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Anchee Min. Il pavone rosso.

il pavone rossoIl pavone rosso di Anchee Min narra la storia dell’ultima moglie di Mao, Jiang Qing (1914-1991) e ne fa un ritratto impietoso sebbene altalenante fra la comprensione e la condanna. Si tratta infatti di un personaggio perfidamente ambiguo che lascia libero sfogo alle sofferenze subite in passato infliggendo stilettate mortali a una bella fetta di umanità, ma senza strizzare per questo l’occhio al marito che pare ben più calcolatore e brutale di lei, avendo ai suoi piedi masse adoranti di zelanti formiche, pronte a sacrificare la loro stessa vita per il sogno di un altro, incapaci di rendersi conto di non avere affatto una specie di divinità in sembianze umane di fronte, ma semplicemente un dittatore seppure dal carisma travolgente.

Quando ero piccola, mia madre mi diceva che dovevo considerarmi figlia dell’erba – nata perché mi si calpestasse –. Invece io mi vedo come un pavone in mezzo alle galline. Non mi si sta giudicando equamente. Fianco a fianco eravamo, Mao Zedong e io, eppure lui è considerato un dio e io un demone.

A suo modo Jiang Qing è pur sempre un’eroina che si ribella alle convenzioni, che non accetta la società che vuole le donne “figlie dell’erba” e che, come primo atto decisivo, si libera i piedi dalle fasce crudeli della tradizione che imponevano ancora alle donne dei piedi molto piccoli per fare un buon matrimonio. Tuttavia ciò che prevale in lei è l’egoismo e le sue non sono vere battaglie per l’emancipazione femminile in generale, ma soltanto per la sua.

Lo impara presto il dolore, lei. Quando ha quattro anni, la madre viene a fasciarle i piedi. La madre le dice che non può concedersi di attendere oltre. Promette che dopo, dopo il dolore, la ragazzina sarà bellissima. Si sposerà in una famiglia ricca e non dovrà camminare ma sarà portata in giro in palanchino. I piedi di nove centimetri a forma di loto sono simboli di prestigio e di classe.

La tradizione dei piedi fasciati ha origini antichissime. Dal punto di vista sociale è un modo per mostrare l’appartenenza ad un certo ceto: dal momento che le donne subivano una mutilazione che rendeva loro difficile camminare, un uomo che sposava una donna dai piedi piccoli dimostrava di essere agiato perché poteva permettersi di mantenere la moglie senza avere bisogno di aiuto. Ma alla base di questa crudele usanza, come sempre, c’è il solito assoggettamento delle donne ai voleri dell’uomo. Una donna virtuosa e desiderosa di contrarre un buon matrimonio che accettava la propria inferiorità intellettuale ed era pronta a isolarsi dal mondo, ad avere dei bellissimi piedi in miniatura, anche se inservibili al proprio scopo naturale, diventava la candidata perfetta. Ciò che più sconcerta è come le stesse donne si facciano promotrici di convenzioni schiaviste e invalidanti, obbedendo ciecamente a canoni di bellezza fissati ovviamente dai maschi e costringendo le proprie figlie a sacrificarsi a loro volta. Erano infatti le madri a fasciare i piedi alle bambine in modo da comprimerli il più possibile ripiegando le dita sotto la pianta. Questo procedimento faceva sì che spesso la carne si putrefacesse, oltre a dare un dolore persistente al quale le bambine dovevano reagire stoicamente. Il piede piccolo, detto loto d’oro, era creato per il piacere esclusivo del marito che manipolandolo si dedicava a pratiche erotiche che francamente fanno pensare più che a bellezza estetica e quant’altro a squallide forme di pedofilia latente.

Ricorda vividamente la propria lotta contro il dolore. Eroina del palcoscenico della vita reale, debuttò strappandosi dai piedi le bende che glieli imprigionavano. Se non c’è ribellione, non c’è sopravvivenza! È il suo grido alle adunate durante la Rivoluzione Culturale.

Il teatro ha in questo dramma un ruolo fondamentale, Jiang Qing riesce ad entrare, ancora giovanissima, nel teatro dell’opera di Pechino e da quel momento recitare la propria vita sarà il suo ruolo essenziale, tanto che è molto difficile distinguere i personaggi che interpreta dalla sua verità interiore.

Grotte, pulci, venti tremendi, cibo approssimativo, volti con denti guasti, uniformi grige, berretti con la stella rossa: sono queste le mie prime impressioni di Yan’an. La mia nuova vita comincia con una forma di tortura. Per sopravvivere mi proibisco di pensare che questo è il luogo dove in un anno sono morti di fame tre milioni di persone. Mi proibisco di pensare che i locali non hanno mai visto un cesso in vita loro e non hanno mai fatto un bagno, se non il giorno della nascita, del matrimonio o della morte, pochissime persone sanno la propria data di nascita e dove si trovi la capitale della Cina, gli abitanti di Yan’an si definiscono comunisti. Per loro è una religione. La ricerca della purezza spirituale li gratifica.

Jiang qingGiunta a Yan’an, la regione in cui vive Mao, una zona centrale poverissima e desolata, ben diversa dalla città cui lei è abituata, tuttavia riesce ad adattarsi e a mettersi in mostra con calma, ma in maniera incisiva, tanto che in breve tempo si farà largo nel cuore di Mao, riuscendo perfino a soppiantare la moglie-eroina della Lunga Marcia, He Zizhen, che gli aveva dato ben cinque figli. Mao poté sposarla solo nel 1939, ma Jiang Qing non fu di certo la tipica moglie sottomessa e tradizionalista, la sua passione per il teatro e il cinema ne facevano già un personaggio bizzarro e la sua sete di potere e il desiderio di mettersi sempre in primo piano ne completano la figura. La coppia avrà un’unica figlia, Li-Na. Anche come madre (e matrigna dei figli ancora vivi di Mao) lascia molto a desiderare, sembra che non ci possa essere altro ruolo che quello di se stessa e insopportabile è per lei l’ombra nella quale la costringe a vivere il marito, negandole un incarico pubblico attivo nella vita politica cinese, per molti anni del loro matrimonio.

Non c’è la minima traccia di gelosia nelle parole di Mao, ma in questo momento si pianta nel suo cuore il seme di Liu Shaoqi come potenziale rivale. In Cina nessuno si immaginava che Mao sarebbe stato capace di una distruzione di massa solo per invidia del talento di qualcuno. Nessuno aveva mai capito le sue paure. Trent’anni dopo Mao lancia la cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, in cui saranno perdute milioni di vite solo per aprirgli la strada.

C’è un trucco che la signora Mao non riesce a imparare da Mao: lui non soltanto riesce ad evitare di essere criticato per le proprie responsabilità nel delitto del secolo, ma impegna il popolo, perfino dopo la sua morte, a difendere, adorare e benedire la sua bontà.

Certo non fu un legame facile neanche per lei, Mao era infatti un uomo poco dedito all’igiene personale, goloso di un untuoso piatto a base di maiale, fumatore accanito e infedele a tempo pieno. La sua “cura” per la longevità era quella di deflorare vergini, attività alla quale si dedicava con impegno e che non smise nemmeno dopo avere contratto la sifilide che si rifiutava di curare, disinteressandosi totalmente del fatto di potere infettare le poverette che dovevano soddisfare il suo piacere, le quali, stupide oltre ogni dire, se ne facevano addirittura vanto, come se tale contagio potesse farle diventare parte della leggenda. Tutto questo se viene posto sotto la luce della crudele austerità cui era costretto il popolo, assume contorni ancora più grotteschi.

A mezzanotte del 13 gennaio 1967, nella Grande Sala del Popolo, Mao ha un affettuoso incontro con il vicepresidente Liu. Il giorno dopo Liu è arrestato e trattenuto la notte dalle Guardie Rosse. Non è la fine di Liu, ma è un bel colpo nello stomaco. Nel mondo di Mao si è in costante confusione e terrore.

Ed effettivamente la descrizione di una figura che rasenta il mito come avida, calcolatrice, lussuriosa, è veramente dura da digerire, ma alla fine non si tratta di niente di nuovo, chiunque gestisca un potere enorme non può essere infatti puro e altruista, pian piano comincia a credersi un semi-dio o comunque un intoccabile e per di più trova sempre un corteo di seguaci pronti a fare qualsiasi cosa pur di seguire un’Idea importante, anche se non gli appartiene, anche se si tratta di semplice luce riflessa, che tuttavia dà loro la possibilità di credere di dare un senso alla propria miserevole esistenza.

