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Il Consiglio d’Egitto. “La menzogna è più forte della verità”.

Quale posto occupano ragione e verità nel mondo? O meglio quale posto devono occupare? Certamente il posto che la storia manipola per loro. Sappiamo tutti di vivere in un mondo di ipocrita finzione, ornata di pensiero filosofico o religioso, di impeto patriottico, di orgoglioso furore in nome dell’onore. Ma cosa sappiamo veramente di questi bei concetti se non quello che l’onda del momento comanda? Altrimenti perché ciò che è vero oggi domani risulterà ignobile menzogna? E perché se si muore da perseguitati per certe idee adesso, domani poi si diventerà eroi, precursori, martiri?

La menzogna è più forte della verità. Più forte della vita. Sta alle radici dell’essere, frondeggia al di là della vita.

copertinaIl Consiglio d’Egitto (1963) di Leonardo Sciascia, racconta del creativo imbroglio filologico, letterario e sociale di don Giuseppe Vella che, in occasione del fortunoso arrivo a Palermo dell’ambasciatore del Marocco, Abdallah Mohamed ben Olman, vede e coglie la possibilità di cambiare la propria vita assurgendo ai vertici della società, che fino a quel momento lo aveva snobbato. Non essendoci in città esperti di arabo, il viceré chiama il cappellano dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, Giuseppe Vella appunto, che a quanto pare è l’unico a poter fare da interprete e quindi a potersi occupare dell’ambasciatore durante il suo soggiorno a Palermo. Vella, che fino a quel momento è vissuto di espedienti, tra i quali anche dell’attività di smorfiatore di sogni, convocato insieme all’ambasciatore per prendere visione di un codice arabo conservato nel monastero di San Martino, finge, malgrado il dignitario riveli subito che si tratta di una delle tante vite di Maometto, che sia invece un manoscritto dove si racconta della conquista della Sicilia. Siamo nel dicembre del 1782 e grazie ad una società superficiale e ottusa, intenta a perseguire solo i propri interessi, dall’ansia di perdere certe gioie appena gustate, dall’innata avarizia, dall’oscuro disprezzo per i propri simili, prontamente cogliendo l’occasione che la sorte gli offriva, con grave ma lucido azzardo, Giuseppe Vella si fece protagonista della grande impostura.

L’altro protagonista del libro è l’avvocato Francesco Paolo Di Blasi, illuminista, rappresentante della ragione e seguace delle iniziative giacobine, convinto sostenitore delle idee di uguaglianza tra gli uomini. Complotta contro il vecchio ordine a favore della repubblica pagando un prezzo altissimo per le proprie convinzioni.

Guardando dalla platea, Di Blasi credeva di scorgere, sotto le alterne apparenze di noia e ironia, la profonda malinconia di quell’uomo. Acutissima, pensava il giovane avvocato, doveva essere in un uomo simile la coscienza della sconfitta e della morte [] Con la sua mente vigorosa, col suo carattere che da ogni ostacolo, da ogni resistenza, attingeva decisione ed energia, aveva subito attaccato il secolare edificio della feudalità siciliana. E aveva dovuto affrontare l’aperta resistenza della nobiltà, gelosa fino alla cecità dei propri privilegi, e quella ora aperta ora subdola del governo di Napoli, dove come ministro sedeva il siciliano marchese della Sambuca. Quel che era riuscito a fare, stretto in tale condizione, poneva nella storia di Sicilia le premesse di una possibile rivoluzione. Aveva individuato e messo a nudo i punti dolenti, i gangli paralizzati della vita siciliana: e anche se non era riuscito a sanarli o a reciderli, ne lasciava chiara diagnosi alle poche persone effettivamente preoccupate e sinceramente ansiose che nella loro patria il diritto prendesse il luogo dell’arbitrio, che uno Stato ordinato, giusto, civile si sostituisse al privilegio e all’anarchia baronale, al privilegio ecclesiastico.

All’inizio della narrazione era viceré il Caracciolo, un uomo illuminato che desiderava eliminare dalla Sicilia i privilegi baronali e clericali, perciò era inviso a tutti gli uomini di potere, laici od ecclesiastici e a tutti i nobili che lo vedevano come una minaccia costante alle proprie fortune. Per questo si organizzò una magnifica festa in occasione della partenza definitiva del viceré richiamato a Napoli.

E allora don Giuseppe pianamente gli spiegava che il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri; e in ogni caso ci voleva più lavoro, ad inventarla: e dunque, onestamente, la loro fatica meritava più ingente compenso che quella di uno storico vero e proprio, di uno storiografo che godeva di qualifica, di stipendio, di prebende. «Tutta un’impostura. La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie che sono andate via da quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno; e a un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. La storia delle foglie, la storia dell’albero. Fesserie!»

