Tramonti fatali. A sud del confine, A ovest del sole.

copertinaLa nostra vita è disseminata di porte temporali attraverso le quali tante volte passiamo senza nemmeno rendercene conto, perché la mente è sempre pronta a riordinare le coordinate spazio-temporali nel modo più vicino possibile all’idea di realtà che ci siamo costruiti. Murakami Haruki in A sud del confine, A ovest del sole (1992) mantiene la tradizione che troviamo in tutti i suoi libri, ovvero quella di trasportarci con leggerezza da una dimensione all’altra, con la naturalezza tipica degli eventi quotidiani e senza dare troppe spiegazioni a proposito della stranezza di certi avvenimenti che alla fine rimangono, com’è peculiare della scrittura giapponese, “aperti”, dal momento che è impossibile esaurire tutte le possibilità e dunque fornire una soluzione unica che valga per tutti.

Per noi occidentali è difficoltoso accettare l’idea di un libro che propone misteri che poi non vengono risolti, tuttavia la capacità di Murakami come narratore è tale da lasciare il lettore ugualmente affascinato e perfino arricchito, più che da un libro con domanda e risposta, sia perché il lettore diventa co-creatore e sia perché si viene in contatto con quella parte di noi che è oltre la materia e che in fondo è la nostra componente principale benché spesso ce ne dimentichiamo.

Sono nato il 4 gennaio 1951. Nella prima settimana del primo mese del primo anno della seconda metà del ventesimo secolo. Lo si potrebbe quasi considerare un evento da commemorare, ed è per questo che i miei genitori mi hanno chiamato Hajime – «inizio».

Il libro racconta la storia di Hajime, un quarantenne di successo che gestisce due jazz club a Tokio, a partire dall’infanzia segnata dal fatto di essere figlio unico e dall’incontro, a dodici anni, con Shimamoto, anche lei figlia unica e con la quale stabilirà un legame profondo, che si manterrà nel tempo attraverso il ricordo, malgrado i due si separeranno e non si vedranno per più di vent’anni.

Se non fosse piovuto o se io non avessi avuto l’ombrello (cosa possibilissima visto che prima di uscire dall’albergo quel giorno ero stato indeciso se portarmelo o no), non avrei incontrato mia moglie. E se ciò non fosse avvenuto, a quest’ora probabilmente lavorerei ancora nella casa editrice di libri scolastici, e la notte, appoggiato al muro della mia camera, berrei parlando da solo. Quando ci penso mi rendo conto che viviamo in un numero veramente limitato di possibilità.

Il viaggio di Hajime alla ricerca di sé ci mostra un uomo che fino a quel momento della vita aveva limitato le sue possibilità di cambiamento ad una sorta di fatalismo immobile, quello che lascia le persone chiuse in una forma che si adatta ai mutamenti del tempo, ma che nella sostanza non cambia. Man mano che procede però è costretto ad accorgersi che certi avvenimenti di cui ci facciamo carico in verità appartengono al regno di una sorta di casualità voluta. Nel senso che magari siamo noi i motori che portano a una determinata situazione, ma non i creatori della stessa che si sarebbe verificata comunque, affinché un determinato soggetto potesse compiere quell’esperienza.

Certo che il tempo cambia le persone in vari modi. Non so che cosa ci sia stato allora tra te e lei, ma comunque sia andata, tu non hai nessuna colpa. A chi più, a chi meno, è capitato a tutti di avere un’esperienza del genere, perfino a me. Dico sul serio, è successo anche a me. Così vanno le cose a questo mono! La vita di una persona appartiene a quella persona. Non ci si può sostituire a lei e assumersi la responsabilità della sua esistenza.

Benché Hajime avrà dalla vita ciò che desidera, un lavoro che gli piace, una moglie che ama e due bambine deliziose, egli incarna la necessità della ricerca continua, insita nell’uomo, che sente sempre che gli manca qualcosa, quell’assoluto che non può mai raggiungere perché lo cerca nel luogo sbagliato. Hajime crede che il suo assoluto sia Shimamoto e vive creando un vuoto dentro di sé che è il vuoto dell’assenza, ma quando la ritrova e pensa di potere finalmente colmare la propria esistenza, dovrà fare i conti con quanto di artificioso si era insinuato nel ricordo e quanto di distruttivo, oscuro e inafferrabile ci sia nella Shimamoto che rivede. A volte viene perfino il dubbio che la ritrovi davvero nella realtà, sembra appartenere piuttosto ad un mondo di ombre, ad una dimensione differente, che a tratti la risucchia e dalla quale emerge solo per costringere Hajime a riprendere in mano la sua vita.

