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Gli “Incontri con uomini straordinari” di Gurdjieff.

copertinaGeorges Ivanovič Gurdjieff (1872-1949) filosofo, santone, mistico, scrittore, maestro di vita, viaggiatore, protagonista di avventure rocambolesche e fuori dall’ordinario, ha avuto un grande numero di discepoli durante la sua vita e ancora oggi i suoi seguaci sono distribuiti in tutto il mondo. Arrivato in Francia nel 1922 fonda l’Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo al castello del Prieuré, presso Fontainebleau. Qui i suoi discepoli si riunirono in una comunità indipendente, il cui scopo principale era quello di compiere un’approfondita conoscenza di sé applicando il metodo del maestro, attraverso tecniche ed esercizi ben precisi. Dopo un grave incidente automobilistico avuto nel 1924 Gurdjieff inizia la sua attività di scrittore per tramandare la sua dottrina anche dopo la morte.

Dal mio punto di vista, può venire chiamato straordinario soltanto l’uomo che si distingua da quelli che lo circondano per le risorse del suo spirito e che sappia contenere le manifestazioni provenienti dalla propria natura, pur mostrandosi giusto e indulgente verso le debolezze altrui.

Incontri con uomini straordinari, pubblicato nel 1960 e del quale esiste anche una trasposizione cinematografica realizzata nel 1978 da Peter Brook, suo discepolo, racconta in forma autobiografica dei pellegrinaggi durati circa vent’anni (dal 1887 al 1907) in giro per il mondo insieme ai Cercatori della verità e le storie legate alla conoscenza di uomini determinanti per il suo percorso di crescita interiore, che, volontariamente o involontariamente, hanno agito da fattore vivificante per la formazione definitiva di uno degli aspetti della mia attuale individualità.

Mi propongo di dare all’insieme delle idee che sto per esporre una forma accessibile a tutti, nella speranza che queste idee potranno servire da elementi costruttivi e preparare il cosciente dei miei simili a edificare un mondo nuovo – mondo reale secondo me, e suscettibile di essere percepito come tale da ogni pensiero umano senza il minimo impulso di dubbio – al posto di questo mondo illusorio che i nostri contemporanei si rappresentano.

In effetti Gurdjieff riesce nel suo proposito, l’esposizione è chiara ed accessibile in tutto il libro. Il suo intento principale consiste nel tentativo di risvegliare le coscienze, unico modo per potere cambiare il mondo, modificandone radicalmente la percezione che abbiamo di esso. Gurdjieff parla di risveglio poiché è convinto che attualmente la nostra vita sia più vicina allo stato di sonno che non a quello di veglia, praticamente viviamo una vita da addormentati e solo lavorando con grande disciplina su noi stessi potremo raggiungere il necessario livello di consapevolezza indispensabile per la rinascita.

Sono le convenzioni di cui siamo imbottiti che costituiscono la morale soggettiva. Ma una vita vera esige la morale oggettiva, che può venire soltanto dalla coscienza. La coscienza è la stessa dovunque: qui è come a Pietroburgo, come in America, nella Kamčatka o nelle isole Salomone. Oggi sei qui, ma domani puoi essere in America. Se hai una vera coscienza, e se ad essa adegui la tua vita, dovunque tu sia, tutto andrà bene.

La principale causa dell’assopimento è data dalle famigerate convenzioni. È davvero molto difficile rendersi conto di quanto influiscano sulla nostra esistenza e fino a che punto ci limitino, per quanto in questo blog, ben prima di leggere Gurdjieff, è stata mossa contro di esse una guerra senza frontiere. Egli sostiene che se una coscienza ha l’opportunità di svilupparsi liberamente allora di certo sa più di quanto si possa trovare nei libri o di quanto possano insegnare i maestri, e suggerisce inoltre, nei casi in cui la coscienza non è ancora perfettamente formata, per evitare errori clamorosi, di adeguarsi all’insegnamento di non fare agli altri ciò che non si vorrebbe subire su sé stessi.

gurdjieffSe i sermoni di frate Seze producono immediatamente una forte impressione, alla lunga tale impressione invece scompare e, alla fine, non ne rimane assolutamente nulla. Quanto alla parola di frate Akhel, in un primo momento essa non fa quasi nessuna impressione. Ma, col tempo, l’essenza stessa del suo discorso acquista di giorno in giorno una forma più definita e penetra interamente nel cuore dove rimane per sempre.

Colpiti da questa constatazione, ci mettemmo tutti a cercare perché ciò accadeva, e giungemmo alla conclusione unanime che i sermoni di frate Seze provenivano soltanto dal suo intelletto, e non agivano, di conseguenza, che sul nostro intelletto, mentre quelli di frate Akhel provenivano dal suo essere e agivano sul nostro essere.

Eh sì, caro professore, il sapere e la comprensione sono due cose completamente differenti. Soltanto la comprensione può portare all’essere. Il sapere di per se stesso non ha che una presenza passeggera: un nuovo sapere caccia via il precedente, e, in fin dei conti, non è altro che del nulla versato nel vuoto.

Un concetto molto importante che viene sviluppato è quello della conoscenza. Non è tanto l’accumulare sapere enciclopedico quanto il comprendere che porta all’essere e si può ben capire fino a che punto potesse essere rivoluzionario e sconcertante un tale modo di pensare per l’epoca. Naturalmente Gurdjieff non rifiuta il sapere in sé, ma mostra come esso sia frutto di altri automatismi, di una concatenazione mnemonica e senz’anima. Se però il sapere, come insieme di informazioni apprese, si unisce alle esperienze personali vissute, alla pratica, allora ecco che abbiamo quella forma di conoscenza che arricchisce e permette una visione d’insieme ampia e nitida che agevola il cammino verso di sé e verso il risveglio.

Gurdjieff, per bocca di un anziano intellettuale persiano, non risparmia stoccate mortali alla cultura europea:

Purtroppo l’attuale periodo culturale – che noi chiamiamo civiltà europea, e che così verrà chiamato dalle generazioni future – è intercalare, se così si può dire, nell’evoluzione dell’umanità; in altri termini, è un abisso, un periodo di vuoto nel processo generale di perfezionamento umano, perché, ed è un fatto acquisito, i rappresentanti di questa civiltà sono incapaci di tramandare ai loro discendenti alcunché di valido per lo sviluppo dell’intelligenza, questo motore essenziale di ogni perfezionamento.

