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Storia di un manichino di parrucchiere. Peregrinazioni di una coscienza che vive i propri sogni.

copertinaL’architetto moscovita M., che aveva costruito uno dei più frequentati caffè-ristorante della capitale ed era conosciuto nei circoli cittadini soprattutto per le vicende della sua vita privata nello stile delle memorie di Casanova, un bel giorno, passando accanto a un bar del viale Tverskij, si rese conto di essere ormai vecchio.

[] Tutti i propositi che fino a poco prima avevano agitato il suo cuore gli apparvero banali, ripetuti centinaia di volte fino all’estenuazione, e persino l’incontro serale che egli ricercava da chissà quanti mesi e che avrebbe dovuto rappresentare un nuovo importante evento negli annali della sua esistenza, gli sembrò all’improvviso inutile e fastidioso… Le foglie autunnali soltanto, che cadevano dagli alberi per finire sotto i piedi dei passanti serali, infondevano nella sua anima una certa qual amara mestizia.

Così inizia il racconto di Aleksandr Čajanov (1888-1939), Storia di un manichino di parrucchiere (1918) che insieme ad altri quattro doveva far parte di un volume intitolato Novelle fantastiche, che però non verrà mai pubblicato. Čajanov fu un economista di fama internazionale, ma i suoi interessi spaziavano in tutti i settori dell’arte e la sua scrittura è talmente raffinata e affascinante ch’egli sembra non avere fatto altro nella vita che scrivere. Invece si occupò anche di politica, della storia e topografia di Mosca, fu un esperto bibliofilo, aveva una passione per le incisioni che collezionava ed era incisore egli stesso. La sua attività principale tuttavia determinò il suo destino. Arrestato nel 1930 con l’accusa di avere congiurato contro lo stato sovietico a causa delle sue ardite teorizzazioni in campo economico e sociale, fu condannato a cinque anni di carcere. Alla fine del periodo detentivo fu inviato al confino, ad Alma-Ata per continuare a svolgere la sua attività di docente di economia agraria. Tuttavia, essendo ormai segnalato come sovversivo, nel giro di pochi anni venne dichiarato nemico del popolo, arrestato nel 1937 e fucilato nel 1939.

Čajanov dedica il racconto a E.T.A. Hoffmann, maestro del fantastico e suo ispiratore. Un autore che esercitò una grande influenza su scrittori come Nodier e Nerval, naturalmente Poe, ma anche in Russia su Dostoevskij e Gogol. Le caratteristiche più note di Hoffmann, ovvero di far entrare nel mondo reale quello irreale degli eventi inspiegabili, l’ossessione, il sogno più vicino all’incubo, il perturbante, come aveva scritto Freud, si ritrovano in forma più stilizzata anche in questo racconto di Čajanov, dove l’architetto moscovita viene colto da febbrile passione per un manichino di cera, visto nella vetrina di un parrucchiere. L’io delirante e frammentato si propaga per il mondo alla ricerca spasmodica del corrispondente fisico del modello, una sorta di invasamento pervade l’animo dell’uomo portandolo alla rovina.

 

All’improvviso si immobilizzò, restando di sasso. La ben nota sensazione che provava all’approssimarsi di una passione sconvolgente fece fremere tutto il suo essere. Davanti a lui c’era il «Grande salone moscovita del maestro parrucchiere Tjutin», e attraverso il vetro appannato di una grande vetrina lo fissava un manichino di cera dalla fulva chioma.

[] Malgrado una certa rozzezza di esecuzione, in ogni particolare si palesava la somiglianza con un modello in carne ed ossa. Era perfettamente evidente che quella statua di cera corrispondeva a un originale vivo, stupendo, meraviglioso. Tutti i sogni di Vladimir sull’essenza ultima del femminino, su quel non so che rispetto al quale le donne precedenti erano state soltanto una lontana approssimazione, sembrava si fossero calati in quel volto.

Vladimir scopre che in realtà il manichino che tanto lo affascinava era stato segato e che, in origine, riproduceva l’effigie di due gemelle siamesi, le sorelle Henrichson e con esse si apre un altro tema caro ad Hoffmann, quello del doppio. Vladimir dunque parte alla ricerca della fulva Afrodite, la gemella che aveva scatenato in lui la passione, associandola alla dea dell’amore, della bellezza, della sensualità. L’elemento irreale, il manichino di cui si innamora, si inserisce nella realtà, il corrispondente umano e i due piani si intrecceranno sempre più fino a sconfinare in un’altra dimensione, quella dell’alienazione.

Era come se tutto ciò che ella diceva o faceva non fosse autentico, ma premeditato, proferito soltanto per cortesia nei confronti dell’interlocutore, e che le interessasse assai poco. Il suo viso, solo apparentemente animato, trasmetteva un senso di gelo, e gli occhi immensi si velavano spesso di una torbida, plumbea lucentezza, sembrava che da qualche parte, chissà dove, al di fuori del controllo dell’interlocutore, in lei pulsasse un’altra vita, allettante, con un suo contenuto profondo.

 

Trovate le gemelle, Kitti e Berta, scopriamo che sono perfettamente speculari, anche caratterialmente, la prima saggia, l’altra ingestibile e ovviamente è quest’ultima a scatenare la passione nell’architetto. Ma c’è un ulteriore doppio che compare nella storia, Prospero, lo scultore che modella i manichini di cera. Anche lui si innamora perdutamente di Berta, ma quando scopre che è il fratellastro delle gemelle non regge il colpo e dopo un logoramento incessante, finisce con l’impiccarsi. Berta, a sua volta, si ammala di febbre nervosa e da quel momento il suo lato oscuro prevale.

Il fantastico entra di nuovo nel mondo reale attraverso l’arrivo dell’architetto moscovita che irrompe come una presenza quasi diabolica nella vita delle sorelle.

Sembrava che lo spirito di Prospero rivivesse in quel nordico, sembrava che il potere misterioso esercitato dal nostro defunto infelice fratello sull’anima di Berta fosse stato da qualcuno affidato a quel pallido uomo dai modi felini. Vane furono le mie parole come pure gli ammonimenti, le notti insonni e le lacrime di entrambe che inumidirono il cuscino comune, i giuramenti pronunciati sul fare dell’alba. La passione divampò, l’impetuoso torrente trascinò via con sé tutto, e persino io, incatenata a mia sorella dalla deformità, ero chissà come stranamente travolta da quelle onde.

 

Il doppio in letteratura ha avuto sempre un posto privilegiato, forse perché è un tema che si ritrova fin dagli albori della storia dell’umanità, connesso com’è all’inquietante rapporto tra il corpo e l’immagine di esso, ombra o riflesso che sia, e la morte. Čajanov da raffinato incisore quale era, cesella elegantemente tutti gli spunti che coinvolgono qualsiasi indagatore dell’animo umano e dunque ogni attento lettore, che è inevitabilmente anche un ricercatore.

Un altro spunto inserito in modo apparentemente casuale nella narrazione è lo specchio, anch’esso archetipo, simbolo, oggetto dai poteri magici inscindibile dal tema del doppio. Di conseguenza si presenta il tema della perdita d’identità e la sensazione di avere smarrito una parte di sé in un altrove non specificabile.

