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Neera. Teresa e il diritto di scegliere.

– Almeno fosse un maschio! – sospirò la signora Soave.

– Non ne ha abbastanza di Carlino?

– Oh! non per me; ma per le ragazze, poverette, che cos’hanno di buono a questo mondo?

copertinaTeresa (1886) è un romanzo di Anna Zuccari (1846-1918), nota con lo pseudonimo di Neera, e fa parte della Trilogia della donna giovane che comprendeva anche Lydia (1887) e L’indomani (1889). Durante la sua vita Neera occupò un posto importante nell’attività sociale e culturale milanese del periodo, scrittrice prolifica, oltre a romanzi, racconti e saggi, scrisse anche per numerose riviste e giornali tra i quali Il corriere della Sera. Intrattenne inoltre una fitta corrispondenza con personaggi di spicco come Benedetto Croce, Giovanni Verga, Luigi Capuana. Dalla nota bio-bibliografica dell’edizione Il Poligrafo (2009) si legge: semplicemente «una signora che scrive» la definì un critico del tempo e Roberto Sacchetti in Milano 1881 ne tracciò questo essenziale ma illuminante profilo: «La scrittrice che tutta Italia conosce col pseudonimo di Neera e di cui ben pochi sanno il nome vero, è una modesta madre di famiglia; molto seria, benché di carattere vivace e giovanissima, vive unicamente per la famiglia; lavora per la famiglia e come: tre o quattro romanzi all’anno, articoli per il “Fanfulla”, per il “Corriere del Mattino” e per la “Gazzetta Letteraria”, per sei o sette giornali minori, e si lamenta che gli editori non gliene stampino quanto si sentirebbe di farne». Dopo la sua morte però ha allungato la schiera delle donne dimenticate delle quali o non rimane traccia o le si abbozza rapidamente con poche parole di circostanza, nelle varie antologie e letterature. Paradossalmente è più strano che fosse famosa in un’epoca in cui la cultura femminile non era tenuta minimamente in considerazione, anzi veniva ostacolata e denigrata da una critica di parte e unicamente maschile.

La posizione della scrittrice in merito alla condizione femminile è parecchio contraddittoria.

Il pensiero di Neera a proposito del confronto uomo-donna si pone fra il classico e l’innovativo. Ha la grande intuizione di affermare che le donne non sono uguali agli uomini e dunque condanna al femminismo la costrizione ad un’uguaglianza impossibile. Ritiene che se l’uomo fosse migliore della donna allora sì che si dovrebbe combattere per essere superiori a lui, ma dato che siamo semplicemente diversi è sufficiente ritagliarsi i propri spazi, anche in ambito lavorativo e risolvere un grosso carico di problemi. Inoltre sa che la donna ha un ruolo fondamentale nell’educazione dei propri figli e questo per lei è il suo compito principale. Difficile darle completamente torto, tuttavia Neera dava per scontata una collaborazione indispensabile tra l’universo maschile e quello femminile, ma invece, come si sa e come la cronaca continua a mostrarci quotidianamente ci sono dei modelli comportamentali, a dir poco inammissibili, che si sono radicati a tal punto nella società, che le stesse donne li sottovalutano, quando addirittura nemmeno li vedono più. E purtroppo per questi motivi si continua a morire inutilmente in ogni angolo della Terra.

Così, tutta sola nella cucina bassa, intenta a uffici volgari, la fanciulla ingannava l’eternità dell’aspettativa, avvinta docilmente alla sua catena, imparando la grande virtù femminile del dominarsi, la profonda abilità femminile di nascondere un tormento dietro un sorriso.

Neera approva il ruolo della donna come procreatrice e non condivide le lotte per l’emancipazione femminile. Malgrado tutto questo, e pur non abbracciando la causa delle femministe, anzi dichiarandosi addirittura contro il femminismo, tuttavia dai suoi scritti emerge un forte malessere verso l’ipocrisia di una condizione imposta che relegava la donna al classico ruolo dell’angelo del focolare e traspare chiaramente una forte critica nei confronti di una sottomissione iniqua e senza sbocchi, facilmente individuabile anche nelle descrizioni di certi uomini resi ridicoli proprio dal loro diritto ad essere tronfi e dalla convinzione di predominare per superiorità congenita, per diritto divino.

Lui, il padre, uomo da poco e presuntuoso, che nascondeva la propria nullità sotto una grand’aria boriosa ed arcigna, ligio alle vecchie consuetudini aristocratiche, tirannuccio volgare, aveva già stabilito, col suo precedente, il dominio assoluto del sesso forte.

Teresa, l’eroina del romanzo, si dibatte tra la passione per il bell’Egidio e il rispetto delle convenzioni sociali, tra i sentimenti e l’obbedienza familiare, in particolare ad un padre che si oppone ad un matrimonio d’amore perché manca il requisito fondamentale, ovvero la sicurezza economica e perché il ragazzo non gli piace e dato che può, allora impone la sua autorità.

Eppure la riprendeva, nella monotonia dell’abitudine, nella inenarrabile monotonia della vita femminile, trascinando di camera in camera la sua tristezza, meravigliata di trovarsi passiva in tanto dolore.

Che cosa poteva fare? Ribellarsi al padre, far morire di cruccio quell’angelo della mamma, rompere tutte le tradizioni della famiglia, mancare ai doveri di figlia ubbidiente e sottomessa?

La schiavitù la cingeva da ogni lato. Affetto, consuetudine, religione, società, esempi, ciascuno le imponeva il proprio laccio, vedeva la felicità e non poteva raggiungerla. Era libera forse? Una fanciulla non è mai libera non le si concede nemmeno la libertà di mostrare le sue sofferenze. Ella doveva fingere colla madre per amore, col padre per timore, colle sorelle per vergogna.

A tutto questo bisogna aggiungere che il romanzo è ambientato in una realtà provinciale, dove c’è sempre qualcuno nascosto dietro le tende intento a spiare, dove niente sfugge ai mille occhi che osservano, dove c’è sempre un prete ipocrita e un po’ troppo zelante, pronto a far arrivare alle orecchie del padre padrone il resoconto della disubbidienza della figlia e dove ci si ritrova continuamente un dito puntato addosso, insomma dove la libertà è sempre negletta.

La zia Rosa, nella placidezza serena di una vita di pianta, conservava un po’ della bellezza statuaria che l’aveva gettata a diciotto anni nelle braccia di un uomo – senza che né l’uno né l’altra si amassero, perché lui aveva bisogno di trovar moglie per accudire al negozio, e lei era una ragazza da marito.

neeraNeera critica queste consuetudini e la sua eroina, pur senza compiere gesti eclatanti non accetterà un matrimonio di convenienza, continuerà a coltivare il suo amore per Egidio e a macerarsi tanto che le sue sofferenze quotidiane troveranno sfogo in una nevrosi maniaco-depressiva che la minerà dentro, ma anche nel fisico. E tuttavia non si piegherà.

Quale infame ingiustizia pesa dunque ancora sulla nostra società, che si chiama incivilita, se una fanciulla deve scegliere tra il ridicolo della verginità e la vergogna del matrimonio di convenienza?

Si sorprende Neera che una società che si definisce civile possa costringere una donna a scegliere tra la verginità o il matrimonio di convenienza, certo viene da sorridere amaramente pensando che questa è solo una goccia nell’oceano, considerato tutto quello che le donne sono costrette a subire nel mondo quotidianamente, come se fosse normale: stupri semplici, stupri di massa, stupri di guerra, lanci di acido, burqa, infibulazione, bastonate, umiliazioni, diritti negati, ecc. ecc.

Il racconto della vita di Teresa parte da quando è ancora una ragazzina e già viene assunta come seconda mamma per l’ultima arrivata in casa Caccia e prosegue lento, soffermandosi tra i vari passaggi dall’adolescenza fino all’età adulta. Pur non avendo alcuna caratteristica peculiare, non è particolarmente bella, né particolarmente colta, né particolarmente brillante e intelligente, tuttavia è in grado di prendere coscienza di sé stessa, di delineare una propria individualità, riuscendo così a non abbandonarsi al ruolo che una legge esterna le impone e che la rende socialmente attiva solo in correlazione ad un uomo, mentre in caso contrario diventerebbe reietta, malata, un po’ matta e pericolosa.

Capiva le ragioni del padre: aveva troppo vissuto in quell’ambiente e in quello solo, per non essere persuasa che la sua condizione di donna le imponeva anzitutto la rassegnazione al suo destino, – un destino ch’ella non era libera di dirigere – che doveva accettare così come le giungeva, mozzato dalle esigenze della famiglia, sottoposto ai bisogni e ai desideri degli altri. Sì, di tutto ciò era convinta, ma anche un cieco è convinto che non può pretendere di vedere, e tuttavia chiede al mondo dei veggenti, perché egli solo debba essere la vittima.

Teresa insieme a tutta la famiglia si era dovuta piegare alle esigenze di utilizzare le risorse economiche a vantaggio del fratello, essendo l’unico maschio, l’erede del nome e delle sostanze, era lui che doveva studiare, che poi fosse poco dotato intellettualmente mentre le sue sorelle avrebbero potuto avere più successo di lui negli studi, non aveva nessuna importanza. Teresa riuscirà alla fine a portare avanti i suoi intenti, ma a che prezzo? E ne sarà valsa veramente la pena? Tutto quello di cui si rende conto l’eroina è il pensiero dell’autrice, che malgrado la sua grande fortuna di potere accedere a un campo normalmente riservato agli uomini e di potere scrivere a suo piacimento, ha voluto regalare alla protagonista, meno fortunata, dopo una vita da vittima perfetta, obbediente e lavoratrice instancabile, un piccolo-enorme sprazzo di libertà, un diritto che chiunque dovrebbe avere, quello di potere decidere della propria vita.

Ebbene, dirai ai zelanti che ho pagato con tutta la vita questo momento di libertà. È abbastanza caro, nevvero?

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Marceline Desbordes-Valmore

Marceline Desbordes-ValmoreMarceline Desbordes-Valmore (Douai 1786- Paris 1859) poetessa e scrittrice, ma anche attrice e cantante per necessità, anziché assecondare il proprio destino, che avrebbe voluto piegarla e spezzarla sotto la furia di un vento inarrestabile di avversità, al contrario lo usa per incoraggiare le proprie inclinazioni artistiche, proponendo così una coraggiosa voce di donna anticonformista che si occupa in particolare delle frange più emarginate della società e che si dedica anche alla scrittura di versi politici. Emancipata e intraprendente, è costretta a darsi da fare fin da giovanissima, la sua famiglia cade in rovina dopo la Rivoluzione e una infinita serie di lutti e di traversie la mettono alla prova di continuo. Comincerà a recitare proprio per racimolare i soldi necessari per partire per la Guadalupa, dove un parente della madre aveva fatto fortuna, ma più che recuperare il denaro occorrente, patirà due anni di spostamenti continui, di stenti e di maltrattamenti. Alla fine, tuttavia, le due donne riusciranno a raggiungere le Antille, ma purtroppo proprio dopo la rivolta degli schiavi e il conseguente massacro dei coloni, compreso quello del cugino. Come se non bastasse si diffuse un’epidemia di febbre gialla che portò alla morte la madre e a Marceline non rimase altro da fare che provare a rientrare in Francia. Dopo mesi di tentativi vani riesce finalmente ad imbarcarsi su un mercantile, ma il viaggio non fu affatto tranquillo, oltre agli attacchi del capitano, rozzo e alcolizzato, parteciperà infatti ad un’avventurosa traversata durante la quale non mancherà nemmeno una tempesta spaventosa, con onde altissime e la continua possibilità di naufragare.

Fu apprezzata da poeti del calibro di Lamartine, Béranger, Vigny, Baudelaire, Rimbaud e Paul Verlaine, che oltre a dedicarle un intero capitolo all’interno del suo testo più famoso, Les poètes maudits, dichiarerà: Noi proclamiamo, a voce alta e chiara che Madame Desbordes-Valmore è semplicemente l’unica donna di genio e di talento, di questo e di ogni secolo… (Œuvres en prose complètes, Gallimard, collection « La Pléiade », 1972, p. 678). In particolare Verlaine, sul Figaro dell’8 agosto 1884 dirà: C’è un suo verso che mi sembra il più straordinario della nostra lingua o di ogni lingua umana:

seminai la mia gioia in cima ad una canna

Si può trovare un luogo meno riparato, meno sicuro, più oscillante ed esposto alle intemperie, su cui costruire la propria felicità? C’è una volontà nell’incapacità di essere felici? Nel crudele eppure sublime gioco dell’introspezione, quando a forza di scandagliare, sondare, cercare di comprendere, forse non compiamo che un’opera di lenta desquamazione, uno sfogliare continuo che conduca alla pelle originaria, alla purezza di un tempo remoto, non contaminato dalla cosiddetta vita reale, affinché possiamo sostare in quel limbo senza tempo, senza tensioni, in cui non dobbiamo dire più niente a nessuno, in cui possiamo semplicemente galleggiare, sospinti da un’onda leggera, senza meta, senza sogni, in un silenzio ovattato che ci riporta alle acque rassicuranti del grembo materno, dove la vita è soltanto un mormorio e la luce l’intuizione di un riverbero.