Se la letteratura è uno dei principali mezzi per lo sviluppo dell’intelligenza ecco che la civiltà contemporanea distruggendola ha anche impedito l’ulteriore crescita spirituale e intellettuale dell’umanità, creando un punto di stallo, una frattura forse insanabile per un tempo lunghissimo.

Le esigenze della civiltà contemporanea hanno generato un’altra forma molto specifica di letteratura, che viene chiamata giornalismo. Non posso passare sotto silenzio questa nuova forma letteraria, perché, a parte il fatto che non porta assolutamente nulla di buono per lo sviluppo dell’intelligenza, essa è diventata, a mio avviso, il male dei nostri tempi, nel senso che esercita un’influenza funesta sui rapporti umani.

Ma c’è una forma letteraria ancora più subdola e pericolosa che contraddistingue la società moderna, si tratta del giornalismo, un tema quanto mai attuale in questo periodo. Secondo l’anziano il diffondersi del giornalismo è la diretta conseguenza della debolezza e mancanza di volontà da parte degli uomini di oggi. In questo modo si viene a creare una paralisi del pensiero che impedisce al senso critico di analizzare la realtà esterna con lucidità così da prenderne coscienza e in tal guisa recuperare anche la memoria di sé.

Per sfortuna di noi tutti questo genere di letteratura, che invade ogni anno di più la vita quotidiana degli uomini, fa subire alla loro intelligenza, già molto indebolita, un indebolimento ancora peggiore consegnandola inerme a ogni genere di inganni e di errori; essa li mette fuori strada a ogni passo, li distoglie da qualsiasi modo di pensare più o meno fondato e, invece di un giudizio sano, stimola e fissa in loro alcune tendenze indegne quali: incredulità, ribellione, paura, falso pudore, dissimulazione, orgoglio, e così via.

Se vogliamo fare un paragone con il giornalismo dei nostri giorni non possiamo non trovarci d’accordo sul fatto che manca totalmente di obiettività e oltre ad una sempre più evidente pletora di frasi sgrammaticate, scarsa proprietà di linguaggio e un lessico povero e involgarito, non meno importante è il fatto che spesso, nelle pagine di riviste e quotidiani, si impone un pensiero di maggioranza o si è asserviti a quello dei proprietari dei giornali in questione. Tutto questo sopprime il senso critico, il pensiero personale e contribuisce a rendere sempre più semplice potere ingannare e rendere schiava la popolazione.

Tra questi operai del giornalismo e della letteratura contemporanea lo spirito di corpo è molto sviluppato: essi si sostengono a vicenda e si lodano in ogni occasione in modo esagerato. Mi sembra anzi che questa caratteristica sia la causa principale della loro proliferazione, della loro falsa autorità sulla massa, e dell’adulazione incosciente e servile dimostrata dalla folla per quelli che si potrebbero definire, con la coscienza a posto, delle perfette nullità.

Per abbattere i muri, infrangere tutte le maschere che ci appesantiscono, rallentano, rendono deboli, ipocriti, è necessario imparare a trovare la propria anima, che non è un dono, ma è anch’essa qualcosa che si deve guadagnare anche e soprattutto con la sofferenza. Lo smantellamento delle illusioni, di quello che ci si è abituati a credere di essere, lo sforzo di rinunciare all’assopimento, rinunciare al proprio ego imperante, tutto questo richiede uno sforzo enorme e un dolore cosciente.

«Dopo quell’incontro, il mio mondo interiore e il mio mondo esteriore sono completamente cambiati. Nelle concezioni che si sono radicate in me, è avvenuta spontaneamente una revisione di tutti i valori. Prima di questo incontro ero un uomo completamente assorbito dai propri interessi e dai propri piaceri personali, come pure dagli interessi e dai piaceri dei propri figli. Ero sempre rivolto, col pensiero, a cercare di soddisfare il meglio possibile i miei bisogni e i loro. Posso dire che fino a quel momento tutto il mio essere era dominato dall’egoismo e tutte le mie emozioni e manifestazioni provenivano dalla mia vanità. Il mio incontro con padre Giovanni ha fatto giustizia di tutto questo e da allora, a poco a poco, in me è apparso qualcosa che ha portato tutto me stesso alla convinzione assoluta che al di fuori delle agitazioni della vita esiste qualcos’altro che dovrebbe essere lo scopo e l’ideale di ogni uomo più o meno capace di pensare – e che questo altro soltanto può rendere l’uomo veramente felice e offrirgli dei valori reali, invece di quei ‘beni’ illusori che, nella vita comune, gli vengono prodigati sempre e dovunque».

Non so molto di e su Gurdjieff, ma qualunque mortale venga mitizzato, osannato, elevato al rango di semidio, suscita in me innumerevoli perplessità. Anche in presenza di insegnamenti validi e affascinanti, non bisogna mai dimenticare che ci si trova sempre di fronte a delle persone. Perciò se si vuole seguire un certo orientamento va tutto bene, purché non si perda mai il senso critico e non si ponga nessuno su un piano oltre-umano. La tendenza principale dell’uomo è la natura gregaria, molti sentono il bisogno di riunirsi in gruppo, di sentirsi dire cosa fare, cosa è giusto, cosa è sbagliato e soprattutto il fatto di prendere come punto di riferimento qualcuno in particolare da idolatrare (e responsabilizzare) è qualcosa che nella storia dell’umanità si verifica sistematicamente, a volte con effetti devastanti. Se c’è un leader c’è anche un corteo di adoratori sperticati, pronti a servirlo, riverirlo e a sacrificare sé stessi pur di assecondarlo. Se non vogliamo scomodare personaggi storici di cui si parla e si è parlato in ogni epoca, basta pensare all’incessante proliferare di sette e congregazioni varie, in tutte le parti del mondo, dal credo spesso farneticante e malgrado ciò con un folto seguito di adepti di ogni ceto e cultura.