Durante tutta la Rivoluzione Culturale Mao fa credere a Jiang Qing che lei erediterà la Cina. Quel che le è nascosto è che Mao fa le stesse promesse ad altri, anche a quelli che lei considera nemici, Deng Xiaoping e il maresciallo Ye Jianying. Quando Deng viene convinto che il potere del paese è nelle sue mani, Mao di colpo passa le chiavi del potere a un altro.

La signora Mao conosce la tattica del marito meglio di chiunque altro. Ma in questa febbrile stagione crede di esserne esente. Si crede primo motore della salvezza di Mao. Interpreta la parte con tale convinzione che si perde. Sacrifica più di quanto non sappia.

Nel 1965 finalmente la signora Mao riesce ad ottenere quello che vuole ovvero una fetta di potere, sarà lei infatti la protagonista principale della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria diventando la vicedirettrice del Gruppo, mentre nel 1969 sarà eletta membro del Politburo del PCC (Partito Comunista Cinese). Ma non riuscirà mai ad ottenere una piena vittoria, a penetrare la compagine che la esclude da quell’aura da mito di cui tanto vorrebbe essere parte attiva, amata e rispettata come suo marito che pure lei sa essere pieno di difetti intollerabili.

Lei non dà per scontato il proprio potere. Non pensa di avere il controllo totale della propria vita. In fondo non si fida di Mao. Sa che Mao è capace di cambiare idea. E la mente gli si sta indebolendo. Quando la chiama per farsi aiutare a risolvere il problema dell’amante, ha forse dimenticato che lei è sua moglie? Dalla voce capisce che lo fa senza malizia. Il suo dolore è come quello di un bambino a cui hanno strappato il giocattolo preferito. È logico presumere che domani si giri e non la riconosca? La vecchiaia gli ha fatto aumentare la paranoia e lei si tiene in equilibrio sull’asse della sua mente. Essendo la signora Mao, non è mai senza nemici. Il prezzo del suo successo è che non esita più quando si tratta di eliminare gli avversari. Senza pensarci due volte, ora a mezzanotte chiama Kang Sheng per fargli aggiungere un nome all’elenco delle esecuzioni. Sta cercando in tutti i modi di eliminare le bocche che non vogliono restare chiuse. Teme che alla morte di Mao la sua lotta sarà come tentare di spazzare l’oceano con una scopa, che gli avversari se la mangeranno viva.

E così sarà. Alla morte di Mao, nel 1976, Jiang Qing sa che i suoi giorni sono contati ed infatti presto viene arrestata con l’accusa di essere a capo della cosiddetta Banda dei Quattro e di avere cospirato per rovesciare il governo cinese. Nel 1981 viene processata per le efferatezze compiute durante la Rivoluzione Culturale e condannata a morte, ma si ribella con violenza, sostiene di non essere stata giudicata con equità e di avere agito sotto gli ordini di Mao. Nel 1983 la pena di morte viene commutata in ergastolo. Nel 1991 sarà trovata impiccata nella casa dove si trovava agli arresti domiciliari, ma le autorità renderanno noto il suicidio solo nel 1993.

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Neera. Teresa e il diritto di scegliere.

– Almeno fosse un maschio! – sospirò la signora Soave.

– Non ne ha abbastanza di Carlino?

– Oh! non per me; ma per le ragazze, poverette, che cos’hanno di buono a questo mondo?

copertinaTeresa (1886) è un romanzo di Anna Zuccari (1846-1918), nota con lo pseudonimo di Neera, e fa parte della Trilogia della donna giovane che comprendeva anche Lydia (1887) e L’indomani (1889). Durante la sua vita Neera occupò un posto importante nell’attività sociale e culturale milanese del periodo, scrittrice prolifica, oltre a romanzi, racconti e saggi, scrisse anche per numerose riviste e giornali tra i quali Il corriere della Sera. Intrattenne inoltre una fitta corrispondenza con personaggi di spicco come Benedetto Croce, Giovanni Verga, Luigi Capuana. Dalla nota bio-bibliografica dell’edizione Il Poligrafo (2009) si legge: semplicemente «una signora che scrive» la definì un critico del tempo e Roberto Sacchetti in Milano 1881 ne tracciò questo essenziale ma illuminante profilo: «La scrittrice che tutta Italia conosce col pseudonimo di Neera e di cui ben pochi sanno il nome vero, è una modesta madre di famiglia; molto seria, benché di carattere vivace e giovanissima, vive unicamente per la famiglia; lavora per la famiglia e come: tre o quattro romanzi all’anno, articoli per il “Fanfulla”, per il “Corriere del Mattino” e per la “Gazzetta Letteraria”, per sei o sette giornali minori, e si lamenta che gli editori non gliene stampino quanto si sentirebbe di farne». Dopo la sua morte però ha allungato la schiera delle donne dimenticate delle quali o non rimane traccia o le si abbozza rapidamente con poche parole di circostanza, nelle varie antologie e letterature. Paradossalmente è più strano che fosse famosa in un’epoca in cui la cultura femminile non era tenuta minimamente in considerazione, anzi veniva ostacolata e denigrata da una critica di parte e unicamente maschile.

La posizione della scrittrice in merito alla condizione femminile è parecchio contraddittoria.

Il pensiero di Neera a proposito del confronto uomo-donna si pone fra il classico e l’innovativo. Ha la grande intuizione di affermare che le donne non sono uguali agli uomini e dunque condanna al femminismo la costrizione ad un’uguaglianza impossibile. Ritiene che se l’uomo fosse migliore della donna allora sì che si dovrebbe combattere per essere superiori a lui, ma dato che siamo semplicemente diversi è sufficiente ritagliarsi i propri spazi, anche in ambito lavorativo e risolvere un grosso carico di problemi. Inoltre sa che la donna ha un ruolo fondamentale nell’educazione dei propri figli e questo per lei è il suo compito principale. Difficile darle completamente torto, tuttavia Neera dava per scontata una collaborazione indispensabile tra l’universo maschile e quello femminile, ma invece, come si sa e come la cronaca continua a mostrarci quotidianamente ci sono dei modelli comportamentali, a dir poco inammissibili, che si sono radicati a tal punto nella società, che le stesse donne li sottovalutano, quando addirittura nemmeno li vedono più. E purtroppo per questi motivi si continua a morire inutilmente in ogni angolo della Terra.

Così, tutta sola nella cucina bassa, intenta a uffici volgari, la fanciulla ingannava l’eternità dell’aspettativa, avvinta docilmente alla sua catena, imparando la grande virtù femminile del dominarsi, la profonda abilità femminile di nascondere un tormento dietro un sorriso.

Neera approva il ruolo della donna come procreatrice e non condivide le lotte per l’emancipazione femminile. Malgrado tutto questo, e pur non abbracciando la causa delle femministe, anzi dichiarandosi addirittura contro il femminismo, tuttavia dai suoi scritti emerge un forte malessere verso l’ipocrisia di una condizione imposta che relegava la donna al classico ruolo dell’angelo del focolare e traspare chiaramente una forte critica nei confronti di una sottomissione iniqua e senza sbocchi, facilmente individuabile anche nelle descrizioni di certi uomini resi ridicoli proprio dal loro diritto ad essere tronfi e dalla convinzione di predominare per superiorità congenita, per diritto divino.

Lui, il padre, uomo da poco e presuntuoso, che nascondeva la propria nullità sotto una grand’aria boriosa ed arcigna, ligio alle vecchie consuetudini aristocratiche, tirannuccio volgare, aveva già stabilito, col suo precedente, il dominio assoluto del sesso forte.

Teresa, l’eroina del romanzo, si dibatte tra la passione per il bell’Egidio e il rispetto delle convenzioni sociali, tra i sentimenti e l’obbedienza familiare, in particolare ad un padre che si oppone ad un matrimonio d’amore perché manca il requisito fondamentale, ovvero la sicurezza economica e perché il ragazzo non gli piace e dato che può, allora impone la sua autorità.

Eppure la riprendeva, nella monotonia dell’abitudine, nella inenarrabile monotonia della vita femminile, trascinando di camera in camera la sua tristezza, meravigliata di trovarsi passiva in tanto dolore.

Che cosa poteva fare? Ribellarsi al padre, far morire di cruccio quell’angelo della mamma, rompere tutte le tradizioni della famiglia, mancare ai doveri di figlia ubbidiente e sottomessa?