Dopo avere impiegato lungo tempo nella “traduzione” del manoscritto intitolato il Consiglio di Sicilia, Vella pensa bene di procurarsi dell’altro materiale con il quale creare di sana pianta il Consiglio d’Egitto, un codice tramite il quale prendeva in mano i diritti delle varie famiglie nobiliari, attribuendo loro magari illustri origini, ma restituendo alla Corona il legale possesso dei feudi, un forte segnale d’allarme per la nobiltà siciliana, che comunque egli si guarda bene dallo scontentare oltre un certo limite.

[] il Vella si improvvisa autore di due codici diplomatici, il Consiglio di Sicilia e quindi il Consiglio d’Egitto, nei quali pubblica il carteggio degli emiri di Sicilia coi principi d’Africa e quello dei principi normanni coi califfi d’Egitto.

Pura invenzione del furbo maltese che, «consapevole che persona alcuna in quella città fosse in grado di conoscere la sua lingua, e di conseguenza di comprendere l’impostura, adultera a suo capriccio codici e monete, creando racconti, descrizioni, storie genealogiche, principi giuridici dai quali sarebbe derivata una convenienza per la corona e che comunque giovassero a mantenerlo in buono stato ed a fargli godere il favore del Re e della nobiltà siciliana, nonché onorificenze, pensioni, abbazie».

(Paolo De Gregorio, Vita di Rosario Gregorio, 1996, Sellerio)

Tra il 1783 e il 1795 l’Europa si interesserà della vicenda dell’abate Vella rendendolo famoso, il suo destino si incrocerà con quello di Di Blasi e alla fine del romanzo (e della storia) Vella verrà scoperto e condannato a 15 anni di reclusione, mentre l’avvocato finirà in carcere, torturato e decapitato, per aver sognato la repubblica siciliana.

Vella e Di Blasi sono i portavoce dell’innovazione, il primo, anche se autore di un’impostura, in realtà non fa che prendersi gioco della stoltezza di chi sta ai vertici della società, mentre il secondo apre la strada ad un cambiamento radicale, ovvero un settore che esige sempre un numeroso esborso di vittime.

«Eh no, questo non è un volgarissimo crimine. Questo è uno di quei fatti che servono a definire una società, un momento storico. In realtà, se in Sicilia la cultura non fosse più o meno coscientemente, impostura; se non fosse strumento in mano del potere baronale, e quindi finzione, continua finzione e falsificazione della realtà, della storia… ebbene, io vi dico che l’avventura dell’abate Vella sarebbe stata impossibile… Dico di più: l’abate Vella non ha commesso un crimine, ha soltanto messo su la parodia di un crimine, rovesciandone i termini… Di un crimine che la Sicilia consuma da secoli…»

Il tentativo di smantellare il feudalesimo, il privilegio, radicato nelle abitudini, nella mentalità, in ogni fibra dell’essere, comincia dunque col Caracciolo, prosegue poi con l’inganno del Vella e fallisce definitivamente col sacrificio di Di Blasi.

Il dolore colava nella sua mente come inchiostro, ad accecarla. Il suo corpo era un contorto tralcio di vite, una vite di dolore: grave di racimoli, incommensurabile. I racimoli di sangue, l’oscuro sangue dell’uomo. [] Il tuo corpo non ha più niente d’umano: è un albero di sangue… Bisognerebbe farla provare ai teologi, ché finalmente capiscano che la tortura è contro Dio, che devasta l’immagine di Dio che è nell’uomo…

Di colpo precipitò in un mare buio, il cuore come un’ala spezzata. Quando riebbe luce, era di nuovo davanti al tavolo dei giudici: i suoi piedi toccavano la terra, l’onda del dolore gli batteva soltanto, ardente e violenta sui polsi.

Amare e bellissime le pagine sulla tortura, una delle tante beffe perpetrate alla ragione e all’intelligenza, eppure, malgrado sia chiaro ad ogni essere pensante che la tortura non può portare alla verità, bensì alla mortificazione dell’essenza stessa di essere individui, di fare parte del consorzio umano, tuttavia la si è applicata per legge e ancora oggi la si applica laddove il diritto è un optional e non ha nemmeno la parvenza d’esistere. Perfino l’abate Vella, per quanto mosso fino a quel momento da meri interessi personali, grazie al sacrificio dell’avvocato si accorge di non essere indifferente a certi destini, di provare simpatia per l’uomo e di avere anche delle idee sulla rivoluzione e sulle varie forme di governo. Insomma nessuna sofferenza è vana, anche se poi, in generale la storia segue sempre le stesse coordinate.

La ferocia delle leggi, l’esistenza della tortura, le atroci esecuzioni di giustizia, di cui una volta era stato perfino spettatore, non avevano mai tubato i suoi sentimenti: li metteva in conto di eventi naturali o, a pensarci bene, li considerava come opera di correzione della natura non dissimile, e altrettanto necessaria, della potatura delle viti e della rimonda degli ulivi. Sapeva che c’era un libro, di un certo Beccaria, contro la tortura, contro la pena di morte: lo sapeva perché monsignor Lopez, proprio in quei giorni ne aveva ordinato il sequestro. E conosceva le idee di Di Blasi in proposito. Ma ci sono tante belle idee che corrono per il mondo; solo che il verso delle cose è un altro, violento e disperato. Ora però, a figurarsi una persona che conosceva, un uomo per il quale aveva stima e affetto, straziato dalla tortura e destinato alla forca, sentiva improvvisamente l’infamia di vivere dentro un mondo in cui la tortura e la forca appartenevano alla legge, alla giustizia: lo sentiva come un malessere fisico, come un urto di vomito.

