Le rondini di Kabul. Di pietra si muore.

Se ti svegli nel sogno di un altro la tua vita può diventare un incubo. È davvero inquietante pensare a come tutto possa cambiare in peggio, proprio come in un sogno terribile. È quello che è successo in Afghanistan dopo l’avvento dei talebani. Dopo tanta fatica, morte e lotte senza fine delle donne per riuscire ad ottenere il semplice diritto allo studio, la banale libertà di passeggiare con le amiche senza quell’ombra tenebrosa che ti s’incolla addosso e non ti lascia più, la paura, fa ancora più orrore notare come in un attimo si possa sprofondare di nuovo nel buio più nero, quello della mente devota alle leggi della stupidità e della prepotenza.

donne afghanistanLe donne afghane non hanno mai avuto vita facile, prive di diritti e ritenute stupide a prescindere, sono sempre state schiave dell’uomo terreno e della divinità maschile che le religioni monoteiste hanno diffuso qua e là per il mondo. Dopo un primo tentativo di cambiamento negli anni ’20, da parte del re progressista Amanullah, che aveva deciso di fare studiare anche le bambine (e che fu poi costretto ad abdicare), nel 1965 riuscirono ad ottenere il diritto di voto e ben quattro donne furono addirittura elette in Parlamento. Nel 1977 è stata fondata la RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan, Associazione Rivoluzionaria per le Donne Afghane) che lotta per i diritti umani e la giustizia sociale delle donne afghane. All’inizio si trattava di un’organizzazione che puntava ad un maggiore coinvolgimento delle donne nella vita politica del paese, poi dopo l’occupazione sovietica nel 1979 partecipò attivamente alla Resistenza. Ma con l’arrivo dei Talebani negli anni ’90 le donne hanno mantenuto solo il diritto di studiare il Corano perdendo quello fondamentale di fare parte di una società in qualità di esseri umani.

Mohsen non sa dove andare né che farsene del proprio ozio. Fin dal mattino non smette di vagare nei sobborghi devastati, con la mente che vacilla, il volto inespressivo. Prima, ossia molti anni luce fa, gli piaceva passeggiare, la sera, lungo i viali di Kabul. [] Com’è lontano, quel tempo. È forse frutto di pura fabulazione? Ormai, i viali di Kabul non divertono più. Le facciate scarnificate, rimaste ancora in piedi per non si sa quale miracolo, attestano che le bettole, le osterie, le case e gli edifici sono stati ridotti in fumo. La carreggiata, prima asfaltata, è ora un sentiero battuto che i sandali e gli zoccoli raspano ogni giorno senza posa. I negozianti hanno appeso il sorriso al chiodo. I fumatori di chilum si sono volatilizzati. Gli uomini si sono trincerati dietro le ombre cinesi e le donne, mummificate in sudari del colore della paura o della febbre, sono assolutamente anonime.

yasmina khadraLa Kabul polverosa, dall’aria irrespirabile e sventrata dalla violenza degli uomini e delle armi che ci presenta Yasmina Khadra, è quella regolamentata dai talebani, saliti inizialmente alla ribalta per scacciare l’invasione russa, ma che, una volta preso il potere, sono diventati gli aguzzini del loro stesso popolo. Per prima cosa hanno imposto la sharia, ovvero la legge islamica che deriva dall’interpretazione del Corano, costringendo tutti ad abbandonare la vita precedente per tornare ad uno stato di repressione da far west dove, come sempre, sono le donne a pagare il prezzo più alto, private di qualsiasi dignità individuale non possono più né studiare per accedere ad un ruolo importante in società, né mostrarsi in pubblico, perché costrette ad andare in giro rivestite del burqa integrale ed a sottostare a tutta una serie di divieti assurdi che qualsiasi cervello sano e pulsante rifiuta di accettare.

«Solo Dio dispone della vita e della morte. Sei stato ferito combattendo per la Sua gloria. Siccome non poteva inviare Gabriele in tuo aiuto, ha messo questa donna sulla tua strada. Lei ti ha curato perché Dio ha voluto così. Non ha fatto che sottomettersi alla Sua volontà. Tu hai fatto cento volte di più per lei: l’hai sposata. Cosa poteva sperare di più una zitella spenta e priva di fascino, di tre anni più vecchia di te? Si può essere più generosi con una donna che offrirle un tetto, un nome, protezione e onore? Tu non le devi niente. Spetta a lei inchinarsi davanti al tuo gesto, Atiq, e baciarti, una per una, le dita dei piedi ogni volta che ti togli le scarpe. Lei non significa granché all’infuori di quel che tu rappresenti per lei. È solo un essere inferiore. E poi, nessun uomo deve alcunché a una donna. La rovina del mondo deriva proprio da questo malinteso.»