La schiavitù la cingeva da ogni lato. Affetto, consuetudine, religione, società, esempi, ciascuno le imponeva il proprio laccio, vedeva la felicità e non poteva raggiungerla. Era libera forse? Una fanciulla non è mai libera non le si concede nemmeno la libertà di mostrare le sue sofferenze. Ella doveva fingere colla madre per amore, col padre per timore, colle sorelle per vergogna.

A tutto questo bisogna aggiungere che il romanzo è ambientato in una realtà provinciale, dove c’è sempre qualcuno nascosto dietro le tende intento a spiare, dove niente sfugge ai mille occhi che osservano, dove c’è sempre un prete ipocrita e un po’ troppo zelante, pronto a far arrivare alle orecchie del padre padrone il resoconto della disubbidienza della figlia e dove ci si ritrova continuamente un dito puntato addosso, insomma dove la libertà è sempre negletta.

La zia Rosa, nella placidezza serena di una vita di pianta, conservava un po’ della bellezza statuaria che l’aveva gettata a diciotto anni nelle braccia di un uomo – senza che né l’uno né l’altra si amassero, perché lui aveva bisogno di trovar moglie per accudire al negozio, e lei era una ragazza da marito.

neeraNeera critica queste consuetudini e la sua eroina, pur senza compiere gesti eclatanti non accetterà un matrimonio di convenienza, continuerà a coltivare il suo amore per Egidio e a macerarsi tanto che le sue sofferenze quotidiane troveranno sfogo in una nevrosi maniaco-depressiva che la minerà dentro, ma anche nel fisico. E tuttavia non si piegherà.

Quale infame ingiustizia pesa dunque ancora sulla nostra società, che si chiama incivilita, se una fanciulla deve scegliere tra il ridicolo della verginità e la vergogna del matrimonio di convenienza?

Si sorprende Neera che una società che si definisce civile possa costringere una donna a scegliere tra la verginità o il matrimonio di convenienza, certo viene da sorridere amaramente pensando che questa è solo una goccia nell’oceano, considerato tutto quello che le donne sono costrette a subire nel mondo quotidianamente, come se fosse normale: stupri semplici, stupri di massa, stupri di guerra, lanci di acido, burqa, infibulazione, bastonate, umiliazioni, diritti negati, ecc. ecc.

Il racconto della vita di Teresa parte da quando è ancora una ragazzina e già viene assunta come seconda mamma per l’ultima arrivata in casa Caccia e prosegue lento, soffermandosi tra i vari passaggi dall’adolescenza fino all’età adulta. Pur non avendo alcuna caratteristica peculiare, non è particolarmente bella, né particolarmente colta, né particolarmente brillante e intelligente, tuttavia è in grado di prendere coscienza di sé stessa, di delineare una propria individualità, riuscendo così a non abbandonarsi al ruolo che una legge esterna le impone e che la rende socialmente attiva solo in correlazione ad un uomo, mentre in caso contrario diventerebbe reietta, malata, un po’ matta e pericolosa.

Capiva le ragioni del padre: aveva troppo vissuto in quell’ambiente e in quello solo, per non essere persuasa che la sua condizione di donna le imponeva anzitutto la rassegnazione al suo destino, – un destino ch’ella non era libera di dirigere – che doveva accettare così come le giungeva, mozzato dalle esigenze della famiglia, sottoposto ai bisogni e ai desideri degli altri. Sì, di tutto ciò era convinta, ma anche un cieco è convinto che non può pretendere di vedere, e tuttavia chiede al mondo dei veggenti, perché egli solo debba essere la vittima.

Teresa insieme a tutta la famiglia si era dovuta piegare alle esigenze di utilizzare le risorse economiche a vantaggio del fratello, essendo l’unico maschio, l’erede del nome e delle sostanze, era lui che doveva studiare, che poi fosse poco dotato intellettualmente mentre le sue sorelle avrebbero potuto avere più successo di lui negli studi, non aveva nessuna importanza. Teresa riuscirà alla fine a portare avanti i suoi intenti, ma a che prezzo? E ne sarà valsa veramente la pena? Tutto quello di cui si rende conto l’eroina è il pensiero dell’autrice, che malgrado la sua grande fortuna di potere accedere a un campo normalmente riservato agli uomini e di potere scrivere a suo piacimento, ha voluto regalare alla protagonista, meno fortunata, dopo una vita da vittima perfetta, obbediente e lavoratrice instancabile, un piccolo-enorme sprazzo di libertà, un diritto che chiunque dovrebbe avere, quello di potere decidere della propria vita.

Ebbene, dirai ai zelanti che ho pagato con tutta la vita questo momento di libertà. È abbastanza caro, nevvero?

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Parole di fuoco. La vita e il martirio di Anne Askew.

parole di fuocoNel XVI secolo avvenne quell’importante frattura nella cristianità che portò alla Riforma protestante, con la pubblicazione delle 95 tesi di Martin Lutero. Sempre nel XVI secolo, durante il regno di Enrico VIII la chiesa anglicana si separò da quella cattolica. Come è spesso accaduto nella storia religiosa dell’umanità ciò che muove i vertici è l’interesse personale di pochi oligarchi, spinto dalla materialità, mentre la spiritualità è regolarmente latitante, l’esempio più chiaro è l’eterna lotta fra papato e impero per la conquista del potere. Enrico VIII voleva rendersi indipendente dalla Chiesa Cattolica Romana e quindi dal papa, il pretesto fu la richiesta di annullamento del precedente matrimonio con Caterina d’Aragona (che ovviamente viene negato) per essere libero di sposare Anna Bolena. Inizia così una campagna antipapale che porterà all’auto-elezione del Re come capo supremo in terra della Chiesa d’Inghilterra, avvenimento che aumenterà notevolmente il prestigio e il potere della monarchia. In quegli anni di grandi trasformazioni si assiste anche ad una spietata lotta fra protestanti e cattolici al fine di ottenere il favore del re e quindi del Regno. Siamo in un campo minato e la battaglia che si gioca, in nome di qualcosa di molto più ampio della sfera umana, in realtà presenta come al solito tutte le piccolezze della vita terrena. La libertà di scelta è bandita, la minaccia domina, i roghi sono dietro ogni angolo.

Anne Askew ( 1520/1521 – 1546) era in contatto con il gruppo delle Gran Dame di corte e amica della regina Katherine Parr, l’ultima moglie di Enrico VIII, segretamente interessata alla “nuova fede” protestante. Obbligata a sposarsi a sedici anni con un ricco cattolico, nonché papista sfegatato, Anne non credeva, seguendo i dettami della Riforma, alla transustanziazione ovvero alla totale conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo, che si attua per l’onnipotenza divina nella consacrazione durante la messa, in favore della consustanziazione, dottrina luterana per cui, nell’Eucaristia, il corpo di Cristo coesiste con la sostanza del pane. È questo il motivo principale per il quale viene imprigionata, torturata e messa al rogo.

Si converrà che sarebbe ben strana una divinità tanto permalosa da esigere tortura e morte per chi cavilla con dogmi e sacramenti vari. E come si può sbandierare una presunta verità che porti ad un regno celeste, se non si ha il minimo rispetto per la vita umana?

Ma ecco l’eresia di cui mi tacciano: che dopo le parole di consacrazione pronunciate dal sacerdote, il pane rimane semplice pane.

E invece essi dichiarano, e lo insegnano come essenziale articolo di fede, che una volta pronunciate quelle parole il pane non rimane tale, ma si muta in quello stesso corpo che fu inchiodato alla croce il Venerdì Santo, nella medesima carne, sangue e ossa. A questo loro credo io dico no: perché allora sarebbe falso anche il nostro credo apostolico, che Egli sieda alla destra di Dio Padre Onnipotente, e che da lì scenderà sulla Terra a giudicare i vivi e i morti. Ecco! Tale è la mia eresia, che dovrò scontare con la morte. Ma per quanto riguarda la santa e benedetta Cena del Signore, io credo che rappresenti una commemorazione fondamentale delle Sue sofferenze gloriose e della Sua morte.

(Parole di fuoco. La vita e il martirio di Anne Askew)

In politica, si sa, è stata giocata ogni carta pur di eliminare il proprio avversario e qui gli interessi erano molteplici, la regina infatti seguiva i protestanti, pertanto la fazione cattolica voleva toglierla di mezzo e quale migliore strumento all’epoca di una bella accusa di eresia? Anne Askew fu condotta alla Torre di Londra e torturata con l’intento di farle denunciare le Dame in modo da colpire la regina stessa. Più politica che religione dunque, ma Anne non si piegherà a nessuna intimidazione e non rivelerà alcun nome di altri protestanti. A quanto risulta dagli archivi fu anche l’unica donna imprigionata nella Torre ad essere torturata, in particolare le fu inflitto il supplizio della Ruota, che affrontò con un coraggio tale da lasciare impressionato il suo torturatore, l’ufficiale Sir Anthony Kingston. Questi a un certo punto decise di interrompere la tortura, ma il Cancelliere lo minacciò dicendogli che avrebbe denunciato la sua condotta al re e iniziò egli stesso a torturarla, fino alla slogatura delle articolazioni.