Nel 1808, a ventidue anni, aveva già pubblicato i suoi versi su alcune riviste, Hugo si accorse subito di lei, ne rimase affascinato, e diventò uno dei suoi amici più cari.

Anima mia, librati su questa folla ignara,

libero uccello immergiti nel cielo spalancato.

Vai a vedere! E torna dopo avere toccato

il sogno… il mio bel sogno che questa terra ignora.

 /

Quanto a me, sia silenzio, ne va della mia vita.

Mi chiudo dove nulla, più nulla mi ha seguita.

E dal mio nido stretto, che tace il suo lamento,

di fianco alla mia sorte fluire il mondo sento,

 /

quel secolo che fugge ruggendo a queste porte

e via con sé trascina, simili ad alghe morte,

nomi cruenti e voti e vani giuramenti

e puri fiori in treccia con nomi dolci e ardenti.

 /

Anima mia, librati su questa folla ignara,

libero uccello immergiti nel cielo spalancato.

Vai a vedere! E torna dopo avere toccato

il sogno… il mio bel sogno che questa terra ignora.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

 

Nel 1817 sposa l’attore Prosper Lanchantin, detto Valmore, anche se il vero amore della sua vita fu Henri de Latouche, a parere di molti suo amante per ben 30 anni, anche se andava e veniva di continuo e spesso spariva per lungo tempo senza dare notizie di sé. Lo si ritrova in numerose poesie con il nome di Olivier, in particolare nelle raccolte Elegie (1819), Poesie (1820), Pianti (1833), Poveri fiori (1839), Preghiere (1843).

Taci, sorella, ché il passato brucia.

Taci il suo nome, ché il suo nome è lui.

Ostinarsi sui beni perduti

è come andar con l’onda che ripiega.

 /

Quel nome che mi è ardore e mi è dolcezza,

quel nome, quando appena ora mi tocca,

come un fuoco mi avvampa nella bocca.

Sorella, non parlare.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

 

La povertà fu una costante di tutta la sua vita. Malgrado l’indulgenza di Valmore e il suo affetto per lei, dopo una decina d’anni di matrimonio il talento artistico dell’uomo declina sempre più e lei, per non abbandonarlo è costretta a rinunciare a parti importanti e perfino a supplicare il suo editore per avere una mano d’aiuto, anche perché le continue malattie dei figli richiedono ulteriori spese.

Mia cara Pauline, se penso alle due figure centrali della mia vita, ai due pilastri del mio povero tempio, penso a te e a Valmore. Nessun altro mi è stato vicino, e dopo il 1843, dopo l’ultimo mio libro accettato da un editore senza dover insistere e supplicare, “Preghiere”, la mia vita non è stata che miseria, dolore, lutti e delusioni. Odio i traslochi a cui mi ha sempre costretto la mia vita difficile ed errabonda, verso case sempre più povere e scomode, al quarto o al quinto piano dove appunto vivono i poveri. La lotta per procurarmi denaro non ha smesso un giorno. Per tutta la mia vita. È duro, a settant’anni, fare cinque piani con le borse della spesa. Mi aiuta un fatto ben strano: nonostante le terribili esperienze continuo a pensare che una risoluzione ci sia, che i tempi cambieranno. Ma mi contraddico e piango. Sono come quelle creature impacciate nei movimenti, legate da qualche incantesimo, che sentono il suono della diligenza che sta per partire e che se la vedono sfilare via sotto gli occhi senza riuscire a salirci.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

Tutti i suoi cinque figli morirono quando lei era ancora viva, soltanto uno, Hippolyte, le sopravvisse e le fu talmente legato da rinunciare addirittura a sposarsi. Tormentata per tutta la vita da problemi materiali, turbamenti sentimentali e continue perdite di persone amate, Marceline riversò il dolore che la devastava in un’abbondante produzione poetica, completata da novelle, racconti per bambini e romanzi. A partire dal 1825 circa, abbandonò le scene per dedicarsi unicamente alla scrittura i cui temi saranno, oltre al classico amore romantico, anche altri meno sfruttati: handicappati, infermi, poveri, carcerati (L’esclave, Le banni, Un pauvre, Dans la rue, Le mendiant…) e l’inevitabile voce della morte e dell’assenza.

Les femmes, je le sais, ne doivent pas écrire ; / J’écris pourtant

(Le donne, lo so, non devono scrivere, tuttavia io scrivo)

Ha scritto ben 25.000 versi, un migliaio di pagine di prosa e più di 3.000 lettere. A proposito del suo stile, Marc Bertrand, uno dei maggiori studiosi di Marceline ha detto: Diciamo subito che il suo stile non è tradizionale. Non è andata a scuola e non ha studiato la retorica. Direi più che altro che è creativo, cioè al tempo stesso innovativo e soprattutto indipendente. Marceline è fra i primi autori a tenere in considerazione la sonorità delle parole.

Marceline aveva già fecondato la fantasia di Baudelaire scoprendo, lei, le famose corrispondenze, osando, contro ogni logica, dire che il verde è acido, che il silenzio è verde, che l’azzurro è caldo. La sua nuova sensibilità apre una strada importantissima, che porterà fino a Proust e oltre.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

Tutto questo però non è stato sufficiente a renderla famosa attraverso i secoli, mantenendone vivo il ricordo. Essere donna, se da un lato ha reso più facile farla cadere nell’oblio, d’altra parte le ha concesso la libertà di osare. Partendo dunque da una posizione di inferiorità si è sottratta più facilmente alle ferree leggi che la metrica e la retorica dell’epoca imponevano, cosa che le ha permesso di creare una poesia innovativa, più attenta alla musicalità e ai contenuti.

foto di Nadar 1854Marceline, muore nel 1859 a 73 anni a causa di un cancro che l’aveva colpita tre anni prima, con lei si spegne la voce di una donna che era riuscita a raggiungere il massimo grado di espressività lirica, che fece da precursore ai maestri della poesia francese moderna e che, per usare le parole di Baudelaire, di qualunque argomento scrivesse, il suo canto conservava sempre l’accento delizioso dell’eterno femminino: niente cose orecchiate, niente ornamenti fittizi. Perché Marceline è stata una donna, sempre e assolutamente una donna, e in tutte le bellezze naturali della donna ha raggiunto un grado straordinario di espressione poetica.

Maria Luisa Spaziani ha tradotto Marceline Desbordes-Valmore in Liriche d’amore (Gallino), di più recente pubblicazione è il contributo di Danilo Vicca, Marceline Desbordes-Valmore. Poesie (Aracne). Qui di seguito propongo due esempi di impressionante modernità, due poesie tradotte letteralmente, senza pretese, proprio per mettere in evidenza la potenza della sua voce:

Les roses de Saadi

J’ai voulu ce matin te rapporter des roses ;
Mais j’en avais tant pris dans mes ceintures closes
Que les nœuds trop serrés n’ont pu les contenir.

Les nœuds ont éclaté. Les roses envolées
Dans le vent, à la mer s’en sont toutes allées.
Elles ont suivi l’eau pour ne plus revenir ;

La vague en a paru rouge et comme enflammée.
Ce soir, ma robe encore en est tout embaumée…
Respires-en sur moi l’odorant souvenir.

(poésies inédites, 1860)

Le rose di Saadi

Stamattina volevo portarti delle rose
ma ne ho messe così tante nel mio corsetto
che i lacci troppo stretti non hanno potuto trattenerle.

I nastri sono saltati. Le rose sono volate via
nel vento, e sono giunte tutte al mare.
Hanno seguito la corrente per non ritornare più;

l’onda appariva rossa, come se fosse in fiamme.
Stasera il mio vestito ne conserva ancora il profumo…
Respirane su di me l’odoroso ricordo.

(Poésies inédites, 1860)

Dors !

L’orage de tes jours a passé sur ma vie ;
J’ai plié sous ton sort, j’ai pleuré de tes pleurs ;
Où ton âme a monté mon âme l’a suivie ;
Pour aider tes chagrins, j’en ai fait mes douleurs.

Mais, que peut l’amitié ? l’amour prend toute une âme !
Je n’ai rien obtenu ; rien changé ; rien guéri :
L’onde ne verdit plus ce qu’a séché la flamme,
Et le coeur poignardé reste froid et meurtri.

Moi, je ne suis pas morte : allons ! moi, j’aime encore ;
J’écarte devant toi les ombres du chemin :
Comme un pâle reflet descendu de l’aurore,
Moi, j’éclaire tes yeux ; moi, j’échauffe ta main.

Le malade assoupi ne sent pas de la brise
L’haleine ravivante étancher ses sueurs ;
Mais un songe a fléchi la fièvre qui le brise ;
Dors ! ma vie est le songe où Dieu met ses lueurs.

Comme un ange accablé qui n’étend plus ses ailes,
Enferme ses rayons dans sa blanche beauté,
Cache ton auréole aux vives étincelles :
Moi je suis l’humble lampe émue à ton côté.

(Elégies, 1819)

DORMI!

La bufera dei tuoi giorni ha attraversato la mia vita;

mi sono piegata alla tua sorte, ho pianto le tue lacrime;

ovunque la tua anima conducesse la mia, io l’ho seguita;

per alleviare i tuoi dolori, li ho fatti miei.

 

Ma, cosa può fare l’affetto? L’amore ghermisce l’anima intera!

Non ho ottenuto nulla; niente è cambiato; niente guarito:

l’onda non fa più rifiorire quel che la fiamma ha inaridito,

e il cuore pugnalato rimane freddo e straziato.

 

Io non sono morta: su! Io amo ancora;

allontano le ombre dal tuo cammino:

come un pallido riflesso originato dall’aurora,

io illumino i tuoi occhi; io riscaldo la tua mano.

 

Il malato assopito non si accorge della brezza

dell’alito rianimante che gli asciuga il sudore;

ma un sogno ha piegato la febbre che lo spezza;

dormi! La mia vita è il sogno in cui Dio ripone la luce.

 

Come un angelo abbattuto che non spiega più le ali,

imprigiona i raggi nella sua bianca bellezza,

nascondi la tua aureola risplendente:

io sono l’umile lucerna commossa al tuo fianco.

(Elegie, 1819)

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Cristina Bove. Mi hanno detto di Ofelia.

Quasi_volo

un tempo diverso

per camminare astratti

non proprio volare

ma quasi

come essere foglie e pappi

in sentieri di vento

 

appoggiare a mezz’aria

passi senz’orma

vestiti solamente del tacere

 

le parole comprimono l’estasi

intralciano i poeti

li definiscono in cataloghi

 

allora ammutolisco per sentire

e non vendermi agli echi.

Sarò d’ali permesse appena

in tempo

per proseguire a lato di me stessa.

mi hanno detto di ofeliaDall’assenza prende vita la materia, dal vuoto apparente prendono forma le figure, i gesti, da un non-tempo personale si tracciano le linee del ricordo, fino alla grande negazione, la parola che si fa muta, che tace proprio per farsi udire meglio, per distinguersi dal chiasso indistinto che offende la Poesia.

Mi hanno detto di Ofelia è la quarta silloge di Cristina Bove, poetessa dalla parola fluida e potente, dotata di un lirismo innato che le permette di trasformare in versi tutto ciò che la circonda. Forse l’abbondanza degli spunti deriva dalla sua molteplicità, dal sapere prendersi gioco di sé, dal riuscire ad ironizzare sulle tante manifestazioni dell’esperienza umana e su tutto quello che non ha a che fare con la realtà tangibile, ma che ciascuno di noi conosce, anche se non ne è cosciente. Ed è questa la capacità dei grandi poeti d’ogni tempo, quella di riuscire a sentire e poi trasmettere qualcosa che la maggior parte di noi nemmeno ipotizza, trasferendo su carta il canto doloroso oppure gaio di tutte quelle cose che non hanno voce.

Appaio

il tempo di far credere che esisto

e poi scompaio

geco fantasma

m’inerpico sui vetri

e dico al vento

amico mio non scuotere

le imposte

respirami profondo, a distaccare.

