Jorge Semprún. La scrittura o la vita. Il Male assoluto.

«È un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza…»

Un sogno all’interno di un altro sogno, forse. Il sogno della morte all’interno del sogno della vita. O meglio: il sogno della morte, unica realtà di una vita che è essa stessa solo un sogno. Primo Levi esprimeva quell’angoscia comune con una concisione inarrivabile. Niente era vero all’infuori del campo. Il resto, la famiglia, la natura in fiore, la casa, solo breve vacanza, inganno dei sensi.

semprunJorge Semprún (1923-2011) è sopravvissuto ai campi di concentramento tedeschi, spagnolo di nascita, durante la guerra civile si rifugiò a Parigi e lì entrò a far parte della Resistenza antinazista, fu però catturato dalla Gestapo e, nel gennaio del 1944, deportato a Buchenwald come prigioniero politico. Ma si sopravvive davvero ad un’esperienza devastante come quella dei campi nazisti? Non credo che ci sia un termine adatto per descrivere chi è uscito “vivo” da quei luoghi dell’orrore, dove la stessa vita è diventata morte e il significato del linguaggio quotidiano è stato stravolto e ribaltato. Semprún crea La scrittura o la vita (1994) molti anni dopo la Liberazione e non si tratta del solito libro-cronaca di quei fatti terribili, ma di una riflessione profondissima che va al di là delle descrizioni, al di là degli eventi in sé, che si concentra su aspetti della natura umana e del pensiero che offrono una prospettiva ancora diversa rispetto a questo argomento sul quale forse pensiamo, sbagliando, che sia stato detto tutto il possibile.

Ad Ascona, nel Ticino, in un giorno d’inverno pieno di sole, del dicembre del ’45, si era imposta una scelta: la scrittura o la vita. Ero stato io, certo, ad imporre a me stesso di fare quella scelta. Ero io, soltanto io, a dover scegliere. Il racconto che brandello su brandello, frase su frase, strappavo ai miei ricordi, come un cancro luminoso divorava la mia vita. O quantomeno il mio desiderio di vivere, di perseverare in questa misera gioia. Ero convinto di arrivare al limite in cui avrei dovuto prendere atto del mio fallimento. Non tanto perché non riuscivo a scrivere, quanto perché non riuscivo a sopravvivere alla scrittura.

Al contrario di molti prigionieri scampati alla morte che hanno sentito la necessità, per poter continuare a vivere, della scrittura, Semprún si concentra sulla politica, e dopo la Liberazione entra a far parte dei gruppi comunisti che combattevano contro Franco, è questa la sua spinta alla sopravvivenza. Ma negli anni Sessanta verrà espulso dal Partito Comunista e comincerà a sentire, sempre più pressante, l’esigenza di raccontare. Oltre ai libri si dedicherà all’attività di sceneggiatore e molti film verranno tratti dai suoi adattamenti, tra i registi più famosi con i quali ha lavorato figurano Alain Resnais e Konstantínos Costa-Gavras.

Avevo pensato che sarei potuto ritornare alla vita, dimenticare nella quotidianità della vita gli anni di Buchenwald, non tenerne più conto nelle conversazioni, con gli amici, e portare a termine comunque il progetto di scrittura che mi stava a cuore. Ero abbastanza presuntuoso da pensare che avrei potuto gestire quella concertata schizofrenia. Ma appariva chiaro che scrivere, in un cero senso, significava rifiutare di vivere. Ad Ascona, quindi, sotto il sole invernale, ho deciso di scegliere il silenzio frusciante della vita contro il linguaggio mortale della scrittura. Ne ho fatto una scelta radicale, era l’unico modo di procedere. Ho scelto l’oblio, ho messo in atto, senza troppa indulgenza nei confronti della mia identità, fondata essenzialmente sull’orrore – e forse sul coraggio – dell’esperienza del campo, tutti gli stratagemmi, la strategia, crudelmente sistematica, dell’amnesia volontaria.

Sono diventato un altro, per poter rimanere me stesso.

copertinaSemprún ha scelto per lungo tempo di non raccontare, di non ricordare, di cancellare il periodo trascorso a Buchenwald come un insopportabile incubo da dimenticare, la sua voce è stata il silenzio. Quest’oblio volontario è durato per ben sedici anni. Ma si sa, quello che siamo prima o poi emerge sempre e la memoria è un processo che non conosciamo appieno, talvolta si svincola da ogni regola e segue un suo cammino che prescinde da quello che vogliamo. Così, come Proust intingendo la madeleine nella tisana di tiglio si accorge che un semplice sapore può fare riaffiorare ricordi apparentemente perduti, lo stesso processo di memoria involontaria avviene in Semprún attraverso il fumo di una sigaretta o il candore della neve che lo riportano all’improvviso nel campo. Nel 1961 lo scrittore era dirigente del Partito comunista spagnolo e per una settimana fu costretto a rimanere nascosto in un appartamento di Madrid senza mai uscire. Il padrone di casa era stato deportato a Mauthausen e non smetteva di raccontare la sua esperienza, ma Semprún si rendeva conto di come un racconto mal fatto non potesse dare minimamente l’idea di quello che era successo davvero. Alla fine della settimana ecco che si presenta anche per lui l’esigenza non più rimandabile di narrare quegli avvenimenti ed è così che prende forma Il grande viaggio (1963) dove si descrive il terribile itinerario di cinque giorni, insieme ad altri 119 detenuti ammassati all’interno di un vagone merci, diretto a Buchenwald. Nella genesi del romanzo La scrittura o la vita, invece è stato il suicidio di Primo Levi l’elemento scatenante della memoria.

Ricordare però è stato come consegnare la vita al mondo effimero dell’illusione, come se la morte e il male fossero divenuti una costante interrotta solo provvisoriamente dal sogno di vivere.

«Crematoio, spegnete!»[]

Così, dopo il ritorno da Buchenwald, nei soprassalti del risveglio, o del ritorno in sé, ci capitava di sospettare che la vita non fosse stata altro che un sogno, a volte piacevole. Un sogno da cui quelle due parole ci risvegliavano d’improvviso, gettandoci in un’angoscia strana per la sua serenità. Poiché non era la realtà della morte, d’improvviso ricordata, ad essere angosciante. Era il sogno della vita, seppure sereno, ricco di piccole gioie. Era il fatto di essere vivi, seppure nel sogno, che era angosciante.

Vivere la morte, fare esperienza dell’unica cosa che non si può sperimentare, ovvero morire appunto. Per Semprún non si pone nemmeno l’ostacolo del linguaggio, secondo lui non esiste infatti l’indicibile, ma semmai l’invivibile. Allora il punto fondamentale non sta nella forma, ma nella sostanza, ed è proprio questa l’essenza che non è trasmissibile.

Si può sempre dire tutto insomma. L’ineffabile di cui tanto si parla è solo un alibi. O un segno di accidia. Si può sempre dire tutto, il linguaggio contiene tutto. Si può dire l’amore più intenso, la crudeltà più tremenda. Si può nominare il male, il suo gusto soporifero, i suoi piaceri deleteri. Si può dire Dio e non è poco. Si può dire la rosa e la rugiada, lo spazio di un mattino. Si può dire la tenerezza, l’oceano custode della bontà. Si può dire l’avvenire e i poeti vi si avventurano con gli occhi chiusi e la bocca feconda.

Sì si può dire tutto, ma è un tutto che riguarda la pienezza filologica, una ripetizione infinita di orrore e morte che però non riesce a far emergere anche il resto. Il racconto si può fare, ma quello che Semprún vuole ottenere è qualcosa di più, è la possibilità di esprimere anche tutto quello che sta dietro alle parole e che non appartiene al codice linguistico.

L’essenziale? Sì, credo di saperlo. Credo di cominciare a saperlo. L’essenziale è riuscire ad andare oltre l’evidenza dell’orrore per tentare di raggiungere la radice del Male radicale.

Perché l’orrore non era il Male, o almeno non era la sua essenza. L’orrore non era altro che l’addobbo, l’ornamento, l’apparato. L’apparenza insomma. Si sarebbero potute passare delle ore a fornire testimonianze sull’orrore quotidiano, senza sfiorare l’essenziale dell’esperienza della vita nel campo. Anche se si fosse testimoniato con un’assoluta precisione con una costante oggettività – per definizione negata al testimone individuale – anche in quel caso si sarebbe perso l’essenziale. Perché l’essenziale non era l’orrore accumulato, di cui potremmo elencare all’infinito i particolari. Si potrebbe raccontare una qualunque giornata, a cominciare dal risveglio alle quattro e mezzo del mattino, fino all’ora del coprifuoco: il lavoro massacrante, la fame perenne, la continua mancanza di sonno, le angherie dei kapo, le corvè delle latrine, gli schläge delle SS,  il lavoro alla catena nelle fabbriche belliche, il fumo del crematoio, le esecuzioni pubbliche, gli interminabili appelli sotto la neve degli inverni, lo sfinimento, la morte dei compagni, senza con questo toccare l’essenziale, né svelare il mistero glaciale di questa esperienza, la sua tetra scintillante verità: la tenebra che ci era toccata in sorte. Che è toccata all’uomo come sorte, fin dall’eternità. Meglio ancora, fin dalla storicità.

«L’essenziale», dico al tenente Rosenfeld, «è l’esperienza del Male. Certo, la si può fare dappertutto, questa esperienza. Non c’è bisogno dei campi di concentramento per conoscere il Male. Ma qui sarà stata cruciale e totale, avrà invaso e divorato ogni cosa… è questa l’esperienza del Male radicale…»

La sostanza qui è il Male, non il racconto delle azioni supportate da una crudeltà senza limiti, ma proprio il fondamento immorale che porta alla negazione dei principi fondamentali dell’umanità, e che, al tempo stesso, fa parte integrante dell’essere umano che racchiude in sé l’umano e l’inumano, è questo forse il punto inaccettabile, il fatto che non ci si può opporre al Male assoluto, né negarlo come qualcosa che non appartenga alla specie umana, poiché ne è parte integrante.

La guerra è certamente il terreno più fertile per dare libero sfogo all’inumanità dell’umanità e l’uomo che recepisce, gli artisti, i poeti, si fanno carico di un dolore impotente, diventano anche portavoce, educatori, coloro che sono chiamati a trasmettere la conoscenza, la totalità dell’essere umano e l’inconcepibile vicinanza tra bene e male, animato e inanimato, vita e morte, tanto che, a ben guardare, a volte sembra proprio che non ci sia alcuna differenza.