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Storia di un manichino di parrucchiere. Peregrinazioni di una coscienza che vive i propri sogni.

copertinaL’architetto moscovita M., che aveva costruito uno dei più frequentati caffè-ristorante della capitale ed era conosciuto nei circoli cittadini soprattutto per le vicende della sua vita privata nello stile delle memorie di Casanova, un bel giorno, passando accanto a un bar del viale Tverskij, si rese conto di essere ormai vecchio.

[] Tutti i propositi che fino a poco prima avevano agitato il suo cuore gli apparvero banali, ripetuti centinaia di volte fino all’estenuazione, e persino l’incontro serale che egli ricercava da chissà quanti mesi e che avrebbe dovuto rappresentare un nuovo importante evento negli annali della sua esistenza, gli sembrò all’improvviso inutile e fastidioso… Le foglie autunnali soltanto, che cadevano dagli alberi per finire sotto i piedi dei passanti serali, infondevano nella sua anima una certa qual amara mestizia.

Così inizia il racconto di Aleksandr Čajanov (1888-1939), Storia di un manichino di parrucchiere (1918) che insieme ad altri quattro doveva far parte di un volume intitolato Novelle fantastiche, che però non verrà mai pubblicato. Čajanov fu un economista di fama internazionale, ma i suoi interessi spaziavano in tutti i settori dell’arte e la sua scrittura è talmente raffinata e affascinante ch’egli sembra non avere fatto altro nella vita che scrivere. Invece si occupò anche di politica, della storia e topografia di Mosca, fu un esperto bibliofilo, aveva una passione per le incisioni che collezionava ed era incisore egli stesso. La sua attività principale tuttavia determinò il suo destino. Arrestato nel 1930 con l’accusa di avere congiurato contro lo stato sovietico a causa delle sue ardite teorizzazioni in campo economico e sociale, fu condannato a cinque anni di carcere. Alla fine del periodo detentivo fu inviato al confino, ad Alma-Ata per continuare a svolgere la sua attività di docente di economia agraria. Tuttavia, essendo ormai segnalato come sovversivo, nel giro di pochi anni venne dichiarato nemico del popolo, arrestato nel 1937 e fucilato nel 1939.

Čajanov dedica il racconto a E.T.A. Hoffmann, maestro del fantastico e suo ispiratore. Un autore che esercitò una grande influenza su scrittori come Nodier e Nerval, naturalmente Poe, ma anche in Russia su Dostoevskij e Gogol. Le caratteristiche più note di Hoffmann, ovvero di far entrare nel mondo reale quello irreale degli eventi inspiegabili, l’ossessione, il sogno più vicino all’incubo, il perturbante, come aveva scritto Freud, si ritrovano in forma più stilizzata anche in questo racconto di Čajanov, dove l’architetto moscovita viene colto da febbrile passione per un manichino di cera, visto nella vetrina di un parrucchiere. L’io delirante e frammentato si propaga per il mondo alla ricerca spasmodica del corrispondente fisico del modello, una sorta di invasamento pervade l’animo dell’uomo portandolo alla rovina.

 

All’improvviso si immobilizzò, restando di sasso. La ben nota sensazione che provava all’approssimarsi di una passione sconvolgente fece fremere tutto il suo essere. Davanti a lui c’era il «Grande salone moscovita del maestro parrucchiere Tjutin», e attraverso il vetro appannato di una grande vetrina lo fissava un manichino di cera dalla fulva chioma.

[] Malgrado una certa rozzezza di esecuzione, in ogni particolare si palesava la somiglianza con un modello in carne ed ossa. Era perfettamente evidente che quella statua di cera corrispondeva a un originale vivo, stupendo, meraviglioso. Tutti i sogni di Vladimir sull’essenza ultima del femminino, su quel non so che rispetto al quale le donne precedenti erano state soltanto una lontana approssimazione, sembrava si fossero calati in quel volto.

Vladimir scopre che in realtà il manichino che tanto lo affascinava era stato segato e che, in origine, riproduceva l’effigie di due gemelle siamesi, le sorelle Henrichson e con esse si apre un altro tema caro ad Hoffmann, quello del doppio. Vladimir dunque parte alla ricerca della fulva Afrodite, la gemella che aveva scatenato in lui la passione, associandola alla dea dell’amore, della bellezza, della sensualità. L’elemento irreale, il manichino di cui si innamora, si inserisce nella realtà, il corrispondente umano e i due piani si intrecceranno sempre più fino a sconfinare in un’altra dimensione, quella dell’alienazione.

Era come se tutto ciò che ella diceva o faceva non fosse autentico, ma premeditato, proferito soltanto per cortesia nei confronti dell’interlocutore, e che le interessasse assai poco. Il suo viso, solo apparentemente animato, trasmetteva un senso di gelo, e gli occhi immensi si velavano spesso di una torbida, plumbea lucentezza, sembrava che da qualche parte, chissà dove, al di fuori del controllo dell’interlocutore, in lei pulsasse un’altra vita, allettante, con un suo contenuto profondo.

 

Trovate le gemelle, Kitti e Berta, scopriamo che sono perfettamente speculari, anche caratterialmente, la prima saggia, l’altra ingestibile e ovviamente è quest’ultima a scatenare la passione nell’architetto. Ma c’è un ulteriore doppio che compare nella storia, Prospero, lo scultore che modella i manichini di cera. Anche lui si innamora perdutamente di Berta, ma quando scopre che è il fratellastro delle gemelle non regge il colpo e dopo un logoramento incessante, finisce con l’impiccarsi. Berta, a sua volta, si ammala di febbre nervosa e da quel momento il suo lato oscuro prevale.

Il fantastico entra di nuovo nel mondo reale attraverso l’arrivo dell’architetto moscovita che irrompe come una presenza quasi diabolica nella vita delle sorelle.