[…]

Come tutti i precursori, gli sperimentatori, gli indagatori di percorsi inusitati Cristina si diverte a disorientare il lettore, laddove sembra concedere squarci di luce, presto fa ripiombare nell’incertezza cognitiva, in una girandola di ellissi ed iperbole in cui le trame oscure del significato sembrano perdersi, per poi accorgersi invece che il senso era proprio lì, davanti agli occhi stupefatti di fronte ad una chiusa chiarificatrice e al tempo stesso culmine poetico (ed è così che sento il mio vissuto / farsi macigno quando / vorrei poter partire / e non posso che stare).

Si potrebbe obiettare che è un percorso già sfruttato, ma non è forse vero che la reale sperimentazione passa proprio per il già visto? La particolarità della poesia di Cristina Bove sta anche nel fatto che qui non si crea innovazione a tavolino, con la volontà di smussare e rimaneggiare fino all’ottenimento del prodotto ideato, qui gioca tutto la spontaneità creativa, quella che sgorga da fonti normalmente inavvicinabili e pure invisibili. E mi sconnette il cuore un soliloquio. La poetessa dialoga con se stessa, con le tante sé e con il lettore utilizzando immagini, suoni, accostamenti improbabili, una profonda ironia, realizzando un nuovo modo di comunicare, con un linguaggio inedito fatto però delle parole quotidiane e al tempo stesso di termini arcaici o scientifici, messi lì, quasi a caso, ma sempre intonati alla musicalità dell’insieme. Sì perché la poesia è anche musica.

Aperture a latere

Il sole non candeggia

la biancheria ammuffita o il seno brullo

né l’ala del cucù

filtra soltanto tra listelli e buchi

disegnato di punti su piastrelle

                            il piatto cede, rifornisce rose.

In deltaplano

funambola in assetto

gioca la mia ragazza dei silenzi

la muta dei ritorni e degli infissi

cardini sottotraccia

                             sa di quella finestra mai richiusa.

Qualora fosse il caso

se le porte sprangate a fil di buio

reggessero per anni

avrebbe almeno via d’uscita

il non ritorno sugli stessi passi…

                              un volo finalmente completato.

Cristina non offre soltanto la voce, ma sa anche ascoltare con la pazienza di chi conosce bene il silenzio e il vuoto incolmabile che solo le parole sanno dare, (le parole comprimono l’estasi / intralciano i poeti). E poi ci sono suoni, sveglie, ticchettii, echi, violoncelli e l’impalpabile, aria in movimento, fondali che pulsano, voli a mezz’aria, dissolvimenti, dislocazioni e i profumi, spezie arabe, petali di rosa, piante dai nomi impronunciabili e i colori dei luoghi, delle cose, dei paesaggi interiori, della memoria.

VERSO il TACERE

Saranno secoli? Attimi che mi giro

a tascapane, a giustacuore, a scudo

e di necessità virtù mi allaccio scarpe

 

camminare dovrò

per la carrozza han già preso la zucca

a me non resta che la mezzanotte

la mia fata madrina s’è distratta.

 

Mi cucio sulla lingua un che di fiato

zenzero e cinnamomo retrogusto

enzima di saliva mordiefuggi

e mi farò bastare ancora il gioco.

 

Tanto mi sveglierò, verrà il silenzio

quello che non sopporta ancora voci

né le cose sospese

quello che non s’inganna con le impronte

di parole calcate nella sabbia.

 

E avrò la colpa d’essere poeta

per abuso di suono.

Ma allora qual è il reale segreto di tanta bellezza? Quella piacevole concatenazione delle parole tesa fino allo scatenarsi di forti emozioni? Oltre alla rivelazione della conoscenza, c’è la grazia della creazione che ha come scopo principale il piacere senza attese, la gioia di poter scrivere poesia solo per diletto e perciò senza alcun tipo d’ansia e con in tasca uno scacco contro il Tempo, privato in tal modo d’ogni potere, di ogni urgenza, essendo modellato a propria misura, compreso nel cerchio senza inizio e senza fine.

[…]

semplice non è mai piegare il tempo

né tantomeno mascherare il dire

m’accompagna il silenzio

presuntuoso

di sussurrargli al cuore.

E poi c’è l’incarico fondamentale d’ogni portavoce, quello di fare ricordare tutto ciò che si è dimenticato, l’essenza di sé, quello che siamo e che sempre ci sfugge.

[…]

noi venimmo dal tempo

ch’era il mare un ritaglio di cielo

ed esultanze, ignote geometrie

carezzavano addosso.

 

E poi dimenticammo.

 

Adesso veglio – sola – a ricordare.

Quando si crea per necessità, la spinta arriva da luoghi insondabili e scrivere allora è sì moto d’inchiostro che s’incide sulla carta, ma è anche attraversamento, un continuo sconfinare in un’ansia di fuga e al tempo stesso consapevolezza d’essere in ogni istante, ovunque ci si trovi, è lo sguardo commosso di chi si vede dall’esterno con tutte le debolezze dell’umanità addosso, testimone di quella parte che vaga ancora nell’oscurità, inconsapevole d’essere sempre anche altrove. L’attesa è nel dissolversi della linea di confine, nel riportare, finalmente, quell’essere limitato all’interno del tutto che lo comprende. (Scrivo per chi / non taglia l’acqua con le mani / affonda e non ha voce)

Case abissali

Parole orfane

come lutto del dire

a fluttuare in uno schermo di

cristalli liquidi

 

nascoste nelle mani

al riaffiorare

d’alga di sale plancton

carezza d’ombra

scena depositata sui fondali

 

si tace

quando

si sta toccando l’anima

di spalle.

E tacere si può quando la Poesia vive di vita propria.

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La signora Dalloway e l’estensione dell’attimo.

quando scrivo non sono che una sensibilità. A volte mi piace essere Virginia, ma solo quando sono sparsa, varia e gregaria.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 22 agosto 1922)

vrginia Woolf - by criBo

(elaborazione di Cristina Bove)

La mia grande avventura in realtà è Proust. Be’ – cos’altro resta da scrivere dopo di lui? Sono solo al primo volume, e immagino che si possano trovare dei difetti, ma sono stupefatta: come se si compisse un miracolo davanti ai miei occhi. Com’è riuscito finalmente qualcuno a cristallizzare ciò che è sempre sfuggito – e perfino a trasformarlo in questa sostanza stupenda e perfettamente duratura? Si deve posare il libro e restare a bocca aperta. Il piacere diventa fisico, come se si combinassero sole, vino, uva, perfetta serenità e profonda gioia di vivere. Con Ulisse non è affatto così. Mi incateno a quel libro come un martire al palo del supplizio, ed ora, grazie a Dio, l’ho finito. Il mio supplizio è terminato.

Virginia WoolfCosì scriveva Virginia Woolf (1882-1941) in una lettera del 3 ottobre 1922 a Roger Fry e questi erano gli autori che stava leggendo durante la composizione de La signora Dalloway. In quel periodo di fervente sperimentazione e sull’esempio di Proust e di Joyce, Woolf riesce a trovare la sua personalissima dimensione con in più la capacità della sintesi, La signora Dalloway infatti si limita a circa 200 pagine. Anche lei, come Proust riesce a cristallizzare ciò che sfugge e a trasferirlo su carta, tutto lo sconfinato paesaggio interiore si riversa tra le pagine di un libro, mentre l’innovazione linguistica di Joyce con quel continuo flusso di coscienza parcellizzato nelle sue varie modalità espressive, nell’opera di Woolf diviene infine pura rarefazione (Le onde).

Virginia Woolf aveva già iniziato a rivoluzionare il romanzo classico con il libro precedente, La stanza di Jacob, dove adopera il “suo metodo” ma è con Mrs Dalloway che mette a punto la tecnica (e meglio ancora farà con Al faro) riuscendo finalmente a descrivere quella realtà, quegli aspetti della vita che normalmente non si riesce ad esprimere a parole figurarsi poi fissarli in un libro. E l’innovazione parte fin dalla prima frase del romanzo (La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei) una frase che salta ogni preambolo, una qualsiasi presentazione che introduca gradualmente il lettore nell’ambiente e tra i personaggi e che invece lo proietta direttamente nel libro, come presenza costante tra le pagine, personaggio anch’egli quasi costretto a vagare per Londra e a vedere quello che la scrittrice vuole che veda.

Come nell’Ulisse di Joyce, del quale riprende la struttura, anche qui la storia si svolge in un’unica giornata, precisamente siamo nel giugno del 1923 e in un luogo privilegiato, Londra. La trama è quasi inesistente, la giornata inizia con Clarissa Dalloway che esce per acquistare i fiori che le serviranno per il ricevimento che ha organizzato in casa sua quella sera e si chiude con la descrizione della festa. All’interno di questa giornata abbastanza banale si ritagliano delle figure importanti, alcune sembrano tornare a galla da un passato solo apparentemente dimenticato, una in particolare invece sembra essere l’alter ego di Clarissa, Septimus Warren Smith, quella parte di lei che avrebbe potuto preferire l’arte alla praticità, l’amore alla libertà, la morte alla vita.

Ma il vero protagonista in verità è il Tempo. D’altra parte non è un caso che inizialmente Woolf avesse deciso di intitolare il libro Le Ore. Ogni personaggio si individua a seconda del suo rapporto con il tempo, naturalmente ci troviamo di fronte a due tipi di temporalità, quella esterna, facilmente individuabile sia dalle informazioni che ci fanno scoprire la data, il periodo storico, sia dai rintocchi del Big Ben, ma anche, e forse soprattutto, una temporalità interiore, direttamente collegata a quelle “caverne” che si aprono all’interno di ogni personaggio, delle quali Woolf parla nei suoi diari:

Avrei molto da dire intorno alle Ore e alla mia scoperta: come io scavi bellissime caverne dietro i miei personaggi, questo mi sembra dia proprio ciò che voglio: umanità, profondità, umorismo. L’idea è che le caverne siano comunicanti e ognuna venga alla luce al momento giusto.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 29 agosto 1923)

la signora dallowayQuanto può durare un attimo? Virginia Woolf è riuscita in un’impresa che ha dell’incredibile in letteratura, è riuscita non solo a descrivere l’attimo, ma a sezionarlo, a mostrarlo a rallentatore al lettore, trasformandolo perciò radicalmente e allungando la sua durata all’infinito. In La signora Dalloway (1925) la narrazione si sofferma su diversi avvenimenti, che riguardano persone differenti e vari punti di Londra, ma che avvengono tutti nello stesso momento. I piani paralleli s’incontrano e le persone si sfiorano e con quell’inconsapevole sfiorarsi creano tra loro una rete continua di collegamenti fino a costruire una trama inestricabile che si intreccia anche con i diversi piani temporali. Sì perché in questo libro straordinario l’estensione dell’attimo raggiunge anche quello che era il passato, ma che qui si riallaccia di continuo al presente finché non si annullano tutte le scansioni transitorie e si stabilisce un unico tempo e un unico luogo.

Eccoli, i fiori: delfini, piselli odorosi, grappoli di lillà, e garofani, garofani a profusione. C’erano le rose e gli iris. Ah, sì – e inspirò i differenti profumi di quel giardino terrestre, sempre parlando alla signorina Pym, la quale le era riconoscente, e la giudicava tanto buona, ma appariva invecchiata quest’anno; intanto girava la testa da una parte e dall’altra tra gli iris e le rose e indicava cogli occhi socchiusi dei ciuffi di lillà, annusando, dopo il chiasso della strada, la deliziosa fragranza, la freschezza squisita. E quando riapriva gli occhi, come le sembravano fresche le rose – veniva alla mente il bucato appena lavato e ben piegato nelle ceste di paglia; come parevano cupi e compassati i garofani rossi, invece, con le loro teste erette; e i piselli odorosi che si allargavano nelle coppe, viola sfumato, bianco neve, pallidi – come se fosse sera e, finita la splendida giornata estiva, col cielo ormai d’un azzurro quasi nero e i delfini e i garofani, e i gigli, le ragazze uscissero nei loro abitini di organza a raccogliere i piselli odorosi e le rose. È in quell’attimo, tra le sei e le sette, che i fiori – le rose, i garofani, gli iris, i lillà – risplendono: bianco, violetto, rosso arancione. Ogni fiore sembra ardere di luce propria, soffice, puro, ognuno nella sua aiuola velata di nebbia. E come le piacevano le falene bianche e grigie che volteggiavano sui girasoli e sulle primule!

(Virginia Woolf, La signora Dalloway)

Le descrizioni acquistano una nuova dimensione espressiva, non si tratta di indagini psicologiche per ogni personaggio e neanche tanto di caratterizzazioni fisiche, esteriori di cose e persone, ma di una realtà che si manifesta, tutto è epifania in questo testo, perciò si entra negli ambienti, si passeggia con Peter, si va a Brouton, si percorre la Londra visionaria di Septimus e si sentono i rumori, si percepiscono i profumi, ogni cosa, finalmente, è.