Sono una creatura

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

(G. Ungaretti)

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Tempo, noia e il sintomo morboso dell’amore.

L’uomo, da essere limitato, ma sufficientemente intelligente da rendersene conto, ha capito presto che era necessario introdurre nella quotidianità un ordine fittizio, per sconfiggere il caos dell’istinto, per tenere a bada la natura e per potere esercitare ogni forma di potere. Attraverso la catalogazione, fornendo un nome a tutto, ha potuto controllare il singolo, con l’introduzione delle varie religioni ha potuto controllare la società, con la convenzione del tempo ha scandito l’esistenza, con le norme di convivenza civile ha imbrigliato la passione e il desiderio, con le regole dell’estetica e della retorica ha confinato la fantasia creativa, mentre l’inevitabile morte fa ricominciare sempre tutto daccapo. A quanto pare la maggior parte di ciò che oggi riteniamo “normale”, “naturale” è in realtà frutto di millenni di convenzioni, studiate a tavolino e ormai penetrate nel tessuto connettivo di ogni essere umano.

 

Che cosa è mai il tempo? domandò Castorp spingendo in fuori la punta del naso con tanta forza che diventò bianca ed esangue. Me lo sai dire? Lo spazio lo percepiamo coi nostri organi, coi sensi della vista e del tatto. Bene. Ma quale è l’organo del tempo? Me lo vuoi indicare? Vedi, ora sei con le spalle al muro. D’altronde come facciamo a misurare una cosa della quale, a rigore, non sappiamo dire niente di niente, indicare nemmeno una qualità? Noi diciamo: il tempo trascorre. Sta bene, lasciamolo trascorrere. Ma per poterlo misurare… Ecco, per essere misurabile dovrebbe trascorrere uniformemente, e dov’è scritto che lo fa? Per la nostra coscienza non lo fa, noi per motivi di ordine superiore poniamo soltanto che lo faccia, e le nostre misure, scusami, sono soltanto convenzionali…

copertinaHans Castorp, protagonista del capolavoro di Thomas Mann, La montagna incantata (1924), si chiede spesso cosa sia questo fantomatico tempo che non si vede e non si tocca, ma che ritma la nostra realtà, la parcellizza, la rende concreta, anche se non abbiamo nemmeno un senso adatto a sentirlo, addirittura lo misuriamo come se fosse una linea diritta lungo la quale si può andare solo avanti verso il futuro o guardare indietro verso il passato, privandoci in tal modo di una visione d’insieme circolare, dunque completa. Malgrado tali lacune tutti ne parliamo con disinvoltura, come se conoscessimo ogni suo segreto, come se, attraverso questo strumento potessimo scandagliare l’intera storia dell’umanità, ma questo è impossibile da fare senza falsarla dal momento che si tratta più che altro di suggestione, essendo il tempo cronologico che ci governa, frutto di mera convenzione.

Intorno alla natura della noia circolano varie opinioni errate. In complesso si crede che il fatto di essere interessante e la novità del contenuto “facciano passare”, cioè accorcino il tempo, mentre il vuoto e la monotonia ne rallentino e ostacolino il corso. Ciò non è punto esatto. Può darsi che la monotonia e il vuoto allunghino e rendano “noiosi” il momento e l’ora, ma i grandi e grandissimi periodi di tempo li accorciano e volatilizzano addirittura fino all’annullamento. Viceversa un contenuto ricco e interessante può certo abbreviare e sveltire l’ora e magari anche il giorno, ma portato a misure più vaste conferisce al corso del tempo ampiezza, peso, solidità, di modoche gli anni pieni di avvenimenti passano più adagio di quelli poveri, vuoti, leggeri che il vento sospinge e fa dileguare.

A volte l’ordine dei pensieri segue anch’esso l’intesa comune, eppure una semplice osservazione può mutare radicalmente la realtà. In genere siamo abituati a pensare che il tempo trascorra velocemente (e quindi diminuisca) quando facciamo qualcosa che ci appassiona e lentamente (e quindi si allunghi) quando invece ci annoiamo, in verità è tutto il contrario. Per comprendere meglio bisogna ampliare il raggio d’osservazione. Se ci riferiamo a delle ore o al massimo ad una giornata percepiamo la sensazione di velocità, ma se ci rapportiamo a una vita intera allora il discorso cambia poiché sono proprio tutti i momenti intensi, ricchi di avvenimenti (quelli che volano per intenderci) che conferiscono pienezza e lunga durata all’esistenza, al contrario l’impressione di noiosa lentezza collegata ad anni di vuoto, si riduce di fatto ad un annullamento del tempo e della vita stessa.

A rigore, dunque, quella che chiamiamo noia è piuttosto un morboso accorciamento del tempo in seguito a monotonia: lunghi periodi di tempo, se non si interrompe l’uniformità, si restringono in modo da far paura; se un giorno è come tutti, tutti sono come uno solo; e nell’uniformità perfetta la più lunga vita sarebbe vissuta come fosse brevissima e svanirebbe all’improvviso. Assuefarsi significa lasciar addormentare o almeno sbiadire il senso del tempo; e se gli anni giovanili sono vissuti lentamente e la vita successiva invece si svolge e corre sempre più veloce, anche questo è da attribuire all’assuefazione. Noi sappiamo benissimo che intercalando assuefazioni nuove e diverse adottiamo l’unico rimedio che serva a trattenere la vita, a rinfrescare il nostro senso del tempo, e così il nostro sentimento del vivere si rinnova.

È dunque la percezione a creare ciò che ci circonda, ma con un’osservazione adeguata ogni cosa si può ribaltare. Una vita noiosa, monotona si percepisce come interminabile, mentre è cortissima perché se ogni giorno è uguale all’altro è come se fosse un giorno solo e di tanti anni non rimane che un istante. Ma l’assuefazione colpisce un po’ tutti, ed è il motivo per cui quando si è giovani e in preda a continui cambiamenti sembra che il tempo rallenti, mentre dopo una certa età schizza via come un fulmine. L’unico rimedio possibile è allora quello di cambiare abitudine, quando un certo ritmo si radica profondamente in noi tanto da avere una scaletta quotidiana da seguire alla lettera e il minimo cambiamento ci procura una sorta di fastidio carico di angoscia, allora è decisamente giunto il momento di abituarsi a qualcos’altro.

Questo è lo scopo di chi cambia aria e luogo, di chi va ai bagni, di chi si ricrea con diversivi ed episodi. I primi giorni di un nuovo soggiorno hanno un andamento giovanile, cioè ampio ed energico… vanno da sei a otto. Poi, via via che uno “si acclima”, nota che man mano si accorciano; chi è attaccato o, meglio, si vorrebbe attaccare alla vita, avvertirà con orrore come i giorni ridiventino leggeri e si mettano a scivolar via; e l’ultima settimana, poniamo di un mese, vola con rapidità paurosa.

Il potere dell’abitudine però è davvero devastante, la prova si trova facilmente in chi tenta di sfuggirgli spostandosi di continuo, per capire meglio basta pensare a quello che succede quando si compie un lungo viaggio. All’inizio tutto va a rilento, man mano che ci si abitua alla nuova situazione i giorni cominciano a correre rapidamente e alla fine il tempo sembra essere volato via in un istante. L’interruzione dell’assuefazione precedente al viaggio si trascina anche al rientro a casa, ma dura davvero poco, inizialmente ci sembra infatti tutto strano e diverso, ci si aggira in casa come degli estranei, eppure basta immergersi nelle abitudini di sempre e dopo sole ventiquattr’ore è come se non si fosse mai partiti e il viaggio fosse stato il sogno di una notte.

Mi permetta, ingegnere, di dirle e di farle notare che l’unico modo sano e nobile, nonché (lo voglio aggiungere espressamente) l’unico modo “religioso” di considerare la morte consiste nel comprenderla e sentirla come parte e accessorio, come sacra condizione della vita, non già- che sarebbe il contrario di sano e nobile, ragionevole e religioso – nel volerla scindere in qualche modo dalla vita, nel contrapporla o magari metterla in ripugnante antagonismo ad essa.

La storia si svolge in un sanatorio sito sulle Alpi svizzere, inevitabilmente altre due tematiche si fanno largo tra le pagine del libro, ovvero la malattia e la morte. Trovandosi in una casa di cura ed essendo tutti malati, anche se a livelli differenti di gravità, l’attenzione nell’osservazione si acuisce e quello che nella vita quotidiana da “sani” si dimentica facilmente, da “malati” diventa invece una costante. Si muore. Ma non per sfortuna, per accanimento degli dei o chissà che altro, si muore semplicemente perché quello è uno degli aspetti della vita. Quando nasci sei anche morto, è inevitabile, solo che in un sanatorio te lo ricordi ogni giorno. Malgrado morire sia normale, ecco che culturalmente si è creata un’altra convenzione e cioè che morire è male e dunque la morte è nemica della vita e non sua compagna di viaggio. Questo immancabilmente spinge la maggior parte delle esistenze in un baratro di sofferenza inutile e pone vita e morte in continua competizione, in un duello impari del quale si conosce già l’esito.

E’ strano: malata e stupida, non so se mi spiego, ma a me sembra molto singolare che uno sia stupido e malato per giunta, due cose che messe insieme danno, credo, la somma più triste di questa terra.Non si sa proprio che viso fare, perché a un malato si vorrebbe portare rispetto e serietà, vero? La malattia è, direi, qualcosa di venerando, se è lecito usare questo termine. Ma quando interviene continuamente la stupidità con “l’esistente” e con “l’istituto cosmico” e simili spropositi, non si sa veramente se piangere o ridere, il sentimento umano si trova in un dilemma, così penoso che non ho parole per definirlo. Sono due cose che non collimano, non vanno d’accordo, non si è avvezzi a immaginarle accoppiate. Uno stupido, penso, dev’essere sano e comune, mentre la malattia deve rendere l’uomo fine e saggio e insolito.