Questo è lo scenario che fa da sfondo alla triste storia che racconta Yasmina Khadra nel suo romanzo del 2002, Le rondini di Kabul. Il nome femminile è lo pseudonimo dello scrittore algerino Mohammed Moulessehoul, che dopo avere fatto parte per tanti anni dell’esercito, nel 2000 decide di abbandonarlo per dedicarsi unicamente alla scrittura. Per evitare la censura ed esprimersi più liberamente e per denunciare qualsiasi forma di violenza e intolleranza, soprattutto nei confronti delle donne, sceglie di firmare i libri che scrive utilizzando il nome della moglie.

«Possiamo sapere tutto della vita e degli uomini, ma cosa sappiamo davvero di noi stessi? Mio buon Atiq, non complicarti troppo la vita. Non indovinerai mai cosa ti riserva. Smettila di riempirti la testa di idee fasulle, questioni inspiegabili e ragionamenti inutili. Avere una risposta per tutto non ti mette al riparo da ciò che il domani tace. L’erudito sapeva molte cose, ma ignorava l’essenziale. Vivere è anzitutto tenersi pronti a che il cielo ci cada sulla testa. Se parti dal principio che l’esistenza è solo una prova, sei preparato ad affrontare le pene e le sorprese che ti riserva. Se continui ad aspettarti da lei quel che non può darti, è la prova che non hai capito nulla. Prendi le cose come vengono, non farne un dramma e non farla tanto lunga; non sei tu a condurre la barca, ma il corso del tuo destino.»

le rondini di kabulLe rondini di Kabul racconta la storia di due coppie costrette a sopportare un destino insopportabile. Atiq è il carceriere occasionale di un regime che non fa sconti a nessuno e comincia a dare segni di cedimento nei confronti di una vita che perde sempre più di significato. Non per caso la moglie si ammala di una strana malattia che non dà scampo, ma che presenta momenti di perfetta lucidità ed è metafora dell’assurdità in cui si è costretti a vivere. Dall’altra parte c’è la coppia ancora più sventurata di Mohsen e Zunaira, entrambi giovani, belli e colti, lei addirittura un ex magistrato, costretti a diventare bruti tra i bruti, lui quando si lascia coinvolgere dalla follia collettiva di una lapidazione e lei quando, dopo un episodio di prevaricazione insensata, si rifiuta di togliere il burqa anche in casa, ricoprendosi di quel simbolo dell’ottusità, della violenza, dell’abuso, come di un sudario.

Mohsen e Atiq si muovono come sonnambuli per le strade, persi nel loro vagheggiare insensato in quelle vie in cui nulla si può muovere senza l’autorizzazione di un turbante barbuto e armato, eppure loro tentano di sfuggire a quell’orrore rifugiandosi in una sorta di trance, in attesa delle rondini di una primavera che non verrà.

Mohsen Ramat esita a lungo prima di decidersi a raggiungere la folla in piazza. È stata annunciata l’esecuzione pubblica di una prostituta. Verrà lapidata. Qualche ora prima, alcuni operai hanno scaricato delle carriole piene di sassi nel luogo dell’esecuzione e hanno scavato una fossa profonda una cinquantina di centimetri.

Mohsen ha assistito a parecchi linciaggi del genere. Solo ieri, due uomini, uno dei quali appena adolescente, sono stati impiccati in cima a un’autogrù per esserne sganciati solo al calare della notte. Mohsen detesta le esecuzioni pubbliche. Lo costringono a prendere coscienza della propria fragilità, rendono più grevi le prospettive della sua finitezza; di punto in bianco, scopre quanto siano futili le cose e le persone, e più nulla lo riconcilia con le certezze di un tempo, quando levava lo sguardo all’orizzonte solo per rivendicarlo.