Naturalmente la parte della pazzia mi snerva tanto, mi spreme a tal punto il cervello, che appena oso affrontare il pensiero di spenderci un’altra settimana. Il problema però è nei personaggi. La gente (Arnold Bennett per esempio) dice che io non so creare, o almeno non ho creato, in Jacob’s room, personaggi che sopravvivano. La mia risposta è [] che il personaggio -il carattere- si disperde in frammenti, al giorno d’oggi. [] Io disincarno, e fino a un certo punto volontariamente, perché diffido della realtà, del suo basso prezzo. [] Ho io il potere di evocare la realtà vera? O scrivo saggi sopra me stessa?

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 19 giugno 1923)

Attraverso il personaggio di Septimus, considerato il suo alter ego, Woolf descrive la pazzia accostandola a quell’esperienza devastante che avevano vissuto i giovani di quell’epoca, ovvero la Prima guerra mondiale. La guerra è la perfetta metafora della follia umana e gli episodi critici di Septimus si verificano in concomitanza con qualche avvenimento che lo riporta sul campo di battaglia: lo scoppiettio di una marmitta, l’aereo pubblicitario, la figura di qualcuno che rievoca fantasmi, fino al passo di marcia che sente sulle scale, quello del medico, degli infermieri che sono venuti a prenderlo, l’ultima difesa per la libertà di un’anima, costretta alla scelta estrema per salvarsi.

Suicidio, suicidio non premeditato, ma indotto, passivo, desiderio non di morte, ma di vita da sottrarre al potere dell’altro, cui si concede e si lascia il potere sulla morte ma non sulla vita. Reazione alla pressione e all’urto di un’invasione esterna, più che azione vera e propria, deliberata e consapevole; estrema sottrazione che non compie e invera un destino (non è tempo di eroi) e dunque non è tragedia, ma piuttosto passaggio all’altrove di quella vita tanto amata. Così muore il poeta, cercatore di Bellezza, solo così il visionario va incontro alla vita, connettendo con il suo corpo il dentro-fuori di una finestra, taglio e luce di una doppia realtà che riceverà il suo bagliore conclusivo la sera, durante la festa di Clarissa, davanti a un’altra finestra.

(Liliana Rampello, Il canto del mondo reale)

Tutti i collegamenti che Woolf crea si congiungono alla festa di Clarissa, qui ogni personaggio si unirà ad un altro fino a creare la fitta trama di tessuto che riveste l’universo. E una delle illuminazioni più sfolgoranti del libro è nel mostrare come si possa entrare in contatto anche senza incontrarsi mai, senza scambiare una parola.

Ci sono arrivata, alla festa, finalmente, che dovrà iniziarsi in cucina e lentamente risalire tutta la casa. Dovrà essere un pezzo estremamente complicato, brillante e solido, che annodi insieme tutto e termini su tre note, ai diversi piani della scala, e ciascuna esprima qualcosa che riassuma Clarissa.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 7 settembre 1924)

E il finale così luminoso è la scoperta dell’abbagliante semplicità dell’esistere, quella scintilla sorprendente che guizza in chi si accorge d’essersi appena svegliato, quel lampo che con un solo flash rischiara l’immenso, l’intuizione.

Vengo”, disse Peter, ma rimase seduto un altro momento. Che cos’è questo terrore? Che cos’è quest’estasi? Pensò tra di sé. Che cos’è che mi riempie di una tale straordinaria emozione?

È Clarissa, disse.

Perché, eccola, era lì.

(Virginia Woolf, La signora Dalloway)

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Ingeborg Bachmann. Malina e la disgregazione dell’Io.

malinaMalina (1971) è il romanzo che Ingeborg Bachmann (1926-1973) aveva definito come la sua biografia immaginaria, è il primo volume di una trilogia intitolata Todesarten (cause di morte), gli altri due, Il caso Franza e Requiem per Fanny Goldmann sono rimasti incompiuti e sono stati pubblicati postumi. Esiste anche una trasposizione cinematografica di Malina sceneggiata dal premio Nobel Elfriede Jelinek. Il film del 1991 è di Werner Schroeter ed ha come protagonista principale Isabelle Huppert.

La società è il più grande teatro del delitto. Con la massima leggerezza sono stati deposti in essa da sempre i germi dei più incredibili crimini, che restano ignoti per sempre ai tribunali di questo mondo.

Il libro si apre con l’elenco dei personaggi come se si trattasse di un’opera teatrale, poi viene introdotta una storia d’amore da romanzo classico, ma andando avanti ci si accorge che è impossibile far rientrare questo libro in una classificazione precisa. Bachmann utilizza infatti un numero infinito di tecniche narrative, metodi sperimentali da romanzo moderno, un incessante monologo interiore, dialoghi, fiabe, leggende, conversazioni telefoniche spezzettate, qualche rigo musicale con note al posto delle parole, espressioni musicali, notizie dei giornali, tutto un capitolo intriso di linguaggio onirico, poesia e ancora l’utilizzo di qualsiasi mezzo comunicativo, il telefono, il telegramma, un quantitativo enorme di lettere mai spedite, una bizzarra intervista, modi di dire, intromissioni di frasi in francese, in inglese, in italiano, descrizioni che sembrano riprese cinematografiche e molti silenzi eloquenti, frasi non dette che pure si intuiscono, che fanno da tramite in tutti questi mondi interiori ed esteriori e in tutti questi livelli narrativi che si separano e si intersecano di continuo.

Il romanzo si presta anche a diversi livelli di lettura. Una lettura “tradizionale” che vede tre protagonisti diversi, ognuno con una singola personalità. Ivan è un ungherese cinico e senza alcun interesse intellettuale, che lavora in un istituto di credito, Malina è uno studioso di storia di quarant’anni che lavora nel Museo dell’Esercito austriaco e infine la narratrice della quale si sa soltanto che è bionda e con gli occhi scuri poiché gli ulteriori dati sono stati scritti e cancellati così tante volte da essere divenuti illeggibili.

Io: Ah! Sono un’altra, vuoi dire, e sarò poi un’altra ancora!

Malina: No, che assurdità. Tu sei certo te stessa, questo non puoi più cambiarlo. Ma un Io subisce, un Io agisce. Però tu non agirai più.

Io: (diminuendo) Non mi è mai piaciuto agire.

Malina: Eppure hai agito. E hai permesso che agissero con te, e si servissero di te, e hai anche permesso che decidessero di te.

Una lettura in chiave “psicanalitica” dove la voce narrante è a sua volta protagonista insieme ad altri due personaggi nei quali si sdoppia, dando vita ad un trio inquietante che portando in superficie tre aspetti differenti dell’io, anziché arricchirlo, finisce con l’annullarlo. La donna che racconta non ha nome e viene indicata nel testo con Io, l’uomo che incarna la speranza e di cui è innamorata è Ivan, colui che porta alla vita, che è vita, ma che non può vincere, personalità destinata a diventare sempre più fredda e distaccata fino a svanire. La lotta più strenua sarà tra Io e Malina che alla fine risulterà la personalità dominante (come si evince anche dal titolo del libro che porta il suo nome) malgrado sembri l’artefice di un gioco di ascolto paziente, renderà però impossibile ad Io svelarsi, rivelarsi, tanto da risolvere i conflitti interiori, anzi, malgrado i suoi andirivieni in cui Io può emergere, in verità Malina creerà in lei una necessità, un bisogno di fare riaffiorare lui sempre più spesso, tanto da provocarle una sorta di dipendenza, che, unita allo stordimento indotto dai sonniferi, la separerà sempre più da se stessa e dalla realtà circostante, fino all’occultamento definitivo dentro una crepa del muro. Lì Io si seppellirà, come se non fosse mai esistita.

Il tempo del racconto non può che essere il presente dell’interiorità dove ogni cosa accade sempre, adesso.

Guardo Malina fisso, ma lui non solleva gli occhi. Mi alzo in piedi e penso, se non dice subito qualcosa, se non mi trattiene è un assassinio, e mi allontano perché non posso più dirlo. Non è poi tanto terribile, solo che i nostri scontri sono più terribili di ogni altro scontro. Ho vissuto in Ivan e muoio in Malina.

E ancora c’è un’altra chiave di lettura non meno importante, quella sulla scrittura e sul rapporto dell’autore con la sua opera per cui Malina diventa metafora della scrittura stessa e per questo forza invincibile che può annientare il suo creatore, ma non se stessa.

locandinaIl capitolo centrale è dedicato alla trascrizione di alcuni sogni ed è intriso di linguaggio simbolico. Lo scopo è quello di narrare l’origine della prevaricazione dell’uomo sulla donna. Il capitolo si intitola Il terzo uomo (che è anche il titolo di un film del 1949 diretto da Carol Reed) e l’uomo in questione è il padre, non semplicemente il padre di Io, ma il principio maschile che sta alla base del pensiero predominante con tutto il suo retaggio di violenza e ingordigia devastatrice che divora i suoi stessi figli. Una delle immagini più importanti all’interno del capitolo è infatti il cimitero delle figlie assassinate e nella storia questo assassinio si perpetua attraverso gli incesti, gli stupri, i divieti, le privazioni delle libertà essenziali, l’annullamento dell’individualità pensante e con ogni tipo di violenza possibile.

Ogni morte è un omicidio. E noi mortali lo sappiamo bene, visto che siamo le vittime sacrificali di un ciclo inevitabile che ci condanna a morte nell’esatto momento in cui nasciamo.

Io: Non è mio padre. È il mio assassino.

Malina non risponde.

Io: È il mio assassino.

Malina: Sì, lo so.

Io non rispondo.

Malina: Perché hai detto sempre: mio padre?

Io: L’ho detto davvero? Come ho potuto dirlo? Non volevo dirlo, ma si può solo raccontare ciò che si vede, e ti ho raccontato esattamente quello che mi è stato mostrato. Ho voluto anche dirgli ciò che ho capito da un pezzo – e cioè che qui non si muore, qui si viene assassinati. Quindi capisco anche perché è potuto entrare nella mia vita. Uno doveva farlo. È stato lui.

Malina: Dunque non dirai mai più: guerra e pace.

Io: Mai più.

C’è sempre guerra.

Qui c’è sempre violenza.

Qui c’è sempre lotta.

È la guerra eterna.

Come scrive Rita Svandrlik in Ingeborg Bachmann: i sentieri della scrittura (2001, Carocci): Il padre è depositario del potere istituzionale e soprattutto culturale [] Egli usa il potere, la violenza e la crudeltà fisica sempre al fine di provocare la sofferenza della figlia, ma anche delle altre donne[] Il motivo del cimitero ritorna in tre sogni diversi, che rappresentano da differenti punti di vista la dipendenza totale delle figlie dal padre, quindi del femminile dal maschile. Simbolo di questo mortale legame è l’anello, che il padre dà prima ad Io, poi alla sorella Eleonore e quindi all’amante Melanie. Così nel sogno in cui le figlie assassinate sorgono dalle loro tombe mostrando una mano senza il dito anulare, il padre le uccide una seconda volta, ordinando alle acque del lago di sommergere il cimitero. Egli usa tutte le donne della famiglia, ne abusa sessualmente e le rende oggetti interscambiabili, grazie alla loro passività e arrendevolezza, alla loro complicità e disponibilità al compromesso.

Le donne fin dall’antichità sono state usate come bottino di guerra o merce di scambio tra uomini estranei, ma anche da parte di padri o mariti, eppure una porzione dell’universo femminile finisce con l’essere compiacente nel mantenere attive certe consuetudini, vuoi per paura, vuoi per costrizione, vuoi per ignoranza, rimane il fatto che finché le donne non capiranno che l’unico modo per salvarsi viene da se stesse e non certo dai vari principi azzurri dei quali è costellato l’immaginario collettivo, mai riusciranno a sconfiggere il “padre violento” che le domina.

Non ci sono croci, ma sopra ogni tomba si formano cumuli densi e neri. Le tombe, le targhe con le epigrafi si riconoscono appena. Mio padre mi è accanto e ritrae la mano dalla mia spalla perché il becchino ci si è avvicinato. Mio padre guarda imperioso il vecchio, il becchino si volta impaurito dopo quello sguardo di mio padre, dalla mia parte. Vuole parlare, ma muove a lungo solo le labbra, muto, e sento appena la sua ultima frase:

Questo è il cimitero delle figlie assassinate.

ingeborg bachmannL’abitazione di Io è il luogo di fuga, ma anche la prigione e la tomba nella quale rinchiudersi. Il mondo circostante è intollerabile, ha tradito gli ideali di libertà e civiltà, l’esempio dei nazisti ha costruito un passato che non può essere confinato nel ricordo, ma che rimarrà sempre presente, la scrittura dunque rimane l’unica speranza perché la lingua ingannata e profanata può sempre essere reinventata. La storia recente è presente nel romanzo, anche Vienna ne porta le tracce e la stessa Bachmann ne è segnata, tanto che nelle sue note biografiche dirà che la sua infanzia è stata distrutta dall’ingresso delle truppe di Hitler a Klagenfurt e con questa realtà dolorosa e brutale dovrà convivere per tutta la vita, perché la guerra non smette mai. Lo scrittore può e deve farsi carico della sofferenza del mondo, è l’unico in grado di annullare i confini tra ciò che può essere detto e ciò che non si può dire, l’opera d’arte porta la parola laddove può regnare solo il silenzio.