Conservavo ancora il ricordo vivido di ciò che vidi in fondo alle sue pupille in quel momento: uno spazio buio, duro come il ghiaccio sotterraneo. E c’era nei suoi occhi un silenzio così profondo da assorbire qualsiasi suono e impedirgli di riemergere. Solo silenzio, gelido silenzio.

murakami harukiMetaforicamente è come se Hajime e Shimamoto fossero le due facce della stessa medaglia, in una sorta di mitologia personale, le due metà vengono separate e la vita scorre nel tentativo di ricongiungersi. Quando diventiamo spettatori della nostra vita raccontandocela ci accorgiamo di quante sfaccettature ci appartengano e compongano la superficie apparente che costituisce la nostra storia. A volere ricomporre il tutto, inevitabilmente ci si rende conto di quanto la realtà sia fragile ed effimera, una patina, un fantasma che aleggia senza poter mai prendere consistenza, l’ombra caduca di un’esistenza altra che ci sfugge. Per questo ci aggrappiamo a strutture mentali in realtà inesistenti, per non perderci in quel vuoto inconsistente che l’esperienza umana ci impedisce di comprendere, ma verso il quale non possiamo fare a meno di sentirci attratti, come il simile riconosce il proprio analogo, la nostra vera essenza non è certo la materia.

La nostra memoria e le nostre sensazioni sono troppo incerte e unilaterali e quindi, per provare la veridicità di alcuni fatti ci basiamo su una “certa realtà”. Ma quella che per noi è la realtà, fino a che punto lo è davvero e fino a che punto è quella che noi percepiamo come tale? Spesso è addirittura impossibile distinguere tra le due. Quindi, per ancorare nella nostra mente la realtà e provare che sia tale, abbiamo bisogno di un’altra realtà attigua che possa relativizzare la prima. Questa realtà attigua però, necessita come base, a sua volta, di una terza. Questa catena all’interno della nostra coscienza continua all’infinito ed è proprio grazie ad essa che noi esistiamo. A un certo punto però, può accadere che la catena si spezzi e ci faccia confondere: non capiamo più se la realtà si trovi da questa parte della catena o dall’altra.

L’insegnamento che se ne trae è che a voler scandire il tempo in passato e futuro che rendono inaccettabile il presente non si fa altro che limitare la propria esistenza infarcendola di necessità fittizie e vuoti incolmabili. Ciò che conta è l’attimo in cui sai di essere presente a te stesso, in quel momento quello che ti circonda diventa esattamente tutto ciò di cui hai bisogno.

Il titolo del libro è diviso in due parti, la prima è il titolo di una canzone, South of the Border (a sud del confine), una canzone la cui interpretazione Murakami attribuisce erroneamente a Nat King Cole, e che parla di un uomo che lascia andare via l’amore della sua vita, salvo poi pentirsi quando ormai è troppo tardi, mentre la seconda si riferisce ad una malattia che colpisce i contadini che vivono in Siberia, detta appunto isteria siberiana.

Giorno dopo giorno, vedi il sole sorgere a est, attraversare la volta celeste e tramontare a ovest e alla fine dentro di te qualcosa si spezza e muore. Lasci a terra la zappa e cominci a camminare con la mente svuotata da ogni pensiero, verso ovest, a ovest del sole. Continui a camminare per giorni, senza mangiare né bere, come un invasato. E un giorno ti accasci al suolo e muori. È questa l’isteria siberiana.

È Shimamoto che ne parla a Hajime, chiara indicazione di una fine inevitabile, sintesi di una vita che non può ricomporre i pezzi mancanti altrimenti finirebbe per condurre alla follia, ad un’esistenza alterata dall’intromissione di troppi elementi, salti nel tempo, piccole morti quotidiane, tutti tasselli che rendono impossibile ritrovare quello si è perduto, semplicemente perché non esiste più, così come nemmeno quello che eravamo noi esiste più. Il ricordo nostalgico deve rimanere inarrivabile, senza raggiungere mai il momento presente, altrimenti darebbe a sua volta quel senso di incompletezza che porterebbe a una nuova ricerca, a un nuovo vuoto da colmare, a volte perfino alla morte, mentre il suo destino è rimanere ancorato in quel serbatoio di potenzialità irrealizzate di cui è piena la vita. Il “tutto” insomma sta sempre nella “possibilità”.

