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Il giardino dei Finzi-Contini. Spazio sacro della memoria.

copertinaIl giardino dei Finzi-Contini (1962) di Giorgio Bassani (1916-2000) fa parte del ciclo Il romanzo di Ferrara, elaborato dal 1938 al 1978, un’opera unica ma divisa in più libri che costituiscono la sua migliore produzione letteraria e che è stata soggetta a periodiche revisioni.

Il narratore-personaggio principale parla in prima persona, per questo motivo in tanti lo hanno identificato con lo scrittore, anche se nel libro in realtà non viene mai nominato. Nel famoso film omonimo del 1970 di Vittorio de Sica, seguendo quell’intuizione il protagonista si chiama Giorgio, come Bassani appunto. Per comodità anche qui lo si denominerà come lo scrittore.

Durante una visita alla necropoli etrusca di Cerveteri si innesca il meccanismo della memoria involontaria che procedendo inizialmente per associazioni, intraprende poi il suo cammino a ritroso seguendo una linea retta di attenta ricostruzione del passato.

Anche le cose muoiono, caro mio. E dunque, se anche loro devono morire, tant’è, meglio lasciarle andare. C’è molto più stile, oltre tutto, ti sembra?

Se è vero che anche le cose muoiono, tuttavia c’è una funzione della nostra mente che le può rendere eterne. È la capacità della memoria di ricostruire nel minimo dettaglio un momento del passato, permettendogli di rimanere lì, fisso, non più vittima della cronologia, della progressione temporale. Non per nulla il titolo del libro è emblematico. Il “giardino” richiama simbologie della mitologia mondiale e si colloca come spazio “sacro” per antonomasia.

Le sembrava assurdo, a lei, che esistesse al mondo un tipo come me, il quale non nutrisse per gli alberi, «i grandi, i quieti, i forti, i pensierosi», gli stessi suoi sentimenti di appassionata ammirazione. Come facevo a non capire, mio Dio, a non sentire? C’era in fondo alla radura del tennis, per esempio, ad ovest rispetto al campo, un gruppo di sette esili, altissime Washingtoniae graciles, o palme del deserto, separate dal resto della vegetazione retrostante (normali alberi di grosso fusto da foresta europea: querce, lecci, platani, ippocastani, eccetera), e con attorno un bel tratto di prato. Ebbene ogni qualvolta passavamo dalle loro parti, Micol aveva per il gruppo solitario delle Washingtoniae sempre nuove parole di tenerezza.

«Ecco là i miei sette vecchioni» poteva dire. «Guarda che barbe venerande hanno!»

Gli alberi del giardino con la loro lunga vita, oltre a rappresentare la saggezza della sapienza, assumono sembianze umane, pertanto sono chiamati a simboleggiare l’aspetto imperituro dell’umanità, con la loro capacità di vivere per secoli, di rinnovarsi ad ogni ciclo e nella loro fissità diventano messaggeri della conoscenza che si tramanda di generazione in generazione attraverso il filtro della memoria. Il giardino dunque è il luogo privilegiato nel quale fermare il tempo, regno chiuso e incontrastato dell’immortalità, luogo piacevole dal quale la sofferenza è bandita, magico eden dove il Tempo e la Storia non possono entrare.

Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure se chiudo gli occhi, Micol Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla. [] Entrambi ci fissavamo. Al di sopra della sua testa il cielo era azzurro e compatto, un caldo cielo già estivo senza la minima nube. Niente avrebbe potuto mutarlo, sembrava, e niente infatti l’ha mutato, almeno nella memoria.

giorgio bassani

Altri elementi rendono il giardino un luogo sacro, una sorta di tempio votivo consacrato a Micol, già a partire dalla sua descrizione, quando appare, ancora ragazzina, a Giorgio dall’alto del muro di cinta, come una divinità nordica, bionda dalla bellezza perfetta, per proseguire attraverso il linguaggio che usa, il finzicontinico e continuando poi con tanti altri particolari, il cane Jor guardiano fedele, la rappresentazione degli alberi attraverso immagini antropomorfiche, fino al suo culmine al centro del luogo circoscritto, ovvero il punto in cui è situata la magna domus, all’interno della quale il sito più alto è occupato proprio dalla stanza di Micol.

