti sfugge, continuamente sfugge.
    Ed è su questo bisogno dell’uomo di fissare l’inarrestabile che si fonda ogni convenzione, e non a caso i sistemi più efficaci sono stati creati-organizzati dalle religioni.
    Su tutto è la paura della morte che ne consente ancora ogni potere.
    La misurazione crea una falsa percezione del tempo, verissimo. Ne potrebbe dire chi si è trovato in pericolo di vita e in un attimo l‘ha vista scorrere tutta. Viceversa quello stesso tempo sembra trascorrere con estrema lentezza quando la sofferenza attanaglia.

    “lo misuriamo come se fosse una linea diritta lungo la quale si può andare solo avanti verso il futuro o guardare indietro verso il passato, privandoci in tal modo di una visione d’insieme circolare, dunque completa”

    Credo che sia questo il punto che fa riflettere, che fa scaturire la necessità dell’indagine filosofica e che spinga i poeti ad ignorarne il flusso.
    Bisognerebbe avere il coraggio di non tenerne conto, di non assuefarsi alla convenzione che ce ne fa schiavi.
    I cambiamenti del corpo sarebbero soltanto da osservare sorpresi, da accogliere come mutamento, non come condanna. La morte essendone l’ultima, di sorpresa.

    Grazie, un abbraccio dal profondo dell’anima.
    cri

    • Cara Cri, effettivamente quasi sempre ci rendiamo schiavi (senza nemmeno accorgercene) per cose inesistenti o addirittura molto sciocche… eppure continuiamo per questa strada rifiutando ogni deviazione, quasi come se non cambiare fosse la risposta giusta, mentre al contrario, essendo esseri in continuo mutamento, è proprio quella la cosa più innaturale che possiamo compiere…
      grazie e un bacio

  10. La percezione del tempo, credo che tutti noi ci soffermiamo a meditare sullo scorrere di esso anche perché sappiamo che non siamo padroni del nostro tempo e per quanto si facciano progetti, potrebbero essere sfalsati da imprevisti.
    La morte è qualcosa che possediamo dalla nascita, non ci piace è ovvio, ma sappiamo che ci apparterrà, ma per scaramanzia tanti evitano l’argomento. E’ invece una condizione d’interruzione della vita, tutto qui (per me con la morte comincia una continuità in un altrove).
    La malattia non è una condizione di privilegio, anzi è un momento di sofferenza da combattere, che poi, dopo, chi la supera abbia fatto esperienza e sa come comportarsi, questo mi sembra ovvio: tutte le esperienze fanno maturare in conoscenze.
    Condivido i tuoi punti di vista, cara Maria, punti di vista che hai espresso con grande capacità e chiarezza.
    Buon inizio settimana.
    un abbraccio
    annamaria

  11. Per Martin Heidegger “Il tempo siamo noi”, intesi ad esser/Ci per una nostra progettualità. Originalissima e sapiente la tua lettura del Tempo, attraverso T.Mann e non solo, Maria. Bacio. Grazia

  12. Sempre splendido e profondo Thomas Mann, così come le riflessioni che hai costruito sul suo romanzo!
    Buona settimana!

  13. Ho letto questa tua riflessione con crescente ammirazione. Noto una circolarità. Inizi parlando di un ordine fittizio, una convezione puramente umana, e finisci parlando della lotta fra ordine e caos. Inevitabilmente noi cerchiamo di far prevalere l’ordine, di imprimere al tempo il nostro ritmo interno. Altrimenti è la noia, quando ci sentiamo estranei al tempo, spossessati. Tempo, vale a dire la più aleatoria delle materie. Chi può dire di conoscerlo? Baudelaire, che lo temeva molto, lo paragonava a un gladiatore, il reziario, se non ricordo male, e aggiungeva un aggettivo per definirlo: infame, ”reziario infame”. Un caro saluto Maria e grazie per questa tua magnifica analisi.

  14. wolfghost

    Accidenti… normalmente cerco un punto a proposito del quale scrivere “Sì, ma…” oppure sul quale approfondire, ma qui era tutto perfetto… fino al finale, dove viene detto che l’amore passionale è malattia e, addirittura, ogni malattia derivata dall’amore 😮 Meno male, così posso scrivere “Sì, ma” non è sempre così. A volte l’amore passionale è ben integrato nell’amore “maturo” (che brutta parola…) o comunque sfocia in esso, e, in quanto alle malattie, forse qualcuna ne è effettiva somatizzazione, ma tutte è una estremizzazione alla quale non credo.
    Thomas Mann il progenitore della New Age??? 😮 😛

    http://www.wolfghost.com

    • Caro Wolf, quella è la teoria del dottor Krokowski e se si legge per intero il passo sulla sua conferenza, nel contesto creato nel libro, è difficile alla fine non restarne affascinati o potergli dare torto… ma mi rendo conto che abbracciarla anche all’esterno è pericoloso… c’è il rischio di creare “incidenti diplomatici” in casa 😉
      un abbraccio

  15. invecedistelle

    Sono sicurissima che i sintomi morbosi siano amore trattenuto e rabbia per quel trattenimento. Infatti hanno lo stesso effetto anche se con modalità di segno opposto, raccolgono al massimo la nostra attenzione, quasi ci annullano in sè, sembrano prendere il dominio. Ritenersi stupidi o diversi o inadatti alla vita è esattamente la sensazione di chi è dominato.

    • Invecedistelle, sì ne sono convinta anch’io… con la consapevolezza che è impossibile sottrarsi a questo giogo, frutto di millenarie costruzioni di sensi di colpa e peccati punibili con tormenti eterni, ormai radicati nella coscienza di tutte le società…
      un abbraccio

  16. Ho letto con interesse le tue riflessioni. In particolare quelle sulla morte. Anch’io nel parlare di un libro che ho appena finito di leggere, L’arte della gioia, ho sottolineato cosa intenda per “morte” la protagonista del romanzo. Potrebbe interessarti anche ciò che dice la mia amica Sissa in un commento al mio post. Un’altra visione, molto interessante, della morte estratta da un libro che lei ha appena finito di leggere.
    Nicola

  17. Nicola, ti ringrazio e sì, m’interessa molto tutto ciò che riguarda Goliarda Sapienza, verrò a leggere le vostre riflessioni…
    un saluto

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