Khadra descrive l’esecuzione in modo chiaro e conciso, quasi fosse una telecamera che registra le immagini e le immagini stesse trasudano un’umanità di cui non si può non vergognarsi, in un agitarsi di braccia e volti abbrutiti dall’odio non ci può essere salvezza e tanto meno una qualsivoglia divinità, per quanto gli uomini tirino sempre in ballo il loro Dio ogni volta che compiono gesti efferati e le peggiori nefandezze che nella realtà hanno sempre superato la fantasia di qualsiasi scrittore.

Un mullah si getta sulle spalle le falde del proprio burnus, squadra con disprezzo, per l’ultima volta, il cumulo di veli sotto il quale una persona si prepara a morire e tuona: «Alcuni hanno scelto di sguazzare nel fango come i porci. Eppure, erano a conoscenza del Messaggio, conoscevano i pericoli delle tentazioni, ma la loro fede non è stata abbastanza forte da resistere. Esseri miserabili, ciechi e frivoli, hanno preferito un istante di dissolutezza, effimero quanto irrisorio, al giardino eterno. Hanno tolto le loro dita dall’acqua lustrale delle abluzioni per ficcarle nella risciacquatura, si sono tappati le orecchie all’appello del muezzin per ascoltare le oscenità di Satana, hanno accettato di subire la collera di Dio piuttosto che tenersene al riparo. Cosa dire loro, se non la nostra pena e la nostra indignazione?… (Il suo braccio si tende come una spada verso la mummia.) Questa donna non ignorava quel che faceva. L’ebbrezza della fornicazione l’ha distolta dalla via del Signore. Oggi, è il Signore che le volta le spalle. Non ha diritto né alla sua misericordia né alla pietà dei credenti.

Morirà nel disonore come nel disonore è vissuta».

Si interrompe per raschiarsi la gola, dispiega un foglio di carta in un silenzio assordante.

«Allahu’ akbar!» grida qualcuno dalle ultime file.

Il mullah alza maestosamente una mano per placare l’urlatore. Dopo aver recitato un versetto del Corano, legge qualcosa che somiglia a una sentenza, rimette il foglio di carta in una tasca interna del gilet e, dopo una breve meditazione, invita la folla ad armarsi di pietre. È il segnale. In una ressa indescrivibile, la gente si getta sui mucchi di pietre appositamente sistemati nella piazza qualche ora prima. Subito, un diluvio di proiettili s’abbatte sulla vittima che, imbavagliata, vibra sotto la furia dei colpi senza un grido. Mohsen raccoglie tre pietre e le lancia contro il bersaglio. Le prime due si perdono nella frenesia generale, ma al terzo tentativo raggiunge la vittima in testa e vede, con insondabile giubilo, una macchia rossa aprirsi nel punto in cui l’ha colpita. Un minuto dopo, insanguinata e sfinita, la vittima si accascia e non si muove più. La sua rigidità galvanizza ancor di più i lapidatori che, con gli occhi stralunati e la bava alla bocca, raddoppiano la propria ferocia come se volessero resuscitarla per prolungare il suo supplizio. Nella loro isteria collettiva, persuasi d’esorcizzare i propri demoni attraverso quelli della succube (Nella demonologia, i demoni succubi sono demoni femminili che nottetempo vengono a congiungersi carnalmente con gli uomini) alcuni non si rendono conto che quel corpo crivellato non risponde più alle offese, che la donna immolata giace senza vita, semisepolta, come un sacco di orrore gettato agli avvoltoi.

In questo passo tutto è spaventoso, dalla descrizione dell’esecuzione, all’arroganza del boia, alla follia collettiva, sembra che un virus contagi la ragione di tutti i partecipanti che si trasformano in mostri. Ancora più spaventoso è rendersi conto di come questa trasfigurazione che sorprende un pacifista colto e sensibile come Mohsen potrebbe capitare a chiunque, dunque anche a noi, perché chi può sapere, di tutti gli aspetti che ci abitano, quale meccanismo imprevisto possa fare scattare l’uno o l’altro o l’altro ancora?

La vita è solo inesorabile consunzione, pensa Mussarat. Ci si può prendere cura di sé oppure lasciarsi andare, non cambia nulla. La caratteristica di ogni nascita è di essere votata alla morte, è la regola. Se il corpo potesse fare di testa sua, gli uomini vivrebbero mille anni. Ma non sempre la volontà ha modo di realizzare i propri proponimenti, e la lucidità del vecchio non saprebbe indurre le sue ginocchia a essere più salde. La tragedia principale degli uomini deriva dal fatto che nessuno può sopravvivere ai suoi voti più ferventi, che sono per di più la causa prima della sua sventura. Il mondo non è forse il fallimento dei mortali, la mostruosa dimostrazione della loro inconsistenza?