Il maschile e il femminile si incontrano in Io-Malina, quando Io si sente insicura, ecco che compare subito un protettivo Malina, così come nei momenti di difficoltà di Io rispetto alla scrittura e alla parola in genere, un settore dal quale le donne sono state escluse per tanto, tantissimo tempo, l’intervento di Malina, della cultura istituzionale, mette a posto le cose, il caos che lascia dietro di sé l’inquietudine di Io viene coscienziosamente ordinato dal pragmatico Malina.

Nelle lettere che scrive Io si firma con una sconosciuta, e di certo lo è, a se stessa, precipitata com’è in quella confusione interiore che annebbia la sua individualità, ma anche agli altri in quanto donna e dunque costretta all’oblio rispetto alla documentazione ufficiale, destinata a sparire nella crepa di un muro per lasciare posto al suo lato maschile o uccisa dal padre o passata per il camino insieme a milioni di ebrei, tutto per il principio dominante, la logica imperiosa ed imperante della forza dittatoriale di un mondo che ha stabilito confini territoriali per i paesi e ruoli imprescindibili per le persone, sempre con l’avallo della parola divina.

A volte cammino per una strada, e appena vedo qualcuno che mi è superiore, non posso fare a meno di seguirlo, ma è naturale o normale questo? Sono una donna o qualcosa di dimorfo? Non sono del tutto una donna, e allora che cosa sono? Nei giornali ci sono spesso notizie atroci. A Pötzleinsdorf, nelle golene vicino al Prater, nel Wienerwald, in ogni periferia una donna è stata assassinata, strangolata – anche a me è quasi successo, ma non in periferia -, strozzata da un individuo brutale, e allora penso sempre: potresti essere tu, sarai tu. Sconosciuta assassinata da mano ignota.

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Lettere di una donna indipendente. L’emancipazione epistolare.

È raro di questi tempi potersi divertire grazie ad una scrittura limpida e intelligente e senza l’ausilio di volgarità o scene scabrose. Lettere di una donna indipendente di Elizabeth Von Arnim è un libro che delizia dalla prima pagina fino all’ultima, ma non solo, il fatto che sia stato scritto nel 1907 lo trasforma anche in uno strumento coraggioso di critica e di lotta contro delle convenzioni sociali delle quali sembra impossibile liberarsi completamente. In particolare qui viene messa in risalto l’assurdità di doversi sottomettere alla volontà maschile, poiché, ritenuta intellettualmente inferiore e rifiutata socialmente in caso di mancato matrimonio, una donna non può essere libera senza avere un uomo al suo fianco anzi, peggio ancora, rifiutando un “buon partito” compie addirittura un suicidio sociale.

Il libro è composto da una raccolta di 81 lettere, che raccontano una (pseudo)storia d’amore e suggeriscono tante esortazioni alle donne affinché si affranchino da atavici condizionamenti, convinzioni fasulle create a tavolino e inconcepibili divisioni di ruoli.

Sulle nostre piccole menti malleabili i genitori incidono le loro opinioni e, quando lentamente la massa s’indurisce, quelle incisioni profonde, strette, s’induriscono anch’esse, e la prima cosa che i migliori tra noi devono fare nel crescere è sprecare tempo prezioso lavorando di mazzuolo e scalpello nel tentativo di eliminarle.

Von Arnim segnala audacemente la principale fonte di tutti i malesseri sociali futuri, ovvero l’inattaccabile famiglia e il suo inculcare nella mente del bambino tutto quel bagaglio di limitazioni che solo i più intelligenti e fortunati riusciranno, da adulti, ad individuare e tentare di smantellare, anche se per farlo inevitabilmente dovranno poi pagare l’alto prezzo dell’isolamento e della critica continua.

Se avessi una figlia la crescerei con l’obiettivo di instradarla a un futuro privo di mariti. Vorrei che le si insegnasse una professione con la stessa cura riservata ai ragazzi. La sua testa dovrebbe essere riempita con una quantità di istruzione non inferiore al suo interesse per nastri e fiocchi. Io trascorrerei i miei giorni inculcandole l’importanza di essere indipendenti, di essere padroni del proprio tempo, di avere una vita pura e libera e un mondo aperto davanti a sé, aperto nello stesso modo in cui lo fu per Adamo ed Eva quando voltarono le spalle per sempre alla dolcezza stucchevole del paradiso…

Un personaggio così moderno, così intelligente non può che essere inviso alla società, perché porta con sé la minaccia della ribellione a secoli di indulgente asservimento e chi può preferire il caos al rassicurante ordine? Perfino le fasce più oppresse finiscono con l’adorare i propri padroni-carnefici, sopportando un dolore che conoscono piuttosto che lanciarsi nell’oscuro abisso di ciò che è sconosciuto (dimenticando, paradossalmente, che ciò che non si conosce potrebbe essere molto meglio di quel che invece si sa già). E naturalmente non mancano osservazioni critiche sulla divisione tra classi sociali e su come le donne preferiscano sempre andare contro le altre donne, piuttosto che fare fronte compatto verso certe convenzioni, che in tal modo addirittura esse stesse rafforzano e ratificano.

«Non finisco mai di stupirmi, Ludwig, della quantità di tempo e conversazione che dedichi a Fräulein Schmidt. Non mi arrischierei a chiamarla impertinenza, ma c’è un che di indescrivibile nei suoi modi – un’indipendenza sconveniente, una franchezza quasi immodesta e una naturalezza smodata – che rasenta pericolosamente l’impertinenza. Le persone della sua classe non capiscono quelle della nostra, e se insisterai nel mostrarti più gentile del necessario se ne approfitterà di certo. Ti pregherei di stare molto attento».

Ludwig è restato lì pietrificato e non ha aperto bocca.

Come romanzo epistolare il libro presenta delle caratteristiche che ne segnano l’ulteriore originalità, le lettere sono infatti tutte scritte da Rose-Marie e sono talmente esaustive che non si sente mai la necessità di leggere anche quelle del suo interlocutore.

Roger Anstruther, inglese, è un giovane nobile ma decaduto che si reca a Jena per imparare il tedesco e vive a pensione in casa del padre e della matrigna di Rose-Marie. Trascorso un anno, prima di ripartire per l’Inghilterra, i due giovani si danno un bacio e si confessano un amore reciproco, che si spinge addirittura fino a una promessa di matrimonio. Così ha inizio lo scambio epistolare che si avvia mantenendo il tipico contrassegno dell’amore al suo debutto, con le classiche palpitazioni per ogni frase letta o scritta, il ricordo continuo di parole, gesti, movenze e l’attesa ansiosa del postino, latore di missive apportatrici di ossigeno ai polmoni più della stessa aria:

 Mio tesoro adorato,

se solo sapessi la gioia che mi danno le tue care, care lettere! Avresti dovuto vedermi quando ho agguantato il postino. Mentre mi porgevano le preziose missive, le sue dita mi parevano petali di rosa.

All’improvviso però qualcosa cambia, le lettere dell’uomo diminuiscono e lasciano il posto ad un periodo di silenzio. Durante questa battuta d’arresto il caro Roger si fidanza con una ragazza nobile e, guarda caso, anche ricca, mentre Rose-Marie cade preda di un malanno lungo e logorante. Anche il tono della corrispondenza, com’è ovvio, muta del tutto, il “caro Roger” iniziale viene sostituito da un ben più distaccato, “caro Mr. Anstruther” e la tenera fanciulla dai sentimenti delicati si trasforma in una donna intelligente, matura, sicura di sé, che scudiscia a colpi di sarcasmo e che non intende di certo lasciarsi piegare di nuovo.

Ritengo l’amore qualcosa di crudele, di orribile. È difficile che due persone si amino con la stessa passione ma, se anche lo facessero, quale sarebbe l’utilità? Tutto è destinato a finire in fumo e cenere, a spegnersi per via di quell’incessante stillicidio che è il matrimonio. E anche per gli altri, quelle innumerevoli persone che non amano alla pari, metà delle quali si trovano in terribile svantaggio, alla totale mercé dell’altra parte, cosa c’è se non dolore alla fine? Eppure all’inizio l’amore è una cosa bella, una cosa dolce e cara. Ma proprio come un gattino, che da piccolo ti delizia con i suoi modi teneri e amabili, con la sua innocenza, morbidezza e mansuetudine, si trasforma con spaventosa rapidità in un gatto che ti artiglia crudelmente. Vorrei sapere se esiste una sola persona al mondo, all’apparenza felice e indifferente, che non abbia ben nascosti sotto abiti e ornamenti i segni degli artigli dell’amore. Credo che si tratti di graffi così profondi che sanguinano a lungo, senza rimarginarsi; e quando, dopo anni, finalmente guariscono, rimane sempre una cicatrice, rossa e terribile, che fa trasalire quando inavvertitamente la si tocca.

Dopo l’inutile sofferenza subita Rose-Marie decide di interrompere lo scambio epistolare, ma l’insistenza del corrispondente la farà capitolare, non senza aver prima posto la clausola di limitarsi alla descrizione delle giornate trascorse, senza più addentrarsi in certi sommovimenti dell’anima e abolendo totalmente ogni riferimento alla passione, passata, presente o futura. Nelle lettere della ragazza si alternano racconti esilaranti a momenti di sconforto e a riflessioni acute il tutto legato dalla sottile trama dell’ironia. In Roger rinascono così i sentimenti iniziali che lo avevano unito alla ragazza, la passione e la certezza che tutto dipenda solo dalla sua volontà lo spingeranno perfino a rompere il fidanzamento per tentare di nuovo di riallacciare una relazione con Rose-Marie. Ma quest’ultima nel frattempo è cambiata e anche il modo in cui vedeva Roger è mutato, egli non le appare più come un giovane serio e affascinante, bensì come un uomo frivolo e superficiale, né di certo può dimenticare il suo comportamento passato.

L’amore non è qualcosa che si può prendere, poi buttare nel fango e riprendere a seconda del proprio capriccio. Sfortunatamente per voi, io sono una persona con uno spiccato timore di imporre se stessa o i propri affetti addosso agli altri, di abusare in qualche modo dell’altrui accettazione. L’uomo che amerei sarebbe l’uomo nel cui amore eterno potrei confidare. Ma io non mi fido di voi. E ho già abusato una volta della vostra accettazione. Sono stata gettata nel fango, e in quel luogo sordido è mancato poco che annegassi.

Solo una donna davvero indipendente può sottrarsi, alla “veneranda” età di ventisei anni, ovvero quando è ormai consacrata a rimanere zitella, agli attacchi di un giovane di un ceto sociale più elevato e abbagliato proprio da tanta sfrontatezza, libertà e capacità di dire con schiettezza quello che pensa, di mostrare ciò che è, senza nascondersi, senza mascherarsi. Quello che anche ai nostri giorni spesso manca, oltre alla consapevolezza di quanto il malessere sia più diffuso del benessere in una società fondata su queste leggi inique, è il coraggio di svegliarsi e cambiare, iniziando dal proprio pensiero, qualunque sia il prezzo da pagare, solo così potrebbe poi mutare radicalmente anche quello di chi ci circonda. Non è perché le cose si ripetono da secoli o perché fanno parte di una sorta di inattaccabile legge sociale che diventano anche giuste o utili all’evolversi dell’umanità. A volte la nostra forma di verità ce l’abbiamo proprio sotto il naso. Basta allungare la mano e prenderla.

Non vi scriverò mai più.

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Elfriede Jelinek. Le amanti. Il destino è una variabile dipendente.

Si può sfuggire al proprio destino? Non sempre. Forse mai. A volte comunque devi subirlo, specialmente se nasci in un certo sistema che, come una catena di montaggio, ti spinge in un’unica direzione. Tuttavia, apportando le dovute correzioni si può perfino credere di manovrarli noi quei fili invisibili, ma non è mai del tutto vero, non è mai esattamente così, anche in quei casi si tratta infatti solo di un leggero miglioramento della qualità della vita, e per di più in gran parte illusorio, ma non di uno stravolgimento degli eventi, di un vero deragliamento, perché avvenga tutto questo la nostra volontà non conta.

se qualcuno vive un destino, allora non qui.
se qualcuno ha un destino, è un uomo, se qualcuno riceve un destino, è una donna.
disgraziatamente qui la vita passa, solo il lavoro resta.
qualche volta una delle donne cerca di unirsi alla vita che passa e di chiacchierare un po’ con lei.
ma spesso la vita se ne va via in macchina, troppo veloce per la bicicletta.