Ecco un’altra inquietante convenzione, nobilitare la malattia, portarla a un livello superiore, renderla sacra come se fosse un dono, un accorgimento, un segno di attenzione da parte della divinità riservato proprio al malato. Castorp fa un’osservazione che rispecchia questo tipo di pensiero e si sorprende nel cogliere in una stessa persona due elementi che si escludono a vicenda: malata e stupida. Per lui è impossibile che si concentrino in un unico individuo convinto com’è che chi è malato debba anche necessariamente sviluppare abilità intellettive, saggezza e nobiltà d’animo.

Ma no, no! La malattia non è affatto nobile, non è affatto veneranda. Questa concezione è a sua volta malattia o la via per arrivarci. Perché le appaia detestabile mi converrà dirle che è una concezione antiquata e brutta. Risale a epoche di superstiziosa contrizione, quando l’idea umana era avvilita e degenerata in una smorfia, a tempi angosciati nei quali armonia e salute erano considerate sospette e diaboliche, mentre gli acciacchi erano come un lasciapassare per il paradiso.

Ancora una volta ci si scontra con qualcosa che si percepisce, dettato da leggi non scritte, ma che non ha nulla a che vedere con la realtà. Perché mai la malattia dovrebbe essere nobile? Semmai è una dolorosa umiliazione, una crudeltà gratuita concepita dalla natura matrigna e che nulla ha a che vedere con una presunta benevolenza divina che tocchi figli prediletti, che invece farebbero volentieri a meno di tali privilegi. Quindi il dilemma non sta tanto nell’incompatibilità tra malattia e stupidità quanto nel legare uno spirito nobile e desideroso di vivere a un corpo non idoneo alla vita.

Ma il concetto si spinge ancora più in là, perché c’è una natura fisica della malattia ed una metafisica, del resto se si gioca con la percezione allora la mente spadroneggia incontrastata. Già Platone aveva associato amore e malattia ed ecco allora che si fa strada la convenzione più potente di tutte, ovvero l’idea dell’esistenza dell’amore passionale, che risulta devastante come una fissazione, anzi essenza stessa dell’infermità.

E’, diceva, fra tutti gli istinti naturali il più instabile e compromesso, tendente a fondamentali aberrazioni e scellerate perversioni, né c’era da stupirsi: questo potente impulso non è infatti semplice, bensì per sua natura variamente composto, e per quanto sia legittimo nel suo complesso… risulta composto di sole storture.

Le storture si presentano nel momento in cui l’aspetto culturale interviene su quello naturale con l’intento di regolamentare, offrendo in tal modo una sorta di legalità anche alla deviazione, oltre a questo bisogna tener conto dell’intervento degli impulsi psichici e dell’istinto pronti a dare una sistemata al tutto. Tuttavia, a volte, questo ingranaggio non funziona, le forze che si scontrano non riescono a trovare un accordo e i freni inibitori che la buona educazione e le convenzioni sociali plasmano abilmente, vengono travolte dalle inclinazioni nascoste, che emergono da chissà dove rompendo gli argini della buona creanza.

In questa battaglia continua tra repressione dell’amore e istinto che si dibatte entra in gioco un grande dispendio di energie, una lotta senza quartiere tra ordine e caos, un’esplosione continua che debilita e adombra la mente e ogni tanto qualcosa si rompe, un meccanismo va in avaria, soprattutto nel momento in cui diventa inaccettabile scoprire di essere molto diversi da quello che la società si aspetta. Ma tutto ciò che siamo in un modo o nell’altro viene sempre fuori:

E quale è mai la forma, la maschera sotto la quale ricompare l’amore non ammesso e trattenuto? Così domandò il dottor Krokowski facendo scorrere lo sguardo lungo le file come se aspettasse davvero la risposta dai suoi ascoltatori.

(…) “Sotto la maschera della malattia!”. Il sintomo morboso, disse, sarebbe attività amorosa camuffata e ogni malattia amore trasmutato.

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John Williams. Stoner

Spietatamente, vide la sua vita come doveva apparire agli occhi di un altro.

Ponderatamente, con calma, realizzò che doveva sembrare un vero fallimento. Aveva voluto l’amicizia, e quell’intimità legata all’amicizia che potesse renderlo degno del genere umano. Aveva avuto due amici, e uno dei due era morto insensatamente prima che potesse conoscerlo, mentre l’altro si era ormai ritratto a tal punto tra i vivi, che…

Aveva voluto l’unicità e la quieta indissolubilità del matrimonio. Aveva avuto anche quella e non aveva saputo che farsene, tanto che si era spenta. Aveva voluto l’amore e ci aveva rinunciato, abbandonandolo al caos delle possibilità. Katherine, pensò. «Katherine».

Aveva voluto essere un insegnante e lo era diventato. Eppure sapeva, lo aveva sempre saputo, che per buona parte della sua vita era stato un insegnante mediocre.

Aveva sognato di mantenere una specie d’integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità. Aveva concepito la saggezza e al termine di quei lunghi anni aveva trovato l’ignoranza. E che altro?, pensò. Che altro?

Cosa ti aspettavi?, si domandò.

stonerCosa si aspettava William Stoner dalla vita? Ed è stata un fallimento? Per certi versi sì sicuramente, ma nello stesso modo in cui lo è per ognuno di noi, proprio per quella domanda fondamentale e inutile: cosa ti aspettavi? Il problema di fondo è lì, nelle aspettative, che sono il metodo migliore per falsare i propri desideri, le proprie attitudini. Ma allora se si inverte l’informazione, forse la vita di Stoner è stata un vero successo, dal momento che lui non ha assecondato affatto le aspettative, ma ha seguito l’improvvisa folgorazione della passione per la letteratura. Ha fallito se si seguono le norme del successo sociale e quindi non è diventato famoso, non ha avuto fortuna all’università, anzi al contrario è stato vessato, non ha avuto un matrimonio felice e perfino il rapporto con la figlia, carico di promesse si è rivelato poi fallimentare. Socialmente William Stoner ha fatto fiasco, ma spostandolo dal circuito pubblico le cose cambiano. Figlio di un contadino, che ha passato la vita coltivando una terra che lo porterà alla tomba, riesce ad entrare all’università di Columbia nella facoltà di Agraria, ma ecco che qualcosa succede e il suo destino segnato muta all’improvviso direzione. Stoner scopre le parole, i libri, la poesia ed è un amore dal quale non si separerà mai, che darà un senso a tutta la sua vita e ne farà un successo.

Non si tratta di ambizione, di inseguire una meta a tutti i costi (questo lo porterebbe al fallimento) si tratta di sé, della voce che lo anima, della scoperta dell’essenza e della semplicità della consapevolezza. Il tempo nel quale vive Stoner è estraneo a quello strutturato, il suo è il tempo sempre presente e sempre diverso della letteratura, delle storie che s’intrecciano, delle vite fatte di emozioni e l’università è il rifugio perfetto per mantenere un certo equilibrio, per far sì che una “realtà” giunga a compenetrare l’altra, fondendo reale e irreale nella dimensione personale di William Stoner.

Per William Stoner, invece, il futuro era una certezza fulgida e immutabile. Ai suoi occhi non appariva come un flusso di eventi, mutazioni e potenzialità, ma come un territorio che attendeva solo di essere esplorato. Gli sembrava simile alla grande biblioteca dell’università, che poteva essere arricchita dalla costruzione di nuove ali, cui potevano aggiungersi nuovi libri o esserne tolti di vecchi, ma che manteneva essenzialmente invariata la sua vera natura. Immaginava il suo futuro solo nell’istituzione a cui si era votato, e che comprendeva in modo tanto imperfetto. Non escludeva di poter cambiare in quel futuro, ma considerava il futuro stesso come lo strumento, piuttosto che l’obiettivo, del cambiamento.

La presa di coscienza avviene gradualmente. Quando è ancora studente di Agraria viene in contatto con l’insegnante che lo trascinerà in mondi per lui ancora insospettabili e del tutto incomprensibili, il professor Sloane. Senza alcun preavviso, il settantatreesimo sonetto di Shakespeare, sul quale verrà invitato ad intervenire, gli aprirà un varco attraverso il quale sarà risucchiato senza possibilità di tornare più indietro.

In me tu vedi quel periodo dell’anno

Quando nessuna o poche foglie gialle ancora resistono

su quei rami che fremon contro il freddo,

nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.

 /

In me tu vedi il crepuscolo di un giorno

che dopo il tramonto svanisce all’occidente

e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,

ombra di quella vita che tutto confina in pace.

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In me tu vedi lo svigorire di quel fuoco

che si estingue fra le ceneri della sua gioventù

come in un letto di morte su cui dovrà spirare,

consunto da ciò che fu il suo nutrimento.

 /

Questo in me tu vedi, perciò il tuo amore si accresce

per farti meglio amare chi dovrai lasciar fra breve.

La breccia che si apre potrebbe essere proprio nell’intuizione della fugacità dell’esistenza, nella consapevolezza di doversi porre di fronte a una scelta fondamentale, nella possibilità di non dover per forza accettare una strada, vedere che si può cambiare perché l’immagine di noi stessi che la società ci proietta sullo specchio, raramente coincide con le nostre potenzialità, con la splendida fioritura interiore che non sappiamo nemmeno di possedere, questa è la rivelazione.

L’amore per la letteratura, per il linguaggio, per il mistero della mente e del cuore che si rivelano in quella minuta, strana e imprevedibile combinazione di lettere e parole, di neri e gelidi caratteri stampati sulla carta, l’amore che aveva sempre nascosto come se fosse illecito e pericoloso, cominciò a esprimersi dapprima in modo incerto, poi con coraggio sempre maggiore. Infine con orgoglio.

Nella prefazione all’edizione francese Anna Gavalda che l’ha anche tradotto dice: c’est un roman qui ne s’adresse pas aux gens qui aiment lire, mais aux êtres humains qui ont besoin de lire (è un romanzo che non si rivolge alle persone che amano leggere, ma agli esseri umani che hanno bisogno di leggere) e ormai non ci si sorprende più quando si scoprono romanzi di un certo livello che tuttavia necessitano di decenni prima di trovare la luce insieme ai loro autori, anche se molti di più nemmeno ci riescono. Così John Williams (1922-1994) ha insegnato all’università di Denver per trent’anni, scrittore texano autore di diversi romanzi, ha pubblicato, senza successo, Stoner nel 1965, mentre nel 1973 ha vinto il prestigioso premio letterario National Book Award con il libro Augustus e tuttavia rimane un illustre sconosciuto.