Sembrava che lo spirito di Prospero rivivesse in quel nordico, sembrava che il potere misterioso esercitato dal nostro defunto infelice fratello sull’anima di Berta fosse stato da qualcuno affidato a quel pallido uomo dai modi felini. Vane furono le mie parole come pure gli ammonimenti, le notti insonni e le lacrime di entrambe che inumidirono il cuscino comune, i giuramenti pronunciati sul fare dell’alba. La passione divampò, l’impetuoso torrente trascinò via con sé tutto, e persino io, incatenata a mia sorella dalla deformità, ero chissà come stranamente travolta da quelle onde.

 

Il doppio in letteratura ha avuto sempre un posto privilegiato, forse perché è un tema che si ritrova fin dagli albori della storia dell’umanità, connesso com’è all’inquietante rapporto tra il corpo e l’immagine di esso, ombra o riflesso che sia, e la morte. Čajanov da raffinato incisore quale era, cesella elegantemente tutti gli spunti che coinvolgono qualsiasi indagatore dell’animo umano e dunque ogni attento lettore, che è inevitabilmente anche un ricercatore.

Un altro spunto inserito in modo apparentemente casuale nella narrazione è lo specchio, anch’esso archetipo, simbolo, oggetto dai poteri magici inscindibile dal tema del doppio. Di conseguenza si presenta il tema della perdita d’identità e la sensazione di avere smarrito una parte di sé in un altrove non specificabile.

Vladimir si sentiva come un manichino, una marionetta che una mano invisibile reggesse per i fili. Gli amici non lo riconoscevano più.

 

Doppio e morte sono anch’essi inscindibili. Data la particolarità del doppio nel racconto, ovvero le sorelle siamesi, siamo già di fronte ad un’immagine simmetrica, corroborata dall’antitesi caratteriale, un doppio si contrappone all’altro divenendo il suo persecutore. Il secondo doppio è dato da Vladimir-Prospero rivali a distanza, innamorati della stessa donna. La morte è inevitabile per ricondurre alla sanità e all’unicità. Kitti e Berta vengono separate chirurgicamente e il doppio malato morirà permettendo però a quello sano di ritrovare la parte mancante attraverso Jeannette, la nipotina, mentre i due uomini, che incarnano gli impulsi distruttivi della passione, sono destinati all’inevitabile fallimento per cui Prospero è colui che muore, mentre Vladimir deve adeguarsi alla disfatta e tornare proprio in quel mondo reale al quale aveva cercato di sottrarsi all’inizio della storia e del viaggio.

Tu leggi la tua vita, non la scrivi: ignori la fine della storia.

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Jorge Semprún. La scrittura o la vita. Il Male assoluto.

«È un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza…»

Un sogno all’interno di un altro sogno, forse. Il sogno della morte all’interno del sogno della vita. O meglio: il sogno della morte, unica realtà di una vita che è essa stessa solo un sogno. Primo Levi esprimeva quell’angoscia comune con una concisione inarrivabile. Niente era vero all’infuori del campo. Il resto, la famiglia, la natura in fiore, la casa, solo breve vacanza, inganno dei sensi.

semprunJorge Semprún (1923-2011) è sopravvissuto ai campi di concentramento tedeschi, spagnolo di nascita, durante la guerra civile si rifugiò a Parigi e lì entrò a far parte della Resistenza antinazista, fu però catturato dalla Gestapo e, nel gennaio del 1944, deportato a Buchenwald come prigioniero politico. Ma si sopravvive davvero ad un’esperienza devastante come quella dei campi nazisti? Non credo che ci sia un termine adatto per descrivere chi è uscito “vivo” da quei luoghi dell’orrore, dove la stessa vita è diventata morte e il significato del linguaggio quotidiano è stato stravolto e ribaltato. Semprún crea La scrittura o la vita (1994) molti anni dopo la Liberazione e non si tratta del solito libro-cronaca di quei fatti terribili, ma di una riflessione profondissima che va al di là delle descrizioni, al di là degli eventi in sé, che si concentra su aspetti della natura umana e del pensiero che offrono una prospettiva ancora diversa rispetto a questo argomento sul quale forse pensiamo, sbagliando, che sia stato detto tutto il possibile.

Ad Ascona, nel Ticino, in un giorno d’inverno pieno di sole, del dicembre del ’45, si era imposta una scelta: la scrittura o la vita. Ero stato io, certo, ad imporre a me stesso di fare quella scelta. Ero io, soltanto io, a dover scegliere. Il racconto che brandello su brandello, frase su frase, strappavo ai miei ricordi, come un cancro luminoso divorava la mia vita. O quantomeno il mio desiderio di vivere, di perseverare in questa misera gioia. Ero convinto di arrivare al limite in cui avrei dovuto prendere atto del mio fallimento. Non tanto perché non riuscivo a scrivere, quanto perché non riuscivo a sopravvivere alla scrittura.

Al contrario di molti prigionieri scampati alla morte che hanno sentito la necessità, per poter continuare a vivere, della scrittura, Semprún si concentra sulla politica, e dopo la Liberazione entra a far parte dei gruppi comunisti che combattevano contro Franco, è questa la sua spinta alla sopravvivenza. Ma negli anni Sessanta verrà espulso dal Partito Comunista e comincerà a sentire, sempre più pressante, l’esigenza di raccontare. Oltre ai libri si dedicherà all’attività di sceneggiatore e molti film verranno tratti dai suoi adattamenti, tra i registi più famosi con i quali ha lavorato figurano Alain Resnais e Konstantínos Costa-Gavras.

Avevo pensato che sarei potuto ritornare alla vita, dimenticare nella quotidianità della vita gli anni di Buchenwald, non tenerne più conto nelle conversazioni, con gli amici, e portare a termine comunque il progetto di scrittura che mi stava a cuore. Ero abbastanza presuntuoso da pensare che avrei potuto gestire quella concertata schizofrenia. Ma appariva chiaro che scrivere, in un cero senso, significava rifiutare di vivere. Ad Ascona, quindi, sotto il sole invernale, ho deciso di scegliere il silenzio frusciante della vita contro il linguaggio mortale della scrittura. Ne ho fatto una scelta radicale, era l’unico modo di procedere. Ho scelto l’oblio, ho messo in atto, senza troppa indulgenza nei confronti della mia identità, fondata essenzialmente sull’orrore – e forse sul coraggio – dell’esperienza del campo, tutti gli stratagemmi, la strategia, crudelmente sistematica, dell’amnesia volontaria.