Elfriede Jelinek (1946), vincitrice del premio nobel per la letteratura nel 2004, nel suo libro Le amanti (1975), racconta la storia di due donne operaie che tentano di sfuggire alla sorte segnata. E lo fa in un modo davvero originale, quasi volesse aiutarle in quest’impresa scardinando lei stessa le regole della lingua scritta, ignorando la punteggiatura e le regole dell’ortografia. Non esistono le maiuscole, lo stile attinge a piene mani dalla lingua parlata, le immagini sono crude, e i sentimenti sono un lusso che non ci si può permettere in questa descrizione cinica e violenta di un’umanità nuda, quella che corre senza speranza incontro alla fine dopo una vita inutile.

paula sta seduta col suo vestito della domenica. la sua testa schiaffeggiata sta nascosta nel suo ventre preso a calci. si è arrotolata a palla come un riccio. ma senza aculei. le sue mani che non hanno ancora superato l’esame di sarta, tengono insieme tutto il debole intreccio. la sartoria non offrirà la corona di fiori. si conoscono ancora troppo poco, paula e la sartoria. nella testa di paula compare un piccolo bocciolo: forse la sartoria sarebbe stata meglio di erich. il bocciolo viene subito strappato e calpestato. nel cuore di paula appassisce silenziosamente l’ultimo stelo d’amore. nel lavello si assopiscono le stoviglie stanche nel loro ambiente abituale. nello strato di grasso rancido della grande padella della famiglia si formerà una nuova scarica di schiaffi, se paula non si dà subito da fare con i piatti. erich si è subito dato da fare con paula, non è servito a nessuno dei due, se non a portare all’infelicità paula, che già ci stava dentro.

Attraverso la descrizione parallela dell’organizzazione della propria vita da parte delle due operaie Brigitte e Paula, Jelinek, come sempre avviene nei suoi libri, lancia un attacco efferato contro le ipocrisie del suo paese, l’Austria, contro il consumismo, le convenzioni sociali e in generale contro tutti i miti dell’occidente e della modernità.
Qual è il miraggio che le due donne vedono per poter cambiare la situazione? Il solito, ovvero cercare di accalappiare un uomo, il miglior partito possibile, che riesca a sollevarle almeno di qualche centimetro rispetto alla situazione di partenza. La scelta che compiono sarà determinante per il loro futuro, Brigitte vuole incarnare il mito della donna di casa, madre e moglie e sceglie Heinz, un giovane prestante, che non disdegna le altre donne, ma dal futuro economicamente certo. Paula invece crede ancora nell’amore e si invaghisce del taglialegna Erich, un giovane tanto bello e muscoloso quanto stupido, brutale e con la passione per l’alcool.

finita la gioventù, i giovanotti si portano in casa una donna attiva e parsimoniosa. Fine della gioventù, inizio della vecchiaia.
per la donna fine della vita e inizio dell’aver-bambini. mentre gli uomini maturano ben bene, iniziano a invecchiare e divengono dediti all’alcool – pare che li mantenga forti, preservandoli dal cancro – l’agonia delle donne dura anni e anni, spesso così tanto da assistere all’agonia delle figlie. le madri cominciano ad odiare le figlie e vogliono farle morire il più presto possibile, come sono morte un tempo anche loro, dunque: ci vuole un uomo.

La società consumistica, che crea continuamente dei bisogni fittizi in chi ci vive, spinge in una spirale che travolge tutto al suo passaggio e, laddove si vive guidati da norme ferree, anche la felicità e il benessere, non possono che giungere dall’esterno. Per le donne in particolare, una vita soddisfacente può arrivare solo grazie ad un uomo.

brigitte potrebbe procurarsi molti operai, ma lei vuole soltanto heinz che diverrà un uomo d’affari […] dipende solo dal caso se Brigitte vivrà, con heinz, o se sfuggirà alla vita e si distruggerà.
non c’è una regola. il destino decide sul destino di brigitte. non conta ciò che lei fa o è, ma conta heinz e ciò che lui fa o è.

È davvero desolante ricordarsi e riconoscere che una fetta enorme di umanità vive sotto leggi innaturali dettate dalla forza dell’ignoranza, dalla paura della fame, dalla convinzione che solo il corpo comanda e sotto la feroce spada della divisione dei ruoli e di condizionamenti inammissibili che però tutti, vittime e carnefici, accettano. E questa condizione di disumanità divenuta normalità è ormai pane quotidiano per donne, che a loro volta si incastrano perfettamente nell’ingranaggio divenendone addirittura una parte fondamentale affinché si perpetui il sistema, educando i figli maschi lasciandogli credere di essere superiori alle donne e con il gravoso compito di guidare il cammino dell’umanità.
Lo stesso accade nelle famiglie di Erich e di Heinz, le madri vogliono il meglio per i propri figli e per meglio non s’intende, cultura, intelligenza, rispetto, bensì una donna docile e magari con una buona dote, che lavori, lavi, cucini e pulisca in silenzio, addirittura felice di farlo, per il re della casa. Poco importa se i figli sono brutali, forti bevitori, donnaioli, la moglie deve essere la vittima perfetta, come lo sono state loro del resto.

finché ha vissuto mio padre, ho sfacchinato per lui, poi ho continuato a sfacchinare per tuo padre e per gerald, e ora che sei grande abbastanza per dividere con me la fatica, ora all’improvviso non ti va più e vuoi imparare il mestiere pulito di sarta. perché e per che cosa ho sfacchinato tutta la vita, se non per papà e per gerald, e adesso che finalmente potresti sfacchinare anche tu, adesso non ti va. toglitelo dalla testa! prima che tuo padre e gerald te lo tolgano dalla testa con la forza. adesso glielo dico io a tuo padre e a gerald. adesso!

Questo attacco feroce, senza filtri né mediazione alcuna, colpisce il lettore come uno schiaffo ben assestato. Non si esce indenni dalla lettura della Jelinek, perché si è costretti ad interrogarsi, a vedere anche quello che non ci piace e ad ammettere che spesso l’organizzazione sociale è fallimentare, che molte cose dovrebbero cambiare, ma anche che nessuno è disposto a fare il primo passo. Sembra quasi che, avviarsi in fila indiana come agnelli sacrificali sull’altare delle convenzioni, sia più facile di ribellarsi, sacrificandosi ugualmente, ma per il bene comune, per un miglioramento della qualità della vita che potrebbe interessare le generazioni future.

conoscete questo BEL paese, con le sue valli e le sue colline?
è circondato in lontananza da belle montagne. ha un orizzonte, cosa che non molti paesi hanno.
conoscete i prati, i campi, i pascoli di questo paese? conoscete le sue case tranquille e la tranquilla gente che ci sta dentro?

Esseri umani inscatolati, il cui Io è ridotto anche dalla minuscola che designa il nome proprio, inseriti in un piccolo riquadro verde dove si dipinge una bella vallata al centro della quale sorge una fabbrica. Ogni cosa si svolge all’interno di confini prestabiliti dove tutti hanno un padrone in una gerarchia ordinata che fa funzionare le cose. Nessuno pensa di sottrarsi al bel quadretto, perché è così che la gente perbene vive, perché è così che deve andare.

Ulteriori informazioni qui: http://librididonne.wordpress.com/

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Edith Wharton. Uno sguardo indietro.

Anni fa mi sono detta: «Non esiste la vecchiaia; c’è soltanto la tristezza». Col passare del tempo ho imparato che, sebbene questo sia vero, non lo è del tutto. Anche l’abitudine contribuisce a far diventare vecchi; il processo mortale di fare la stessa cosa allo stesso modo alla stessa ora giorno dopo giorno, prima per trascuratezza, poi per inclinazione, e infine per codardia o inerzia. Fortunatamente, la vita incongruente non è l’unica alternativa; infatti il capriccio è dannoso come la routine. L’abitudine è necessaria; è l’abitudine di avere delle abitudini, di fare di una traccia un solco, che è necessario combattere, se si vuole rimanere vivi.

Edith Wharton (1862-1937) è nota in particolare per il suo romanzo L’età dell’innocenza dal quale è stato tratto, nel 1993, un film molto famoso diretto da Martin Scorsese, ma che, soprattutto, le ha fatto vincere, prima donna a riceverlo, il premio Pulitzer nel 1921.
Uno sguardo indietro, è la sua autobiografia. Pubblicata nel 1935 più che delineare un ritratto particolareggiato di se stessa e delle sue riflessioni più intime, narra piuttosto dei suoi incontri letterari e artistici tra New York, Londra e Parigi.

Inevitabile, per noi che viviamo in un’epoca di poco fermento intellettuale, dove la cultura è relegata agli ultimi posti e la bella scrittura langue tramortita dalla volgarità imperante, provare una punta d’invidia nel leggere un resoconto così dettagliato dei molteplici incontri con personaggi che hanno avuto tutti un posto di rilievo in campo artistico.
Uno in particolare rivive in ogni pagina, Henry James, lui ed Edith Wharton furono grandi amici per tutta la vita e lei tratteggia un ritratto a tutto tondo, dell’uomo e dello scrittore, molto lontano dall’immagine consueta cui siamo abituati, mostrando le sue debolezze (Il suo modo lento di parlare, a volte scambiato per ostentazione – o più stranamente, per un’ingenua forma di anglomania! – era in realtà una parziale vittoria su una balbuzie che nella sua infanzia era stata giudicata incurabile), ma anche la sua straordinaria ironia (Mentre scrivo, ripenso con struggimento a quelle ore perdute, consapevole di continuo che i lettori devono coglierne la gaiezza, i motti di spirito, le risate, sulla fiducia; eppure incapace di staccarmene con la memoria mortificata di non potere offrire agli altri neppure un barlume del più divertente dei compagni, dell’allegro, del burlone, del gioioso e anche malizioso James, che era così diverso dal personaggio solenne che appare a occhi meno intimi).

Venendo a contatto con questi grandi pensatori, pittori, scrittori della fine dell’800 e degli inizi del ‘900, così prolifici e profondi, non si può però fare a meno di notare l’importanza che ha avuto per la loro produzione artistica il fatto di non dover lavorare per vivere, se non in casi eccezionali. Naturalmente senza nulla togliere al genio creativo che deve comunque alimentare sempre il sacro fuoco, avere la possibilità di coltivare i propri pensieri senza interrompere mai la concentrazione credo che abbia influito in maniera determinante. Di sicuro viaggiare per il mondo, poter vivere a proprio piacimento in città che sono la culla di ogni fermento culturale come New York, Parigi e Londra, non saltare nemmeno l’immancabile tappa in Italia, affittare cottage nella bella campagna inglese o francese, avere uno stuolo di camerieri e tutto il tempo a propria disposizione, ispira molto di più del dovere sbarcare il lunario, magari svolgendo anche un lavoro umiliante o fisicamente sfibrante.

Wharton espone i suoi racconti, aneddoti e incontri eccezionali in un modo così spontaneo da rendere piacevole ogni passo del suo libro, non si fa mai vanto della sua fortuna e più che mettere in risalto se stessa preferisce dipingere un affascinante quadro del tempo dove spiccano i ritratti di Jacques-Emile Blanche, dove si può conversare con Henry James, Bernard Berenson, George Meredith, Paul Bourget, perfino con Matilde Serao e dove si entra nei più importanti salotti dell’epoca, con tutto il fascino che li caratterizza, ma sempre sfiorati dall’immancabile sguardo ironico di Edith che si posa su tutte le pagine.

A Parigi il salon che accoglieva le persone più illustri era quello della contessa de Fitz-James: Nel primo salotto, una stanza piccola tappezzata di damasco rosso, Madame de Fitz-James, seduta accanto al fuoco, con la gamba zoppa appoggiata su un panchetto, riceveva i suoi amici più intimi. Da qui si accedeva al salotto grande, con quadri di Ingres e David appesi alle pareti chiare, e con sofà e poltrone tappezzati di stoffa; era qui che si riunivano gli ospiti in genere. Attigua a questa vi era un’altra piccola stanza, rivestita di elaborate librerie Luigi XV, in cui si allineavano file di libri rilegati preziosamente, mai turbati nel loro ordine – giacché Madame de Fitz-James era una collezionista di libri, non una lettrice. Di ciò non faceva un segreto – come, del resto, di nessuna delle sue idiosincrasie – perché era una delle donne più schiette che io abbia mai conosciuto, e sinceramente modesta, senza affettazione. I suoi libri erano un ornamento e un investimento; non fingeva mai che fossero qualcosa di diverso.