In questo gioco di rappresentazioni simboliche si fa presto a riconoscere il classico viaggio iniziatico verso l’età adulta e la consapevolezza di sé, in cui il protagonista attraversa tutte le fasi della sofferenza adolescenziale e si identifica nella condizione dell’innamorato non corrisposto, fino alla liberazione finale di fronte all’uomo ritrovato e all’uomo nuovo che ne deriva. Il percorso che conduce alla conoscenza è sempre un luogo dell’interiorità, per muoversi all’interno di tanta oscurità e confusione è necessaria una guida, in questo caso Micol, è chiamata ad assolvere l’ingrato compito. Tuttavia si tratta di un viaggio al contrario rispetto a quello di Dante non una discesa agli inferi con risalita verso il paradiso, ma una storia più simile a quella biblica, dove l’Eden precede la caduta nell’inferno terrestre.

Finché i Finzi-Contini riescono a rimanere chiusi dentro il loro giardino è come se il tempo si fermasse e nulla potesse scalfire l’integrità di ogni singolo componente, ma la vita dirompente riesce a frantumare qualsiasi argine o barriera difensiva, non c’è cinta muraria che tenga contro la forza degli eventi e così pian piano, dopo avere aperto il portone per fare entrare la Storia, insieme ad essa arriveranno la malattia, la morte, la distruzione.

La chiusura dunque è ambivalente come ogni altra cosa, se da un lato permette ai giovani protagonisti di vivere spensieratamente la propria giovinezza felice dall’altro è pur sempre ghetto, prigione, non a caso Micol sta preparando la tesi su Emily Dickinson, la famosa poetessa americana che, ritiratasi dal mondo, aveva deciso di vivere da reclusa. Da un lato c’è l’amore del protagonista per Micol e dall’altro l’impossibilità dell’amore e se all’interno del giardino tutto sembra perfetto e pacifico, fuori le repressioni fasciste cominciano a creare il loro muro di ostilità.

Ma non viviamo tutti nel nostro personale giardino, nella speranza di lasciare fuori la brutalità dell’esistenza, il dolore e la sopraffazione? A volte lo facciamo segregandoci in luoghi precisi, una casa, una stanza, una barca, a volte nascondendoci in rituali personali o cecità volute, dietro una precisa volontà di assentarsi dal mondo, sfuggendo ai suoi richiami. E tuttavia non basta mai nulla.

Io guardavo mio padre e mia madre, entrambi in pochi mesi molto invecchiati. Guardavo Fanny, che aveva ormai quindici anni, ma come se un arcano timore ne avesse arrestato lo sviluppo non ne dimostrava più di dodici. Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, né io stesso lo immaginavo, ma ciò nondimeno già allora, quella sera, anche se li vedevo tanto insignificanti nei loro poveri visi sormontati dai cappellucci borghesi o incorniciati dalle borghesi permanenti, anche se li sapevo tanto ottusi di mente, tanto disadatti a valutare la reale portata dell’oggi e a leggere nel domani, già allora mi apparivano avvolti della stessa aura di misteriosa fatalità statuaria che li avvolge adesso, nella memoria.

locandina

Dopo la promulgazione delle leggi razziali, nel 1938, i giovani ebrei ferraresi erano stati allontanati da tutti i luoghi pubblici e dalle varie attività, compreso il circolo del tennis, per questo motivo Alberto e Micol Finzi-Contini decidono di organizzare degli incontri nel loro campo all’interno del giardino e di invitare amici e conoscenti, ponendo fine all’abitudine familiare che scoraggiava gli ingressi in casa da parte di estranei. La simpatia fra Giorgio e Micol dura fin da ragazzi, adesso però Giorgio sente che da parte sua il sentimento che li unisce è diventato amore. Ma il momento storico, per quanto reso in modo molto tenue, non lascia spazio per l’amore e proprio Micol è quella che se ne rende maggiormente conto, lei ha la percezione di non avere alcun futuro al di fuori di quel giardino e soltanto lì, dove il tempo è sospeso, può inseguire i suoi ideali di gioventù, ma non è possibile trasportarli nella realtà esterna e pertanto rinuncia all’amore, proprio per il bene di Giorgio.

Il giovane ovviamente non si rende conto del vero motivo della scelta di Micol, la quale per allontanarlo gli propone delle motivazioni che gli acuiscono il dolore.