Sono diventato un altro, per poter rimanere me stesso.

copertinaSemprún ha scelto per lungo tempo di non raccontare, di non ricordare, di cancellare il periodo trascorso a Buchenwald come un insopportabile incubo da dimenticare, la sua voce è stata il silenzio. Quest’oblio volontario è durato per ben sedici anni. Ma si sa, quello che siamo prima o poi emerge sempre e la memoria è un processo che non conosciamo appieno, talvolta si svincola da ogni regola e segue un suo cammino che prescinde da quello che vogliamo. Così, come Proust intingendo la madeleine nella tisana di tiglio si accorge che un semplice sapore può fare riaffiorare ricordi apparentemente perduti, lo stesso processo di memoria involontaria avviene in Semprún attraverso il fumo di una sigaretta o il candore della neve che lo riportano all’improvviso nel campo. Nel 1961 lo scrittore era dirigente del Partito comunista spagnolo e per una settimana fu costretto a rimanere nascosto in un appartamento di Madrid senza mai uscire. Il padrone di casa era stato deportato a Mauthausen e non smetteva di raccontare la sua esperienza, ma Semprún si rendeva conto di come un racconto mal fatto non potesse dare minimamente l’idea di quello che era successo davvero. Alla fine della settimana ecco che si presenta anche per lui l’esigenza non più rimandabile di narrare quegli avvenimenti ed è così che prende forma Il grande viaggio (1963) dove si descrive il terribile itinerario di cinque giorni, insieme ad altri 119 detenuti ammassati all’interno di un vagone merci, diretto a Buchenwald. Nella genesi del romanzo La scrittura o la vita, invece è stato il suicidio di Primo Levi l’elemento scatenante della memoria.

Ricordare però è stato come consegnare la vita al mondo effimero dell’illusione, come se la morte e il male fossero divenuti una costante interrotta solo provvisoriamente dal sogno di vivere.

«Crematoio, spegnete!»[]

Così, dopo il ritorno da Buchenwald, nei soprassalti del risveglio, o del ritorno in sé, ci capitava di sospettare che la vita non fosse stata altro che un sogno, a volte piacevole. Un sogno da cui quelle due parole ci risvegliavano d’improvviso, gettandoci in un’angoscia strana per la sua serenità. Poiché non era la realtà della morte, d’improvviso ricordata, ad essere angosciante. Era il sogno della vita, seppure sereno, ricco di piccole gioie. Era il fatto di essere vivi, seppure nel sogno, che era angosciante.

Vivere la morte, fare esperienza dell’unica cosa che non si può sperimentare, ovvero morire appunto. Per Semprún non si pone nemmeno l’ostacolo del linguaggio, secondo lui non esiste infatti l’indicibile, ma semmai l’invivibile. Allora il punto fondamentale non sta nella forma, ma nella sostanza, ed è proprio questa l’essenza che non è trasmissibile.

Si può sempre dire tutto insomma. L’ineffabile di cui tanto si parla è solo un alibi. O un segno di accidia. Si può sempre dire tutto, il linguaggio contiene tutto. Si può dire l’amore più intenso, la crudeltà più tremenda. Si può nominare il male, il suo gusto soporifero, i suoi piaceri deleteri. Si può dire Dio e non è poco. Si può dire la rosa e la rugiada, lo spazio di un mattino. Si può dire la tenerezza, l’oceano custode della bontà. Si può dire l’avvenire e i poeti vi si avventurano con gli occhi chiusi e la bocca feconda.

Sì si può dire tutto, ma è un tutto che riguarda la pienezza filologica, una ripetizione infinita di orrore e morte che però non riesce a far emergere anche il resto. Il racconto si può fare, ma quello che Semprún vuole ottenere è qualcosa di più, è la possibilità di esprimere anche tutto quello che sta dietro alle parole e che non appartiene al codice linguistico.

L’essenziale? Sì, credo di saperlo. Credo di cominciare a saperlo. L’essenziale è riuscire ad andare oltre l’evidenza dell’orrore per tentare di raggiungere la radice del Male radicale.

Perché l’orrore non era il Male, o almeno non era la sua essenza. L’orrore non era altro che l’addobbo, l’ornamento, l’apparato. L’apparenza insomma. Si sarebbero potute passare delle ore a fornire testimonianze sull’orrore quotidiano, senza sfiorare l’essenziale dell’esperienza della vita nel campo. Anche se si fosse testimoniato con un’assoluta precisione con una costante oggettività – per definizione negata al testimone individuale – anche in quel caso si sarebbe perso l’essenziale. Perché l’essenziale non era l’orrore accumulato, di cui potremmo elencare all’infinito i particolari. Si potrebbe raccontare una qualunque giornata, a cominciare dal risveglio alle quattro e mezzo del mattino, fino all’ora del coprifuoco: il lavoro massacrante, la fame perenne, la continua mancanza di sonno, le angherie dei kapo, le corvè delle latrine, gli schläge delle SS,  il lavoro alla catena nelle fabbriche belliche, il fumo del crematoio, le esecuzioni pubbliche, gli interminabili appelli sotto la neve degli inverni, lo sfinimento, la morte dei compagni, senza con questo toccare l’essenziale, né svelare il mistero glaciale di questa esperienza, la sua tetra scintillante verità: la tenebra che ci era toccata in sorte. Che è toccata all’uomo come sorte, fin dall’eternità. Meglio ancora, fin dalla storicità.

«L’essenziale», dico al tenente Rosenfeld, «è l’esperienza del Male. Certo, la si può fare dappertutto, questa esperienza. Non c’è bisogno dei campi di concentramento per conoscere il Male. Ma qui sarà stata cruciale e totale, avrà invaso e divorato ogni cosa… è questa l’esperienza del Male radicale…»

La sostanza qui è il Male, non il racconto delle azioni supportate da una crudeltà senza limiti, ma proprio il fondamento immorale che porta alla negazione dei principi fondamentali dell’umanità, e che, al tempo stesso, fa parte integrante dell’essere umano che racchiude in sé l’umano e l’inumano, è questo forse il punto inaccettabile, il fatto che non ci si può opporre al Male assoluto, né negarlo come qualcosa che non appartenga alla specie umana, poiché ne è parte integrante.