A quel punto mi misero sulla ruota perché non volevo ammettere che altre dame e gentildonne condividessero le mie opinioni, e mi ci lasciarono per lungo tempo. E dato che stavo ferma e non gridavo, Sua Signoria il Lord Cancelliere e il Dottor Rich si diedero un gran daffare per torturarmi con le loro stesse mani, fino al punto da lasciarmi moribonda. Poi il tenente della Torre mi fece sciogliere dalla ruota. Svenni immediatamente, ma mi rianimarono subito. Dopodiché rimasi due lunghe ore seduta sul pavimento a parlare con Sua Signoria il Lord Cancelliere, che con molte blandizie cercò di persuadermi ad abbandonare le mie opinioni. Ma il mio Signore Iddio (sia lodata la Sua infinita bontà) mi accordò la grazia di perseverare, e così farà (spero) sino alla fine.

Ed in effetti riuscirà a perseverare, la povera Anne, come tanti altri che lungo il lento cammino della storia si sono immolati per delle idee e pur di non rinnegarle hanno affrontato morti atroci. La cosa è veramente intollerabile quando a infliggere tanto dolore sono proprio coloro che si definiscono uomini di Dio. Non è necessario essere seguaci di una qualsiasi religione per rendersi conto di quanto debba essere squallido il campo intellettivo di chi regolamenta la tortura come strumento che possa condurre alla verità. Solo chi possiede una grande frustrazione interiore, che si trasforma sovente in perversione ed è invaso da un evidente sadismo può farne uso, altrimenti è unicamente un segno di immensa stupidità. Eppure la Chiesa se ne è servita per secoli.

Poi il vescovo disse che sarei stata bruciata sul rogo. Risposi che avevo esaminato a fondo le Scritture, ma non avevo trovato da nessuna parte che Cristo o i Suoi Apostoli avessero condannato a morte creatura alcuna.

Ma si può contrastare il delirio di onnipotenza che questi omuncoli hanno sempre desiderato esercitare travestendolo di santità? No di certo, dal momento che sono anche supportati da immancabili schiere di seguaci. Anne Askew fu condannata al rogo il 16 luglio del 1546.

Era signora di tale lignaggio che avrebbe potuto vivere nel lusso e nella prosperità, se soltanto avesse scelto il mondo anziché Cristo; ma a quel punto era talmente debilitata dai tormenti che le avevano inflitto, che non avrebbe potuto sopravvivere a lungo, né potevano i suoi avversari consentire che morisse in segreto. Pertanto, fu fissato il giorno dell’esecuzione, e Anne fu portata a Smithfield su una sedia perché non si reggeva in piedi a causa dei grandi patimenti. Una volta condotta al palo, fu legata alla vita con una catena che le sosteneva il corpo, e quando tutto fu pronto per il rogo giunsero le lettere nelle quali il Re le concedeva la grazia se avesse ritrattato, ma Anne non si degnò neppure di guardarle. Anche Shaxton era presente quel giorno, e per l’occasione fece pubblica abiura delle sue opinioni; con un lungo discorso cercò poi di convincere anche Anne a ritrattare, ma lei resistette imperterrita. Così tormentata in ogni modo, dopo avere affrontato mille patimenti, Anne giunse alfine al termine delle sue lunghe agonie, e in un abbraccio ardente di lingue di fuoco, come un sacrificio benedetto offerto a Dio, si addormentò nel Signore nell’anno 1546, lasciando in eredità a tutti gli uomini un fulgido esempio di perseveranza cristiana.

La storia di Anne Askew ha attirato l’immaginario collettivo, tanto da farla diventare una delle più famose martiri della Riforma inglese. Anne mette in discussione tutte le istituzioni del tempo, sovverte le leggi e le consuetudini, non rispetta quelle norme che sono alla base della società, infatti pur essendo donna non soltanto parla, ma scrive anche, esprimendo apertamente il proprio pensiero. In base all’ordine di Paolo di Tarso, enunciato nella prima epistola ai Corinzi, le donne non potevano parlare in pubblico, figuriamoci scrivere la propria verità. Il racconto dei suoi interrogatori verrà invece pubblicato e questo contribuirà ad accrescerne la notorietà.

Il Cancelliere del Vescovo mi rimproverò e disse che ero da biasimare per aver predicato le Scritture. Giacché San Paolo, disse, ha proibito alle donne di parlare o di commentare la Parola di Dio. Gli ho risposto che conoscevo l’insegnamento di Paolo tanto quanto lui, in I Corinzi 14, dove dice che una donna non deve parlare nella congregazione in qualità di predicatore. E poi gli ho domandato quante donne avesse visto sul pulpito a predicare. Ha risposto che non ne aveva mai vista nessuna, così gli ho detto che non doveva incolpare le povere donne, a meno che non avessero violato la legge.

La capacità di rispondere sempre in modo lucido, razionale e pertinente avrà indispettito non poco tutti quegli uomini santi, pronti a fare giustizia e il fatto che a tenergli testa fosse un essere inferiore, ovvero una donna, sarà stato intollerabile, forse anche per questo Anne dovette subire tormenti che normalmente non venivano inflitti alle dame del suo rango. E fu una martire a tutto tondo questa donna, prima sacrificata dal padre e condannata a sposare un uomo abietto che la caccerà di casa, poi, malgrado il supplizio, capace di mantenere il segreto senza mai rivelare un solo nome, e infine decisa a morire in nome di una fede che in lei non era solo pensiero religioso, ma che si spingeva verso quella forma di libertà di coscienza, rispetto e dignità che prescindono da ogni dottrina e che sono l’unico patrimonio che possa contribuire all’evoluzione di questa triste umanità.

SUA SIGNORIA IL SINDACO. Donna sciocca, vai forse dicendo che i preti non possono fare il corpo di Cristo?

ANNE ASKEW. Precisamente, mio signore; poiché ho letto che Dio fece l’uomo, ma che l’uomo potesse fare Dio non l’ho ancora letto, né credo che lo leggerò mai.

SUA SIGNORIA IL SINDACO. No! Donna sciocca, dopo la formula della consacrazione, non è forse il corpo del Signore?

ANNE ASKEW. No; rimane semplicemente pane consacrato, o pane sacramentale.

SUA SIGNORIA IL SINDACO. E se un topo lo mangia dopo la consacrazione? Che ne sarà del topo? Parla, donna sciocca.

ANNE ASKEW. Che ne sarà del topo secondo voi, mio signore?

SUA SIGNORIA IL SINDACO. Io dico che il topo è dannato.

ANNE ASKEW. Ahimè, povero topo!

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Le rondini di Kabul. Di pietra si muore.

Se ti svegli nel sogno di un altro la tua vita può diventare un incubo. È davvero inquietante pensare a come tutto possa cambiare in peggio, proprio come in un sogno terribile. È quello che è successo in Afghanistan dopo l’avvento dei talebani. Dopo tanta fatica, morte e lotte senza fine delle donne per riuscire ad ottenere il semplice diritto allo studio, la banale libertà di passeggiare con le amiche senza quell’ombra tenebrosa che ti s’incolla addosso e non ti lascia più, la paura, fa ancora più orrore notare come in un attimo si possa sprofondare di nuovo nel buio più nero, quello della mente devota alle leggi della stupidità e della prepotenza.

donne afghanistanLe donne afghane non hanno mai avuto vita facile, prive di diritti e ritenute stupide a prescindere, sono sempre state schiave dell’uomo terreno e della divinità maschile che le religioni monoteiste hanno diffuso qua e là per il mondo. Dopo un primo tentativo di cambiamento negli anni ’20, da parte del re progressista Amanullah, che aveva deciso di fare studiare anche le bambine (e che fu poi costretto ad abdicare), nel 1965 riuscirono ad ottenere il diritto di voto e ben quattro donne furono addirittura elette in Parlamento. Nel 1977 è stata fondata la RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan, Associazione Rivoluzionaria per le Donne Afghane) che lotta per i diritti umani e la giustizia sociale delle donne afghane. All’inizio si trattava di un’organizzazione che puntava ad un maggiore coinvolgimento delle donne nella vita politica del paese, poi dopo l’occupazione sovietica nel 1979 partecipò attivamente alla Resistenza. Ma con l’arrivo dei Talebani negli anni ’90 le donne hanno mantenuto solo il diritto di studiare il Corano perdendo quello fondamentale di fare parte di una società in qualità di esseri umani.