Trovava sollievo e appagamento solo durante le lezioni che frequentava come studente. Lì era ancora in grado di cogliere l’emozione che aveva provato il primo giorno, quando Archer Sloane gli aveva rivolto la parola e, in un solo istante, si era trasformato in un uomo nuovo. Mentre la sua mente era impegnata in quegli argomenti e si confrontava con il potere della letteratura cercando di comprenderne la vera natura, avvertiva un continuo cambiamento: e come se ne fosse consapevole, usciva da se stesso entrando nel mondo che lo conteneva e comprendeva così che la poesia di Milton, o il saggio di Bacon, o la commedia di Ben Jonson che stava leggendo cambiavano il mondo che avevano per oggetto, e lo cambiavano in virtù della loro dipendenza da esso.

A lettura ultimata ci si chiede inevitabilmente il perché di questa scelta da parte dell’autore e cioè quella di descrivere un personaggio che non si ribella a certi avvenimenti (subisce le vessazioni di un collega, si lascia tormentare dalla moglie, non lotta per l’amore finalmente trovato, si lascia scivolare via dalle mani la vita della figlia…) e, pur potendo, non tenta nemmeno di migliorare la propria situazione lavorativa e quindi sociale facendo carriera all’università. Fin dalla prima pagina veniamo avvertiti dal narratore che non succederà nulla di eccezionale, eppure alla fine ci rendiamo conto che non è affatto vero, che accadono cose straordinarie in questo libro e in questa vita apparentemente fallimentare. Si tratta di un romanzo “esistenzialista” in senso letterale ed è proprio l’esistenza la protagonista principale, l’esistenza semplice di chi sceglie, anzi di chi è scelto dall’amore per la letteratura, amore che allontana dalla strada consueta e per questo fa sembrare certe preferenze incomprensibili, addirittura fastidiose, poiché si tratta di una vita che si svolge su piani differenti dove vigono regole diverse per ognuno, regole che dipendono dalla sensibilità individuale, che si adattano alle caratteristiche del soggetto prescelto. E tuttavia, anche la vita “normale” di Stoner non lascia indifferenti, anzi nel lettore si scatenano reazioni molteplici che vanno dalla rabbia alla commozione più profonda e questo perché nessuna vita, anche quella apparentemente più banale è mai incolore e, soprattutto, nessuno può mai sapere cosa si scateni nell’animo di un’altra persona.

Fuori era buio, e una brezza primaverile soffiava nell’aria. Stoner respirò a pieni polmoni e sentì il suo corpo ritemprato dal freddo. Oltre il profilo discontinuo del caseggiato, le luci della città brillavano nella nebbia, che gravava sottile nell’aria. Dopo l’angolo, un lampione baluginava solitario, avvolto nell’oscurità. Dal buio emerse all’improvviso una risata, che ruppe il silenzio, indugiò un istante e svanì. La nebbia tratteneva il fumo della spazzatura, che bruciava nei cortili sul retro, e mentre camminava lento nella sera, respirandone l’odore e sentendo sulla lingua il sapore tagliente dell’aria, gli parve che quel momento fosse abbastanza e che non avesse bisogno di molto di più.

Di fronte a questo Don Chisciotte del Midwest, come lo aveva definito l’amico Dave Master, gli attacchi del mondo esterno sono impietosi. Edith, la moglie, isterica e anaffettiva tenta di trascinarlo tra i conformismi sociali, non tollera la sua mancanza di ambizione, né la sua remissività. Per buona norma deve fare almeno un figlio e così si concede al marito in un rituale quasi animalesco voluto unicamente dalla necessità dell’accoppiamento al fine di procreare. Nasce una bambina, Grace, che inizialmente la madre allontana da sé e che si lega fortemente a Stoner, il quale la ricambia e la coinvolge nel suo mondo incantato. La bambina collabora, si isola, si ritaglia uno spazio creativo all’interno dello studio del padre. A questo punto però Edith deve intervenire brutalmente, strappandola dalle grinfie del padre e riportandola alla “normalità”, ovvero a una full immersion in società. Il prezzo che dovrà pagare Grace sarà però molto alto. E poi c’è l’ambiente di lavoro, il suo regno, anche qui gli viene sferrato un attacco potente quanto ingiustificato da parte di un collega e a maggior ragione ci si sente amareggiati trattandosi di un luogo in cui si presume che cultura e intelligenza abbiano il sopravvento, mentre ancora una volta ci si ritrova in un microcosmo in cui si riversano tutte le debolezze e le meschinerie sociali umane.

Questo in me tu vedi, perciò il tuo amore si accresce

per farti meglio amare chi dovrai lasciar fra breve.

William Stoner è uno stoico perché sa che la vita è transitoria, sa che conferiamo importanza a qualcosa di effimero, sa anche che l’uomo è sempre in perdita, non per sfortuna, per malasorte, ma perché non vede l’esistenza nella giusta prospettiva. Se la vita è sottrazione, ma la si vive come addizione si finisce per soffrire inutilmente, al contrario, con la consapevolezza di quello che siamo si può seguire il flusso senza affanno, in accordo con lo scorrere lento e veloce di un’esperienza comunque fuggevole. Così quello che a noi sembra umiliazione, ingiustizia, sofferenza, insensatezza, per Stoner è un problema che non lo riguarda affatto dal momento che la vera vita si svolge altrove, qui è semplice spettatore e come tale è destinato ad uscire indenne da ogni battaglia, a lui non servono armi, né affanni, né crisi di nervi, né sopraffazione, siamo di fronte al più eroico antieroe della letteratura contemporanea.

 

 

Cosa ti aspettavi?, pensò di nuovo.

Una specie di gioia lo colse, come portata dalla brezza estiva. Ormai ricordava a malapena di aver pensato al fallimento, come se avesse qualche importanza. Gli sembrava che quei pensieri fossero crudeli, ingiusti verso la sua vita. Vaghe presenze si affollavano ai bordi della sua coscienza. Non riusciva a vederle, ma sapeva che erano lì, a raccogliere le forze in cerca di una palpabilità che non era in grado di vedere né di sentire. Si stava avvicinando a loro, lo sapeva. Ma non c’era alcun bisogno di correre. Poteva ignorarle, se voleva. Aveva tutto il tempo del mondo.

Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato.

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Fahrenheit 451 e la società distopica.

fahrenheit-451La distopia è il contrario dell’utopia, descrive la società peggiore che si possa immaginare. Le due distopie più famose nel romanzo di fantascienza le troviamo descritte in 1984 di Georges Orwell, pubblicato nel 1949 e in Fahrenheit 451 (1953) di Ray Bradbury. La differenza tra le due è che mentre in 1984 la gente vive sotto la schiavitù di un Grande Fratello che tutto sa e che controlla ogni cosa, in Fahrenheit viene imbottita di divertimenti artificiali, l’immagine predomina sul segno e i libri sono il nemico da distruggere. In entrambe comunque si tenta di bloccare l’attività più pericolosa dell’uomo (ultimamente poco praticata), ovvero pensare in modo autonomo.

E ho pensato ai libri. E per la prima volta mi sono accorto che dietro ogni libro c’è un uomo.

Fahrenheit 451 corrisponde alla temperatura alla quale la carta brucia. Guy Montag, il protagonista, fa il pompiere. In questa nuova società, da quando ogni costruzione è ignifuga, i pompieri non sono più chiamati per spegnere gli incendi, al contrario sono diventati i custodi del fuoco sacro e il loro compito è purificare la società da chi detiene ancora illegalmente dei libri. Con il sistema infallibile della delazione anonima (ci sarà sempre un volenteroso cittadino pronto ad accusare il proprio vicino, familiare, amico), i pompieri corrono a sirene spiegate verso la meta e lì mettono al rogo i libri, le abitazioni e talvolta persino i proprietari. La tecnica ricorda episodi storici simili, dai falò delle vanità del Savonarola ai roghi dei nazisti per citarne alcuni, ma si tratta di un procedimento praticato molto di frequente da chi vuole imporre il proprio pensiero politico o religioso che sia.

Siedi, Montag, prego. Guarda. Delicatamente, come i petali di un fiore. Accendi la prima, poi la seconda. Ogni pagina si trasforma in una farfalla nera. Bello, non è vero? Accendi con la seconda la terza pagina e così via, a catena, un capitolo dopo l’altro, tutte le cose sciocche che le parole esprimono, tutte le false promesse, tutte le cognizioni di seconda mano, tutte le ideologie corrose dal tempo.

Non si può mai sapere attraverso quale strada giunga l’illuminazione, l’improvvisa visione della realtà così com’è e non come siamo abituati a vederla. Nel caso di Montag, la scintilla che apre il varco è Clarisse, una ragazza di diciassette anni, sua vicina di casa, totalmente avulsa dallo schema in cui tutti vivono, vestale dell’antico tempio della dea Libertà. Con grande semplicità e naturalezza, mostra a Montag che basta distogliere l’attenzione da ciò che viene imposto per scoprire che si può trovare il tempo per riflettere su ogni cosa in modo indipendente. Al lato opposto si trova Mildred, la moglie, che incarna invece l’esempio di cittadina-automa modello e con la quale Montag ha un rapporto basato sull’incomunicabilità, ogni tipo di contatto è annullato, dalla barriera televisiva durante il giorno e da una radio-conchiglia da inserire nell’orecchio di notte.

Ci dev’essere qualcosa di speciale nei libri, delle cose che non possiamo immaginare, per convincere una donna a restare in una casa che brucia.

Una volta avviato il processo di consapevolezza non è più possibile arrestarlo. Un episodio si rivela fondamentale per Montag, è il caso di un’anziana signora che, una volta scoperta e malgrado l’invito dei pompieri, si rifiuta di abbandonare la sua casa e i suoi libri e decide di lasciarsi avvolgere dalle fiamme insieme a loro. Il fatto che nessuno la porti via dal rogo, la manifesta indifferenza dei colleghi di fronte alla vita di un altro essere umano, segna profondamente Montag insieme alla scelta di un sacrificio per lui incomprensibile. A partire da questo momento Montag inizierà a mettere in discussione le regole della società in cui vive e scoprirà l’importanza dei libri.