Hajime, purtroppo a volte accadono fatti per cui non si può più tornare indietro. Per quanti sforzi si facciano, è impossibile annullare tutto e ripartire da zero. Se in quel momento qualcosa è andato storto, anche di pochissimo, rimarrà per sempre così.

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25 commenti

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25 risposte a “Tramonti fatali. A sud del confine, A ovest del sole.

  1. Affascinante libro, a quanto sembra. Un autore che mi ha sempre tentato ma non ho mai assaggiato. Che sia, grazie a te, la volta buona? Bellissimo il tuo definire il lettore co-autore, definizione che estenderei alla lettura di tutti i romanzi. Ho sempre definito la lettura un atto creativo (il che, sia chiaro, non ha nulla a che vedere con l’idiozia contemporanea dei romanzi interattivi-cumulativi con diecimila “autori”…): il lettore è co-autore e soprattutto è complice. Per questo chi passa una vita di lettore a comprare paccottiglia da classifica italiota è, semplicemente, IMPERDONABILE (oltre che da compatire…)
    Un abbraccio!

    • Caro Nick, come immaginerai sono d’accordo con te… purtroppo però i compratori di paccottiglia sono dietro ogni angolo! e i lettori co-autori e complici ne fanno le spese…
      Se non hai mai letto Murakami forse è meglio iniziare con qualcos’altro a dire il vero, anche se ci sono molti spunti questo non lo metterei tra i miei preferiti…
      un abbraccio

  2. Ho appena terminato di leggere di Marukami L’uccello che girava le viti del mondo e devo ammettere (era il primo che leggevo) sono arrivato alla fine con un sapore amaro in bocca., frastornato e pèerplesso.
    Quello che proponi in questo post è il prossimo romanzo che leggerò di questo autore, che francamente mi lascia perplesso. Sicuramente scrive in maniera eccellente, riesce a parlare in maniera piana di molti argomenti, che tratta in maniera veramente ottima, sa costruire delle storie in maniera egregia ma alla fine io, lettore, non riesco a comprendere se il romanzo sia terminato o abbia un seguito.
    Giustamente fai notare all’inizio che la letteratura giapponese lascia «certi avvenimenti che alla fine rimangono, com’è peculiare della scrittura giapponese, “aperti”» e come Murakami sia abile nel proporre dei misteri irrisolti «Per noi occidentali è difficoltoso accettare l’idea di un libro che propone misteri che poi non vengono risolti,»
    Però è proprio questa peculiarità che mi lascia un retro gusto amaro in bocca.
    Da quello che comprendo anche questo romanzo rimane nel solco tracciato.
    Proverò a leggerlo con altri occhi e con una mente più “aperta”
    Un grande abbraccio

  3. L’ultima frase citata mi ha raggelato. E’ la descrizione dell’inesorabilità del tempo, della sua irreversibilità. E’ sempre stato qualcosa che mi ha spaventato. Di Murakami ho letto Norwegian Wood nell’edizione Feltrinelli, intitolata Tokyo Blues. Mi piacque molto ma poi stranamente non ho più letto nulla. Questa tua profonda analisi mi spinge a leggerlo ancora. Un caro saluto.

    • Caro Ettore, in effetti ci sono degli atti definitivi cioè che modificano irrimediabilmente una certa realtà che ci appartiene… tuttavia, si tratta di cose legate ad un momento particolare, dal momento che siamo degli esseri in continuo mutamento possiamo anche accorgerci che in fondo alcune cose che credevamo fondamentali non lo sono affatto e che il tempo è inesorabile solo se lo viviamo come una linea retta, mentre diventa ricco di potenzialità se lo immaginiamo come circolare, e a quel punto tutto ridiventa possibile…
      un abbraccio

  4. Mio malgrado non ho letto mai nulla di quest’autore e me ne dispiaccio. Da come ne parli è uno scrittore egregio che coinvolge il lettore per le sue doti narrative e lascia spazio all’interpretazione finale, una sorta di peculiarità scelta dal lettore secondo i suoi canoni.
    L’isteria siberiana… certo che quando nella propria esistenza si finisce per essere solo un automa, il cervello perde il controllo di sé: la ripetitività annulla ogni cosa.
    Una disamina eccellente e irresistibile, cara Maria, grazie per quest’altra chicca letteraria.
    Buona domenica.
    con affetto
    annamaria