Vladimir si sentiva come un manichino, una marionetta che una mano invisibile reggesse per i fili. Gli amici non lo riconoscevano più.

 

Doppio e morte sono anch’essi inscindibili. Data la particolarità del doppio nel racconto, ovvero le sorelle siamesi, siamo già di fronte ad un’immagine simmetrica, corroborata dall’antitesi caratteriale, un doppio si contrappone all’altro divenendo il suo persecutore. Il secondo doppio è dato da Vladimir-Prospero rivali a distanza, innamorati della stessa donna. La morte è inevitabile per ricondurre alla sanità e all’unicità. Kitti e Berta vengono separate chirurgicamente e il doppio malato morirà permettendo però a quello sano di ritrovare la parte mancante attraverso Jeannette, la nipotina, mentre i due uomini, che incarnano gli impulsi distruttivi della passione, sono destinati all’inevitabile fallimento per cui Prospero è colui che muore, mentre Vladimir deve adeguarsi alla disfatta e tornare proprio in quel mondo reale al quale aveva cercato di sottrarsi all’inizio della storia e del viaggio.

Tu leggi la tua vita, non la scrivi: ignori la fine della storia.

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Il giardino delle bestie. Pianificazione di uno sterminio.

Mi sono sempre chiesto come doveva essere stato, per un forestiero, assistere in prima persona all’oscura ascesa al potere di Hierik larsontler. Che aspetto avesse la città, che cosa si sentiva, si vedeva, si respirava, e come i diplomatici e gli altri visitatori interpretassero gli eventi che accadevano intorno a loro. Col senno di poi, ci siamo resi conto di quanto sarebbe stato facile cambiare il corso della storia in quel periodo delicato. E allora perché nessuno ha alzato un dito? Perché c’è voluto così tanto tempo per riconoscere il reale pericolo rappresentato da Hitler e dal suo regime?

È sorprendente notare come la storia si assomigli sempre, malgrado l’inevitabile processo che porta avanti nel tempo, almeno su quella linea retta che è la migliore rappresentazione della cronologia, dove presente, passato e futuro sono facilmente collocabili e comprensibili. Certe similitudini tuttavia sgomentano, soprattutto perché danno l’impressione che numerose atrocità del passato si possano ripetere, magari con modalità diverse, ma comunque grazie alla ciclicità, che la linea retta non contempla, e che pure fa parte della temporalità, ecco che nella mescolanza di presente, passato e futuro, ciò che sembra tornare è in verità qualcosa che non è mai andato via.

Un giorno, all’alba di tempi molto bui, un padre e una figlia americani si ritrovarono improvvisamente trapiantati dalla loro accogliente casa di Chicago nel cuore della Berlino nazista. Vi restarono per quattro anni e mezzo, ma sono soltanto i primi dodici mesi i protagonisti del racconto che segue, poiché coincisero con l’ascesa di Hitler da cancelliere a tiranno assoluto, quando tutto era un’incognita e non esisteva alcuna certezza. Quel primo anno si trasformò in una sorta di prologo che conteneva in nuce tutti i temi della grandiosa epica di guerra e sterminio che si sarebbero sviluppati di lì a poco.

william doddWilliam E. Dodd (1869–1940), storico americano, è stato ambasciatore degli Stati Uniti a Berlino dal 1933 al 1937 dunque in pieno fermento nazista. Quando il presidente Franklin Delano Roosevelt gli offrì l’incarico Dodd era professore di storia all’Università di Chicago ed era impegnato nella realizzazione del suo libro in quattro volumi, che avrebbe intitolato L’ascesa e la caduta del vecchio Sud, del quale però solo il primo tomo stava giungendo a compimento.

Gli eventi della vita seguono sempre strani percorsi, probabilmente Dodd è stato una delle variabili imprevedibili che spesso piombano su una mappa prestabilita, portando lo scompiglio. E tuttavia le cose vanno come devono andare, perché nessuno può svegliare chi sta dormendo se non il dormiente stesso.

Questa è un’opera di non-fiction. Tutto il materiale fra virgolette è ricavato da lettere, diari, memorie o altri documenti storici. Nelle pagine che seguono non ho certo tentato di scrivere l’ennesima epopea del periodo in questione. Il mio scopo era di natura più intima: far conoscere quel mondo del passato attraverso le esperienze e le sensazioni dei miei due protagonisti, padre e figlia, che, giunti a Berlino, intrapresero un viaggio di scoperta, trasformazione e, infine, di profondo dolore.

Il giardino delle bestie. Berlino 1934 è un romanzo storico molto particolare, il titolo è la traduzione di Tiergarten, il nome del parco principale di Berlino. L’autore Erik Larson ha compiuto un’opera minuziosa di cesellatura ed incastro di migliaia di tessere di un mosaico oscuro e nella ricostruzione di quegli anni è riuscito a portare il lettore dentro il libro, riempiendo ogni pagina non soltanto della sua scrittura, ma anche delle parole tratte dai diari e dalle lettere di Dodd, della figlia Martha e dei vari protagonisti dell’epoca ed anche brani estratti da documenti ufficiali. La lettura è talmente scorrevole che ci si dimentica dell’immenso lavoro che c’è dietro.

Tom Hanks sta adattando Il giardino delle bestie per farlo diventare presto un film del quale sarà produttore, ma anche attore protagonista.

dodd alla scrivania 1933Una fotografia di Dodd in ufficio a Berlino durante la sua prima settimana di lavoro lo ritrae seduto a un’ampia scrivania dagli intagli elaborati, con la parete alle spalle interamente coperta di arazzi e un sofisticato telefono alla sua sinistra, a circa un metro e mezzo di distanza. C’è un che di comico in quella foto: Dodd, un uomo esile con il colletto bianco e inamidato, i capelli impomatati e separati al centro da una riga netta, fissa l’obiettivo con espressione severa, ma reso minuscolo da tutto quello sfarzo. La fotografia destò una buona dose d’ilarità fra quelli che al dipartimento di stato disapprovavano la sua nomina ad ambasciatore.

Il sottosegretario Phillips chiuse una sua lettera a Dodd scrivendo: «Una foto che la ritrae alla scrivania, sullo sfondo di uno splendido arazzo, si è diffusa a macchia d’olio, e devo riconoscere che è di grande effetto».

Dodd non perdeva occasione per violare alcune regole del l’etichetta, almeno agli occhi del suo consigliere d’ambasciata, George Gordon, e insisteva per andare a piedi alle riunioni con i funzionari di governo.

All’epoca per ricoprire certe cariche, bisognava fare parte di una élite, il prestigio di una persona si misurava anche dall’aspetto esteriore, dallo sfarzo del quale poteva circondarsi e dalla propensione ad una vita mondana a ritmo serrato che si concretizzava nel passare da una festa all’altra, da un ricevimento all’altro e nel possedere una certa compiacenza ipocrita, il dovere del diplomatico di lasciare ai margini lucidità e lungimiranza in favore di una mediazione fin troppo comprensiva nei confronti dei governi dei paesi ospitanti. Una delle “pecche” di Dodd, che lo aveva messo subito in cattiva luce, era stata proprio quella di non fare parte della giusta casta di aristocratici, di non amare le feste, di mantenere le sobrie abitudini di sempre, ma venne ostacolato anche per la sua perspicacia e per l’attitudine a non conformarsi al pensiero dominante e a ragionare e agire di testa propria.