Io… io le stavo “di fianco”, capivo?, non già “di fronte”, mentre l’amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decida a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis! Da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi.

D’altra parte lo stesso Giorgio è uno che non riesce a vivere il presente, figuriamoci il futuro, è una di quelle persone che pur nel presente devono trasformare tutto in passato per poter godere appieno delle cose, senza ansie, né delusioni.

Lo intuiva benissimo: per me, non meno che per lei, più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente… Come mi capiva! La mia ansia che il presente diventasse “subito” passato perché potessi amarlo e vagheggiarlo a mio agio era anche sua, tale e quale. Era il “nostro” vizio, questo: d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro. Non era così?

Ma per farlo bisognava pur disporre di una qualsiasi possibilità di futuro, che loro invece non avevano. Anche suo padre cerca di indirizzarlo lungo un percorso più pratico, in un momento in cui era necessario pensare alla propria vita piuttosto che a sobbarcarsi anche un legame affettivo pieno di responsabilità.

«Graziosa, anzi bella (perfino troppo, magari!), intelligente, piena di spirito… Ma fi-dan-zar-si!» scandì, sgranando gli occhi. «Fidanzarsi, caro mio, vuol dire poi sposarsi. E a questi chiari di luna, senza oltre tutto una professione sicura in mano, dimmi tu se…» [] «Anche io, quando mi sono fidanzato con la mamma, nell’11, non mi curavo di queste faccende. Ma i tempi erano diversi. Si poteva guardare avanti, al futuro, con una certa serenità. E sebbene il futuro non si sia poidimostrato così allegro e facile come noi due ce lo immaginavamo (ci siamo sposati nel ’15, come sai, a guerra iniziata, e subito dopo ho fatto domanda per partire volontario) era la società ad essere diversa, allora, una società che garantiva…»

Bassani non lesina critiche alla società dell’epoca, subito pronta ad accettare qualsiasi privazione destinata a discriminare una categoria di individui, per cui le proibizioni si trasformano in una sorta di rivalsa sociale per chi era sempre stato ai margini, mentre adesso poteva infierire su una bella fetta di collettività, come si evince dall’episodio dell’allontanamento di Giorgio dalla biblioteca. Ma non risparmia nemmeno se stesso e quella sorta di passività incredula che aveva fatto ritenere impossibile ai componenti delle comunità ebraiche che si potesse arrivare laddove invece si è arrivati. Anche se apparentemente il fascismo fa da sfondo alla storia e sembra rimanere ai margini rispetto alle storie private, in realtà è alla base di tutta la narrazione, causa ed effetto di certi comportamenti e delle relative conseguenze che altrimenti sarebbero stati completamente diversi e soprattutto, con quel suo serpeggiare incessante, fino ad insinuarsi all’interno dei personaggi e radicarsi in loro, ecco che ottiene il suo effetto più spaventoso e deleterio, quello di togliere la speranza. A questo punto non è più necessario descrivere treni e partenze verso i campi di concentramento, poiché ogni cosa è già contenuta in quell’assenza fatale.

Senonché, improvvisamente, dal portone rimasto mezzo aperto, là, contro il nero della notte, ecco irrompere dentro il portico una raffica di vento. È vento d’uragano, e viene dalla notte. Piomba nel portico, lo attraversa, oltrepassa fischiando i cancelli che separano il portico dal giardino, e intanto ha disperso a forza chi ancora voleva trattenersi, ha zittito di botto, col suo urlo selvaggio, chi ancora indugiava a parlare. Voci esili, gridi sottili, subito sopraffatti. Soffiati via, tutti: come foglie leggere, come pezzi di carta, come capelli di una chioma incanutita dagli anni e dal terrore… Oh, Ernesto in fondo era stato fortunato a non poter fare l’università in Italia. Scriveva da Grenoble che soffriva la fame, che delle lezioni del Politecnico, col poco francese che sapeva, non gli riusciva di capire quasi niente. Ma felice lui che soffriva la fame e temeva di non farcela con gli esami. Io ero rimasto qui, e per me che ero rimasto, e che ancora una volta avevo scelto per orgoglio e aridità una solitudine nutrita di vaghe, nebulose, impotenti speranze, per me in realtà non c’era più speranza, nessuna speranza.

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