Ed è incredibile pensare a quanto fosse importante il bout de table, il posto a sedere occupato dagli ospiti e assegnato in base ad una gerarchia minuziosa e impeccabile.

Il padrone e la padrona di casa siedono uno di fronte all’altro a metà tavola e gli ospiti digradano a destra e a sinistra in importanza decrescente fino alle estremità della tavola, dove si raggruppano tutti coloro che sono privi di titolo nobiliare, di cariche ufficiali, non classificati ma di solito giovani, brillanti e loquaci.

Jacques-Emile Blanche oltre ad essere un pittore celebre per i ritratti ai suoi contemporanei famosi, tra cui il giovane Marcel Proust, era anche musicista e uomo di lettere e sia a lui che alla moglie piaceva riunire in casa propria gli artisti più promettenti, parigini e londinesi, pertanto capitava spesso che un ricevimento si trasformasse in un evento straordinario, ineguagliabile. In uno di questi Edith rimase folgorata dall’incontro con un giovane e incontenibile Jean Cocteau, capace di tramutare la serata più tranquilla in qualcosa di travolgente vitalità. Dei tanti aneddoti da lui raccontati e perduti nella memoria alla Wharton ne rimane però uno molto famoso:

Adesso vorrei avere scritto un migliaio delle cose che ho sentito dire a Cocteau; ma tutto è svanito, tranne una storia stranamente bella, che mi disse di avere letto da qualche parte, ma che non sono mai riuscita a rintracciare.
Un giorno che il sultano era nel suo palazzo a Damasco, un bel giovane, che era il suo favorito, corse da lui spiegando, in tono concitato, che doveva andare immediatamente a Baghdad, e implorò Sua maestà di prestargli il suo cavallo più veloce.
Il sultano gli chiese perché mai avesse tanta fretta di andare a Baghdad. «Perché», rispose il giovane, «or ora, mentre passavo dal giardino del palazzo, c’era la Morte, e quando mi ha visto, ha allungato le braccia, come per minacciarmi, e non devo perdere tempo per sfuggirle».
Venne concesso al giovane di prendere il cavallo del sultano e di correre via; e quando se ne fu andato, il sultano, indignato, scese in giardino e vide ancora lì la Morte. «Come osi fare dei gesti minacciosi al mio favorito?» esclamò; ma la Morte stupita, rispose: «Le assicuro, Maestà, che non l’ho minacciato. Ho soltanto sollevato in alto le braccia, sorpresa di vederlo qui, perché ho un appuntamento con lui, stanotte, a Baghdad».

Chi non ha cominciato a canticchiare Samarcanda di Roberto Vecchioni?

Spinta da curiosità e non avendo informazioni di prima mano, mi sono limitata a raccogliere dati via web e quello che segue è l’interessante resoconto.
Della collana La biblioteca Blu di Franco Maria Ricci fa parte un’antologia di “Racconti brevi e straordinari” raccolta da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares. Qui si trova la storia che la Wharton riporta nell’autobiografia, tratta dal libro di Jean Cocteau, Le Grand Ecart (1923), anche se la fonte originaria sembra essere il Talmud Babilonese: C’erano un tempo due scribi etiopi che erano al servizio di Salomone, Elihoreph ed Ahyah. Un giorno Salomone vide l’Angelo della Morte assai rattristato. «Perché sei così triste?» gli chiese. «Perché» rispose «mi hanno ordinato di prendere quei due Etiopi». [Allora Salomone] per salvarli li mandò alla città di Luz. Tuttavia, quando vi arrivarono,morirono. Il giorno seguente Salomone vide l’Angelo della Morte molto contento. «Perché sei così felice?» gli chiese. «Perché hai mandato i due etiopi proprio nel luogo dove dovevo prenderli!» risposte la Morte. Al che Salomone espresse la morale della parabola: «I piedi di un uomo sono responsabili per lui: essi lo portano nel luogo dove egli è atteso.»

Nel 1933 William Somerset Maugham scrive nella commedia Sheppey:
[Chi parla è la Morte] C’era a Baghdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per fare acquisti. Ma il servo ritornò subito, pallido e tremante, e disse: “Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, sono stato urtato da una donna nella folla, e quando mi sono voltato mi sono accorto che era stata la Morte ad urtarmi. Mi ha guardato e mi ha fatto un gesto minaccioso, quindi, ti supplico, prestami il tuo cavallo ed io fuggirò e scamperò al mio destino. Andrò a Samarra, dove la morte non potrà trovarmi.” Il mercante gli prestò il suo cavallo, e il servo montò in sella e piantò gli speroni nei fianchi della bestia che partì al galoppo più veloce che poteva. Allora il mercante si recò alla piazza del mercato, mi scorse fra la folla: “Perchè stamane hai fatto un gesto minaccioso al mio servo?” – mi chiese avvicinandosi – ” Il mio gesto non era di minaccia, bensì di sorpresa” risposi. “Ero stupita di vederlo a Baghdad visto che ho un appuntamento col lui questa notte a Samarra”.
Ecco che ci si sposta da Baghdad a Samarra.

Nel 1934 John O’Hara scrisse Appuntamento a Samarra, il romanzo che ispirerà la canzone a Vecchioni e che riporta all’inizio proprio la storia raccontata da Maugham, dalla quale prende anche il titolo.

Anche Oriana Fallaci racconta del vano tentativo di sfuggire alla morte in Il sole muore (1965) ed è proprio qui che finalmente si giunge a Samarcanda:

«Pensai piuttosto a quell’atroce racconto persiano dal titolo “Appuntamento a Samarcanda”. Nel giardino del re, la Morte appare a un servo. “Domani”, gli dice “ti vengo a prendere…” Allora il servo corre dal re e gli chiede il cavallo più veloce, per fuggire lontano: a Samarcanda. Arriva a Samarcanda, l’indomani, e la Morte è lì che lo aspetta. “Non è giusto”, grida il servo “non è leale”. “Perché?” risponde la Morte. “Sei fuggito senza farmi finire il discorso. Io ero in giardino per dire: domani ti vengo a prendere a Samarcanda”.»

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Il segreto. Clarice Lispector e la parola rarefatta.

[…] com’era sottilmente semplice lei, a quel tempo. Non c’era l’inatteso e il miracolo era il movimento rivelato delle cose. Se le fosse spuntata una rosa nel corpo, Virginia l’avrebbe colta con cura e, senza sorridere, ci si sarebbe ornata i capelli.

Clarice Lispector (Čečel´nik, Ucraina, 1925 – Rio de Janeiro 1977) viene ricordata tra le scrittrici brasiliane poiché, malgrado il luogo di nascita, all’età di soli due mesi si trasferì insieme ai genitori in Brasile. Per il resto è pressoché impossibile qualsiasi tipo di catalogazione per un’autrice tanto originale da collocarsi al di fuori di ogni schema. È stata spesso paragonata a Woolf e a Joyce, ed infatti ha continuato ulteriormente quel processo di sperimentazione iniziato dai due grandi scrittori rivoluzionando, nel suo modo personalissimo, l’uso della parola. Anche i suoi romanzi li si definisce tali a fatica, sia per l’assenza di una storia vera e propria, sia per la delineazione dei personaggi che rimane eterea, una rappresentazione di personalità che aleggiano sui corpi, corpi che agiscono in funzione di un sommovimento interiore che li muove, e pertanto l’immagine che si crea nelle mente del lettore non può non tenere conto di tutte le sensazioni e della profondità del pensiero che fanno parte anch’esse della descrizione fisica.

Pensieri semplici e chiari i suoi. Pensava una musica breve e limpida che si allungava in un unico filo e si arrotolava chiara, fluorescente e umida, acqua nell’acqua, meditando un elementare arpeggio. Pensava intraducibili sensazioni distraendosi in segreto come se canterellasse, profondamente incosciente e caparbia Virginia pensava a un solo tratto fugace: per nascere le cose devono avere vita, nascere è un movimento

Anche la protagonista del libro Il segreto (1946) vive sospesa. Virginia sembra sempre altrove ed in effetti si trova perennemente a vagare all’interno di se stessa alla ricerca di una verità inafferrabile al di là dei propri confini. Quando si vive di idee, di pensiero incessante, può capitare di confondere ciò che esiste al di fuori da ciò che ci s’inventa. Ma alla fine è poi così diverso? In fondo tutto ciò che inventiamo finisce con l’esistere, è il nostro modo di essere creatori.

In quei momenti non sapeva già più se aveva visto il cielo come chi vede quello che esiste o se l’aveva pensato riuscendo ad inventarselo… Era penetrata in un mondo ignoto e folle, aveva la vaga impressione che il cielo esistesse in ogni momento come sempre precedente, sempre presente e tranquillo… e che al di sopra fluttuassero i suoi desideri di cose, le sue visioni, i ricordi, le parole… la sua vita. Ed era ancora il cielo a salire e ad ampliarsi in attimi di silenzio dandole un silenzio di pensieri… o tutto ciò aveva semplicemente il valore di una delle sue idee, un’invenzione? Vedere la verità sarebbe stato diverso dall’inventare la verità?

C’è sempre una sorta di dolore necessario in tutti i momenti dell’esistenza e non si può prescindere dalla complementarità che dà vita a tutte le percezioni, infatti se mancasse il suo contrario, il nostro cervello, per l’uso limitato che ne facciamo, non riuscirebbe a cogliere l’altra metà e dunque la visione d’insieme. Eppure l’incessante confronto e il dover conoscere entrambi gli aspetti delle cose probabilmente, oltre a rendere la vita molto più faticosa poiché chiede che si raddoppino gli sforzi, falsa la naturalezza della conoscenza a causa della continua elaborazione dei dati che si ricevono. Per questo Virginia cade spesso in una sorta di delirio, proprio per cercare la sua verità oltre a ciò che c’è già di prestabilito. Se si riesce a trovare il punto di origine di un pensiero, di una cosa, di una situazione e a superarlo ecco che oltre ad una grande chiarezza, si può trovare, in una sorta di specularità al contrario, anche la vera libertà.

[…] lei pensava che se fosse riuscita a raggiungere l’aldilà del cielo, sarebbe venuto un momento in cui sarebbe stato chiaro che tutto era libero e che lei non era fatalmente legata a ciò che esisteva. […] Adesso era chiaro: era tutto vero! Tutto esisteva libero al punto che lei avrebbe potuto invertire l’ordine dei propri sentimenti, non avere paura della morte, temere la vita, desiderare la fame, odiare le cose felici, farsi beffe della tranquillità… Sì, sarebbe bastato un colpetto e, con un lieve e semplice coraggio lei avrebbe superato l’inerzia e reinventato la vita istante dopo istante. Istante dopo istante! In lei tremavano pensieri di vetro e di sole.

Descrivere i personaggi e le storie di questo libro non è facile e forse non è nemmeno importante, ciò che conta è sentire il movimento delle parole che creano giochi di luce, di emozioni, la descrizione di una quotidianità in cui non accade nulla eppure l’intero universo si crea di continuo. Sembra di inseguire scie luminose che si rincorrono da una pagina all’altra fino a precipitare all’interno degli antri più nascosti nei quali un individuo possa trovare riparo.

Indagava in lei una coscienza a sé stante. Linee luminose, secche e veloci striavano la sua visione interna prive di significato, fuggite da qualche misteriosa fessura e perciò fuori dal luogo della loro origine, deboli e stordite. Virginia poteva pensare in tutte le direzioni; chiudendo gli occhi dirigeva al proprio corpo uno di quei pensieri che nascono dal basso verso l’alto o che percorrono di corsa lo spazio aperto – non era una parola né un contenuto bensì il suo stesso modo di pensare nel cercare di orientarsi. Quello doveva essere pensare profondamente – non avere neanche un pensiero da portare alla superficie…

La storia di Virginia inizia quando è ragazzina e vive in una fattoria insieme al fratello e alla sorella e nel lungo cammino che la trascinerà dall’adolescenza all’età adulta lei sembra muoversi con impaccio. Non riuscirà mai ad emanciparsi dagli altri né da se stessa, una parte di lei rimarrà sempre ancorata ai luoghi, ai giochi dell’infanzia, alle riflessioni mai smesse su tutto ciò che la circonda e la sorpresa diventerà ancora più grande nel momento in cui si accorgerà che in fondo la conoscenza era proprio lì sotto i suoi occhi e che per vivere la vita, una vita qualsiasi, basta semplicemente rendersi conto di “essere”.