A misura che le scuole mettevano in circolazione un numero crescente di corridori, saltatori, calderai, malversatori, truffatori, aviatori e nuotatori, invece di professori, critici dotti e artisti, naturalmente il termine “intellettuale” divenne la parolaccia che merita di diventare. Si teme sempre ciò che non ci è familiare. [] Noi dobbiamo essere tutti uguali. Non è che ognuno nasca libero e uguale, come dice la Costituzione, ma ognuno vien fatto uguale. Ogni essere umano a immagine e somiglianza di ogni altro; dopo di che tutti sono felici, perché non ci sono montagne che ci scoraggino con la loro altezza da superare, non montagne sullo sfondo delle quali si debba misurare la nostra statura! Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Costruiamo la mente dell’uomo. Chi sa chi potrebbe essere il bersaglio dell’uomo istruito?

Bradbury

Questa è la ricetta della felicità del capitano Beatty, il superiore di Montag. Ma come si è arrivati a costruire un tale tipo di società? E noi oggi siamo così distanti da questi subdoli meccanismi che assopiscono le coscienze? Da molti anni il sistema scolastico punta verso il basso, malgrado si sbandierino iniziative e strategie d’eccellenza, la realtà è ben diversa e lo stesso avviene con le trasmissioni televisive, con i film, con i giornali e ovviamente anche con i libri. La tendenza a massificare è in atto da parecchio tempo e si è radicata al punto da risultare spesso invisibile. Chi è interessato alla cultura? Meglio occuparsi di sport, di reality, o intrattenersi con una bella rivista di gossip. Ma è davvero una ricetta efficace per essere soddisfatti, quella di livellare tutto? Se si appiattiscono anche le emozioni si finisce al contrario per lasciare spazio unicamente all’afflizione, perché non può esserci nessuna felicità senza consapevolezza.

Ricordati, ad ogni modo, che questo Beatty appartiene al nemico più pericoloso della verità e della libertà, la bovina mandria compatta e inerte detta maggioranza. Ah, buon Dio, la terribile tirannide della maggioranza.

Il troppo è sempre un’arma a doppio taglio, un eccesso di informazioni non significa necessariamente l’acquisizione di un maggior numero di conoscenze, anzi, al contrario può segnare l’effetto opposto e cioè l’annullamento dell’informazione stessa. Quando il livello culturale si abbassa diventa sempre più difficile riuscire a selezionare, in quell’oceano di dati, ciò che è di qualità e vicino alla verità, tutto il resto infatti è orientamento indotto verso certe notizie manipolate a dovere. Il cammino verso una società che punti alla disumanizzazione, che perda i propri valori, che si allontani dalla natura è già in corso e l’abbrutimento serpeggia, pronto a installarsi in ogni cellula come un male incurabile.

 

I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita.. la gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.

Il rogo è emblematico, non è il libro in sé a procurare danni irreparabili ma le idee che veicola, mentre la televisione ipnotizza in un’abiezione di massa che esclude la possibilità di un senso critico, anzi è addirittura partecipata poiché lo spettatore viene chiamato a far parte attiva all’interno delle trasmissioni e delle stesse fiction, recitando in diretta delle battute prestabilite, dal salotto di casa. Il libro invece, con la sua caratteristica di lettura solitaria innesca meccanismi temibili per una società così strutturata. Gli uomini infatti hanno necessità di tre elementi fondamentali: innanzitutto la qualità dell’informazione e i bei libri hanno la capacità di mostrare il vero volto delle cose, la vita stessa; poi avere del tempo libero, ma non per impiegarlo distraendosi, al contrario per concentrarsi e assimilare le informazioni ricevute e infine avere la libertà di poter compiere le azioni che derivano dall’interazione tra la qualità dell’informazione e il piacere dell’assimilazione della stessa.

«Dove andremo a finire? I libri potranno esserci d’aiuto?»

«Soltanto se potremo avere la terza cosa che ci manca. La prima, come ho detto, è sostanza, identificazione della vita. La seconda, agio, tempo di pensare a questa identificazione, di assimilare la vita. La terza: diritto di agire in base a ciò che apprendiamo dall’influenza che le prime due possono esercitare su di noi.»

Se è vero che il punto di rottura è avviato da una ragazza, rimane il fatto che il compito di salvare il mondo è riservato agli uomini. Un certo sentore maschilista si diffonde dalle pagine del libro, non solo perché la moglie e le amiche sembrano un odioso gruppo di decerebrate, ma soprattutto perché alla fine, quando Montag si unisce ai dissidenti uomini-libro non viene mai menzionata una donna, né tra gli autori, né tra le personificazioni. Certo non bisogna dimenticare che nella democraticissima America degli anni ’50, oltre a un razzismo imperante nei confronti delle persone di colore, ce n’era un altro più subdolo nei confronti della donna, angelo del focolare, vittima del sessismo fino all’umiliazione e ciò è ben documentato dalle immagini pubblicitarie dell’epoca. Vedere per credere, dieci immagini chiarificatrici: http://www.businesspundit.com/10-most-sexist-print-ads-from-the-1950s/?img=21450

«C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci s’immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta. Conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi funebri e di saltarci sopra. Ad ogni generazione raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda.»

Avere la capacità di conoscere, di comprendere e tuttavia continuare a commettere atti insensati, cercare una salvezza nel fuoco per poi ricominciare daccapo e rifare sempre le stesse cose, è una costante nella storia dell’uomo, forse perché le esperienze da compiere sono sempre le stesse e tutte le anime devono sperimentarle, così il ciclo non si conclude mai e c’è sempre qualcuno più avanti e tanti altri che restano indietro. Ecco perché i cambiamenti sembrano interessare solo l’aspetto superficiale, mentre scavando in profondità, la visione d’insieme concede il deludente spettacolo di un processo evolutivo lentissimo. Tuttavia è possibile di tanto in tanto anticipare i tempi e dare un’occhiata a quell’oltre eventuale che la fantascienza, pur essendo un genere poco apprezzato dalla critica, è sempre riuscita a modellare, prefigurare, intuire, esaltando le nostre potenzialità negative o sviluppando le immense capacità intellettive e creative, comunque offrendoci una vista privilegiata attraverso finestre temporali e salti dimensionali che ci rifiutiamo di accettare come reali. E qui si torna ai condizionamenti, i potenti nemici di ogni progresso, ci sono norme che non si possono scalfire, confini che non si possono attraversare, la massa infatti va controllata, circoscritta in un recinto e tenuta a bada attraverso un astuto sistema che la piega a una volontà non sua, senza che se ne renda conto. Il futuro è già presente, non stiamo forse vivendo la nostra personale distopia?

 

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Neera. Teresa e il diritto di scegliere.

– Almeno fosse un maschio! – sospirò la signora Soave.

– Non ne ha abbastanza di Carlino?

– Oh! non per me; ma per le ragazze, poverette, che cos’hanno di buono a questo mondo?

copertinaTeresa (1886) è un romanzo di Anna Zuccari (1846-1918), nota con lo pseudonimo di Neera, e fa parte della Trilogia della donna giovane che comprendeva anche Lydia (1887) e L’indomani (1889). Durante la sua vita Neera occupò un posto importante nell’attività sociale e culturale milanese del periodo, scrittrice prolifica, oltre a romanzi, racconti e saggi, scrisse anche per numerose riviste e giornali tra i quali Il corriere della Sera. Intrattenne inoltre una fitta corrispondenza con personaggi di spicco come Benedetto Croce, Giovanni Verga, Luigi Capuana. Dalla nota bio-bibliografica dell’edizione Il Poligrafo (2009) si legge: semplicemente «una signora che scrive» la definì un critico del tempo e Roberto Sacchetti in Milano 1881 ne tracciò questo essenziale ma illuminante profilo: «La scrittrice che tutta Italia conosce col pseudonimo di Neera e di cui ben pochi sanno il nome vero, è una modesta madre di famiglia; molto seria, benché di carattere vivace e giovanissima, vive unicamente per la famiglia; lavora per la famiglia e come: tre o quattro romanzi all’anno, articoli per il “Fanfulla”, per il “Corriere del Mattino” e per la “Gazzetta Letteraria”, per sei o sette giornali minori, e si lamenta che gli editori non gliene stampino quanto si sentirebbe di farne». Dopo la sua morte però ha allungato la schiera delle donne dimenticate delle quali o non rimane traccia o le si abbozza rapidamente con poche parole di circostanza, nelle varie antologie e letterature. Paradossalmente è più strano che fosse famosa in un’epoca in cui la cultura femminile non era tenuta minimamente in considerazione, anzi veniva ostacolata e denigrata da una critica di parte e unicamente maschile.

La posizione della scrittrice in merito alla condizione femminile è parecchio contraddittoria.

Il pensiero di Neera a proposito del confronto uomo-donna si pone fra il classico e l’innovativo. Ha la grande intuizione di affermare che le donne non sono uguali agli uomini e dunque condanna al femminismo la costrizione ad un’uguaglianza impossibile. Ritiene che se l’uomo fosse migliore della donna allora sì che si dovrebbe combattere per essere superiori a lui, ma dato che siamo semplicemente diversi è sufficiente ritagliarsi i propri spazi, anche in ambito lavorativo e risolvere un grosso carico di problemi. Inoltre sa che la donna ha un ruolo fondamentale nell’educazione dei propri figli e questo per lei è il suo compito principale. Difficile darle completamente torto, tuttavia Neera dava per scontata una collaborazione indispensabile tra l’universo maschile e quello femminile, ma invece, come si sa e come la cronaca continua a mostrarci quotidianamente ci sono dei modelli comportamentali, a dir poco inammissibili, che si sono radicati a tal punto nella società, che le stesse donne li sottovalutano, quando addirittura nemmeno li vedono più. E purtroppo per questi motivi si continua a morire inutilmente in ogni angolo della Terra.

Così, tutta sola nella cucina bassa, intenta a uffici volgari, la fanciulla ingannava l’eternità dell’aspettativa, avvinta docilmente alla sua catena, imparando la grande virtù femminile del dominarsi, la profonda abilità femminile di nascondere un tormento dietro un sorriso.