E, malgrado siano trascorsi secoli e tutto l’apparato si sia mascherato d’altra effigie, viviamo tempi poi così diversi? Non abbiamo una classe di impostori privilegiati che vive a spese del cittadino lavoratore onesto? Blaterando di agire per interesse del paese e della collettività? Quando capita di rivedere sketch del passato nei quali i comici criticano il governo, sembra sempre che parlino del momento attuale, ulteriore prova che nel tempo cambia pochissimo, che l’uomo ha sempre la stessa sete di potere e di prevaricazione, mentre libertà, uguaglianza e fraternità rimangono concetti buoni per qualche slogan, campagna elettorale o per i nostalgici, ma nel campo della realtà attuabile equivalgono alla più lontana utopia.

L’analisi di Sciascia è impietosa e i fatti di cui narra sono emblematici, si prestano ad aderire perfettamente ad ogni epoca e a tratteggiare un ritratto dell’umanità in cui i colori prevalenti sono costantemente quelli dell’avidità unita all’ignoranza e alla prepotenza, mentre verità e ragione sono sempre destinate a soccombere.

Il Consiglio d’Egitto è anche un film del 2002 diretto da Emidio Greco, con Silvio Orlando e Tommaso Ragno.

 

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Morte dell’inquisitore. Fra Diego La Matina allo Steri.

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Pacienza

Pane e tempo.

Queste parole, graffite sul muro di una cella del palazzo Chiaramonte, sede del Sant’Uffizio dal 1605 al 1782, Giuseppe Pitré riesce a decifrare nel 1906: insieme ad altre di disperazione, di paura, di avvertimento, di preghiera; tra immagini di santi, di allegorie, di cose ricordate o sognate. [] La scritta egli così la commenta:

Tre cose purtroppo indispensabili per non disperarsi, per poter vivere e attendere; nelle quali non occorre cercare un significato meno che sincero di rassegnazione, poiché il pensiero d’una rivincita o d’una vendetta col Tribunale sarebbe stato sogno di mente inferma. Pensieri simili saranno stati del tempo, ma non del luogo.

Eppure, nell’introduzione al suo studio, Pitré ha ricordato un uomo capace di nutrire, in quel luogo, pensieri di rivincita e di vendetta: il racalmutese fra Diego La Matina. Capace non solo di nutrirli quei pensieri, ma di attuarli sull’inquisitore in persona, l’illustrissimo signor don Giovanni Lopez de Cisneros.

copertinaLeonardo Sciascia (1921-1989) apre Morte dell’inquisitore (1964) parlando del lavoro di Giuseppe Pitré che, nei primi anni del Novecento, per primo fu consultato dopo la scoperta delle iscrizioni sulle pareti delle celle di palazzo Steri, a Palermo e, partendo da quei luoghi, ripercorre la storia di Fra Diego la Matina (1622-1658), imprigionato tante volte tra quelle mura finché non divenne protagonista di un drammatico avvenimento, ovvero l’uccisione del proprio inquisitore, monsignor de Cisneros, circostanza che lo portò alla morte sul rogo.

Le carceri di palazzo Chiaramonte (attualmente sede del Rettorato dell’Università) detto Steri, da Hosterium (palazzo fortificato), sono adesso aperte al pubblico dopo un attento lavoro di restauro curato dall’Università di Palermo, che ha portato alla luce i graffiti dei prigionieri dell’inquisizione. Il palazzo fu infatti, dal 1605 al 1782, sede del Tribunale dell’Inquisizione del Sant’Uffizio. Nella parte inferiore furono costruite le celle e la sala delle torture, mentre nella piazza antistante (piazza Marina), si celebravano gli autodafé (atti di fede). La ricca documentazione che si trova su quelle pareti rivela un circuito di dolore e sofferenza, ma attesta anche l’origine dei condannati, alcuni dei quali erano artisti, poeti, studiosi, cartografi, insomma chiaramente possibili detrattori di un pensiero religioso che voleva il dominio e che grazie alla solidarietà tra potere temporale e spirituale, d’accordo col braccio secolare, aveva trovato un metodo infallibile per eliminare scomodi avversari e miscredenti.

chiaramonte-steriLa storia di Fra Diego viene ricostruita da Sciascia con fatica vista la scarsità delle fonti rimaste, in particolare a causa della perdita della documentazione ufficiale dopo l’incendio dell’archivio, nel 1783, voluto dal viceré Caracciolo, che distrusse tutti gli atti del tribunale.