Mohsen non sa dove andare né che farsene del proprio ozio. Fin dal mattino non smette di vagare nei sobborghi devastati, con la mente che vacilla, il volto inespressivo. Prima, ossia molti anni luce fa, gli piaceva passeggiare, la sera, lungo i viali di Kabul. [] Com’è lontano, quel tempo. È forse frutto di pura fabulazione? Ormai, i viali di Kabul non divertono più. Le facciate scarnificate, rimaste ancora in piedi per non si sa quale miracolo, attestano che le bettole, le osterie, le case e gli edifici sono stati ridotti in fumo. La carreggiata, prima asfaltata, è ora un sentiero battuto che i sandali e gli zoccoli raspano ogni giorno senza posa. I negozianti hanno appeso il sorriso al chiodo. I fumatori di chilum si sono volatilizzati. Gli uomini si sono trincerati dietro le ombre cinesi e le donne, mummificate in sudari del colore della paura o della febbre, sono assolutamente anonime.

yasmina khadraLa Kabul polverosa, dall’aria irrespirabile e sventrata dalla violenza degli uomini e delle armi che ci presenta Yasmina Khadra, è quella regolamentata dai talebani, saliti inizialmente alla ribalta per scacciare l’invasione russa, ma che, una volta preso il potere, sono diventati gli aguzzini del loro stesso popolo. Per prima cosa hanno imposto la sharia, ovvero la legge islamica che deriva dall’interpretazione del Corano, costringendo tutti ad abbandonare la vita precedente per tornare ad uno stato di repressione da far west dove, come sempre, sono le donne a pagare il prezzo più alto, private di qualsiasi dignità individuale non possono più né studiare per accedere ad un ruolo importante in società, né mostrarsi in pubblico, perché costrette ad andare in giro rivestite del burqa integrale ed a sottostare a tutta una serie di divieti assurdi che qualsiasi cervello sano e pulsante rifiuta di accettare.

«Solo Dio dispone della vita e della morte. Sei stato ferito combattendo per la Sua gloria. Siccome non poteva inviare Gabriele in tuo aiuto, ha messo questa donna sulla tua strada. Lei ti ha curato perché Dio ha voluto così. Non ha fatto che sottomettersi alla Sua volontà. Tu hai fatto cento volte di più per lei: l’hai sposata. Cosa poteva sperare di più una zitella spenta e priva di fascino, di tre anni più vecchia di te? Si può essere più generosi con una donna che offrirle un tetto, un nome, protezione e onore? Tu non le devi niente. Spetta a lei inchinarsi davanti al tuo gesto, Atiq, e baciarti, una per una, le dita dei piedi ogni volta che ti togli le scarpe. Lei non significa granché all’infuori di quel che tu rappresenti per lei. È solo un essere inferiore. E poi, nessun uomo deve alcunché a una donna. La rovina del mondo deriva proprio da questo malinteso.»

Questo è lo scenario che fa da sfondo alla triste storia che racconta Yasmina Khadra nel suo romanzo del 2002, Le rondini di Kabul. Il nome femminile è lo pseudonimo dello scrittore algerino Mohammed Moulessehoul, che dopo avere fatto parte per tanti anni dell’esercito, nel 2000 decide di abbandonarlo per dedicarsi unicamente alla scrittura. Per evitare la censura ed esprimersi più liberamente e per denunciare qualsiasi forma di violenza e intolleranza, soprattutto nei confronti delle donne, sceglie di firmare i libri che scrive utilizzando il nome della moglie.

«Possiamo sapere tutto della vita e degli uomini, ma cosa sappiamo davvero di noi stessi? Mio buon Atiq, non complicarti troppo la vita. Non indovinerai mai cosa ti riserva. Smettila di riempirti la testa di idee fasulle, questioni inspiegabili e ragionamenti inutili. Avere una risposta per tutto non ti mette al riparo da ciò che il domani tace. L’erudito sapeva molte cose, ma ignorava l’essenziale. Vivere è anzitutto tenersi pronti a che il cielo ci cada sulla testa. Se parti dal principio che l’esistenza è solo una prova, sei preparato ad affrontare le pene e le sorprese che ti riserva. Se continui ad aspettarti da lei quel che non può darti, è la prova che non hai capito nulla. Prendi le cose come vengono, non farne un dramma e non farla tanto lunga; non sei tu a condurre la barca, ma il corso del tuo destino.»

le rondini di kabulLe rondini di Kabul racconta la storia di due coppie costrette a sopportare un destino insopportabile. Atiq è il carceriere occasionale di un regime che non fa sconti a nessuno e comincia a dare segni di cedimento nei confronti di una vita che perde sempre più di significato. Non per caso la moglie si ammala di una strana malattia che non dà scampo, ma che presenta momenti di perfetta lucidità ed è metafora dell’assurdità in cui si è costretti a vivere. Dall’altra parte c’è la coppia ancora più sventurata di Mohsen e Zunaira, entrambi giovani, belli e colti, lei addirittura un ex magistrato, costretti a diventare bruti tra i bruti, lui quando si lascia coinvolgere dalla follia collettiva di una lapidazione e lei quando, dopo un episodio di prevaricazione insensata, si rifiuta di togliere il burqa anche in casa, ricoprendosi di quel simbolo dell’ottusità, della violenza, dell’abuso, come di un sudario.

Mohsen e Atiq si muovono come sonnambuli per le strade, persi nel loro vagheggiare insensato in quelle vie in cui nulla si può muovere senza l’autorizzazione di un turbante barbuto e armato, eppure loro tentano di sfuggire a quell’orrore rifugiandosi in una sorta di trance, in attesa delle rondini di una primavera che non verrà.

Mohsen Ramat esita a lungo prima di decidersi a raggiungere la folla in piazza. È stata annunciata l’esecuzione pubblica di una prostituta. Verrà lapidata. Qualche ora prima, alcuni operai hanno scaricato delle carriole piene di sassi nel luogo dell’esecuzione e hanno scavato una fossa profonda una cinquantina di centimetri.

Mohsen ha assistito a parecchi linciaggi del genere. Solo ieri, due uomini, uno dei quali appena adolescente, sono stati impiccati in cima a un’autogrù per esserne sganciati solo al calare della notte. Mohsen detesta le esecuzioni pubbliche. Lo costringono a prendere coscienza della propria fragilità, rendono più grevi le prospettive della sua finitezza; di punto in bianco, scopre quanto siano futili le cose e le persone, e più nulla lo riconcilia con le certezze di un tempo, quando levava lo sguardo all’orizzonte solo per rivendicarlo.

Khadra descrive l’esecuzione in modo chiaro e conciso, quasi fosse una telecamera che registra le immagini e le immagini stesse trasudano un’umanità di cui non si può non vergognarsi, in un agitarsi di braccia e volti abbrutiti dall’odio non ci può essere salvezza e tanto meno una qualsivoglia divinità, per quanto gli uomini tirino sempre in ballo il loro Dio ogni volta che compiono gesti efferati e le peggiori nefandezze che nella realtà hanno sempre superato la fantasia di qualsiasi scrittore.

Un mullah si getta sulle spalle le falde del proprio burnus, squadra con disprezzo, per l’ultima volta, il cumulo di veli sotto il quale una persona si prepara a morire e tuona: «Alcuni hanno scelto di sguazzare nel fango come i porci. Eppure, erano a conoscenza del Messaggio, conoscevano i pericoli delle tentazioni, ma la loro fede non è stata abbastanza forte da resistere. Esseri miserabili, ciechi e frivoli, hanno preferito un istante di dissolutezza, effimero quanto irrisorio, al giardino eterno. Hanno tolto le loro dita dall’acqua lustrale delle abluzioni per ficcarle nella risciacquatura, si sono tappati le orecchie all’appello del muezzin per ascoltare le oscenità di Satana, hanno accettato di subire la collera di Dio piuttosto che tenersene al riparo. Cosa dire loro, se non la nostra pena e la nostra indignazione?… (Il suo braccio si tende come una spada verso la mummia.) Questa donna non ignorava quel che faceva. L’ebbrezza della fornicazione l’ha distolta dalla via del Signore. Oggi, è il Signore che le volta le spalle. Non ha diritto né alla sua misericordia né alla pietà dei credenti.