Ma si sa, la lotta contro l’assurdo non può che divenire assurda essa stessa ed è proprio su questo gioco di alterazioni del sogno offuscato da una realtà inaccettabile che alla fine si svolge la partita, una partita che non può avere conclusione, che non può ammettere dei confini temporali, è la solita lotta col destino, contro noi stessi, contro i fantasmi che abbiamo dentro e che purtroppo, a volte, si trasformano in concretezza, nella triste storia di un’umanità che pur di colpire sempre l’altro per salvaguardarsi dal dolore, dalla sofferenza, non capisce che l’altro è una manifestazione di sé e pertanto non riesce nemmeno a salvare se stessa.

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18 commenti

Archiviato in donne e società, Tra realtà e follia

18 risposte a “Le rondini di Kabul. Di pietra si muore.

  1. Siamo nel terzo millennio e la lapidazione è ancora eseguita, quel popolo è ancorato al passato e l’evoluzione non fa parte del loro costume. E’ agghiacciante: il solo pensiero che assistono in diretta all’uccisione e morte del prescelto condannato, fa accapponare la pelle. Questa non è religione, è sadismo allo stato puro, ma loro non lo sanno: quel popolo crede di agire per il meglio e crede di far rispettare la legge; l’unico responsabile è chi manovra le loro menti e li plagia con false idee.
    Tutto dipende da dove si nasce, per cui non solo conta la famiglia d’appartenenza, ma anche il luogo di nascita: siamo vincolati al luogo, ai suoi costumi, tradizioni e usi. In un paese libero dopo si ha la possibilità di scegliere la propria strada politica, religiosa, personale, ma chi nasce sotto l’egida di una dittatura ha poco da scegliere.
    Un libro davvero interessante che ci fa conoscere meglio quel mondo e i suoi retroscena.
    Complimenti, Maria, per l’ottima presentazione e per le particolareggiate considerazioni.
    un abbraccio affettuoso
    annamaria

    • Cara Annamaria, è vero, il luogo in cui si nasce è molto importante e anche l’epoca, c’è sempre qualcuno che perseguita e qualcun altro che viene perseguitato. Il problema della religione è che i fedeli credono ciecamente a ciò che viene loro rivelato come parola divina e il terrore della morte e l’incertezza dell’aldilà sono stati sempre un ottimo mezzo di persuasione. In verità mi sembra molto difficile che una volontà divina possa essere alla base delle peggiori nefandezze che l’uomo ha sempre compiuto nel corso della storia e non dimentichiamoci quanta gente hanno assassinato i cattolici con secoli di tribunali dell’inquisizione. Leggere libri come questo riempie di indignazione perché siamo ancora lontanissimi dalla civiltà e le donne come al solito pagano più di tutti…
      grazie e un abbraccio

  2. Toccante… Ricorda i romanzi belli e terribili di Hosseini.
    Di fronte a scene come queste, mi torna sempre alla mente il celebre episodio del Vangelo, troppo spesso dimenticato, a cui dovrebbero ispirarsi nella loro condotta tutti gli uomini. Purtroppo esistono ancora, in tutte le religioni, ministri del culto che proclamano “Solo Dio dispone della vita e della morte” e poi si permettono di decidere della vita e della morte altrui, dimenticandosi di essere nulla più che uomini (se questo è un uomo…).

    • Cara Giulia è così, sono solo uomini che si arrogano il diritto di decidere della vita e della morte (altrui s’intende…) spacciandolo per volere di un essere supremo che, guarda un po’, parla proprio con loro, detta leggi, manuali, specifica la lunghezza della barba e soprattutto emana divieti per le donne e s’inventa torture e metodi di procurare la morte davvero terribili… mah, la civiltà è davvero un miraggio…
      grazie per il passaggio e un abbraccio