D’altra parte è sempre stato così, il potere spetta ad una classe di privilegiati e se non ne fai parte o non ti adegui a certe regole, automaticamente vieni tagliato fuori. E noi italiani di caste ce ne intendiamo bene.

Il Presidente spostò quindi la conversazione su quanto si aspettava da Dodd. Prima di tutto, sollevò la questione del debito tedesco, manifestando in proposito sentimenti contrastanti. Riconosceva che i banchieri americani avevano realizzato quelli che definiva «profitti esorbitanti» concedendo prestiti a imprese e a città tedesche e vendendo ai cittadini americani obbligazioni collegate a quegli stessi prestiti. «Ma la nostra gente ha il diritto di essere rimborsata e, sebbene si tratti di una questione che va oltre le responsabilità del governo, voglio che lei faccia tutto il possibile per prevenire una moratoria», ovvero una sospensione dei pagamenti da parte della Germania. «Rischierebbe di ritardare il recupero dei nostri crediti». Il Presidente affrontò poi quello che sembrava ormai di moda chiamare “il problema” o “la questione” ebraica.

Roosevelt sapeva di doversi muovere su un terreno insidioso. Pur essendo sconcertato dal trattamento subito dagli ebrei per mano dei nazisti e consapevole della violenza che aveva sconvolto la Germania qualche mese prima, si asteneva dal pronunciare una condanna esplicita. […] Roosevelt, però, sapeva che il prezzo da pagare in termini politici per un’eventuale condanna della persecuzione nazista o per qualunque sforzo manifesto di favorire l’ingresso degli ebrei in America sarebbe stato con ogni probabilità immenso, perché nell’ambito del dibattito politico americano la questione ebraica era considerata come un problema d’immigrazione. La persecuzione degli ebrei in Germania evocava lo spettro di un massiccio afflusso di rifugiati in un periodo in cui l’America vacillava sotto i colpi della Depressione.

copertinaÈ strano come nel presente, quando si vive qualcosa non si riesca ad essere lucidi, c’è sempre una nebbiolina di fondo che impedisce di avere una visione chiara, soltanto a posteriori si colgono i segnali che invece avrebbero potuto salvare tante vite. L’importanza del particolare è fondamentale, a quei tempi nessuno si era reso conto di quanto la situazione fosse pericolosa, né si dava la giusta importanza a certi episodi apparentemente isolati, ma che in realtà miravano a compiere un disegno ben preciso. Alla base di tutto, prima dell’antisemitismo, come sempre accade, le ragioni erano squisitamente economiche: la Germania aveva infatti un debito enorme con gli Stati Uniti. Non mancò nemmeno naturalmente quel sottile filo di crudeltà che serpeggia negli esseri umani che trovano facilmente un motivo per sentirsi superiori all’altra metà del mondo e gli americani con l’esempio della schiavitù e del razzismo pesante nei confronti della gente di colore non hanno certo lesinato esempi stimolanti per il regime nazista. Addirittura Hitler citò, nel Mein Kampft, proprio lo sterminio americano degli indiani come modello pratico per la soluzione finale.

Chi ha l’ambizione di dominare il mondo o la gran parte di esso, sa che il terreno della violenza è costantemente fertile, perché c’è sempre qualcuno pronto ad odiare qualcun altro per futili motivi e così le menti che regolano i movimenti dei burattini, coloro che sfruttano questa attitudine tutta umana alla brutalità, possono coltivare il loro sogno di potere e denaro ( sì perché non c’è nulla di più remunerativo di una bella guerra), trovando manovalanza sempre fresca e prestante.

martha doddPersonaggio importante è anche la figlia di Dodd, Martha (era alta un metro e sessanta, e aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri e un sorriso radioso. Aveva un’immaginazione venata di romanticismo e un atteggiamento civettuolo, due prerogative che avevano acceso la passione in molti uomini, più o meno giovani.) una bella ragazza esuberante e disinibita che frequenterà molti uomini a Berlino, tra i quali il capo della Gestapo, Rudolf Diels, e Boris Vinogradov, un esponente dell’ambasciata russa che la metterà in contatto addirittura con i servizi segreti sovietici con i quali sembra avere collaborato a lungo. Fu attraverso Diels che Martha iniziò per la prima volta a riconsiderare la sua visione idealistica della rivoluzione nazista. «Davanti ai miei occhi da sognatrice iniziò a prendere forma… un’immensa e complessa rete di spionaggio, terrore, sadismo e odio, a cui nessuno – si trattasse di un soldato semplice o di un ufficiale – poteva sfuggire». Sorprendente il mutamento di cui si fa portavoce, inizialmente affascinata, quando il nazismo sembrava un movimento rivoluzionario che tendeva al miglioramento del paese, arriverà ad un’avversione tale da passare all’estremo opposto, al comunismo. Del resto, lo stesso Dodd inizialmente cede al pensiero comune, lusinga un po’ il proprio leggero antisemitismo e parteggia per i nazisti, ma prevarrà in lui lo spirito democratico e una sorta di purezza, di integrità che gli permetteranno di mettere a fuoco la triste realtà.

Qualcosa lo abbandonò: un ultimo, vitale elemento di speranza. Nella pagina del suo diario dedicata all’8 luglio, una settimana dopo l’inizio delle purghe e a pochi giorni dal primo anniversario del suo arrivo a Berlino, scrisse: «il mio compito è lavorare per la pace e per un miglioramento delle relazioni tra Germania e Stati Uniti. Ma non vedo come sia possibile ottenere un qualunque risultato fino a quando Hitler, Göring e Goebbels saranno alla guida del paese. Non ho mai sentito parlare o letto di uomini che fossero meno adatti ad avere in mano il potere. Dovrei forse dimettermi dal mio incarico?»

Giurò che non avrebbe mai ospitato Hitler, Göring o Goebbels all’ambasciata o in casa sua, e concluse: «Non presenzierò mai più a un discorso del cancelliere, né chiederò un colloquio con lui, se non in circostanze ufficiali. Provo una sensazione di orrore anche soltanto a guardarlo».

Dodd è spettatore sottile, ma corrispondente incompreso, le sue intuizioni che avevano anticipato i tempi non vengono tenute nella giusta considerazione, semmai osteggiate e ridicolizzate, anche Martha, si rese presto conto della pericolosità di un regime subdolo che nascondeva le sue vere intenzioni. La lenta costruzione di Larson, la spiegazione minuziosa quasi giorno per giorno del 1934 trova il suo punto di non ritorno in quella che la storia denominerà la notte dei lunghi coltelli, che ebbe inizio il 30 giugno 1934, è quello il momento in cui Hitler scopre le sue carte e si mostra chiaramente come un uomo determinato a raggiungere i propri scopi, eliminando qualsiasi ostacolo si frapponga, con qualsiasi mezzo.

La purga di Hitler sarebbe diventata famosa come “la notte dei lunghi coltelli”, e sarebbe stata considerata dai posteri uno degli episodi più importanti della sua ascesa, il primo atto nella grande tragedia della “pacificazione”. In un primo tempo, però, nessuno ne comprese a fondo il significato. Non vi fu un solo governo che richiamasse il suo ambasciatore o inoltrasse una protesta formale, né la popolazione si ribellò, mossa dal disgusto per quanto era accaduto.