Morirà nel disonore come nel disonore è vissuta».

Si interrompe per raschiarsi la gola, dispiega un foglio di carta in un silenzio assordante.

«Allahu’ akbar!» grida qualcuno dalle ultime file.

Il mullah alza maestosamente una mano per placare l’urlatore. Dopo aver recitato un versetto del Corano, legge qualcosa che somiglia a una sentenza, rimette il foglio di carta in una tasca interna del gilet e, dopo una breve meditazione, invita la folla ad armarsi di pietre. È il segnale. In una ressa indescrivibile, la gente si getta sui mucchi di pietre appositamente sistemati nella piazza qualche ora prima. Subito, un diluvio di proiettili s’abbatte sulla vittima che, imbavagliata, vibra sotto la furia dei colpi senza un grido. Mohsen raccoglie tre pietre e le lancia contro il bersaglio. Le prime due si perdono nella frenesia generale, ma al terzo tentativo raggiunge la vittima in testa e vede, con insondabile giubilo, una macchia rossa aprirsi nel punto in cui l’ha colpita. Un minuto dopo, insanguinata e sfinita, la vittima si accascia e non si muove più. La sua rigidità galvanizza ancor di più i lapidatori che, con gli occhi stralunati e la bava alla bocca, raddoppiano la propria ferocia come se volessero resuscitarla per prolungare il suo supplizio. Nella loro isteria collettiva, persuasi d’esorcizzare i propri demoni attraverso quelli della succube (Nella demonologia, i demoni succubi sono demoni femminili che nottetempo vengono a congiungersi carnalmente con gli uomini) alcuni non si rendono conto che quel corpo crivellato non risponde più alle offese, che la donna immolata giace senza vita, semisepolta, come un sacco di orrore gettato agli avvoltoi.

In questo passo tutto è spaventoso, dalla descrizione dell’esecuzione, all’arroganza del boia, alla follia collettiva, sembra che un virus contagi la ragione di tutti i partecipanti che si trasformano in mostri. Ancora più spaventoso è rendersi conto di come questa trasfigurazione che sorprende un pacifista colto e sensibile come Mohsen potrebbe capitare a chiunque, dunque anche a noi, perché chi può sapere, di tutti gli aspetti che ci abitano, quale meccanismo imprevisto possa fare scattare l’uno o l’altro o l’altro ancora?

La vita è solo inesorabile consunzione, pensa Mussarat. Ci si può prendere cura di sé oppure lasciarsi andare, non cambia nulla. La caratteristica di ogni nascita è di essere votata alla morte, è la regola. Se il corpo potesse fare di testa sua, gli uomini vivrebbero mille anni. Ma non sempre la volontà ha modo di realizzare i propri proponimenti, e la lucidità del vecchio non saprebbe indurre le sue ginocchia a essere più salde. La tragedia principale degli uomini deriva dal fatto che nessuno può sopravvivere ai suoi voti più ferventi, che sono per di più la causa prima della sua sventura. Il mondo non è forse il fallimento dei mortali, la mostruosa dimostrazione della loro inconsistenza?

Ma si sa, la lotta contro l’assurdo non può che divenire assurda essa stessa ed è proprio su questo gioco di alterazioni del sogno offuscato da una realtà inaccettabile che alla fine si svolge la partita, una partita che non può avere conclusione, che non può ammettere dei confini temporali, è la solita lotta col destino, contro noi stessi, contro i fantasmi che abbiamo dentro e che purtroppo, a volte, si trasformano in concretezza, nella triste storia di un’umanità che pur di colpire sempre l’altro per salvaguardarsi dal dolore, dalla sofferenza, non capisce che l’altro è una manifestazione di sé e pertanto non riesce nemmeno a salvare se stessa.

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Edith Wharton. Uno sguardo indietro.

Anni fa mi sono detta: «Non esiste la vecchiaia; c’è soltanto la tristezza». Col passare del tempo ho imparato che, sebbene questo sia vero, non lo è del tutto. Anche l’abitudine contribuisce a far diventare vecchi; il processo mortale di fare la stessa cosa allo stesso modo alla stessa ora giorno dopo giorno, prima per trascuratezza, poi per inclinazione, e infine per codardia o inerzia. Fortunatamente, la vita incongruente non è l’unica alternativa; infatti il capriccio è dannoso come la routine. L’abitudine è necessaria; è l’abitudine di avere delle abitudini, di fare di una traccia un solco, che è necessario combattere, se si vuole rimanere vivi.

Edith Wharton (1862-1937) è nota in particolare per il suo romanzo L’età dell’innocenza dal quale è stato tratto, nel 1993, un film molto famoso diretto da Martin Scorsese, ma che, soprattutto, le ha fatto vincere, prima donna a riceverlo, il premio Pulitzer nel 1921.
Uno sguardo indietro, è la sua autobiografia. Pubblicata nel 1935 più che delineare un ritratto particolareggiato di se stessa e delle sue riflessioni più intime, narra piuttosto dei suoi incontri letterari e artistici tra New York, Londra e Parigi.

Inevitabile, per noi che viviamo in un’epoca di poco fermento intellettuale, dove la cultura è relegata agli ultimi posti e la bella scrittura langue tramortita dalla volgarità imperante, provare una punta d’invidia nel leggere un resoconto così dettagliato dei molteplici incontri con personaggi che hanno avuto tutti un posto di rilievo in campo artistico.
Uno in particolare rivive in ogni pagina, Henry James, lui ed Edith Wharton furono grandi amici per tutta la vita e lei tratteggia un ritratto a tutto tondo, dell’uomo e dello scrittore, molto lontano dall’immagine consueta cui siamo abituati, mostrando le sue debolezze (Il suo modo lento di parlare, a volte scambiato per ostentazione – o più stranamente, per un’ingenua forma di anglomania! – era in realtà una parziale vittoria su una balbuzie che nella sua infanzia era stata giudicata incurabile), ma anche la sua straordinaria ironia (Mentre scrivo, ripenso con struggimento a quelle ore perdute, consapevole di continuo che i lettori devono coglierne la gaiezza, i motti di spirito, le risate, sulla fiducia; eppure incapace di staccarmene con la memoria mortificata di non potere offrire agli altri neppure un barlume del più divertente dei compagni, dell’allegro, del burlone, del gioioso e anche malizioso James, che era così diverso dal personaggio solenne che appare a occhi meno intimi).

Venendo a contatto con questi grandi pensatori, pittori, scrittori della fine dell’800 e degli inizi del ‘900, così prolifici e profondi, non si può però fare a meno di notare l’importanza che ha avuto per la loro produzione artistica il fatto di non dover lavorare per vivere, se non in casi eccezionali. Naturalmente senza nulla togliere al genio creativo che deve comunque alimentare sempre il sacro fuoco, avere la possibilità di coltivare i propri pensieri senza interrompere mai la concentrazione credo che abbia influito in maniera determinante. Di sicuro viaggiare per il mondo, poter vivere a proprio piacimento in città che sono la culla di ogni fermento culturale come New York, Parigi e Londra, non saltare nemmeno l’immancabile tappa in Italia, affittare cottage nella bella campagna inglese o francese, avere uno stuolo di camerieri e tutto il tempo a propria disposizione, ispira molto di più del dovere sbarcare il lunario, magari svolgendo anche un lavoro umiliante o fisicamente sfibrante.

Wharton espone i suoi racconti, aneddoti e incontri eccezionali in un modo così spontaneo da rendere piacevole ogni passo del suo libro, non si fa mai vanto della sua fortuna e più che mettere in risalto se stessa preferisce dipingere un affascinante quadro del tempo dove spiccano i ritratti di Jacques-Emile Blanche, dove si può conversare con Henry James, Bernard Berenson, George Meredith, Paul Bourget, perfino con Matilde Serao e dove si entra nei più importanti salotti dell’epoca, con tutto il fascino che li caratterizza, ma sempre sfiorati dall’immancabile sguardo ironico di Edith che si posa su tutte le pagine.