Neera approva il ruolo della donna come procreatrice e non condivide le lotte per l’emancipazione femminile. Malgrado tutto questo, e pur non abbracciando la causa delle femministe, anzi dichiarandosi addirittura contro il femminismo, tuttavia dai suoi scritti emerge un forte malessere verso l’ipocrisia di una condizione imposta che relegava la donna al classico ruolo dell’angelo del focolare e traspare chiaramente una forte critica nei confronti di una sottomissione iniqua e senza sbocchi, facilmente individuabile anche nelle descrizioni di certi uomini resi ridicoli proprio dal loro diritto ad essere tronfi e dalla convinzione di predominare per superiorità congenita, per diritto divino.

Lui, il padre, uomo da poco e presuntuoso, che nascondeva la propria nullità sotto una grand’aria boriosa ed arcigna, ligio alle vecchie consuetudini aristocratiche, tirannuccio volgare, aveva già stabilito, col suo precedente, il dominio assoluto del sesso forte.

Teresa, l’eroina del romanzo, si dibatte tra la passione per il bell’Egidio e il rispetto delle convenzioni sociali, tra i sentimenti e l’obbedienza familiare, in particolare ad un padre che si oppone ad un matrimonio d’amore perché manca il requisito fondamentale, ovvero la sicurezza economica e perché il ragazzo non gli piace e dato che può, allora impone la sua autorità.

Eppure la riprendeva, nella monotonia dell’abitudine, nella inenarrabile monotonia della vita femminile, trascinando di camera in camera la sua tristezza, meravigliata di trovarsi passiva in tanto dolore.

Che cosa poteva fare? Ribellarsi al padre, far morire di cruccio quell’angelo della mamma, rompere tutte le tradizioni della famiglia, mancare ai doveri di figlia ubbidiente e sottomessa?

La schiavitù la cingeva da ogni lato. Affetto, consuetudine, religione, società, esempi, ciascuno le imponeva il proprio laccio, vedeva la felicità e non poteva raggiungerla. Era libera forse? Una fanciulla non è mai libera non le si concede nemmeno la libertà di mostrare le sue sofferenze. Ella doveva fingere colla madre per amore, col padre per timore, colle sorelle per vergogna.

A tutto questo bisogna aggiungere che il romanzo è ambientato in una realtà provinciale, dove c’è sempre qualcuno nascosto dietro le tende intento a spiare, dove niente sfugge ai mille occhi che osservano, dove c’è sempre un prete ipocrita e un po’ troppo zelante, pronto a far arrivare alle orecchie del padre padrone il resoconto della disubbidienza della figlia e dove ci si ritrova continuamente un dito puntato addosso, insomma dove la libertà è sempre negletta.

La zia Rosa, nella placidezza serena di una vita di pianta, conservava un po’ della bellezza statuaria che l’aveva gettata a diciotto anni nelle braccia di un uomo – senza che né l’uno né l’altra si amassero, perché lui aveva bisogno di trovar moglie per accudire al negozio, e lei era una ragazza da marito.

neeraNeera critica queste consuetudini e la sua eroina, pur senza compiere gesti eclatanti non accetterà un matrimonio di convenienza, continuerà a coltivare il suo amore per Egidio e a macerarsi tanto che le sue sofferenze quotidiane troveranno sfogo in una nevrosi maniaco-depressiva che la minerà dentro, ma anche nel fisico. E tuttavia non si piegherà.

Quale infame ingiustizia pesa dunque ancora sulla nostra società, che si chiama incivilita, se una fanciulla deve scegliere tra il ridicolo della verginità e la vergogna del matrimonio di convenienza?

Si sorprende Neera che una società che si definisce civile possa costringere una donna a scegliere tra la verginità o il matrimonio di convenienza, certo viene da sorridere amaramente pensando che questa è solo una goccia nell’oceano, considerato tutto quello che le donne sono costrette a subire nel mondo quotidianamente, come se fosse normale: stupri semplici, stupri di massa, stupri di guerra, lanci di acido, burqa, infibulazione, bastonate, umiliazioni, diritti negati, ecc. ecc.

Il racconto della vita di Teresa parte da quando è ancora una ragazzina e già viene assunta come seconda mamma per l’ultima arrivata in casa Caccia e prosegue lento, soffermandosi tra i vari passaggi dall’adolescenza fino all’età adulta. Pur non avendo alcuna caratteristica peculiare, non è particolarmente bella, né particolarmente colta, né particolarmente brillante e intelligente, tuttavia è in grado di prendere coscienza di sé stessa, di delineare una propria individualità, riuscendo così a non abbandonarsi al ruolo che una legge esterna le impone e che la rende socialmente attiva solo in correlazione ad un uomo, mentre in caso contrario diventerebbe reietta, malata, un po’ matta e pericolosa.

Capiva le ragioni del padre: aveva troppo vissuto in quell’ambiente e in quello solo, per non essere persuasa che la sua condizione di donna le imponeva anzitutto la rassegnazione al suo destino, – un destino ch’ella non era libera di dirigere – che doveva accettare così come le giungeva, mozzato dalle esigenze della famiglia, sottoposto ai bisogni e ai desideri degli altri. Sì, di tutto ciò era convinta, ma anche un cieco è convinto che non può pretendere di vedere, e tuttavia chiede al mondo dei veggenti, perché egli solo debba essere la vittima.

Teresa insieme a tutta la famiglia si era dovuta piegare alle esigenze di utilizzare le risorse economiche a vantaggio del fratello, essendo l’unico maschio, l’erede del nome e delle sostanze, era lui che doveva studiare, che poi fosse poco dotato intellettualmente mentre le sue sorelle avrebbero potuto avere più successo di lui negli studi, non aveva nessuna importanza. Teresa riuscirà alla fine a portare avanti i suoi intenti, ma a che prezzo? E ne sarà valsa veramente la pena? Tutto quello di cui si rende conto l’eroina è il pensiero dell’autrice, che malgrado la sua grande fortuna di potere accedere a un campo normalmente riservato agli uomini e di potere scrivere a suo piacimento, ha voluto regalare alla protagonista, meno fortunata, dopo una vita da vittima perfetta, obbediente e lavoratrice instancabile, un piccolo-enorme sprazzo di libertà, un diritto che chiunque dovrebbe avere, quello di potere decidere della propria vita.

Ebbene, dirai ai zelanti che ho pagato con tutta la vita questo momento di libertà. È abbastanza caro, nevvero?

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Parole di fuoco. La vita e il martirio di Anne Askew.

parole di fuocoNel XVI secolo avvenne quell’importante frattura nella cristianità che portò alla Riforma protestante, con la pubblicazione delle 95 tesi di Martin Lutero. Sempre nel XVI secolo, durante il regno di Enrico VIII la chiesa anglicana si separò da quella cattolica. Come è spesso accaduto nella storia religiosa dell’umanità ciò che muove i vertici è l’interesse personale di pochi oligarchi, spinto dalla materialità, mentre la spiritualità è regolarmente latitante, l’esempio più chiaro è l’eterna lotta fra papato e impero per la conquista del potere. Enrico VIII voleva rendersi indipendente dalla Chiesa Cattolica Romana e quindi dal papa, il pretesto fu la richiesta di annullamento del precedente matrimonio con Caterina d’Aragona (che ovviamente viene negato) per essere libero di sposare Anna Bolena. Inizia così una campagna antipapale che porterà all’auto-elezione del Re come capo supremo in terra della Chiesa d’Inghilterra, avvenimento che aumenterà notevolmente il prestigio e il potere della monarchia. In quegli anni di grandi trasformazioni si assiste anche ad una spietata lotta fra protestanti e cattolici al fine di ottenere il favore del re e quindi del Regno. Siamo in un campo minato e la battaglia che si gioca, in nome di qualcosa di molto più ampio della sfera umana, in realtà presenta come al solito tutte le piccolezze della vita terrena. La libertà di scelta è bandita, la minaccia domina, i roghi sono dietro ogni angolo.

Anne Askew ( 1520/1521 – 1546) era in contatto con il gruppo delle Gran Dame di corte e amica della regina Katherine Parr, l’ultima moglie di Enrico VIII, segretamente interessata alla “nuova fede” protestante. Obbligata a sposarsi a sedici anni con un ricco cattolico, nonché papista sfegatato, Anne non credeva, seguendo i dettami della Riforma, alla transustanziazione ovvero alla totale conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo, che si attua per l’onnipotenza divina nella consacrazione durante la messa, in favore della consustanziazione, dottrina luterana per cui, nell’Eucaristia, il corpo di Cristo coesiste con la sostanza del pane. È questo il motivo principale per il quale viene imprigionata, torturata e messa al rogo.

Si converrà che sarebbe ben strana una divinità tanto permalosa da esigere tortura e morte per chi cavilla con dogmi e sacramenti vari. E come si può sbandierare una presunta verità che porti ad un regno celeste, se non si ha il minimo rispetto per la vita umana?

Ma ecco l’eresia di cui mi tacciano: che dopo le parole di consacrazione pronunciate dal sacerdote, il pane rimane semplice pane.

E invece essi dichiarano, e lo insegnano come essenziale articolo di fede, che una volta pronunciate quelle parole il pane non rimane tale, ma si muta in quello stesso corpo che fu inchiodato alla croce il Venerdì Santo, nella medesima carne, sangue e ossa. A questo loro credo io dico no: perché allora sarebbe falso anche il nostro credo apostolico, che Egli sieda alla destra di Dio Padre Onnipotente, e che da lì scenderà sulla Terra a giudicare i vivi e i morti. Ecco! Tale è la mia eresia, che dovrò scontare con la morte. Ma per quanto riguarda la santa e benedetta Cena del Signore, io credo che rappresenti una commemorazione fondamentale delle Sue sofferenze gloriose e della Sua morte.

(Parole di fuoco. La vita e il martirio di Anne Askew)

In politica, si sa, è stata giocata ogni carta pur di eliminare il proprio avversario e qui gli interessi erano molteplici, la regina infatti seguiva i protestanti, pertanto la fazione cattolica voleva toglierla di mezzo e quale migliore strumento all’epoca di una bella accusa di eresia? Anne Askew fu condotta alla Torre di Londra e torturata con l’intento di farle denunciare le Dame in modo da colpire la regina stessa. Più politica che religione dunque, ma Anne non si piegherà a nessuna intimidazione e non rivelerà alcun nome di altri protestanti. A quanto risulta dagli archivi fu anche l’unica donna imprigionata nella Torre ad essere torturata, in particolare le fu inflitto il supplizio della Ruota, che affrontò con un coraggio tale da lasciare impressionato il suo torturatore, l’ufficiale Sir Anthony Kingston. Questi a un certo punto decise di interrompere la tortura, ma il Cancelliere lo minacciò dicendogli che avrebbe denunciato la sua condotta al re e iniziò egli stesso a torturarla, fino alla slogatura delle articolazioni.