Dodd diventerà sempre più intollerante rispetto alle iniziative dei nazisti tanto da rifiutarsi di partecipare alle adunate e mandando dispacci su dispacci in patria, con l’unico effetto di inasprire fortemente il governo nazista, che ne chiederà formalmente il trasferimento. Ad insaputa di Dodd, che voleva dimettersi, ma non subito per evitare l’impressione che ogni protesta dei tedeschi venisse subito accolta, Roosevelt aveva invece ceduto alle pressioni del dipartimento di Stato e del ministero degli Esteri tedesco e aveva deciso che Dodd sarebbe stato rimosso dall’incarico entro la fine dell’anno 1937. Dodd protestò, ma invano. Soltanto un anno dopo, nel novembre del 1938, dopo la tristemente nota Notte dei cristalli, Roosevelt condannò pubblicamente il governo tedesco. Il resto è l’abominio che tutti sappiamo.

Nel settembre del 1939 le armate di Hitler invasero la Polonia, scatenando la guerra in Europa. Il 18 settembre, Dodd scrisse a Roosevelt che sarebbe stato possibile evitare il conflitto se «le democrazie europee» avessero semplicemente agito di concerto per fermare Hitler, come Dodd aveva sempre suggerito.

«Se avessero cooperato» scrisse l’ex ambasciatore, «ce l’avrebbero fatta. Adesso è troppo tardi».

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Le rondini di Kabul. Di pietra si muore.

Se ti svegli nel sogno di un altro la tua vita può diventare un incubo. È davvero inquietante pensare a come tutto possa cambiare in peggio, proprio come in un sogno terribile. È quello che è successo in Afghanistan dopo l’avvento dei talebani. Dopo tanta fatica, morte e lotte senza fine delle donne per riuscire ad ottenere il semplice diritto allo studio, la banale libertà di passeggiare con le amiche senza quell’ombra tenebrosa che ti s’incolla addosso e non ti lascia più, la paura, fa ancora più orrore notare come in un attimo si possa sprofondare di nuovo nel buio più nero, quello della mente devota alle leggi della stupidità e della prepotenza.

donne afghanistanLe donne afghane non hanno mai avuto vita facile, prive di diritti e ritenute stupide a prescindere, sono sempre state schiave dell’uomo terreno e della divinità maschile che le religioni monoteiste hanno diffuso qua e là per il mondo. Dopo un primo tentativo di cambiamento negli anni ’20, da parte del re progressista Amanullah, che aveva deciso di fare studiare anche le bambine (e che fu poi costretto ad abdicare), nel 1965 riuscirono ad ottenere il diritto di voto e ben quattro donne furono addirittura elette in Parlamento. Nel 1977 è stata fondata la RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan, Associazione Rivoluzionaria per le Donne Afghane) che lotta per i diritti umani e la giustizia sociale delle donne afghane. All’inizio si trattava di un’organizzazione che puntava ad un maggiore coinvolgimento delle donne nella vita politica del paese, poi dopo l’occupazione sovietica nel 1979 partecipò attivamente alla Resistenza. Ma con l’arrivo dei Talebani negli anni ’90 le donne hanno mantenuto solo il diritto di studiare il Corano perdendo quello fondamentale di fare parte di una società in qualità di esseri umani.

Mohsen non sa dove andare né che farsene del proprio ozio. Fin dal mattino non smette di vagare nei sobborghi devastati, con la mente che vacilla, il volto inespressivo. Prima, ossia molti anni luce fa, gli piaceva passeggiare, la sera, lungo i viali di Kabul. [] Com’è lontano, quel tempo. È forse frutto di pura fabulazione? Ormai, i viali di Kabul non divertono più. Le facciate scarnificate, rimaste ancora in piedi per non si sa quale miracolo, attestano che le bettole, le osterie, le case e gli edifici sono stati ridotti in fumo. La carreggiata, prima asfaltata, è ora un sentiero battuto che i sandali e gli zoccoli raspano ogni giorno senza posa. I negozianti hanno appeso il sorriso al chiodo. I fumatori di chilum si sono volatilizzati. Gli uomini si sono trincerati dietro le ombre cinesi e le donne, mummificate in sudari del colore della paura o della febbre, sono assolutamente anonime.

yasmina khadraLa Kabul polverosa, dall’aria irrespirabile e sventrata dalla violenza degli uomini e delle armi che ci presenta Yasmina Khadra, è quella regolamentata dai talebani, saliti inizialmente alla ribalta per scacciare l’invasione russa, ma che, una volta preso il potere, sono diventati gli aguzzini del loro stesso popolo. Per prima cosa hanno imposto la sharia, ovvero la legge islamica che deriva dall’interpretazione del Corano, costringendo tutti ad abbandonare la vita precedente per tornare ad uno stato di repressione da far west dove, come sempre, sono le donne a pagare il prezzo più alto, private di qualsiasi dignità individuale non possono più né studiare per accedere ad un ruolo importante in società, né mostrarsi in pubblico, perché costrette ad andare in giro rivestite del burqa integrale ed a sottostare a tutta una serie di divieti assurdi che qualsiasi cervello sano e pulsante rifiuta di accettare.

«Solo Dio dispone della vita e della morte. Sei stato ferito combattendo per la Sua gloria. Siccome non poteva inviare Gabriele in tuo aiuto, ha messo questa donna sulla tua strada. Lei ti ha curato perché Dio ha voluto così. Non ha fatto che sottomettersi alla Sua volontà. Tu hai fatto cento volte di più per lei: l’hai sposata. Cosa poteva sperare di più una zitella spenta e priva di fascino, di tre anni più vecchia di te? Si può essere più generosi con una donna che offrirle un tetto, un nome, protezione e onore? Tu non le devi niente. Spetta a lei inchinarsi davanti al tuo gesto, Atiq, e baciarti, una per una, le dita dei piedi ogni volta che ti togli le scarpe. Lei non significa granché all’infuori di quel che tu rappresenti per lei. È solo un essere inferiore. E poi, nessun uomo deve alcunché a una donna. La rovina del mondo deriva proprio da questo malinteso.»

Questo è lo scenario che fa da sfondo alla triste storia che racconta Yasmina Khadra nel suo romanzo del 2002, Le rondini di Kabul. Il nome femminile è lo pseudonimo dello scrittore algerino Mohammed Moulessehoul, che dopo avere fatto parte per tanti anni dell’esercito, nel 2000 decide di abbandonarlo per dedicarsi unicamente alla scrittura. Per evitare la censura ed esprimersi più liberamente e per denunciare qualsiasi forma di violenza e intolleranza, soprattutto nei confronti delle donne, sceglie di firmare i libri che scrive utilizzando il nome della moglie.