A Parigi il salon che accoglieva le persone più illustri era quello della contessa de Fitz-James: Nel primo salotto, una stanza piccola tappezzata di damasco rosso, Madame de Fitz-James, seduta accanto al fuoco, con la gamba zoppa appoggiata su un panchetto, riceveva i suoi amici più intimi. Da qui si accedeva al salotto grande, con quadri di Ingres e David appesi alle pareti chiare, e con sofà e poltrone tappezzati di stoffa; era qui che si riunivano gli ospiti in genere. Attigua a questa vi era un’altra piccola stanza, rivestita di elaborate librerie Luigi XV, in cui si allineavano file di libri rilegati preziosamente, mai turbati nel loro ordine – giacché Madame de Fitz-James era una collezionista di libri, non una lettrice. Di ciò non faceva un segreto – come, del resto, di nessuna delle sue idiosincrasie – perché era una delle donne più schiette che io abbia mai conosciuto, e sinceramente modesta, senza affettazione. I suoi libri erano un ornamento e un investimento; non fingeva mai che fossero qualcosa di diverso.

Ed è incredibile pensare a quanto fosse importante il bout de table, il posto a sedere occupato dagli ospiti e assegnato in base ad una gerarchia minuziosa e impeccabile.

Il padrone e la padrona di casa siedono uno di fronte all’altro a metà tavola e gli ospiti digradano a destra e a sinistra in importanza decrescente fino alle estremità della tavola, dove si raggruppano tutti coloro che sono privi di titolo nobiliare, di cariche ufficiali, non classificati ma di solito giovani, brillanti e loquaci.

Jacques-Emile Blanche oltre ad essere un pittore celebre per i ritratti ai suoi contemporanei famosi, tra cui il giovane Marcel Proust, era anche musicista e uomo di lettere e sia a lui che alla moglie piaceva riunire in casa propria gli artisti più promettenti, parigini e londinesi, pertanto capitava spesso che un ricevimento si trasformasse in un evento straordinario, ineguagliabile. In uno di questi Edith rimase folgorata dall’incontro con un giovane e incontenibile Jean Cocteau, capace di tramutare la serata più tranquilla in qualcosa di travolgente vitalità. Dei tanti aneddoti da lui raccontati e perduti nella memoria alla Wharton ne rimane però uno molto famoso:

Adesso vorrei avere scritto un migliaio delle cose che ho sentito dire a Cocteau; ma tutto è svanito, tranne una storia stranamente bella, che mi disse di avere letto da qualche parte, ma che non sono mai riuscita a rintracciare.
Un giorno che il sultano era nel suo palazzo a Damasco, un bel giovane, che era il suo favorito, corse da lui spiegando, in tono concitato, che doveva andare immediatamente a Baghdad, e implorò Sua maestà di prestargli il suo cavallo più veloce.
Il sultano gli chiese perché mai avesse tanta fretta di andare a Baghdad. «Perché», rispose il giovane, «or ora, mentre passavo dal giardino del palazzo, c’era la Morte, e quando mi ha visto, ha allungato le braccia, come per minacciarmi, e non devo perdere tempo per sfuggirle».
Venne concesso al giovane di prendere il cavallo del sultano e di correre via; e quando se ne fu andato, il sultano, indignato, scese in giardino e vide ancora lì la Morte. «Come osi fare dei gesti minacciosi al mio favorito?» esclamò; ma la Morte stupita, rispose: «Le assicuro, Maestà, che non l’ho minacciato. Ho soltanto sollevato in alto le braccia, sorpresa di vederlo qui, perché ho un appuntamento con lui, stanotte, a Baghdad».

Chi non ha cominciato a canticchiare Samarcanda di Roberto Vecchioni?

Spinta da curiosità e non avendo informazioni di prima mano, mi sono limitata a raccogliere dati via web e quello che segue è l’interessante resoconto.
Della collana La biblioteca Blu di Franco Maria Ricci fa parte un’antologia di “Racconti brevi e straordinari” raccolta da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares. Qui si trova la storia che la Wharton riporta nell’autobiografia, tratta dal libro di Jean Cocteau, Le Grand Ecart (1923), anche se la fonte originaria sembra essere il Talmud Babilonese: C’erano un tempo due scribi etiopi che erano al servizio di Salomone, Elihoreph ed Ahyah. Un giorno Salomone vide l’Angelo della Morte assai rattristato. «Perché sei così triste?» gli chiese. «Perché» rispose «mi hanno ordinato di prendere quei due Etiopi». [Allora Salomone] per salvarli li mandò alla città di Luz. Tuttavia, quando vi arrivarono,morirono. Il giorno seguente Salomone vide l’Angelo della Morte molto contento. «Perché sei così felice?» gli chiese. «Perché hai mandato i due etiopi proprio nel luogo dove dovevo prenderli!» risposte la Morte. Al che Salomone espresse la morale della parabola: «I piedi di un uomo sono responsabili per lui: essi lo portano nel luogo dove egli è atteso.»

Nel 1933 William Somerset Maugham scrive nella commedia Sheppey:
[Chi parla è la Morte] C’era a Baghdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per fare acquisti. Ma il servo ritornò subito, pallido e tremante, e disse: “Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, sono stato urtato da una donna nella folla, e quando mi sono voltato mi sono accorto che era stata la Morte ad urtarmi. Mi ha guardato e mi ha fatto un gesto minaccioso, quindi, ti supplico, prestami il tuo cavallo ed io fuggirò e scamperò al mio destino. Andrò a Samarra, dove la morte non potrà trovarmi.” Il mercante gli prestò il suo cavallo, e il servo montò in sella e piantò gli speroni nei fianchi della bestia che partì al galoppo più veloce che poteva. Allora il mercante si recò alla piazza del mercato, mi scorse fra la folla: “Perchè stamane hai fatto un gesto minaccioso al mio servo?” – mi chiese avvicinandosi – ” Il mio gesto non era di minaccia, bensì di sorpresa” risposi. “Ero stupita di vederlo a Baghdad visto che ho un appuntamento col lui questa notte a Samarra”.
Ecco che ci si sposta da Baghdad a Samarra.

Nel 1934 John O’Hara scrisse Appuntamento a Samarra, il romanzo che ispirerà la canzone a Vecchioni e che riporta all’inizio proprio la storia raccontata da Maugham, dalla quale prende anche il titolo.

Anche Oriana Fallaci racconta del vano tentativo di sfuggire alla morte in Il sole muore (1965) ed è proprio qui che finalmente si giunge a Samarcanda:

«Pensai piuttosto a quell’atroce racconto persiano dal titolo “Appuntamento a Samarcanda”. Nel giardino del re, la Morte appare a un servo. “Domani”, gli dice “ti vengo a prendere…” Allora il servo corre dal re e gli chiede il cavallo più veloce, per fuggire lontano: a Samarcanda. Arriva a Samarcanda, l’indomani, e la Morte è lì che lo aspetta. “Non è giusto”, grida il servo “non è leale”. “Perché?” risponde la Morte. “Sei fuggito senza farmi finire il discorso. Io ero in giardino per dire: domani ti vengo a prendere a Samarcanda”.»

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Lasciami andare, madre. Ritratto dell’umanità a tinte fosche.

Non c’è pace nel mondo. L’adagio funziona sempre, in qualsiasi posto della terra ci si trovi, qualsiasi lingua si parli, in qualsiasi momento storico ci si voglia trasportare e il motivo è molto semplice, quasi banale, ed è il fatto che un gruppo di individui ritiene di essere superiore ad un altro gruppo e non importa che ci sia una motivazione supportata da prove inconfutabili, è sufficiente convincersene. E non è nemmeno necessario scomodare la “grande storia” per affermarlo, basta la quotidianità con i suoi episodi di vessazione che si susseguono a ritmo incalzante in tutti i luoghi, in tutti gli ambienti, in tutte le classi sociali, a tutte le età.
Ogni categoria di fatto più debole lo sa bene, gli anziani, i bambini e le donne che ancora nel XXI secolo subiscono la “supremazia” della forza fisica che si afferma nei quotidiani episodi di abusi sessuali e di violenza domestica. Ma si tratta di “consuetudini” che risalgono a tempi lontanissimi e che si danno quasi per scontate: fin dall’antichità ad esempio le donne sono annoverate tra gli elementi del bottino di guerra e in tempi recenti se ne trova conferma nella realizzazione dei “campi di stupro”, allestiti in Bosnia con l’intento di applicare il cosiddetto stupro etnico, ovvero umiliare il proprio nemico ingravidando le sue donne. Perversione a parte è sconcertante che ancora si debba lottare per il diritto elementare di essere riconosciuto come individuo e non come oggetto, proprietà di qualcuno. Naturalmente perfino nei campi di concentramento era stato predisposto un postribolo ad uso e consumo di alcuni prigionieri tedeschi e concesso in premio anche alle SS. Insomma cambiano i tempi, ma le azioni sembrano ripetersi all’infinito.