Per quanto siano frammentarie le fonti, dal libro trapela la personale simpatia dello scrittore nei confronti di un personaggio che riuscì a ribellarsi ad un sistema ingiusto, che faceva della tortura un vanto e che portava avanti crudeltà e mortificazioni quotidiane, definendolo precisamente un uomo che tenne alta la dignità dell’uomo.

I cronisti che riferiscono gli avvenimenti sono certamente parziali, il dottor Vincenzo Auria e padre Girolamo Matranga, entrambi uomini del Sant’Uffizio raccontano l’aggressione all’inquisitore dal loro punto di vista. Il primo fa apparire Cisneros in odor di santità, come un buon padre di famiglia che si era recato dal proprio figliolo per salvarlo e da questi viene invece condotto a morte iniqua, ma malgrado ciò lo perdona, mentre il secondo fa un resoconto, per quanto fazioso, di sicuro più vicino alla realtà, scrive Sciascia:

Racconta infatti il Matranga che l’inquisitore era andato alle carceri segrete alla solita ora, per svolgere la solita opera a favore dei rei: la quale espressione è di vasto contenuto, e va dal discorso persuasivo ai tratti di corda. Dice ancora che fra Diego era stato condotto davanti all’inquisitore, non che gli era venuto incontro. Da questi due elementi possiamo attendibilmente dedurre che stava per subire un interrogatorio con relativa tortura.

In quanto alla santa morte di monsignor de Cisneros, il Matranga dice soltanto che altre parole non pronunciava che di rassegnazione alla volontà divina: e così nell’eterna Patria se ne volò a ringiovanirsi. Niente perdono all’empio, niente straordinario amore.

Quale fosse l’eresia iniziale di fra Diego forse non si saprà mai, si sa però che per tre volte fu condannato e poi rilasciato dopo avere abiurato, la quarta volta riuscì a fuggire, ma scoperto e incarcerato per la quinta volta nel 1657 fu ancora sottoposto a tortura. La storia che si tramanda racconta che in un momento di esasperazione colpì l’inquisitore con le manette di ferro finché non gli ebbe fracassato il cranio. Cisneros morì alcuni giorni dopo, non senza avere prima perdonato il suo assassino, rendendolo in tal modo ancora più colpevole.

Sciascia diceva, a proposito di Morte dell’inquisitore, che si trattava di un libro non finito, che non finirò mai, che sono sempre tentato di riscrivere e che non riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa, ma anche se non ha potuto completarlo in vita, dopo la sua morte qualcosa di nuovo effettivamente è venuto alla luce. A fare la scoperta è stato uno storico dell’Università di Catania, Vittorio Sciuti Russi, che ha recuperato un documento nell’Archivio storico nazionale di Madrid, la lettera dell’inquisitore Escobar all’inquisitore generale Diego de Arce Reinoso nella quale chiede la canonizzazione di Cisneros e dove riferisce i fatti con quella precisione che è stata poi negata a chiunque sia venuto a conoscenza di quell’episodio. Il busillis, come direbbe Sciascia, sta tutto nel modo in cui fra Diego aggredì Cisneros, fino ad ora abbiamo letto che lo colpì con le manette, mentre in questa lettera si scopre che usò un attrezzo di ferro, cosa che fa dedurre che Cisneros si apprestava a torturare il prigioniero e non a svolgere un colloquio per salvargli l’anima con le parole della fede, informazione che avrebbe ridimensionato parecchio la figura di inquisitore caritatevole e in lista d’attesa per la beatificazione.

A Madrid l’idea di santificare Cisneros piace, tuttavia prudenza vuole che si allunghino un po’ i tempi e che si proceda solo dopo avere processato nuovamente fra Diego e dopo averlo giustiziato, in tal modo si evitava la preoccupazione di un’eventuale inchiesta da parte della Santa Sede con relativa testimonianza del frate. Alla luce del carteggio rinvenuto negli archivi di Madrid si comprende anche meglio quale potesse essere lo stato d’animo di fra Diego dopo i continui trasferimenti in carcere, gli interrogatori, le torture e soprattutto perché malgrado nel processo del 1656 la condanna al rogo fosse stata mutata in reclusione perpetua in un convento, la pena veniva appositamente ritardata per punire il suo cuore ribelle trattenendolo ancora nelle segrete dello Steri, un luogo che non poteva fare altro che esacerbarlo ulteriormente.

Nel 1658 venne allestito lo spettacolo pubblico durante il quale dovevano essere giudicati i colpevoli di eresia ed anche Fra Diego La Matina. Direttore fu nominato l’arcivescovo di Monreale Luigi Alfonso de Los Cameros che si diede alacremente ad esperire il processo a fra Diego La Matina e agli altri trentuno rei; e a preparare la gran festa dell’Atto di Fede. I maestosi lavori ebbero inizio e furono (come al solito) a carico del fisco reale e non della Chiesa: un vasto anfiteatro in legno, composto da una gradinata di nove ordini, da quattro grandi palchi sovrastanti, da un palchetto per i musici e da un altare, fu eretto nella piazza del duomo. Ma non mancarono nemmeno stanze costruite dietro ai palchi come luoghi di ristoro per i ministri, le dame e tutto il corteo di persone “importanti” decorate con velluti, seta, oro, candelieri d’argento, oltre ai cibi pregiati, alle bevande…

Il 16 marzo iniziò la lunga notte di fra Diego incatenato e sorvegliato costantemente da prestanti filantropi fermamente intenzionati a convertirlo anche a costo di rimaner svegli per tutta la nottata.