«Possiamo sapere tutto della vita e degli uomini, ma cosa sappiamo davvero di noi stessi? Mio buon Atiq, non complicarti troppo la vita. Non indovinerai mai cosa ti riserva. Smettila di riempirti la testa di idee fasulle, questioni inspiegabili e ragionamenti inutili. Avere una risposta per tutto non ti mette al riparo da ciò che il domani tace. L’erudito sapeva molte cose, ma ignorava l’essenziale. Vivere è anzitutto tenersi pronti a che il cielo ci cada sulla testa. Se parti dal principio che l’esistenza è solo una prova, sei preparato ad affrontare le pene e le sorprese che ti riserva. Se continui ad aspettarti da lei quel che non può darti, è la prova che non hai capito nulla. Prendi le cose come vengono, non farne un dramma e non farla tanto lunga; non sei tu a condurre la barca, ma il corso del tuo destino.»

le rondini di kabulLe rondini di Kabul racconta la storia di due coppie costrette a sopportare un destino insopportabile. Atiq è il carceriere occasionale di un regime che non fa sconti a nessuno e comincia a dare segni di cedimento nei confronti di una vita che perde sempre più di significato. Non per caso la moglie si ammala di una strana malattia che non dà scampo, ma che presenta momenti di perfetta lucidità ed è metafora dell’assurdità in cui si è costretti a vivere. Dall’altra parte c’è la coppia ancora più sventurata di Mohsen e Zunaira, entrambi giovani, belli e colti, lei addirittura un ex magistrato, costretti a diventare bruti tra i bruti, lui quando si lascia coinvolgere dalla follia collettiva di una lapidazione e lei quando, dopo un episodio di prevaricazione insensata, si rifiuta di togliere il burqa anche in casa, ricoprendosi di quel simbolo dell’ottusità, della violenza, dell’abuso, come di un sudario.

Mohsen e Atiq si muovono come sonnambuli per le strade, persi nel loro vagheggiare insensato in quelle vie in cui nulla si può muovere senza l’autorizzazione di un turbante barbuto e armato, eppure loro tentano di sfuggire a quell’orrore rifugiandosi in una sorta di trance, in attesa delle rondini di una primavera che non verrà.

Mohsen Ramat esita a lungo prima di decidersi a raggiungere la folla in piazza. È stata annunciata l’esecuzione pubblica di una prostituta. Verrà lapidata. Qualche ora prima, alcuni operai hanno scaricato delle carriole piene di sassi nel luogo dell’esecuzione e hanno scavato una fossa profonda una cinquantina di centimetri.

Mohsen ha assistito a parecchi linciaggi del genere. Solo ieri, due uomini, uno dei quali appena adolescente, sono stati impiccati in cima a un’autogrù per esserne sganciati solo al calare della notte. Mohsen detesta le esecuzioni pubbliche. Lo costringono a prendere coscienza della propria fragilità, rendono più grevi le prospettive della sua finitezza; di punto in bianco, scopre quanto siano futili le cose e le persone, e più nulla lo riconcilia con le certezze di un tempo, quando levava lo sguardo all’orizzonte solo per rivendicarlo.

Khadra descrive l’esecuzione in modo chiaro e conciso, quasi fosse una telecamera che registra le immagini e le immagini stesse trasudano un’umanità di cui non si può non vergognarsi, in un agitarsi di braccia e volti abbrutiti dall’odio non ci può essere salvezza e tanto meno una qualsivoglia divinità, per quanto gli uomini tirino sempre in ballo il loro Dio ogni volta che compiono gesti efferati e le peggiori nefandezze che nella realtà hanno sempre superato la fantasia di qualsiasi scrittore.

Un mullah si getta sulle spalle le falde del proprio burnus, squadra con disprezzo, per l’ultima volta, il cumulo di veli sotto il quale una persona si prepara a morire e tuona: «Alcuni hanno scelto di sguazzare nel fango come i porci. Eppure, erano a conoscenza del Messaggio, conoscevano i pericoli delle tentazioni, ma la loro fede non è stata abbastanza forte da resistere. Esseri miserabili, ciechi e frivoli, hanno preferito un istante di dissolutezza, effimero quanto irrisorio, al giardino eterno. Hanno tolto le loro dita dall’acqua lustrale delle abluzioni per ficcarle nella risciacquatura, si sono tappati le orecchie all’appello del muezzin per ascoltare le oscenità di Satana, hanno accettato di subire la collera di Dio piuttosto che tenersene al riparo. Cosa dire loro, se non la nostra pena e la nostra indignazione?… (Il suo braccio si tende come una spada verso la mummia.) Questa donna non ignorava quel che faceva. L’ebbrezza della fornicazione l’ha distolta dalla via del Signore. Oggi, è il Signore che le volta le spalle. Non ha diritto né alla sua misericordia né alla pietà dei credenti.

Morirà nel disonore come nel disonore è vissuta».

Si interrompe per raschiarsi la gola, dispiega un foglio di carta in un silenzio assordante.

«Allahu’ akbar!» grida qualcuno dalle ultime file.

Il mullah alza maestosamente una mano per placare l’urlatore. Dopo aver recitato un versetto del Corano, legge qualcosa che somiglia a una sentenza, rimette il foglio di carta in una tasca interna del gilet e, dopo una breve meditazione, invita la folla ad armarsi di pietre. È il segnale. In una ressa indescrivibile, la gente si getta sui mucchi di pietre appositamente sistemati nella piazza qualche ora prima. Subito, un diluvio di proiettili s’abbatte sulla vittima che, imbavagliata, vibra sotto la furia dei colpi senza un grido. Mohsen raccoglie tre pietre e le lancia contro il bersaglio. Le prime due si perdono nella frenesia generale, ma al terzo tentativo raggiunge la vittima in testa e vede, con insondabile giubilo, una macchia rossa aprirsi nel punto in cui l’ha colpita. Un minuto dopo, insanguinata e sfinita, la vittima si accascia e non si muove più. La sua rigidità galvanizza ancor di più i lapidatori che, con gli occhi stralunati e la bava alla bocca, raddoppiano la propria ferocia come se volessero resuscitarla per prolungare il suo supplizio. Nella loro isteria collettiva, persuasi d’esorcizzare i propri demoni attraverso quelli della succube (Nella demonologia, i demoni succubi sono demoni femminili che nottetempo vengono a congiungersi carnalmente con gli uomini) alcuni non si rendono conto che quel corpo crivellato non risponde più alle offese, che la donna immolata giace senza vita, semisepolta, come un sacco di orrore gettato agli avvoltoi.

In questo passo tutto è spaventoso, dalla descrizione dell’esecuzione, all’arroganza del boia, alla follia collettiva, sembra che un virus contagi la ragione di tutti i partecipanti che si trasformano in mostri. Ancora più spaventoso è rendersi conto di come questa trasfigurazione che sorprende un pacifista colto e sensibile come Mohsen potrebbe capitare a chiunque, dunque anche a noi, perché chi può sapere, di tutti gli aspetti che ci abitano, quale meccanismo imprevisto possa fare scattare l’uno o l’altro o l’altro ancora?

La vita è solo inesorabile consunzione, pensa Mussarat. Ci si può prendere cura di sé oppure lasciarsi andare, non cambia nulla. La caratteristica di ogni nascita è di essere votata alla morte, è la regola. Se il corpo potesse fare di testa sua, gli uomini vivrebbero mille anni. Ma non sempre la volontà ha modo di realizzare i propri proponimenti, e la lucidità del vecchio non saprebbe indurre le sue ginocchia a essere più salde. La tragedia principale degli uomini deriva dal fatto che nessuno può sopravvivere ai suoi voti più ferventi, che sono per di più la causa prima della sua sventura. Il mondo non è forse il fallimento dei mortali, la mostruosa dimostrazione della loro inconsistenza?