«Ci voleva disciplina, capisci? Quelle puttane ebree dovevano capire dove si trovavano e soprattutto perché. E questo si otteneva con un solo mezzo: disciplina, dura e inflessibile disciplina. Ecco il segreto per tenere in pugno un campo».
Ti guardo, madre, e provo un dissidio terribile, lacerante: l’istintiva attrazione per il mio stesso sangue e l’irrevocabile rifiuto per ciò che sei stata – per ciò che ancora sei.
(Helga Schneider, Lasciami andare, madre)

La violenza indiscriminata porta al parossismo, a un vero e proprio delirio di onnipotenza e gli esempi in questo caso si perdono, innumerevoli, tra gli avvenimenti che hanno segnato la storia dell’umanità, dallo sterminio degli ebrei ai massacri nella ex Jugoslavia, al genocidio ruandese e così via. Tutto questo per fare “pulizia”, etnica, religiosa, in sostanza a quanto pare, lo scopo è sempre stato quello di rendere il mondo un posto migliore. D’altra parte ogni volta che è stata massacrata una fetta di umanità si è sempre cercato un avallo imprescindibile, ovvero quello della mano divina, “Dio lo vuole” è una di quelle frasi che non manca mai sul blocco note dei persecutori, e così si è andati avanti nei secoli e poi nei millenni.

Di fronte a tanta violenza si mette in azione la pietosa macchina del perdono, ma il compito del perdono richiede una vocazione di ampia portata e spesso o forse senza eccezione, non è nemmeno realizzabile. Quando una fiamma viva ci brucia con fervore è praticamente impossibile perdonare, se non a parole, mentre dentro il fuoco continua a divampare, se invece la passione è spenta allora il perdono è inutile perché non c’è più la molla che spinge a conferirgli significato.
Si può perdonare una madre che abbandona i propri figli per fare l’aguzzina? (Sì perché anche le donne danno il loro bel contributo di ferocia). Per arruolarsi nelle SS? Per andare a compiere il proprio dovere di fedeltà al Reich a Birkenau e a Ravensbrück, uno dei campi di sterminio più abietti, sede di sperimentazioni inverosimili e inenarrabili? Sembra che con i consanguinei il percorso dell’indulgenza sia quasi obbligato, ma è vera pietà o il solito condizionamento ipocrita che ci sovrasta? Del resto, appena nati abbiamo già due tare pesanti addosso, il debito pubblico e il senso di colpa.

Mi distraggo. Il mio pensiero corre ancora una volta alle vittime, alle tante storie che conosco, che ho letto o che mi sono state raccontate. Penso anche, madre, che solo odiandoti sarei finalmente capace di strapparmi dalle tue radici. Ma non posso. Non ci riesco.
(Helga Schneider, Lasciami andare, madre)

A volte ci si restringe nel cerchio ottuso della propria codardia e ci si illude che la bruttura che abbiamo dentro provenga dall’esterno, certo in situazioni estreme come nel caso dell’olocausto o dell’inquisizione è stato comodo per molti sottolineare che si obbediva a degli ordini, a delle regole, ma la natura un po’ sadica che ci connota, per quanto non vogliamo mai guardarla in faccia ed accettarla, non necessita di palcoscenici così eclatanti come i campi di sterminio o i roghi fumosi, in forma più blanda si ritrova anche in quell’accanimento voyeristico che spinge tutti a sbirciare avidamente di fronte ad un incidente mortale o nell’attaccamento morboso alle vittime della cronaca che muovono così tanti sconosciuti a partecipare ai funerali di altrettanti perfetti sconosciuti o ad applaudire ed osannare presunti assassini che riprendono la libertà grazie ad avvocati di grido, e ad assorbire il dolore di amici e parenti di giovani vittime assassinate, spacciando tali comportamenti per ciò che non sono mai, ovvero compassione e pietà umana. In verità una vera partecipazione al dolore sarebbe muta e invisibile, mentre tutto ciò che si ostenta non può che rientrare nell’ampia sfera della vanità.

«Sono innocente. Io non ho colpe. Ho solo obbedito agli ordini, come tutti. Tutti hanno solo obbedito agli ordini. Tutti i miei camerati e tutti quanti i tedeschi, perché lo si vuole negare? Perfino i bambini hanno obbedito ciecamente ai loro insegnanti, attenendosi rigorosamente agli ordini superiori».
«E sappi inoltre» prosegue fiera «che fui io stessa a farmi avanti per essere assegnata a uno di quei campi – e vuoi sapere perché? Perché ci credevo. Credevo nella missione della Germania: liberare l’Europa da quella… da quella razza ripugnante».
(Helga Schneider, Lasciami andare, madre)

Helga Schneider, una scrittrice tedesca, ma italiana d’adozione, racconta la sua storia di figlia di una donna che decide di abbandonare la famiglia per arruolarsi tra le ausiliarie delle SS e nel suo libro Lasciami andare, madre, narra proprio del doloroso incontro con la madre ormai molto anziana e del suo non-rapporto con lei, ma malgrado una vita vissuta a distanza siderale, presto o tardi, si viene inevitabilmente risucchiati nella nostra storia personale e in quella di tante altre persone alle quali si finisce con l’essere legati dalle circostanze e che ci segnano fatalmente e profondamente.

«Vorrei davvero poterti dire un’altra cosa, ma poiché pretendi la verità… Ebbene, l’avrai».
All’improvviso mi viene l’impulso di troncare tutto, di pregarla di tacere, di prendere commiato. Ma lo sopprimo.
«Per me doveva essere giusto ciò che era giusto per il governo,» esordisce con voce ferma «e non avevo il diritto a pensieri, opinioni o sentimenti di ordine personale. Avevo invece il dovere di obbedire senza discutere agli ordini superiori, e se questi ordini prevedevano di soffocare nelle camere a gas milioni di ebrei io ero pronta a collaborare. Per cui, credimi, non potevo assolutamente permettermi la minima debolezza nel confronti di mamme o bambini. Quando vedevo i più piccoli entrare nel bunker, l’unica cosa che riuscivo a pensare era: ecco dei marmocchi giudei tolti di mezzo, ecco dei neonati che non diventeranno mai disgustosi ebrei adulti».
Si arresta, combatte contro l’incipiente tremore della mascella, poi decide di ignorarlo e prosegue. È molto forte, in questo momento. Mi getta uno sguardo chiaro e diretto: «Io ero convinta della giustezza della soluzione finale, di conseguenza assolvevo i miei compiti con grande impegno e con persuasione. In seguito mi hanno trattata alla stregua di una criminale, ma anche durante la detenzione non ho mai smesso di sentirmi fiera, e degna, di essere appartenuta alla Germania del nostro grande Führer… Lo sai che a Birkenau leggevo Kant?».
Le brillano gli occhi. Si porterà i propri errori nella tomba, penso con un brivido.
«Il mondo non ci capiva,» aggiunge con voce ancora inasprita dal rancore «e alla fine tutti hanno concorso ad annientarci».
Mi guarda con un rammarico che si direbbe sincero.
«Se hai sperato che avessi cambiato idea, mi dispiace doverti deludere. Io resto ciò che ero».
(Helga Schneider, Lasciami andare, madre)

La verità chiede sempre un prezzo troppo alto da pagare. Rimanere faccia a faccia con noi stessi, con quello che siamo, con tutto quello che credevamo di essere e non siamo, con l’immagine che si riflette e non è quella che avevamo visto e anche quando sapevamo già, sembra quasi che accettare la realtà delle cose risulti sempre di estrema difficoltà e se questo vale per noi, figuriamoci per gli altri. Accettare chi ci sta di fronte è come scalare una montagna infinita e se la verità di una madre inaccettabile ti si consegna nuda e cruda, quasi facendoti il favore di dire le parole più ripugnanti per renderti più facile odiarla, non è così semplice. Perché anche l’odio mette in gioco tutto te stesso, per odiare devi comunque affrontare la tua parte oscura e il fatto che nella natura umana ci siano tanta inumanità, rapacità e crudeltà travestite di ideologie, di dogmi, pilastri dell’apparato inconsistente eppure solidissimo del credere in qualcosa a tutti i costi, per dare un senso alla nostra esistenza.

È come se si lacerasse un velo. Ora la nostra storia è tutta qui. La storia mancata di una madre e di una figlia. Una non storia.
Lasciami andare, madre.

E se il significato fosse sempre un po’ più in là? C’è sempre qualcos’altro oltre a ciò che vediamo e, forse, proprio in quel vuoto che sentiamo dentro risiede l’essenza di ciò che siamo.

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