  3. Da noi succedeva qualche tempo fa: roghi delle streghe, autodafè e altre consimili delizie. Poi, lentamente, attraverso rivoluzioni e guerre infinite, siamo pervenuti a una coscienza che tende a considerare barbare alcune forme di violenza. Altri popoli non hanno fatto questo percorso e considerano barbaro e colonialista il nostro desiderio di imporre una visione laica o cristiana a un mondo che non è né laico né cristiano. Non so cosa si possa fare realmente, perché la cultura dei diritti umani non si può imporre dall’esterno: può essere soltanto una conquista del pensiero di ogni popolo. Però la storia è piena di esempi di culture più avanzate sommerse e soppiantate da culture arretrate. C’è solo da sperare che, alla lunga, la globalizzazione finisca per diffondere anche qualche messaggio positivo e che il desiderio di libertà nel pensare e nell’agire riesca a penetrare anche tra le montagne più inaccessibili

    • Caro Guido, speriamo… anche se, guardandomi intorno, la vedo un po’ mission impossible! anche laddove si è pervenuti ad una coscienza, gli episodi di barbarie quotidiana purtroppo non mancano…
      un abbraccio

  4. Un pretesto il bel libro Le rondini di Kabul per esprimere la tua indignazione per un visione della vita ben poco umana sopratutto nei confronti delle donne.
    I passi scelti sono indicativi e ben descrivono le sensazioni che un osservatore esterno prova per forme arcaiche e disumane di una giustizia umana,
    E’ sconsolante come i ministri di Dio, di qualunque religione monoteista, si arroghino il diritto di vita o di morte di altri esseri umani. in niìome di una giustizia divina, che giustizia non è.
    Interessanti e profonde sono le tue osservazioni ai margini che condivido in pieno.
    Un abbraccio.

  5. Aver letto questo libro è stato come viaggiare indietro nel tempo, nell’oscurantismo del medioevo, quando torture e roghi venivano spettacolarizzati dalle auto da fé.
    Anche allora le piazze erano gremite dal popolo straccione che, nella sua barbarie (dove peraltro era volutamente tenuto), si sollazzava a veder morire tra le più atroci sofferenze degli altri esseri umani, colpevoli soltanto di aver espresso un dubbio o, peggio ancora, di aver enunciato una scoperta scientifica.
    Giordano Bruno ancora si rivolta nella cenere. E con lui tutte le donne colpevoli di essere… donne.
    Ci separano pochi secoli da quei tempi, ancora alla fine del 1700 si facevano i processi alle streghe.
    Riporto da Wikipedia:
    “ […]Il Malleus Maleficarum, scritto da due domenicani tedeschi, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, per stabilire i criteri utili a riconoscere e punire le streghe […] molti sono i manuali a corollario del Malleus sui metodi di tortura e di applicazione della pena e del modo con il quale riconoscere una strega. […]”
    “Veniva considerata “strega” anche chi possedeva gatti neri, aveva i capelli rossi o un neo nell’iride dell’occhio (il cosiddetto “segno del diavolo””
    Ci meravigliamo, oggi, dello stato di abiezione di quei popoli che in nome di Dio uccidono e privano di ogni libertà le donne, e ci riteniamo fortunate di essere nate in occidente; ma la matrice è sempre la stessa: a un dio maschilista e vendicatore si attribuisce la paternità degli esseri umani, e nel contempo lo si umanizza al punto tale da attribuirgli tutti i vizi e i difetti dei suoi “figli”. Dettami e libri scritti dai maschi, a favore dei maschi e dei prevaricatori, un dio vessillifero dei vincitori nelle battaglie dei fratelli contro i fratelli.
    Le sorelle al servizio dei padri e dei mariti padroni.
    Il mullah che legge la condanna, è il Torquemada redivivo.
    E sono sempre le donne a pagare.
    C’è da aver paura, come niente si ritorna ai tempi oscuri. Le donne afghane erano le più emancipate del mondo arabo, eppure, a causa di bassa politica e interessi di cui solo le banche mondiali e le multinazionali conoscono le motivazioni opportunistiche, sono state consegnate al più odioso dei regimi, quello dell’integralismo religioso.