C’erano giorni di questo tipo nei quali lei capiva e vedeva così bene da cadere nello stordimento di una soave ubriacatura, quasi ansiosa come se le sue percezioni senza pensieri la trascinassero in un brillante e dolce vortice, ma chissà verso dove. Chissà. Gradualmente, guardando, svenendo, captando, respirando e aspettando, lei si legava più profondamente a ciò che esisteva, traendone piacere. Poco dopo, tacitamente sottintendeva le cose. Senza sapere perché, lei capiva e la sua intima sensazione era di contatto, di esistenza che guardava e che era guardata.

Più che prosa dunque sembra poesia. Le parole si infrangono su azioni inesistenti, ogni cosa che esiste è movimento, anche nella sua staticità e se a volte il linguaggio risulta ostico è solo perché si legge con i parametri del racconto classico, mentre qui è necessario scardinare ogni precedente rielaborazione e vedere nelle parole della prosa ciò che non sono abituate a dire, appunto poesia, ma anche musica, matematica, sensazioni, assenza, e sì proprio nell’assenza, nel vuoto che esse creano è facile trovare il significato più recondito, come un’improvvisa illuminazione, come una rivelazione. Ed ecco che la scrittura di Lispector, finalmente, vive di vita propria.

Così; quando vediamo una lucciola non pensiamo che è apparsa ma che è scomparsa. Come se uno morisse e quella fosse la prima cosa che si vedesse di quel tale e di colpo lui non fosse nato né vissuto, capisci come? Noi domandiamo: “Com’è la lucciola?” E rispondiamo: “Scompare”.

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Una donna segreta. Lillian Hellman e il ricordo mendace.

Ci sono incontri che si ripetono nel corso degli anni, quasi a scadenza regolare, ma senza che ci si accorga di loro, finché, all’improvviso, la mappa non diventa nitida e dai contorni ben definiti. A molti sarà capitato con Lillian Hellman (Louisiana 1905 – Tisbury 1984), grande autrice americana conosciuta soprattutto come commediografa, ma che ci ha lasciato anche le sue memorie divise in quattro volumi, Una donna incompiuta (1969), Pentimento (1973), Il tempo dei furfanti (1976) e Una donna segreta (1980). Lo stile è molto originale, delle interruzioni continue spezzano il ritmo della narrazione, ci sono sguardi all’indietro che rovistano nel pozzo della memoria e poi proiezioni in avanti, che ricreano il tempo a suo uso e consumo, seguendo il ritmo saltellante dei ricordi che non coincidono mai con la verità.
Lillian Hellman nasce a New Orleans e mantiene per tutta la vita un forte legame con la sua città, però dall’età di sei anni si trasferisce insieme ai genitori a New York, qui nel 1925 sposa lo sceneggiatore Arthur Kober, che presto diventerà un autore di successo. Ma non è lui l’uomo della sua vita, il destino ha infatti in serbo per lei un incontro determinante anche per la sua carriera di scrittrice. A Hollywood conosce Dashiell Hammett, raffinato innovatore del genere giallo e con lui manterrà una relazione trentennale, mai legalizzata in matrimonio (pur avendo divorziato da Kober nel 1932), cosa che all’epoca costituiva un atto di disobbedienza di un certo peso. Nel frattempo si dedicherà sempre con maggior passione alla scrittura, al fumo e all’alcool, incarnando perfettamente lo stereotipo dello scrittore maledetto ed emarginato tipico di quegli anni.

Gli appuntamenti volontari e no con la Hellman hanno coinvolto molti di noi soprattutto attraverso i tanti film famosi che sono stati tratti dalle sue opere.
Piccole volpi (1941) diretto da William Wyler, con Bette Davis (dalla commedia The Little Foxes 1939, che le fa vincere il Pulitzer ed ottiene un grande successo a Broadway) ha come protagonista una donna che è costretta a lottare con ogni mezzo per la propria libertà, soprattutto economica, in un contesto sociale che prevedeva invece il conferimento del patrimonio di famiglia ai soli figli maschi. Quando il giorno verrà (1943), sempre con Bette Davis stavolta in lotta contro il nazifascismo, film sceneggiato da Hammett e dalla stessa Hellman, tratto dalla sua pièce del 1940 Watch on the Rhine, dedicata a Dorothy Parker, nota antifascista e ancora, La porta dei sogni, 1963, con Dean Martin e Geraldine Page. Nel 1966 realizza invece la sceneggiatura di un altro famoso film, interpretato da Marlon Brando, La caccia, regia di Arthur Penn.

Lillian Hellman ha combattuto coraggiosamente contro le ipocrisie dei benpensanti, non soltanto con le parole, ma anche attivamente e pagando personalmente il duro prezzo di chi si mette contro la società. Nei suoi scritti ha sempre affrontato tematiche che urtavano l’opinione pubblica e politicamente era vicina agli ambienti di sinistra, cosa molto pericolosa all’epoca. In pieno maccartismo, per non essersi piegati alla politica ricattatoria che prevedeva un susseguirsi di sospetti, spesso infondati, e delatori dietro ogni angolo e per mantenere saldi i propri ideali in una democrazia della quale l’America si era fatta sempre portavoce, Hammett finirà in carcere nel 1951 e di conseguenza nella lista nera, mentre Hellman convocata per gli stessi motivi nel 1952, verrà lasciata in libertà ma, anche a lei, Hollywood chiuderà tutte le porte costringendola a vendere le proprietà per mantenersi. E tutto questo perché nessuno dei due aveva voluto rivelare i nomi di altri sospetti comunisti. La sua lotta continuerà negli anni successivi quando sosterrà il movimento studentesco del ’68 e poi si scontrerà ancora con Nixon, mentre nel 1970 fonderà il Comitato per la Giustizia Pubblica per la Difesa dei Diritti Costituzionali.

Un altro film molto conosciuto è Quelle due (1961) di William Wyler che vede altre due attrici straordinarie, Audrey Hepburn e Shirley MacLaine affrontare il tema spinoso dell’omosessualità femminile e di come una falsa accusa sia sufficiente per portare alla luce verità di cui non ci si era resi conto, e anche a spezzare il fragile equilibrio della vita, soffocata da norme sociali rigidamente fissate da una discutibile moralità. La condanna sociale può equivalere ad una sentenza di morte. Anche in questo caso la storia è tratta da uno scritto della Hellman, una pièce teatrale dal titolo The Children’s Hour (1934) che ebbe un grandissimo successo. Il film ebbe due versioni, nella prima del 1936, La calunnia, il produttore Sam Goldwin aveva imposto il lieto fine, mentre la seconda seguirà l’inevitabile compimento di un destino tragico.

Ancora un film imperdibile è Giulia (1977) di Fred Zinnemann, tratto da Pentimento. Jane Fonda interpreta la Hellman mentre Vanessa Redgrave è Julia. L’intensa amicizia tra le due donne ha come sfondo l’infausta sorte dell’Europa, offesa dai regimi totalitari e sulla quale incombe minacciosa l’ascesa del nazismo. La voce narrante è quella di Fonda-Hellman che descrive anche il suo rapporto con Hammett e i difficili momenti che precedono ogni creazione artistica.

Alle volte l’antica pittura su tela, invecchiando, si fa trasparente. Quando questo accade è possibile vedere le linee originali di certi quadri: sotto un vestito di donna trapelerà un albero, un bambino cede il proprio posto a un cane, una grossa barca non naviga più sul mare aperto. Questo si chiama ‘pentimento’ perché il pittore si è ‘pentito’, ha cambiato idea. Forse si potrebbe anche dire che la concezione originaria, sostituita da una scelta successiva, è un modo di vedere e poi di vedere di nuovo.
Ecco quel che intendo a proposito delle persone di questo libro. Ora la pittura è invecchiata, e io volevo vedere cosa c’era per me una volta, cosa c’è per me adesso.
(Lillian Hellman, Pentimento – Il tempo dei furfanti)

Nei suoi scritti autobiografici Hellman affronta costantemente il problema di ripristinare la verità attraverso il ricordo, ma sa anche che è un’impresa impossibile. Il ricordo in genere somiglia alla memoria di un ubriaco all’indomani di una sbronza, con tanti punti offuscati dalla nebbia e altrettante immagini vivide ma che non si sa se siano realmente accadute oppure no.
In Pentimento l’autrice mette subito le cose in chiaro, lo stesso termine che dà il titolo all’opera si riferisce al ripensamento dell’artista e in pittura indica appunto le correzioni del pittore che rimangono nella tela, ma nascoste sotto la versione definitiva, finché lo scorrere degli anni non le riporta alla luce. Nello stesso modo, in quel continuo divenire che è la vita non ci si può mai ricollocare esattamente nel tempo, in un modo che sia uguale per tutti.

Nei tre libri autobiografici che ho scritto, mi sono sforzata di arrivare alla verità. Mi sono sforzata, ma adesso non so gran che di quello che sia veramente accaduto e non ho mai provato a chiarirlo. In aggiunta agli inganni soliti in cui ciascuno di noi cade nella propria vita, è il tempo stesso che rende il tempo indistinto e mescola verità a mezze verità. Ma non mi pare di riuscire a dire le cose come stavano. Sto pagando lo scotto, ritengo, di una fede infantile negli assoluti, forse di un rifiuto altrettanto infantile di quegli stessi assoluti. Immagino di voler dire quanto poco attenta io sia stata – come la maggior parte di noi, immagino – a tutta la dannata solfa.
(Lillian Hellman, Una donna segreta)

Sì, ma la verità?

Una delle cose più strane dei bevitori accaniti, me compresa a quei tempi è che molto di quello che sembra chiaro mentre si beve non lo è affatto da sobri, poiché in realtà non lo è mai stato.

L’alterazione della realtà provocata dall’alcool produce nuove realtà e come per tutti gli stati in cui la coscienza si alleggerisce della zavorra mente-corpo, si scopre che ciò che vediamo è frutto delle costruzioni dell’intelletto e che, solo quando lo si stordisce, balzano fuori tante altre dimensioni, universi paralleli che siamo capaci solo di intuire a livello cosciente, ma che esistono e prendono forma attraverso i sogni o per mezzo delle visioni indotte.

Nell’ultima parte delle sue memorie, Una donna segreta, Hellman offre un eccellente spunto di riflessione e facendo continui paragoni tra ciò che si ricorda e ciò che è veramente stato, presenta la memoria come qualcosa di totalmente inaffidabile. Molti episodi della vita, con il trascorrere degli anni si modificano nella mente dei protagonisti, alcuni li cancellano appositamente perché troppo dolorosi da sopportare, altri li trasformano, cambiandoli radicalmente per continuare a serbarne il ricordo, altri ancora, semplicemente li dimenticano perché non erano importanti.

I cumuli e i fagotti e i nastri e gli stracci diventano anni, e poi gli anni sono fuggiti. Di certo c’è una luce alle tue spalle, ma non è abbastanza forte per illuminare tutto quello che avresti voluto. La luce sembra schermata o mascherata da un paralume invisibile. Tanta parte di quello su cui contavi, che sembrava costituire un solido muro di convinzioni, ora nelle notti brutte, o quando sei malata, o semplicemente stanca, non sembra più offrire un appoggio. È in momenti come questi che non si riesce più a collocarci nel tempo. Tutto ciò che saresti pronta a giurare che è veramente accaduto può essere ritrovato solo se si ha l’energia di scavare a fondo, e ciò fa dolere i piedi e la schiena, e talvolta si teme di trovare, oltre il bordo, il nulla.

Il titolo originale Maybe (Forse), rende meglio la dimensione insondabile di cui l’autrice vuole trattare e così come la figura di Sarah, la donna segreta del titolo italiano, risulta sfuggente, imprendibile e non catalogabile, tanto che perfino la sua morte è incerta, così come il suo nome e tutto quello che ha fatto (o forse no), anche la verità, la realtà e la conoscenza sono concetti misteriosi per i quali non possono mai esserci risposte certe. Forse perché è impossibile o forse perché non ce n’è bisogno. L’autrice si aggira pertanto nei meandri delle storie che racconta, dipinge ritratti di persone che ha incontrato, alcune anche famose, ma il suo incedere, a tratti incerto, il suo incespicare lungo il sentiero che porta verso casa e dunque in un percorso più che noto, ci dà l’esatta percezione della precarietà di una vita in cui non si possono mai avere convinzioni assolute e in cui perfino la conoscenza vacilla. Niente è vero né si può mai  ricostruire la verità attraverso la memoria.

Non so quale sia la verità su di lei o su molta parte di quello che scrivo qui. È ovvio che nelle loro memorie le persone cerchino di dire la verità così come esse la vedono se no che senso avrebbe? Forse il tempo offusca o cambia le cose ai loro occhi. Però uno ci prova, comunque.
(Lillian Hellman, Una donna segreta)

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