È una delle più atroci e allucinanti scene che l’intolleranza umana abbia mai rappresentato. E come questi nove uomini pieni di dottrina teologica e morale, che si arrovellano intorno al condannato (ma ogni tanto vanno a ristorarsi nell’appartamento dell’alcalde), restano nella storia del disonore umano, Diego La Matina afferma la dignità e l’onore dell’uomo, la forza del pensiero, la tenacia della volontà, la vittoria della libertà.

Come abbia risposto a tanta carità, come abbia infranto le acute proposizioni e i sottili argomenti dei teologi, non sappiamo. Certo è che il padre Matranga e i suoi colleghi, anche se ristorati dalle squisite vivande con tanta liberalità offerte dall’alcaide, fecero una nottataccia; e lo spettacolo dell’indomani forse non lo godettero appieno, immersi nella nebbia del sonno.

Alla fine, con il sopraggiungere dell’alba, tutti si resero conto che era inutile continuare e che ormai il destino di fra Diego era segnato, era il 17 marzo 1658, giorno della festa e pioveva, c’era il rischio che tanti preparativi andassero perduti e così per prendere tempo si decise di celebrare una serie di messe. Prima di mezzogiorno il cielo era libero e si poté finalmente iniziare la cerimonia. Il popolo partecipava quasi per intero, nella maggior parte dei casi non certo per piacere o per reale interesse, quanto per costrizione, per paura di ritorsioni varie considerato anche il numero delle delazioni e la facilità con la quale si finiva nelle mani di quegli uomini “caritatevoli”.

La descrizione del Matranga è minuziosa e Sciascia ne alleggerisce il linguaggio arcaico, lima le ridondanze e mette in ridicolo certi comportamenti che si vogliono compassionevoli mentre invece sono figli della solita prevaricazione.

Giunti infine al piano di sant’Erasmo dove era stata allestita la catasta di legna che era già sera, fra Diego vi fu posto sopra (con tutta la sedia alla quale era rimasto incatenato dal giorno prima) e chiese di parlare al teatino Giuseppe Cicala: Io muterò sentenza, e Fede, ed alla chiesa cattolica mi sottometterò– disse fra Diego –se vita corporale mi darete. Rispose il teatino che la sentenza era ormai impermutabile. E fra Diego –A che dunque disse il Profeta: Nolo mortem peccatoris, sed ut magis convertatur, et vivat?– E rispondendo il teatino che il profeta intendeva la vita spirituale e non quella corporale, fra Diego disse – Dunque Dio è ingiusto.

[] battute che a noi pare di dover considerare non come segno di cedimento, di paura, da parte del condannato; ma come l’estremo modo di dar prova al popolo dell’inflessibile ferocia di una fede che proclamava di ispirarsi alla carità, alla pietà, all’amore.

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Dell’effettiva eresia di fra Diego dunque si sa poco o nulla, in Sciascia prevale la teoria che si trattava di qualcosa non tanto relativo alla religione quanto alla sfera sociale, che fosse un ribelle potenzialmente pericoloso, un elemento destabilizzatore. Lo storico Luigi Natoli, nella sua versione da romanzo d’appendice, con il nome di William Galt, propone una figura rielaborata di fra Diego ripresa dalla tradizione orale che vuole il giovane accusato di delitto d’onore, ovvero di avere ucciso l’uomo che aveva stuprato la sorella, ma Sciascia accantona subito questa ipotesi concentrandosi invece sul ricorrente tenace concetto che a quanto pare compare sempre nelle varie cronache. Certamente affermare che Dio è ingiusto non poteva che condurre su una via senza ritorno, se poi si pensa che siamo nel XVII secolo diventa affermazione ancora più grave che pochi si sarebbero sentiti di assecondare. Sciascia perciò fa sua l’ipotesi che egli agitò il problema della giustizia nel mondo in un tempo sommamente ingiusto. E ciò spiega il silenzio dei suoi contemporanei e l’orrore. Fra Diego dunque non nega Dio, ma lo accusa, dal momento che la società è ingiusta, come le leggi che la governano e dunque la stessa vita lo è e perfino la religione non fa che perpetrarla perciò Dio stesso, permettendo l’ingiustizia del mondo, diviene a sua volta ingiusto. In tal senso diventa un personaggio scomodo, pericoloso, che crea proseliti, che lotta per i diritti dei più deboli e contro l’usurpazione dei loro beni, tutto questo lo rende vittima ideale dell’imposizione, dell’ingiustizia, della vessazione, e per quanto si ribelli ogni gesto risulta vano poiché egli è condannato a portare sulle proprie spalle non soltanto il suo, ma il destino dell’uomo e il dramma insito in ogni esistenza.