La guerra è certamente il terreno più fertile per dare libero sfogo all’inumanità dell’umanità e l’uomo che recepisce, gli artisti, i poeti, si fanno carico di un dolore impotente, diventano anche portavoce, educatori, coloro che sono chiamati a trasmettere la conoscenza, la totalità dell’essere umano e l’inconcepibile vicinanza tra bene e male, animato e inanimato, vita e morte, tanto che, a ben guardare, a volte sembra proprio che non ci sia alcuna differenza.

Sono una creatura

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

(G. Ungaretti)

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Non si fa mai giorno. Dall’ordine al caos.

copertinaSebastiano Addamo (1925-2000) scrittore e poeta siciliano, giornalista e saggista, ha ricevuto numerosi riconoscimenti già in vita e si è ritagliato uno spazio importante nel panorama letterario del Novecento, Non si fa mai giorno (1995) è una raccolta di cinque racconti.

È possibile che alcune immagini banali e casuali, si possano legare d’improvviso alle profondità dell’esistenza?

Inizia proprio dall’osservazione minuziosa degli oggetti, dallo strano modo che hanno di comunicare sensazioni, il viaggio dei protagonisti dei racconti alla ricerca di sé e dell’essenza della vita. Attraverso lo scenario inquietante di una psiche compromessa che oltrepassa i vari piani di coscienza confondendoli e perdendosi all’interno di intricati cunicoli interiori, d’improvviso essi colgono l’aspetto fondamentale di ciò che li circonda, come se venissero attraversati da un fulmine.

Così si «diventa». Assieme alle cose, sviluppando la loro trama assoluta e necessaria. Aveva capito che il supremo momento della libertà coincide con la necessità più totale. Che misteri e chiarezza anziché opposti, sono la medesima cosa, due facce identiche d’una stessa entità. E diventando si consiste. Si è.

Non serve un luogo particolare per intraprendere il viaggio. All’inizio è sempre una fuga, un modo per dimenticare sé stessi, ma si tratta ogni volta di un tentativo vano e non perché non si possa scordare, ma perché non si sa mai bene chi siamo. Il mutamento continuo è una caratteristica del nostro esistere, perciò anche se lo volessimo non potremmo mai essere sempre gli stessi. E tuttavia ci ostiniamo a far prevalere l’elemento culturale su quello naturale, costruendo e vivendo vite totalmente immaginarie, a volte orribili e sempre terribilmente infelici.

Poi si parte, generalmente in treno. Per evadere, per fuggire, per cambiare aria, per impegni di lavoro, ma non più per viaggiare, dappertutto ormai si trovano le stesse cose lasciate, cemento, plastica, cocacola, le medesime musiche ad ogni cantone. Forse i veri viaggi restano sempre quelli intorno alla propria stanza.

E non c’è mai un ritorno, nulla rimane identico, né chi ritorna e neppure chi aspetta. Due estraneità non fanno un ritorno: colui che viaggia, lo fa per mutare; e colui che aspetta muta lo stesso, poiché tutto scorre.

Così sto inseguendo immagini nella fuga delle cose, mi avvolgo in pensieri e nei ricordi, mentre gli alberi si avventano contro il finestrino, all’ultimo momento interviene il segnale misterioso e geometrico che li porta appena a sfiorare la corsa, all’ultimo momento si allontanano, agitano rami e foglie come esseri infelici.

La ricerca continua che inevitabilmente conduce alla consapevolezza di essere in divenire suggerisce chiaramente che bisogna cambiare radicalmente la percezione che abbiamo di noi stessi, del mondo circostante e il concetto stesso di movimento.

Intanto è che in treno si sta seduti sopra il movimento, basta chiudere gli occhi per sentirsi introitati dentro il vecchio alveo, ammarati in un luogo di quiete. Immobilità e movimento, intorno a cui si affannano metafisica e poesia, qui sono risolti senza necessità di deduzioni o di metafore

Nel paradosso si colloca la perfetta lucidità del pensiero, riunire immobilità e moto nello stesso nucleo di significato è eresia solo apparente. L’esempio del treno ci suggerisce che la mente spesso ci inganna, che il dualismo in eterno contrasto può trovare una conciliazione. È il famoso punto al centro di un’asse che la pone in perfetto equilibrio, quel punto di pace, di armonia che tutti cerchiamo, consapevolmente o no.

Che stava cercando? E che cercavo io rimestando il passato? È il solito processo dal buio del tempo alla chiarezza del giorno, il cammino che tutti noi di continuo usiamo compiere. Non si fa mai giorno. Di niente e di nessuno conosciamo se non il presente che a sua volta passa. Non si può fermare nulla. Davvero scorre tutto.

Ma allora perché insistere con una comprensione che diventa inevitabilmente il suo opposto?

I personaggi di questi racconti sono convinti che le regole sociali, l’ordine, li collochi dalla parte giusta,  ma esiste una parte giusta? E che cos’è l’ordine se non una delle tante forzature che deformano il pensiero? Così il passaggio dalla logica al caos è presto fatto, trovare una dimensione a nostra misura, che ci accolga, necessita di quella punta di follia salvifica che permette di allargare gli orizzonti e vedere qualcosa che fino ad un attimo prima ci era sfuggito.

Gli accadeva, ormai, di sognare spesso. Propriamente, non gli era chiaro se si trattasse di sogni. Forse immagini oscure e notturne che continuavano nella veglia; forse il contrario. Se erano sogni, quelli della notte, o veglie che mantenevano una loro larvale e tenace consistenza. [] Comprese senza neppure volerlo, senza nemmeno spingere il gioco della riflessione e dell’analisi, che si stava verificando una mutazione. Non capiva se sua o delle cose.