  5. wolfghost

    ooh… bellissimo l’argomento di questo post! 🙂 Onestamente non sono in grado di dire se lo è anche il libro poiché, non avendolo letto e essendo tu bravissima ad aggiungerci di tuo considerazioni estremamente interessanti, è sempre difficile capire di quale sacco sia tutta questa buonissima farina 😉
    Comunque è tutto molto interessante e, ahimé, condivisibile 😀 Perché “ahimé”? Bé… rendersi conto che tutto o quasi tutto ciò con cui ci identifichiamo è una potenziale illusione… lascia senza terreno sotto i piedi. E di fatto è proprio questo che dovremmo ricercare: la capacità di vivere senza terreno sotto i piedi, di non aggrapparci a nulla. Ma davvero pochi di noi occidentali, pochissimi, sanno farlo…
    Un abbraccio! 🙂

    http://www.wolfghost.com

  6. Questo devo proprio leggerlo!
    E ancora una volta mi inchino davanti alla tua bravura.
    In altri tempi, più onesti e sinceri, avresti curato la terza pagina del “Corriere” o di “Repubblica”.
    Bacioni, amica mia carissima ^^

  7. Quando dici che per noi occidentali è difficile accettare l’idea di una narrazione in cui i misteri non vengono risolti, mi fai pensare a un poliziesco in cui non viene svelato l’assassino.
    In effetti nel primo caso è implicito l’invito a scandagliare aspetti della nostra esistenza, nel secondo si viene messi di fronte a un paradosso.
    È comunque ottima l’idea del lettore co-creatore, appare chiaro che si scrive, e Murakami la sa lunga in merito, per dare ulteriori significati alla parola, accordatrice tra il pensiero di chi scrive e quello di chi legge, e renderla viva di altre menti ed altre dimensoni.
    E poi del tempo che scolora ogni cosa, anche ciò che si credeva d’importanza vitale, e pare quasi scorrere di sabbia.
    Credo che dopo aver letto, attraverso i tuoi occhi e la tua mente, la sintesi di questo percorso narrativo, mi procurerò il libro, mi convinci che vale la pena leggerlo.
    Grazie, come sempre inarrivabile e sorprendente.
    Un abbraccio
    cri

    • Cara Cri, ti ringrazio… certo se si cambia prospettiva non è più un problema rimanere senza la soluzione per alcuni misteri, in fondo non è poi così importante sapere esattamente certe cose, ma lo è molto di più capire appunto che non è necessario saperle, in più se si vuole partecipare attivamente si ha anche la possibilità di “inventare” parti della storia a proprio piacimento… insomma credo che i vantaggi superino quelli che darebbe una conclusione definitiva, decisa dall’autore…
      un super abbraccio

  8. Sfondi una porta aperta: io sono un fan di Murakami Haruki e il libro che citi l’ho letto proprio quest’estate. Sono anni che seguo questo scrittore e ho letto praticamente tutta la sua produzione letteraria. Lo consiglio sempre agli amici, ma trovo una certa resistenza perché fanno fatica a capirlo. Bisogna entrare gradualmente nel suo mondo per apprezzarlo appieno, dunque non basta un solo libro per percepirne la grandezza.
    Nicola

  9. Forse sarà per colpa del mio cognome, ma qualcuno tempo fa mi aveva accostato a Murakami. A dire il vero anch’io ho una certa tendenza a lasciare le storie aperte, per la visione irrisolta e irrisolvibile della realtà che mi è propria. Non essendo per mia sfortuna giapponese, questo spaventa e allontana editori e lettori italiani. Da parte mia non posso che apprezzare una cultura che non si accontenta della semplificazione e della banalizzazione a cui sembra pervenuta la cultura occidentale, con poche voci discordanti, che però vengono per lo più etichettate come letteratura di genere: fantascienza o fantasy.

    • Dimenticavo: South of the border la ricordavo nelle versioni di Dean Martin e Perry Como. Quindi il nome di Nat King Cole sembra proprio un errore. Non escludo che l’abbia cantata, ma non ne trovo traccia nella discografia. Poi il repertorio di Nat era decisamente più sofisticato.

    • Caro Guido, adesso che mi ci fai riflettere effettivamente si può fare un accostamento fra te e Murakami, a prescindere dal nome, e la particolarità di lasciare le storie (apparentemente) irrisolte poi è la cosa più stimolante secondo me… ma che ci vuoi fare, noi lettori occidentali e soprattutto italiani abbiamo una passione per evitare di usare troppo i neuroni e preferiamo avere tutto preconfezionato piuttosto che fare uno sforzo di immaginazione, e tu lo sai bene…
      un forte abbraccio

  10. libro bellissimo, l’ho finito la settimana scorsa.

  11. Mi sembra un libro stupendo (come la tua recensione, del resto).
    E poi… la mia Russia 😛
    Un abbraccione!

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