Senza metafisica e senza barocchi orpelli, in tempi più vicini a noi, un uomo di intendimenti non dissimili da quelli del Bertino e del Matranga ordina: il cervello di quest’uomo non deve più funzionare.

Un dramma che si ripete, che forse si ripeterà ancora.

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Potete visitare le carceri dello Steri tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00. Fino a novembre l’Associazione “Amici dei musei siciliani” organizza visite con l’ausilio di guide d’eccezione come Carmela e Barbara che vi condurranno attraverso le storie dei tanti personaggi “ospitati” all’interno delle celle che hanno decorato con disegni, carte geografiche, scritte di denuncia, poesie e tutto quello che poteva lasciare un accorato segno del loro triste passaggio tra quelle mura. Una stanza è dedicata a fra Diego La Matina e alla sua storia di ribellione e morte.

Di recente Ruben Monterosso e Giovanni Pellegrini hanno realizzato un cortometraggio documentario tratto dal libro di Leonardo Sciascia e dal titolo omonimo.

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In questa notte del tempo.

in questa notte del tempoPrima di morire Leonardo Sciascia stava lavorando ad una storia bresciana risalente al periodo successivo alla Liberazione quando, come sempre avviene nella storia dell’umanità, chi diventa vincitore è anche dalla parte giusta, ha l’approvazione divina e di conseguenza il diritto di comportarsi con chi perde esattamente come gli aguzzini contro i quali fino al giorno prima aveva combattuto. Quando la spinta che fa muovere le persone è attivata dalla vendetta capita spesso che il confine tra la ragione e il torto diventi labile e si sconfini dall’una all’altro senza il giusto discernimento.

La storia raccontata è umanissima e ricca di spunti di riflessione, i protagonisti sono il fascista Telesio Interlandi e l’avvocato socialista Enzo Paroli, a scriverla però non è Sciascia, che morì prima di poterlo fare, ma il suo amico magistrato, Vincenzo Vitale, che ne raccolse l’eredità morale e culturale, e facendo ordine tra i numerosi documenti messi insieme e le tante pagine di appunti, ha scritto un libro edito da Sellerio dal titolo: In questa notte del tempo (1999).

Ora, in quella celletta, pensava che nessuno può accettare di essere ridotto a un’idea, per quanto nobile e pura. Un uomo è di più, infinitamente di più. L’idea, dopo tutto, non si vede, non si tocca, non c’è. Le persone invece sono di carne e ossa e nelle loro ossa, sulla loro carne, patiscono la pena del vivere. Anzi, l’idea c’è soltanto quando c’è una persona che la faccia davvero viva, che le faccia strada nella storia, che sappia esserne testimone; e fino in fondo. Per questo – così ancora pensava – le idee orfane degli uomini sono null’altro che fantasmi crudeli e rivoltanti, orrendi simulacri del nulla. Ma lui, Telesio, avrebbe saputo dare alle idee per cui s’era sempre battuto gambe per camminare da sole, dopo la sua morte?

Interlandi aveva sempre mantenuto posizioni estremiste all’interno del partito, ma le aveva manifestate solo con la scrittura senza mai avere un ruolo attivo, una qualsiasi carica all’interno del movimento. Tuttavia contribuì non poco dal momento che espresse ampiamente le proprie posizioni intransigenti ed apertamente razziste e si sa, quando si tratta di oltraggiare una minoranza si trovano sempre dei carnefici volontari subito pronti ad abbracciare la causa. Nel dicembre del 1924 fondò il quotidiano Il Tevere e nel 1933 il settimanale Quadrivio al quale parteciparono autori come Brancati, Moravia, Cardarelli, ma soprattutto lo si ricorda per aver dato vita, nel 1938 al quindicinale La difesa della razza, in concomitanza con la promulgazione delle leggi razziali. La rivista voleva attribuire una base scientifica al razzismo, pertanto si avvaleva della collaborazione di esperti e pubblicò, il 5 agosto 1938, il Manifesto degli scienziati razzisti firmato da ben dieci scienziati.

Nell’ottobre del 1945 Telesio Interlandi e il figlio non ancora ventenne Cesare furono arrestati e portati in una caserma dei carabinieri a Desenzano.

Il figlio Cesare, arrestato solo per le colpe del padre, contrasse una grave infezione durante la carcerazione. Portato in ospedale il medico si rifiutò di curarlo dopo averne appreso il cognome, per sua fortuna fu poi portato in una clinica gestita da suore tedesche dove guarì. Nel frattempo il padre non sapeva più nulla della sorte del figlio e la madre si rivolse all’avvocato Paroli come ultima chance di salvezza.