Ma si sa, la lotta contro l’assurdo non può che divenire assurda essa stessa ed è proprio su questo gioco di alterazioni del sogno offuscato da una realtà inaccettabile che alla fine si svolge la partita, una partita che non può avere conclusione, che non può ammettere dei confini temporali, è la solita lotta col destino, contro noi stessi, contro i fantasmi che abbiamo dentro e che purtroppo, a volte, si trasformano in concretezza, nella triste storia di un’umanità che pur di colpire sempre l’altro per salvaguardarsi dal dolore, dalla sofferenza, non capisce che l’altro è una manifestazione di sé e pertanto non riesce nemmeno a salvare se stessa.

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Amleto. Del tempo, della pazzia e di altre facezie.

Pazzia, demenza, alienazione, la follia è un argomento che ricorre sovente in letteratura. A volte è un semplice espediente che permette di ottenere un risultato altrimenti quasi impossibile, altre volte è descrizione di vera patologia, in ogni caso i lettori si ritrovano spesso a dialogare con personaggi che arginano la “normalità” all’estremo limite preferendo una visione molto personale del mondo circostante. La pazzia d’amore la ricordiamo nell’Orlando Furioso dove un cavaliere assennato e corretto, diviene folle in preda al dolore, causato dall’amore, non corrisposto, per Angelica o nell’Otello, dove il protagonista, pazzo di gelosia uccide la donna che ama. Poi c’è la finta follia di Amleto o quella visionaria di Don Chisciotte, o ancora l’Elogio della follia di Erasmo o il De rerum natura di Lucrezio, la follia come unica possibilità di sopravvivenza, come nell’Enrico IV di Pirandello, la trascrizione delle proprie visioni rivisitate in chiave letteraria come in Aurélia di Nerval o la descrizione di tutto il percorso maniaco-depressivo di un uomo dei nostri tempi come ne Il male oscuro di Berto.

Nell’opera di Shakespeare troviamo le follie che s’imparentano con la morte e con l’assassinio.
(Michel Foucault, Storia della follia)

L’Amleto di Shakespeare è stato esaminato in tutte le sue possibili sfaccettature, del resto si tratta di un capolavoro di una modernità straordinaria, che non solo è fonte di innumerevoli riflessioni e una miniera d’oro per chi ama le citazioni, ma addirittura anticipa di secoli l’intervento della psicologia in letteratura. Amleto, oltre alla finzione d’avere perso il senno, utilizza anche un altro espediente dalle forti implicazioni psicologiche per ottenere il suo scopo, ovvero organizza un dramma nel dramma e fa rappresentare da una compagnia di attori la ricostruzione del crimine commesso dallo zio affinché questi si tradisca con i gesti, mostrando la propria colpevolezza.

Vergognati! Su, cervello mio; uhm, ho sentito dire
che creature colpevoli spettatrici di un dramma
dallo stesso intreccio della scena
sono state toccate nell’animo più profondo, tanto
che hanno confessato subito le loro malefatte.
Perché l’assassino, anche se non ha lingua, parlerà
con un organo assai portentoso. Io a questi attori
farò recitare qualcosa che sembri l’assassinio di mio padre
davanti a mio zio; osserverò i suoi sguardi,
lo tamponerò nella carne viva, e se si ritrae
io saprò che fare. Lo spirito che ho veduto
potrebbe essere un diavolo, e il diavolo ha il potere
di assumere piacevoli forme; sì, e forse,
per la mia fiacchezza e la mia melanconia,
dato che lui è molto potente su tali intelletti,
abusa di me per dannarmi. Avrò fondamenti
più certi di questo – il dramma è la cosa
entro cui catturerò la coscienza del re.
(Amleto Atto II, scena II)

Nell’opera non troviamo solo la finta pazzia di Amleto, ma anche quella vera di Ofelia, bersaglio della delusione d’amore, l’aguzzina che non smette mai di mietere vittime.

L’ultimo tipo di follia: quello della passione disperata. L’amore deluso nel suo eccesso, e soprattutto l’amore ingannato dalla fatalità della morte, non ha altro esito che il suicidio. Finché esisteva un oggetto, il folle amore era più amore che follia; lasciato solo a se stesso, esso prosegue nel vuoto del delirio. Punizione di una passione troppo abbandonata alla sua violenza? Indubbiamente; ma questa punizione è anche un addolcimento; essa diffonde la pietà delle presenze immaginarie sull’irreparabile assenza; essa ritrova la forma che sparisce nel paradosso della gioia innocente o nell’eroismo delle ricerche insensate. Essa conduce alla morte, ma a una morte in cui coloro che si amano non saranno mai più separati. È l’ultima canzone di Ofelia.
(Michel Foucault, Storia della follia)

Incanalarsi lungo le strade della follia, vera o finta che sia, conduce ad un percorso senza vie di fuga e senza ritorno, sembra che ogni cosa si collochi nella posizione giusta per giungere all’unica soluzione possibile, la morte. Eppure neanche questa è davvero risolutiva, anzi sembra quasi che, paradossalmente, proprio l’alienazione la mantenga più a lungo in vita.

In Shakespeare la follia occupa sempre una posizione estrema, nel senso che essa è senza rimedio. Niente la riporta mai alla verità e alla ragione. La follia, nei suoi vani ragionamenti, non è vanità; il vuoto che la riempie è «un male molto al di là della mia scienza», come dice il medico a proposito di Lady Macbeth; è già la pienezza della morte: una follia che non ha bisogno di medico. La dolce gioia alla fine ritrovata da Ofelia non riconcilia con nessuna felicità; il suo canto insensato è vicino all’essenziale […]
(Michel Foucault, Storia della follia)

Amleto è un personaggio moderno in qualsiasi epoca lo si collochi, e questo perché il suo continuo interrogarsi e la sofferenza malinconica ma anche ardente che lo caratterizzano, fanno parte delle caratteristiche peculiari dell’essere umano, insieme al bagaglio di tormenti, domande senza risposta, spleen, ambiguità e un rapporto sempre conflittuale con il Destino.

Amleto può tutto, tranne compiere la vendetta sull’uomo che ha eliminato suo padre prendendone il posto presso sua madre, l’uomo che gli mostra attuati i suoi desideri infantili rimossi. Il ribrezzo che dovrebbe spingerlo alla vendetta è sostituito in lui da autorimproveri, scrupoli di coscienza, i quali gli rinfacciano che egli stesso, alla lettera, non è migliore del peccatore che dovrebbe punire.
(Sigmund Freud, Leonardo e altri scritti)

Effettivamente Amleto ha un’occasione d’oro per uccidere l’usurpatore, ma non la sfrutta perché in quella circostanza lo zio sta pregando e lui non vuole farlo morire in un momento di purificazione, cosa che potrebbe ammorbidirgli la pena da scontare. In verità c’è dietro qualcosa di più profondo ovvero, non solo il tentativo di sfuggire al Destino, ma anche la consapevolezza della totale inutilità della vendetta. Il giovane principe si è dovuto scontrare con una realtà sconcertante e delittuosa che ha distrutto tutto il suo mondo precedente, e dunque la sua vita e la sua percezione di essa. E come potrebbe ritornare al passato, ricostituire ciò che era vendicandosi? Impossibile, anzi peggio, sarebbe come reiterare il delitto, ovvero il dramma che ha fatto precipitare gli eventi, ed egli stesso diverrebbe come lo zio. Tuttavia il grande meccanismo del fato si è già messo in moto e a poco serve una volontà contro una sorte che deve compiersi. Così per ripristinare l’ordine bisognerà attendere la scena finale dove per un susseguirsi di gesti imprevedibili, la morte, grande livellatrice, ristabilisce l’equilibrio portando con sé tutti i protagonisti principali. Quale modo migliore per restituire la pace ad uno spettatore posto di fronte ad un dramma dalle emozioni così forti?