Il passaggio non è facile e il tramite del sogno è un espediente molto efficace, poiché quella è la zona di transizione per eccellenza, sei e non sei, la materia non ti limita più, i confini del corpo sono annullati e puoi spostarti nelle varie dimensioni senza problemi, vivere esperienze inimmaginabili nella vita da sveglio. E questa in fondo è la prova che siamo molto di più di ciò che siamo abituati a credere.

Nel percorso che scardina la vita precedente e che porta alla consapevolezza di non potere governare tutto, anzi che spesso si deve accettare l’idea di subirli determinati eventi, cercando poi di capire perché ci capitano, inevitabilmente ci si scontra con il destino.

Il caso spesso decide gli eventi, giunge inappuntabile e definitivo, quasi losco, scompiglia il giorno.

Talvolta non c’è altro.

Le vicende, i gesti, gli errori dell’esistenza, i difetti s’incrociano e ruotano come gli infiniti mondi dell’universo, e dapprincipio non sembrano che trame gioiose e ilari di quella contingenza varia e caotica che chiamiamo vita, finché poi il caso non viene ad assumere il suo volto serio e reale, scompiglia l’ordine delle cose, si erige come una roccia, un’invalicabile muro, diventa il Signore della Necessità che governa tutte le cose…

A volte capita di finire nella spirale ingovernabile di avvenimenti che sono gli altri a dirigere, mentre tu sei il pezzo finale che si incastra perfettamente nel loro puzzle e pur vedendo con chiarezza ogni aspetto delle cose, dirlo non serve a niente, perché per spiegare la tua visione usi un linguaggio incomprensibile o che può essere trasformato e adoperato proprio contro di te. Se ti senti catapultato in una vita che non ti appartiene o se tuo malgrado finisci come interprete principale del film di qualcun altro può accadere di perdere la partita. Quello è l’attimo che ti può annientare oppure rinsaldare, condurre verso un ignoto momentaneo che soltanto noi possiamo trasformare in meta, del resto, dopo un lungo cammino tortuoso, solo il caos può ricondurre all’armonia.

Ora cammino, come un condannato di cui ne ho visto tanti nei film americani. Sono intontito e già cotto. Almeno vorrei fare una pernacchia. Ma vedo quelle facce morte attorno a me. Ogni gesto è inutile. Non ho idee, né patemi. Mi sto avviando verso non so dove. Camminare, è la cosa più difficile che fino ad ora abbia fatto nella mia vita.

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Dio è taoista?

Mortale: Perciò, o Dio, io ti prego, se hai un briciolo di pietà per questa tua creatura sofferente, liberami dal dover avere il libero arbitrio!
Dio: Tu rifiuti il dono più grande che io ti abbia fatto?
Mortale: Come puoi chiamare dono ciò che mi è stato imposto? Io ho il libero arbitrio, ma non per mia scelta. Non ho mai scelto liberamente di avere il libero arbitrio. Devo avere il libero arbitrio, che mi piaccia o no!
Dio: Perché vorresti non averlo?
Mortale: Perché il libero arbitrio significa responsabilità morale e la responsabilità morale è un peso che non posso sopportare!
(Raymond M. Smullyan, Dio è taoista? Da The Tao is silent, 1977)

In questo divertente ed interessante dialogo tra Dio e un Mortale a proposito del libero arbitrio, venuto fuori dalla penna arguta di Raymond M. Smullyan, e inserito nel libro di Hofstadter e Dennett, L’io della mente, vengono posti quesiti molto importanti che ci riguardano e che possono appesantirci enormemente o, al contrario, renderci la vita più leggera. Come sempre questo dipende da noi, anche se siamo così abituati a cercare cause esterne, da dimenticarcene.

Il dialogo inizia con un Mortale decisamente risentito per avere ricevuto in dono il libero arbitrio e con un Dio incuriosito da tale risentimento, che cerca di comprendere cosa ci sia di male nella possibilità di decidere. L’incontro-scontro che viene proposto è quello tra il pensiero occidentale e quello orientale. È il Mortale a radunare in sé tutti i preconcetti, i condizionamenti e le chiusure tipici del mondo occidentale, che trova comodo uniformarsi ad una serie di dogmi e regole che mettano ordine e spieghino anche quel che non ha spiegazione. Dio invece rappresenta l’apertura, l’armonia, l’equilibrio del pensiero orientale, che cerca di sfatare miti, leggende, luoghi comuni che soffocano ogni forma di spiritualità.
Ad un certo punto del dialogo la questione si sposta sul perché Dio abbia dato il libero arbitrio agli uomini. La prima risposta del Mortale ben indottrinato si concentra sulla possibilità di meritare oppure no la salvezza eterna. Ma Dio pare non essere d’accordo.

Dio: […] E così te la sei proprio bevuta l’idea che ti hanno insegnato, che la vostra vita sulla terra è come un periodo di esame e che lo scopo per cui vi è stato dato il libero arbitrio è di mettervi alla prova, per vedere se meritate la beatitudine eterna. Ma una cosa mi lascia perplesso: se tu credi veramente che io sia così buono e benevolo come si va sbandierando, perché dovrei imporre agli uomini di meritarsi cose come la felicità e la vita eterna? Perché non dovrei concedere queste cose a ciascuno, che le meriti o no?
Mortale: Ma mi è stato insegnato che il tuo senso della morale, il tuo senso della giustizia, impone che il bene sia ricompensato con la felicità e il male sia punito con la sofferenza.
Dio: Allora ti hanno insegnato male.

Non siamo un po’ troppo arrendevoli verso tutti i mortali che si fanno portavoce della parola di Dio? Come potrebbe il pensiero limitato contenere quello illimitato?
Continuando a ragionare, Dio cerca di riportare il Mortale, a colpi di logica inconfutabile, lungo una linea di forte razionalità, anche se in contrasto con la letteratura religiosa e i moralisti classici, fonti della sua formazione.