Veniva così celebrato, per via d’un uomo qualunque, d’un oscuro medico di provincia, l’ennesimo trionfo della violenza. Una violenza sottile, esperta, sapientemente nutrita di disincanto, di pazienti, sofferte attese; dal sapore da millenni inalterabile, che non scolora anche se è violenza che ribatte a violenza, sopruso a sopruso; ma che anzi alimenta e si alimenta di raffinatissime spirali di sopraffazioni, di inganni. Morti che seppelliscono altri morti, ferite che leniscono ferite: ecco il genio di secoli di storia, il puro distillato di decine di civiltà…

Ed ecco – pensava Telesio – che Dio è veramente morto, ad ogni istante ucciso da noi; da tutti quelli che abbiamo subito e patito, lasciando che ci covasse dentro, come una bestia immonda e silente, il desiderio più maligno, il desiderio della vendetta. Anzi, educandola a saper attendere la stagione propizia. Dicendoci e credendoci vittime, vogliamo farci diversi dai nostri aguzzini. Ma si è tutti eguali, tutti aguzzini gli uni degli altri: intrascendibilmente, per sempre…

Un equivoco all’italiana fu il motivo della scarcerazione di Telesio.

Non si sa bene come Interlandi riuscì a fare breccia nell’animo dell’avvocato che ottenne un ordine di scarcerazione per Cesare. Da qui l’equivoco, ovvero essendo assente Cesare, l’unico Interlandi presente nella caserma era Telesio e dunque fu lui ad essere scarcerato malgrado le proteste dello stesso che voleva evitare eventuali problemi futuri al figlio.

C’era stato evidentemente un errore. Uno di quegli errori cui una sorta di mano invisibile sembra di tanto in tanto, sapientemente guidare i destini dell’uomo per cavarne – da una vicenda dolorosa, da una delle innumerevoli nequizie – un significato nascosto, quello che altrimenti non si sarebbe potuto vedere.

Paroli nascose, rischiando la sua vita e quella dei suoi cari, l’intera famiglia Interlandi nello scantinato della casa dove abitava, per quasi un anno, ovvero fino alla sentenza di innocenza per Telesio avvenuta nel 1946.

Ciò che maggiormente aveva colpito Sciascia era perché Interlandi, un raffinato intellettuale che aveva diretto riviste importanti come Quadrivio, avesse deciso di diventare portavoce del Fascismo, addirittura l’ideologo del razzismo. E di conseguenza come mai Paroli avesse deciso di aiutare proprio lui.

E ora cosa gli si chiedeva? Di rinnegarsi? D’essere altro? E che altro? Cesare, forse, forse lui poteva… era giovanissimo e solo ai giovanissimi è lecito mutare maschera; anzi – pensava Telesio – è questo il loro compito: indossare tutte le maschere possibili per trovarne, alla fine, una soltanto; e restarle fedeli per sempre, ad ogni costo.

Interlandi infatti continua a mantenere i propri ideali intatti, anche dopo la carcerazione, durante i colloqui con Paroli e mai cerca di trincerarsi dietro a un pentitismo di comodo, né finte redenzioni, è e rimane saldo ai suoi principi, un fascista in buona fede insomma, convinto che quella fosse la strada giusta da seguire per il bene dell’Italia e dell’Europa. Lo stesso avvocato rimane colpito da tanta sicurezza:

Allora era vero, dovette ammettere, c’era stato anche questo: un’intelligenza coerentemente fattasi, e lucidamente, strumento d’abiezione.

Non bastava possedere lucido intelletto per non inclinare al male e alla perversione, occorrendo qualcosa d’altro; qualcosa che bisognava trovare altrove, presso qualcuno che invece lo possedesse questo “supplemento d’anima”, perché altrimenti non avrebbe saputo come chiamarlo. E fu allora che si risolse a capire che tutto il ventennio, tutta la retorica del Capo e della Nazione, il fascismo insomma, per la sua ideologia e la stupidità della sua prassi altro non erano che il tentativo di sopprimere o di mettere a tacere quel “di più” che nell’anima di ciascuno minacciava pericolosamente di emergere. Un senso recondito e mai dimenticato del vero e del bene, che poteva riaffiorare dal nulla attraverso il volto stanco d’un uomo, la bellezza struggente d’un tramonto, il ricordo lontano d’una tenerezza paterna.

E c’è davvero da sorprendersi? C’è sempre un gene intellettuale puro alla base della devastazione.

Da sempre per delle idee si vive e si muore, ma quale gioco perverso ne ha stabilito le regole? Esistono delle idee e dunque dei concetti soggettivi spacciati per oggettivi, per cui vale la pena sacrificarsi? Questo continuo rincorrere un qualsiasi significato che renda la vita degna d’essere vissuta non si basa forse su presupposti totalmente errati? Gli stessi concetti di Onore, Patria, Libertà, non sono discutibili? Ogni volta che si combatte una guerra lo si fa per gli interessi economici delle élite che si muovono dietro le quinte, alimentati dal gusto del Potere, ma non c’è mai una realtà nobile alla base. E tuttavia lo si fa credere alla massa, si impone un’ideologia che mandi al macello giovani e meno giovani pronti a morire per nulla. Forse questo è  il modo più sciocco di dare un senso alla propria vita.