Amleto, il massimo auto-origliatore di tutta la letteratura, colloquia con se stesso […] Tutti noi oggi non facciamo che parlare incessantemente con noi stessi, origliando ciò che diciamo, per poi riflettere ed agire secondo ciò che abbiamo espresso. Non è tanto il dialogo della mente con se stessa […] quanto la reazione della vita a ciò che la letteratura è inevitabilmente divenuta. A partire da Falstaff, Shakespeare aggiunge alla funzione della scrittura immaginifica, che era ammaestramento a come parlare agli altri, l’ormai dominante anche se più malinconica lezione della poesia: come parlare con noi stessi.
(Harold Bloom, Il canone occidentale)

Ma l’Amleto non è soltanto tragedia, è anche una grande prova poetica. Il monologo shakespeariano è lo strumento perfetto per questo scopo, grazie ad esso il personaggio parla direttamente con il singolo spettatore, ma anche con se stesso riuscendo a descrivere l’inestricabile viluppo di passioni e sensazioni che solo la poesia riesce a rappresentare. D’altra parte solo la poesia è davvero risolutiva, soltanto i momenti della narrazione interiore possono salvare e ricostituire il mondo precedente, evitando il tranello classico nel quale si è sempre tentati di cadere, ovvero l’onore offeso da salvare, la lotta tra il bene e il male, la colpa e la punizione.

AMLETO: Essere, o non essere, questa è la domanda:
se sia più nobile per la mente patire
i colpi e i dardi dell’atroce fortuna
o prendere le armi contro un mare di guai
e resistendovi terminarli? Morire, dormire –
niente più; e con un sonno dire fine
all’angoscia e ai mille collassi naturali
che la carne eredita; questo è un compimento
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare, ah, è qui l’incaglio.
Perché in quel sonno di morte quali sogni sopravvengano,
liberati che ci siamo di questa spirale mortale,
deve farci indugiare; ecco il riguardo
che rende la calamità così longeva.
Perché chi sopporterebbe le scudisciate e gli scherni del tempo,
il torto degli oppressori, l’ingiuria del presuntuoso,
gli strazi di un amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e i calci
che il merito paziente si prende dagli indegni,
quando potrebbe darsi da solo la sua pace
con un semplice pugnale? Chi si caricherebbe di fardelli,
per grugnire e sudare sotto una faticosa vita,
se non fosse per il fatto che il timore di qualcosa dopo la morte,
l’inesplorato paese dal cui confine
nessun viaggiatore ritorna, confonde la volontà,
e ci fa tollerare quei mali che abbiamo
piuttosto che ricorrere ad altri a noi ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti vili,
e così la tinta naturale della risoluzione
è ammorbata dalla pallida sfumatura del pensiero,
e le imprese di grande elevazione e momento
con questo sguardo deviano i loro corsi
e perdono il nome di azione. Ma, calmati adesso,
la bella Ofelia. – Ninfa, nelle tue orazioni
siano rammentati tutti i miei peccati.
(Amleto Atto III, scena I)

Molti critici hanno visto nell’Amleto la trasposizione di numerosi elementi delle vicende della vita privata dello scrittore e pertanto hanno unificato le due figure, autore e personaggio. Nell’Ulisse di Joyce Stephen Dedalus propone una lettura dell’Amleto in chiave autobiografica. Il personaggio del principe richiama in vita il figlio morto di Shakespeare, Hamnet, e al tempo stesso rappresenta anche l’autore e ancora, attraverso la figura dello spettro, in una sorta di allineamento di piani paralleli normalmente non visibili, ritroviamo il figlio come sarebbe potuto diventare qualora fosse sopravvissuto.

E come il neo sulla mia mammella destra è dove era quando son nato, benché il mio corpo sia stato intessuto di materiale nuovo a più riprese, così attraverso lo spettro del padre inquieto fa capolino l’immagine del figlio non vivente. Nell’istante intenso dell’immaginazione, quando lo spirito, dice Shelley, è un carbone vicino a spegnersi, ciò che io ero è ciò che io sono e ciò che in potenza potrò divenire. Così nel futuro, fratello del passato, io posso vedermi quale siedo qui ora solamente per il riflesso di ciò che allora sarò.
(James Joyce, Ulisse)

Tutto affascina in quest’opera e i collegamenti sembrano infiniti. Un’ultima, ma non meno avvincente lettura riguarda le origini del personaggio Amleto e il suo rapporto con il Tempo. Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, nel saggio Il mulino di Amleto risalgono ad una figura mitica che pone Amleto addirittura come una potenza cosmica primordiale. Nelle antiche saghe nordiche il mulino rappresentava il Cielo che aveva come perno Polaris e l’albero del mulino era l’asse del mondo e configurazione del Tempo. Dopo un periodo di grande prosperità detto Età dell’Oro, inevitabilmente arriva la caduta e la distruzione del mulino. Questa demolizione è ineluttabile infatti la posizione delle stelle fisse è molto importante (la Stella Polare indica il polo nord sulla sfera celeste), ma a causa della precessione degli equinozi la posizione delle stelle sulla sfera celeste cambia periodicamente e questo determina uno sfasamento, un momento di passaggio, uno stravolgimento nella storia dell’umanità.

Dietro Amleto ci sarebbe dunque un mito universale, il mito del Tempo, Kronos, che periodicamente si guasta a causa della precessione degli equinozi, per cui i punti equinoziali si spostano in direzione opposta a quella seguita dal sole […] Gli antichi credevano che lo slittamento del sole lungo il piano equinoziale incidesse sulla struttura del cosmo e determinasse una successione di età del mondo poste sotto segni zodiacali diversi. L’Età dell’Oro sarebbe stata quella del 5000 a. C. In cui i due cardini equinoziali erano stati i Gemelli e il Sagittario, tra i quali si estende l’arco della Via Lattea: la via tra la terra e il cielo era aperta, e uomini e dèi, allora ma solo allora, potevano incontrarsi.
(Alessandro Serpieri, Le origini di “Amleto”, in La traduzione di Amleto nella cultura europea, a cura di Maria Del Sapio Garbero)

Lo spostamento dell’asse e la conseguente fine dell’età prospera e felice, sia nel regno di Danimarca che nella vita privata del principe Amleto nel dramma è causato dall’assassinio del padre da parte del fratello, con tutte le drammatiche conseguenze che porterà con sé:

Questo tempo è scardinato. Oh maledetto destino,
che mai io sia nato per rimetterlo in sesto!
(Amleto Atto I, Scena V)

Già… e chi non ha un tempo da rimettere in sesto?