A quel punto mi misero sulla ruota perché non volevo ammettere che altre dame e gentildonne condividessero le mie opinioni, e mi ci lasciarono per lungo tempo. E dato che stavo ferma e non gridavo, Sua Signoria il Lord Cancelliere e il Dottor Rich si diedero un gran daffare per torturarmi con le loro stesse mani, fino al punto da lasciarmi moribonda. Poi il tenente della Torre mi fece sciogliere dalla ruota. Svenni immediatamente, ma mi rianimarono subito. Dopodiché rimasi due lunghe ore seduta sul pavimento a parlare con Sua Signoria il Lord Cancelliere, che con molte blandizie cercò di persuadermi ad abbandonare le mie opinioni. Ma il mio Signore Iddio (sia lodata la Sua infinita bontà) mi accordò la grazia di perseverare, e così farà (spero) sino alla fine.

Ed in effetti riuscirà a perseverare, la povera Anne, come tanti altri che lungo il lento cammino della storia si sono immolati per delle idee e pur di non rinnegarle hanno affrontato morti atroci. La cosa è veramente intollerabile quando a infliggere tanto dolore sono proprio coloro che si definiscono uomini di Dio. Non è necessario essere seguaci di una qualsiasi religione per rendersi conto di quanto debba essere squallido il campo intellettivo di chi regolamenta la tortura come strumento che possa condurre alla verità. Solo chi possiede una grande frustrazione interiore, che si trasforma sovente in perversione ed è invaso da un evidente sadismo può farne uso, altrimenti è unicamente un segno di immensa stupidità. Eppure la Chiesa se ne è servita per secoli.

Poi il vescovo disse che sarei stata bruciata sul rogo. Risposi che avevo esaminato a fondo le Scritture, ma non avevo trovato da nessuna parte che Cristo o i Suoi Apostoli avessero condannato a morte creatura alcuna.

Ma si può contrastare il delirio di onnipotenza che questi omuncoli hanno sempre desiderato esercitare travestendolo di santità? No di certo, dal momento che sono anche supportati da immancabili schiere di seguaci. Anne Askew fu condannata al rogo il 16 luglio del 1546.

Era signora di tale lignaggio che avrebbe potuto vivere nel lusso e nella prosperità, se soltanto avesse scelto il mondo anziché Cristo; ma a quel punto era talmente debilitata dai tormenti che le avevano inflitto, che non avrebbe potuto sopravvivere a lungo, né potevano i suoi avversari consentire che morisse in segreto. Pertanto, fu fissato il giorno dell’esecuzione, e Anne fu portata a Smithfield su una sedia perché non si reggeva in piedi a causa dei grandi patimenti. Una volta condotta al palo, fu legata alla vita con una catena che le sosteneva il corpo, e quando tutto fu pronto per il rogo giunsero le lettere nelle quali il Re le concedeva la grazia se avesse ritrattato, ma Anne non si degnò neppure di guardarle. Anche Shaxton era presente quel giorno, e per l’occasione fece pubblica abiura delle sue opinioni; con un lungo discorso cercò poi di convincere anche Anne a ritrattare, ma lei resistette imperterrita. Così tormentata in ogni modo, dopo avere affrontato mille patimenti, Anne giunse alfine al termine delle sue lunghe agonie, e in un abbraccio ardente di lingue di fuoco, come un sacrificio benedetto offerto a Dio, si addormentò nel Signore nell’anno 1546, lasciando in eredità a tutti gli uomini un fulgido esempio di perseveranza cristiana.

La storia di Anne Askew ha attirato l’immaginario collettivo, tanto da farla diventare una delle più famose martiri della Riforma inglese. Anne mette in discussione tutte le istituzioni del tempo, sovverte le leggi e le consuetudini, non rispetta quelle norme che sono alla base della società, infatti pur essendo donna non soltanto parla, ma scrive anche, esprimendo apertamente il proprio pensiero. In base all’ordine di Paolo di Tarso, enunciato nella prima epistola ai Corinzi, le donne non potevano parlare in pubblico, figuriamoci scrivere la propria verità. Il racconto dei suoi interrogatori verrà invece pubblicato e questo contribuirà ad accrescerne la notorietà.

Il Cancelliere del Vescovo mi rimproverò e disse che ero da biasimare per aver predicato le Scritture. Giacché San Paolo, disse, ha proibito alle donne di parlare o di commentare la Parola di Dio. Gli ho risposto che conoscevo l’insegnamento di Paolo tanto quanto lui, in I Corinzi 14, dove dice che una donna non deve parlare nella congregazione in qualità di predicatore. E poi gli ho domandato quante donne avesse visto sul pulpito a predicare. Ha risposto che non ne aveva mai vista nessuna, così gli ho detto che non doveva incolpare le povere donne, a meno che non avessero violato la legge.

La capacità di rispondere sempre in modo lucido, razionale e pertinente avrà indispettito non poco tutti quegli uomini santi, pronti a fare giustizia e il fatto che a tenergli testa fosse un essere inferiore, ovvero una donna, sarà stato intollerabile, forse anche per questo Anne dovette subire tormenti che normalmente non venivano inflitti alle dame del suo rango. E fu una martire a tutto tondo questa donna, prima sacrificata dal padre e condannata a sposare un uomo abietto che la caccerà di casa, poi, malgrado il supplizio, capace di mantenere il segreto senza mai rivelare un solo nome, e infine decisa a morire in nome di una fede che in lei non era solo pensiero religioso, ma che si spingeva verso quella forma di libertà di coscienza, rispetto e dignità che prescindono da ogni dottrina e che sono l’unico patrimonio che possa contribuire all’evoluzione di questa triste umanità.

SUA SIGNORIA IL SINDACO. Donna sciocca, vai forse dicendo che i preti non possono fare il corpo di Cristo?

ANNE ASKEW. Precisamente, mio signore; poiché ho letto che Dio fece l’uomo, ma che l’uomo potesse fare Dio non l’ho ancora letto, né credo che lo leggerò mai.

SUA SIGNORIA IL SINDACO. No! Donna sciocca, dopo la formula della consacrazione, non è forse il corpo del Signore?

ANNE ASKEW. No; rimane semplicemente pane consacrato, o pane sacramentale.

SUA SIGNORIA IL SINDACO. E se un topo lo mangia dopo la consacrazione? Che ne sarà del topo? Parla, donna sciocca.

ANNE ASKEW. Che ne sarà del topo secondo voi, mio signore?

SUA SIGNORIA IL SINDACO. Io dico che il topo è dannato.

ANNE ASKEW. Ahimè, povero topo!

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Marceline Desbordes-Valmore

Marceline Desbordes-ValmoreMarceline Desbordes-Valmore (Douai 1786- Paris 1859) poetessa e scrittrice, ma anche attrice e cantante per necessità, anziché assecondare il proprio destino, che avrebbe voluto piegarla e spezzarla sotto la furia di un vento inarrestabile di avversità, al contrario lo usa per incoraggiare le proprie inclinazioni artistiche, proponendo così una coraggiosa voce di donna anticonformista che si occupa in particolare delle frange più emarginate della società e che si dedica anche alla scrittura di versi politici. Emancipata e intraprendente, è costretta a darsi da fare fin da giovanissima, la sua famiglia cade in rovina dopo la Rivoluzione e una infinita serie di lutti e di traversie la mettono alla prova di continuo. Comincerà a recitare proprio per racimolare i soldi necessari per partire per la Guadalupa, dove un parente della madre aveva fatto fortuna, ma più che recuperare il denaro occorrente, patirà due anni di spostamenti continui, di stenti e di maltrattamenti. Alla fine, tuttavia, le due donne riusciranno a raggiungere le Antille, ma purtroppo proprio dopo la rivolta degli schiavi e il conseguente massacro dei coloni, compreso quello del cugino. Come se non bastasse si diffuse un’epidemia di febbre gialla che portò alla morte la madre e a Marceline non rimase altro da fare che provare a rientrare in Francia. Dopo mesi di tentativi vani riesce finalmente ad imbarcarsi su un mercantile, ma il viaggio non fu affatto tranquillo, oltre agli attacchi del capitano, rozzo e alcolizzato, parteciperà infatti ad un’avventurosa traversata durante la quale non mancherà nemmeno una tempesta spaventosa, con onde altissime e la continua possibilità di naufragare.

Fu apprezzata da poeti del calibro di Lamartine, Béranger, Vigny, Baudelaire, Rimbaud e Paul Verlaine, che oltre a dedicarle un intero capitolo all’interno del suo testo più famoso, Les poètes maudits, dichiarerà: Noi proclamiamo, a voce alta e chiara che Madame Desbordes-Valmore è semplicemente l’unica donna di genio e di talento, di questo e di ogni secolo… (Œuvres en prose complètes, Gallimard, collection « La Pléiade », 1972, p. 678). In particolare Verlaine, sul Figaro dell’8 agosto 1884 dirà: C’è un suo verso che mi sembra il più straordinario della nostra lingua o di ogni lingua umana:

seminai la mia gioia in cima ad una canna

Si può trovare un luogo meno riparato, meno sicuro, più oscillante ed esposto alle intemperie, su cui costruire la propria felicità? C’è una volontà nell’incapacità di essere felici? Nel crudele eppure sublime gioco dell’introspezione, quando a forza di scandagliare, sondare, cercare di comprendere, forse non compiamo che un’opera di lenta desquamazione, uno sfogliare continuo che conduca alla pelle originaria, alla purezza di un tempo remoto, non contaminato dalla cosiddetta vita reale, affinché possiamo sostare in quel limbo senza tempo, senza tensioni, in cui non dobbiamo dire più niente a nessuno, in cui possiamo semplicemente galleggiare, sospinti da un’onda leggera, senza meta, senza sogni, in un silenzio ovattato che ci riporta alle acque rassicuranti del grembo materno, dove la vita è soltanto un mormorio e la luce l’intuizione di un riverbero.