Mortale: Dunque tu dici che il motivo non è quello di mettere alla prova il nostro merito. E hai confutato il motivo che per godere delle cose noi abbiamo bisogno di sentire che dobbiamo meritarle. E sostieni di essere un utilitarista. E la cosa più significativa di tutte è che mi sei sembrato contentissimo quando mi sono reso conto d’un tratto che non è il peccare in sé che è il male, ma solo la sofferenza che esso provoca.
Dio: Ma certo! Che cos’altro ci potrebbe essere di male nel peccare?
Mortale: D’accordo, tu lo sai e adesso lo so anch’io. Ma purtroppo io ho passato tutta la vita sotto l’influenza di quei moralisti che ritengono che il peccare sia male in sé. Comunque sia, mettendo insieme tutti questi pezzi, mi viene da pensare che l’unica ragione per cui ci hai dato il libero arbitrio è perché credi che col libero arbitrio gli uomini probabilmente causeranno meno sofferenza agli altri – e a se stessi – che senza il libero arbitrio.

L’idea di una divinità unicamente buona è in effetti in netto contrasto con la logica e l’evidenza, ma anche con il dualismo che ci caratterizza. Per concepire la perfezione noi abbiamo bisogno di due elementi, pertanto per essere perfettamente buono devi anche essere cattivo. Il male invece viene separato e dato in carico al Diavolo e all’uomo stesso, che proprio con il libero arbitrio sceglie di essere malvagio. Sì ma come la mettiamo con l’onnipotenza?

Il dialogo si estende anche su altri argomenti come: chi parla a chi? E sempre il povero Mortale viene messo con le spalle al muro perché non è abituato a ragionare con la mente aperta. Ancora una volta l’affondo contro una cultura invadente e accecante segna un punto.

Mortale: Se non ti posso vedere come faccio a sapere che esisti?
Dio: Domanda giusta! Come fai appunto a sapere che esisto?
Mortale: Be’, non sto forse parlando con te?
Dio: Come fai a sapere che stai parlando con me? supponi di dire a uno psichiatra: “Ieri ho parlato con Dio”. Che cosa pensi che ti direbbe?
Mortale: Dipende dallo psichiatra. E poiché gli psichiatri sono per lo più atei, probabilmente mi direbbero che ho parlato con me stesso.
Dio: E avrebbero ragione!
Mortale: Come? Vuoi dire che non esisti?
Dio: La tua capacità di trarre conclusioni false è sbalorditiva. Solo perché stai parlando con te stesso ne segue che io non esisto?

Effettivamente la nostra capacità di trarre conclusioni false è piuttosto frequente. Il punto è che partiamo dai presupposti sbagliati e cioè non ci rendiamo conto che il nostro vedere è più o meno frutto di convenzioni e non di realtà oggettiva (ammesso che esista), ma il nostro strumento visivo a senso unico ci provoca molte percezioni illusorie. Noi non siamo in grado di vedere oltre e quindi riteniamo inaccettabile quello che non ci sembra manifesto. Se si conversa con Dio e anche con se stessi, una cosa non esclude necessariamente l’altra perché se ci si sente parte di un tutto, si è anche il tutto.

Mortale: Ma se tu sei davvero un processo, cioè una cosa astratta, non riesco a capire che senso possa avere che io parli con un semplice “processo”.
Dio: Mi piace il modo in cui dici “semplice”. Allo stesso modo potresti dire che vivi in un “semplice universo”. E poi, perché ogni cosa che si fa dovrebbe avere un senso? Ha senso parlare con un albero?
Mortale: No, naturalmente!
Dio: Eppure molti bambini e molti primitivi lo fanno.
Mortale: Ma io non sono né un bambino né un primitivo.
Dio: Eh già, purtroppo.
Mortale: Perché purtroppo?
Dio: Perché molti bambini e molti primitivi hanno un’intuizione primordiale che quelli come te hanno perduto. Francamente penso che ti farebbe un gran bene parlare con un albero ogni tanto, anche più che parlare con me!

La perdita delle intuizioni delle origini, sostituite dalle sovrastrutture culturali non ha fatto altro che allontanarci da quella che è la nostra vera natura, fatta di fusione con tutto ciò che ci circonda. Se ritrovassimo il nostro sguardo primitivo non solo riusciremmo a parlare con gli alberi, ma anche a sentirne le risposte, senza per questo avere bisogno di uno psichiatra.

La conversazione converge poi sullo scontro tra determinismo e libero arbitrio e giunge ad una singolare connotazione del Diavolo con il tempo lunghissimo che occorre agli esseri senzienti per arrivare all’illuminazione.
Alla fine della discussione Dio rivela al Mortale che hanno affrontato tutto il dibattito con una falsità di base, ovvero che il libero arbitrio non può essere un dono a parte, ma è la caratteristica fondamentale di un essere pensante, altrimenti come potrebbe essere tale?

Dio: […] No, il libero arbitrio non è un “extra”: esso è parte integrante dell’essenza stessa della coscienza. Un essere cosciente senza libero arbitrio è semplicemente un assurdo metafisico.

Il Mortale a questo punto si rende conto di avere scambiato un dilemma metafisico per un problema morale. La moralità è spesso un veleno che ottunde la mente e impedisce una visione più chiara, perché scaccia, con lo spauracchio di terribili punizioni, quello che il pensiero logico invece fa affiorare di continuo. Come suggerisce dunque questo saggio Dio taoista, solo avvicinandoci il più possibile alla natura è possibile ritrovare un po’ dell’antica attenzione e allungare il passo verso la luce.

Dio: […] Nulla vale quanto un orientamento naturalistico per dissipare tutti questi morbosi pensieri di “peccato”, di “libero arbitrio” e di “responsabilità morale”. A un certo stadio della storia queste nozioni furono effettivamente utili: mi riferisco ai giorni in cui i tiranni avevano un potere illimitato e solo il timore dell’inferno era in grado di frenarli. Ma da allora l’umanità è cresciuta e questo raccapricciante modo di pensare non è più necessario.
Potrebbe esserti d’aiuto ricordare quanto dissi una volta attraverso gli scritti del grande poeta Zen Seng-Ts’an:

Se vuoi raggiungere la nuda verità,
non preoccuparti di giusto e sbagliato.
Il conflitto tra giusto e sbagliato
È la malattia della mente.

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