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L’ospedale dei dannati. Trasfigurazioni in corso.

Stanislaw Lem (Leopoli 1921-Cracovia 2006) famoso per i suoi romanzi di fantascienza, il più conosciuto dei quali è Solaris, aveva composto una trilogia dal nome evocativo di “Il tempo non perduto”, dei tre libri però due li rifiuterà (Tra i morti e Il ritorno), mentre nutrirà sempre un attaccamento particolare soltanto per il primo, L’ospedale dei dannati. In un ospedale psichiatrico sito tra il verde delle campagne polacche, i medici che vi lavorano vivono, insieme ai degenti, in una sorta di prigione dorata, lontani dai rumori e dalla vita di società, e tuttavia ricostruiscono in quel piccolo mondo tutti i meccanismi dell’esterno, comprese le violenze gratuite e la meschinità a buon mercato, finché non verranno raggiunti dalla ferocia senza scrupoli della guerra, sospinta dai venti nazisti, riunendo così microcosmo e macrocosmo nel solito calderone dell’umanità.

La pubblicazione del libro fu ostacolata a lungo dalla censura polacca e pur essendo finito già nel 1948 è stato necessario arrivare fino al 1955 per darlo alle stampe. I censori non gradivano la descrizione degli orrori della guerra e di sicuro nemmeno il tocco di realismo con il quale Lem descrive le condizioni in cui vivevano i malati (alcuni seminudi, altri in stato d’abbandono, altri ancora sporchi e denutriti) gli infermieri violenti e poco inclini alla pietà, i medici tra lo stralunato e il sadico che più che ai propri pazienti sembrano interessati alle proprie ricerche e ad esperimenti crudeli (che ricordano quelli dei “famosi” medici nazisti dei lager) il tutto immerso in un’aria da castello kafkiano sospeso tra la realtà e le brume oniriche.

Quando ebbero superato la cima più alta, la via maestra imboccò un tratto incassato che portava a una strada più stretta, ma altrettanto melmosa. Finalmente, da dietro un folto d’alberi spuntò una collinetta coperta a mezzogiorno da un piccolo bosco e con in cima un complesso di costruzioni circondate da un muro in mattoni. Un viale rivestito di pietrisco conduceva al cancello principale. Affannati per la marcia veloce, si fermarono a qualche centinaio di metri dalla meta. Dall’alto Stefan abbracciò con lo sguardo il vasto e placido spazio ondulato, attraversato qua e là da strisce di nebbia contro il sole già basso sull’orizzonte. L’incero colore della neve tradiva l’effetto del caldo. Davanti al cancello scuro si innalzava un arco in pietra, nascosto lateralmente dai cespugli, con una scritta indistinta. Quando si furono avvicinati, Stefan vi lesse sopra le parole: Cristo trasfigurato.

Il titolo originale del libro è L’ospedale della trasfigurazione ed effettivamente nel corso della lettura si assiste ad una trasformazione profonda sia nel protagonista, il giovane medico Stefan Trzyniecki, che nell’ambiente circostante.
Il romanzo inizia con la narrazione di un funerale e si chiude con la descrizione di un massacro, come se in questo percorso di crescita Stefan, nell’attraversare il cammino verso la maturità fosse costretto a dover giungere dal particolare al generale e a dover imparare ad ogni tappa la grettezza, l’ipocrisia, la piccolezza dell’uomo incapace di opporsi alla sua stessa natura sotto la morsa della quale soccombe sempre, travolgendo ogni cosa intorno a sé. Pertanto le vittime saranno uguali ai carnefici, i malati si confonderanno con i medici e i morti non si distingueranno dai vivi. E alla fine Stefan rinascerà, integro e puro, come ogni uomo che abbia affrontato la sua personale discesa agli inferi e come ogni società dopo la catarsi di una guerra con tanto spargimento di sangue.

Non rimpiangere mai di essere andato in un posto piuttosto che in un altro, di non aver fatto qualcosa che avresti potuto fare. Non è vero. Se non l’hai fatto è perché non potevi farlo. Le cose hanno un senso solo perché finiscono. “Sempre e ovunque” equivale esattamente a “mai e da nessuna parte.”

Trzyniecki impara anche a comprendere l’anomalo punto di vista dei malati di mente, che gli insegnano a guardare le cose e gli avvenimenti da prospettive cui prima non poneva la giusta attenzione. E in effetti il confine che separa ciò che noi definiamo normale da quello che ci sembra folle, a volte è davvero sottile. Anzi spesso proprio i medici dell’ospedale sembrano avere qualche rotella fuori posto esattamente come i degenti e il loro comportamento, la postura, il modo di porsi presentano una teatralità a tratti surreale che li colloca all’interno di un palcoscenico che poi ne ingloberà uno ben più grande e tragico, quando la guerra e le persecuzioni naziste che in un primo tempo fanno da sfondo alla storia, piano piano si avvicinano sempre più fino a trasformarsi da mera scenografia a terribile realtà devastatrice. Sembra quasi che l’ospedale sia metafora della follia implicita in ogni guerra, e in tal caso ancor di più in presenza della discriminazione razziale che aggiunge un ulteriore elemento riprovevole, data la futilità della motivazione. E ancora, oltre all’antisemitismo qui entra in gioco la condanna alla diversità intesa come inferiorità e dunque inutilità, convinzione che permette ai nazisti di spazzare via, insieme agli ebrei, anche i malati di mente e gli slavi ritenuti una razza inferiore.

Ma il romanzo serve a Lem anche per esprimere le sue concezioni filosofiche e letterarie, in particolare attraverso la conversazione quotidiana tra Stefan e il poeta Sekulowski che alloggia all’interno dell’ospedale e soprattutto grazie all’apporto di autonomia che offre un terreno comodo come quello della pazzia per potersi esprimere liberamente.

– Ma secondo lei che cos’è la letteratura? – si azzardò a chiedere Stefan dopo una lunga pausa.
– Per chi legge, un tentativo di dimenticare. Per chi scrive, un tentativo di salvarsi… come tutto quanto, del resto.

Dopo il viaggio nell’ospedale della trasfigurazione, dopo essere emersi dal caos primordiale per giungere all’ordine cosmico, se nel cammino verso l’equilibrio ci accorgiamo che tutto è mutamento, e che noi stessi mutiamo di continuo, perché non entrare nel flusso assecondando il movimento e rendendoci in tal modo partecipi del processo creativo piuttosto che rimanere in balia dei venti, trascinati da ogni parte, senza mai comprendere?

Si ricordi – continuò Sekulowski – che le singole cose sono un riflesso del tutto. Le stelle più remote influiscono sulla forma del calice di un fiore. Nella rugiada di questa mattina c’è la nuvola di ieri. Tutto l’universo è legato da una reciproca dipendenza. Niente è immune dagli influssi esterni e meno che mai una cosa pensante come l’uomo. Pietre e facce si riflettono nei nostri sogni, il profumo dei fiori modifica il corso dei nostri pensieri. Quindi perché non modellare a piacere ciò che si forma in modo accidentale?

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