E, per quanto lui i fascisti li conoscesse bene e n’avesse avuto qualche guaio soprattutto per via di suo padre, accanito socialista, glien’era venuta una sottile curiosità, come un sotterraneo gusto di provare a se stesso che non esistono categorie d’umanità, nulla insomma che autorizzi a discernere i buoni dai cattivi in quanto i primi stanno tutti di qua e i secondi tutti di là, secondo un facile e grottesco semplicismo manicheo che gli dava nausea; ma che invece esistono uomini, nel bene come nel male, e che anzi forse nessuno può essere capace di seguire il primo senza essere seriamente tentato dal secondo, al quale spesso poi finisce per cedere un po’ per vigliaccheria e un po’ per confusione del cuore e della mente.

Siamo abituati a comprendere le cose solo mettendole in contrapposizione perciò non potremmo capire cos’è il male senza il bene o l’oscurità senza la luce e tuttavia non sempre è possibile catalogare collocando in un reparto piuttosto che in un altro. A volte è necessario ampliare le nostre vedute per riuscire a conoscere cosa ci sta di fronte e mescolare un po’ le carte riunendo le parti contrastanti in un unico essere. Anche le grandi divisioni storiche, sono frutto del pensiero dell’epoca e vedono delle truppe schierate sul fronte del bene e le altre sul fronte del male, ma si tratta solo di concetti che sfuggono ad una realtà oggettiva. La stessa legge è discutibile essendo mutevole e al servizio del pensiero dominante, come dimostrano le leggi razziali appunto, ma gli esempi si perdono nella notte dei tempi.

Paroli non sapeva affatto se la propria anima fosse migliore di quella altrui. Anzi, spesso gli accadeva di pensare il contrario, e tuttavia senti imperiosamente che quella difesa andava assunta, che alla difesa di quell’uomo, all’apparenza indifendibile, bisognava votarsi con la stessa appassionata dedizione dovuta alla vita, al bisogno di vivere e di affermare la propria vita e, attraverso questa, quella altrui.

Alla fine quali siano i meccanismi che muovono certe azioni umane rimane un mistero. A volte sembra di avere la certezza della reazione conseguente ad un’azione e invece si verifica l’opposto, la variabile è sempre pronta a ricordarci non solo che non bisogna mai dare nulla per scontato, ma anche che per quanto un percorso possa essere rettilineo c’è sempre una possibilità imprevedibile che all’improvviso curvi lanciandoci fuori strada e deragliandoci in un ignoto che inverte la direzione e ci catapulta in una nuova realtà, in una nuova prospettiva, in una nuova vita. Cosa abbia spinto l’avvocato Paroli a difendere Interlandi non si comprende se non con la misura letteraria e ideale di un’impresa affascinante, una sfida a colpi di integrità ideologica, il nero da una parte e il rosso dall’altra che si incontrano realizzando quella verità che proviene dalle sfumature e dall’incerto colore di certe commistioni che nell’indeterminatezza della tonalità risolve tutti i dubbi della natura umana.

Ma forse, più di tutto, ciò che ha spinto Paroli è stato rendersi conto che la cosa peggiore non era il fatto che Interlandi, pur non avendo deportato nessuno, aveva fatto sì che si creassero le condizioni perché altri lo facessero e questo già lo rendeva colpevole, ma era l’indifferenza, l’ignavia di così tante persone e di cui l’avvocato stesso si accusava, l’incapacità di comprendere, di compatire gli altri, una colpa della quale si erano macchiati in tanti a quei tempi, rimanendo in silenzio o facendo finta di non vedere ciò che avevano sotto gli occhi. Non è la forza fisica o l’arrogarsi il diritto di vita e di morte sugli altri che rende potenti e giusti, e non è nemmeno la purezza di un pensiero, la vera forza è nel sapere mantenere il controllo di sé stessi, quando le circostanze impongono scelte difficili, è fermarsi un attimo prima di compiere l’irreparabile e soprattutto è nella pietà, nell’accezione di comprensione verso l’umanità e la sua miseria, nel non dimenticare mai che siamo essere transitori e di nessuna importanza.

– Il coraggio che nasce dalla pietà?

– Sì. più che dalla paura o dal senso del dovere.

– Avete pietà di me, dunque?

– Non più che di me stesso. Non sempre è stato così, certo. Ma adesso, in questa notte del tempo, con i partigiani che credono d’aver vinto ed invece hanno solo raccolto le ceneri d’un regime che si è suicidato e vogliono farsi giustizieri di tutti e di ciascuno… la fame, i lutti, le distruzioni… sì, ho pietà di lei e di me. Di lei, per quello che ha pensato e che ha fatto sì che si pensasse. Di me, per la mia stanchezza, la mia paura. E forse, infine, di tutti.

– Di tutti?

– Vedo l’esilio della ragione, la violenza che s’annida ovunque, perfino nelle parole, nei volti, la sete di vendetta. Ogni giorno.

– È vero. Dunque?

– Dunque impariamo ad esercitare la pietà.

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