    “Ancora più spaventoso è rendersi conto di come questa trasfigurazione che sorprende un pacifista colto e sensibile come Mohsen potrebbe capitare a chiunque, dunque anche a noi, perché chi può sapere, di tutti gli aspetti che ci abitano, quale meccanismo imprevisto possa fare scattare l’uno o l’altro o l’altro ancora? “

    Sì, c’è da aver paura.
    Tu hai un gran coraggio a scegliere simili argomenti, e sei straordinaria nel trattarli.
    Tutta la mia ammirazione.
    Un abbraccio
    cri

    • Cara Cri, come sai condivido ogni tua parola. Io ce l’ho uno di quei manuali: “Compendium maleficarum” di Guaccio, solo che a me viene voglia di mettere al rogo gli inquisitori piuttosto che gli inquisiti! Ma poi c’è da chiedersi come si faccia a far finta di non capire che si tratta di pura cialtroneria? le motivazioni sono talmente ridicole e sciocche che fa ancora più rabbia pensare che tanta gente sia stata torturata e messa al rogo per simili scempiaggini e che questo ancora succeda con altre metodologie (ma col medesimo risultato) è davvero scandaloso! in più, dato che i credenti di oggi dicono che quelli di ieri hanno sbagliato ecc. ecc. come faranno a non riflettere sul fatto che la divinità nella quale credono è comunque il frutto di quella cultura e come si può dare fiducia a una chiesa che lungo il corso della storia si è macchiata di crimini contro l’umanità? mah!
      un bacio

  6. La tua conclusione lascia spazio alla speranza; è un invito alla solidarietà, sentimento che può trovare fondamento nella coscienza della nostra condizione ineludibile, del nostro consumarci. Davvero disperate invece le parole che ho letto nelle sequenze tratte dal romanzo. D’altra parte penso che assistere a una lapidazione sia quasi come subirla.
    Questo post mi ha fatto ricordare un’altro tuo scritto, quello su “Agorà”…

    Un abbraccio e grazie, come sempre!

    • Cara Giacy, mi fa molto piacere che tu abbia trovato questa chiave di lettura al finale del mio post, io mentre leggevo il libro e poi ci scrivevo su invece mi sentivo totalmente senza speranza… però hai ragione tu, solo attraverso la solidarietà e la comprensione può avvenire un giusto cambiamento…
      un bacio

  7. mi è subito venuto in mente così ammazzano la moglie…, non ho letto niente di lui, anche se ho un libro ci giro intono, diffido, ma mi conosci e senti questa, ho fatto un post! non solo mi sono ricordata la password di wordpress e me lo sono scritta, comprato agendina ecc, ma anche i comandi minimi per fare un post, le foto i link il blogroll non so a quando quelli, forse un altra vita! Ieri mi sono alzata presto e… come disse Jack il mattino ha l’oro in bocca. Tranquilla gli antipsicotici continuo a prenderli. Bacio

  8. non risco neanche a farmi il gravatar, che nome

    • Cara Cris, meno male che hai trovato la password, così hai potuto pubblicare quel bellissimo post!
      Sai che non mi era venuto affatto in mente? Ma voglio spezzare una lancia a favore dello scrittore, non credo proprio che ritenesse che la moglie potesse passare qualche guaio usando il suo nome, a me è sembrato un bel gesto, specialmente in un mondo in cui la donna conta ben poco e non è umanamente paragonabile ad un uomo…
      baci

  9. È da molto tempo che mi sono cadute le braccia, non credo più agli uomini e alla loro umanità, oggi ho due ali di troppo, e cerco spesso di involarmi, di allontanarmi per non rischiare di restare impigliato in simili risvolti dell’animo. Cerco il volo, il volo con le mie sorelle, le rondini (Ninninedda = rondinella), l’unico simbolo di speranza su questa terra, giacché sono portatrici di antiche e nuove primavere; come loro sorvolo il cielo, persino quello scellerato di Kabul, tenendomi lontano, per non restare con i piedi per terra e rischiare di lordarmi, dalla bestialità degli uomini e dalle loro nefandezze senza riscatto. Lo so è da vigliacchi, ma so anche che non riuscirei, come Gandhi ad abbattere le loro arroganze, i loro continui soprusi in nome di Dio, le loro coalizioni, il loro meschino agire per comandare, il loro distruggere per essere.
    Adoro la tua speranza e i tuoi voli, il tuo ar_dire, il tuo essere amica e sorella,… il tuo essere rondinella.
    Un abbraccio
    Franco

    • Caro Franco, grazie per questo bellissimo commento che mi ridà quella speranza e anche quella fiducia negli uomini, che anch’io ho perso da tanto tempo… grazie a queste parole ho sentito la mia voce unirsi alla tua, in un garrire alternato al frullo d’ali…
      un abbraccio

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