Nel 1808, a ventidue anni, aveva già pubblicato i suoi versi su alcune riviste, Hugo si accorse subito di lei, ne rimase affascinato, e diventò uno dei suoi amici più cari.

Anima mia, librati su questa folla ignara,

libero uccello immergiti nel cielo spalancato.

Vai a vedere! E torna dopo avere toccato

il sogno… il mio bel sogno che questa terra ignora.

 /

Quanto a me, sia silenzio, ne va della mia vita.

Mi chiudo dove nulla, più nulla mi ha seguita.

E dal mio nido stretto, che tace il suo lamento,

di fianco alla mia sorte fluire il mondo sento,

 /

quel secolo che fugge ruggendo a queste porte

e via con sé trascina, simili ad alghe morte,

nomi cruenti e voti e vani giuramenti

e puri fiori in treccia con nomi dolci e ardenti.

 /

Anima mia, librati su questa folla ignara,

libero uccello immergiti nel cielo spalancato.

Vai a vedere! E torna dopo avere toccato

il sogno… il mio bel sogno che questa terra ignora.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

 

Nel 1817 sposa l’attore Prosper Lanchantin, detto Valmore, anche se il vero amore della sua vita fu Henri de Latouche, a parere di molti suo amante per ben 30 anni, anche se andava e veniva di continuo e spesso spariva per lungo tempo senza dare notizie di sé. Lo si ritrova in numerose poesie con il nome di Olivier, in particolare nelle raccolte Elegie (1819), Poesie (1820), Pianti (1833), Poveri fiori (1839), Preghiere (1843).

Taci, sorella, ché il passato brucia.

Taci il suo nome, ché il suo nome è lui.

Ostinarsi sui beni perduti

è come andar con l’onda che ripiega.

 /

Quel nome che mi è ardore e mi è dolcezza,

quel nome, quando appena ora mi tocca,

come un fuoco mi avvampa nella bocca.

Sorella, non parlare.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

 

La povertà fu una costante di tutta la sua vita. Malgrado l’indulgenza di Valmore e il suo affetto per lei, dopo una decina d’anni di matrimonio il talento artistico dell’uomo declina sempre più e lei, per non abbandonarlo è costretta a rinunciare a parti importanti e perfino a supplicare il suo editore per avere una mano d’aiuto, anche perché le continue malattie dei figli richiedono ulteriori spese.

Mia cara Pauline, se penso alle due figure centrali della mia vita, ai due pilastri del mio povero tempio, penso a te e a Valmore. Nessun altro mi è stato vicino, e dopo il 1843, dopo l’ultimo mio libro accettato da un editore senza dover insistere e supplicare, “Preghiere”, la mia vita non è stata che miseria, dolore, lutti e delusioni. Odio i traslochi a cui mi ha sempre costretto la mia vita difficile ed errabonda, verso case sempre più povere e scomode, al quarto o al quinto piano dove appunto vivono i poveri. La lotta per procurarmi denaro non ha smesso un giorno. Per tutta la mia vita. È duro, a settant’anni, fare cinque piani con le borse della spesa. Mi aiuta un fatto ben strano: nonostante le terribili esperienze continuo a pensare che una risoluzione ci sia, che i tempi cambieranno. Ma mi contraddico e piango. Sono come quelle creature impacciate nei movimenti, legate da qualche incantesimo, che sentono il suono della diligenza che sta per partire e che se la vedono sfilare via sotto gli occhi senza riuscire a salirci.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

Tutti i suoi cinque figli morirono quando lei era ancora viva, soltanto uno, Hippolyte, le sopravvisse e le fu talmente legato da rinunciare addirittura a sposarsi. Tormentata per tutta la vita da problemi materiali, turbamenti sentimentali e continue perdite di persone amate, Marceline riversò il dolore che la devastava in un’abbondante produzione poetica, completata da novelle, racconti per bambini e romanzi. A partire dal 1825 circa, abbandonò le scene per dedicarsi unicamente alla scrittura i cui temi saranno, oltre al classico amore romantico, anche altri meno sfruttati: handicappati, infermi, poveri, carcerati (L’esclave, Le banni, Un pauvre, Dans la rue, Le mendiant…) e l’inevitabile voce della morte e dell’assenza.

Les femmes, je le sais, ne doivent pas écrire ; / J’écris pourtant

(Le donne, lo so, non devono scrivere, tuttavia io scrivo)

Ha scritto ben 25.000 versi, un migliaio di pagine di prosa e più di 3.000 lettere. A proposito del suo stile, Marc Bertrand, uno dei maggiori studiosi di Marceline ha detto: Diciamo subito che il suo stile non è tradizionale. Non è andata a scuola e non ha studiato la retorica. Direi più che altro che è creativo, cioè al tempo stesso innovativo e soprattutto indipendente. Marceline è fra i primi autori a tenere in considerazione la sonorità delle parole.

Marceline aveva già fecondato la fantasia di Baudelaire scoprendo, lei, le famose corrispondenze, osando, contro ogni logica, dire che il verde è acido, che il silenzio è verde, che l’azzurro è caldo. La sua nuova sensibilità apre una strada importantissima, che porterà fino a Proust e oltre.

(Maria Luisa Spaziani, Donne in poesia)

Tutto questo però non è stato sufficiente a renderla famosa attraverso i secoli, mantenendone vivo il ricordo. Essere donna, se da un lato ha reso più facile farla cadere nell’oblio, d’altra parte le ha concesso la libertà di osare. Partendo dunque da una posizione di inferiorità si è sottratta più facilmente alle ferree leggi che la metrica e la retorica dell’epoca imponevano, cosa che le ha permesso di creare una poesia innovativa, più attenta alla musicalità e ai contenuti.

foto di Nadar 1854Marceline, muore nel 1859 a 73 anni a causa di un cancro che l’aveva colpita tre anni prima, con lei si spegne la voce di una donna che era riuscita a raggiungere il massimo grado di espressività lirica, che fece da precursore ai maestri della poesia francese moderna e che, per usare le parole di Baudelaire, di qualunque argomento scrivesse, il suo canto conservava sempre l’accento delizioso dell’eterno femminino: niente cose orecchiate, niente ornamenti fittizi. Perché Marceline è stata una donna, sempre e assolutamente una donna, e in tutte le bellezze naturali della donna ha raggiunto un grado straordinario di espressione poetica.

Maria Luisa Spaziani ha tradotto Marceline Desbordes-Valmore in Liriche d’amore (Gallino), di più recente pubblicazione è il contributo di Danilo Vicca, Marceline Desbordes-Valmore. Poesie (Aracne). Qui di seguito propongo due esempi di impressionante modernità, due poesie tradotte letteralmente, senza pretese, proprio per mettere in evidenza la potenza della sua voce:

Les roses de Saadi

J’ai voulu ce matin te rapporter des roses ;
Mais j’en avais tant pris dans mes ceintures closes
Que les nœuds trop serrés n’ont pu les contenir.

Les nœuds ont éclaté. Les roses envolées
Dans le vent, à la mer s’en sont toutes allées.
Elles ont suivi l’eau pour ne plus revenir ;

La vague en a paru rouge et comme enflammée.
Ce soir, ma robe encore en est tout embaumée…
Respires-en sur moi l’odorant souvenir.

(poésies inédites, 1860)

Le rose di Saadi

Stamattina volevo portarti delle rose
ma ne ho messe così tante nel mio corsetto
che i lacci troppo stretti non hanno potuto trattenerle.

I nastri sono saltati. Le rose sono volate via
nel vento, e sono giunte tutte al mare.
Hanno seguito la corrente per non ritornare più;

l’onda appariva rossa, come se fosse in fiamme.
Stasera il mio vestito ne conserva ancora il profumo…
Respirane su di me l’odoroso ricordo.

(Poésies inédites, 1860)

Dors !

L’orage de tes jours a passé sur ma vie ;
J’ai plié sous ton sort, j’ai pleuré de tes pleurs ;
Où ton âme a monté mon âme l’a suivie ;
Pour aider tes chagrins, j’en ai fait mes douleurs.

Mais, que peut l’amitié ? l’amour prend toute une âme !
Je n’ai rien obtenu ; rien changé ; rien guéri :
L’onde ne verdit plus ce qu’a séché la flamme,
Et le coeur poignardé reste froid et meurtri.

Moi, je ne suis pas morte : allons ! moi, j’aime encore ;
J’écarte devant toi les ombres du chemin :
Comme un pâle reflet descendu de l’aurore,
Moi, j’éclaire tes yeux ; moi, j’échauffe ta main.

Le malade assoupi ne sent pas de la brise
L’haleine ravivante étancher ses sueurs ;
Mais un songe a fléchi la fièvre qui le brise ;
Dors ! ma vie est le songe où Dieu met ses lueurs.

Comme un ange accablé qui n’étend plus ses ailes,
Enferme ses rayons dans sa blanche beauté,
Cache ton auréole aux vives étincelles :
Moi je suis l’humble lampe émue à ton côté.

(Elégies, 1819)

DORMI!

La bufera dei tuoi giorni ha attraversato la mia vita;

mi sono piegata alla tua sorte, ho pianto le tue lacrime;

ovunque la tua anima conducesse la mia, io l’ho seguita;

per alleviare i tuoi dolori, li ho fatti miei.

 

Ma, cosa può fare l’affetto? L’amore ghermisce l’anima intera!

Non ho ottenuto nulla; niente è cambiato; niente guarito:

l’onda non fa più rifiorire quel che la fiamma ha inaridito,

e il cuore pugnalato rimane freddo e straziato.

 

Io non sono morta: su! Io amo ancora;

allontano le ombre dal tuo cammino:

come un pallido riflesso originato dall’aurora,

io illumino i tuoi occhi; io riscaldo la tua mano.

 

Il malato assopito non si accorge della brezza

dell’alito rianimante che gli asciuga il sudore;

ma un sogno ha piegato la febbre che lo spezza;

dormi! La mia vita è il sogno in cui Dio ripone la luce.

 

Come un angelo abbattuto che non spiega più le ali,

imprigiona i raggi nella sua bianca bellezza,

nascondi la tua aureola risplendente:

io sono l’umile lucerna commossa al tuo fianco.

(Elegie, 1819)

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