Archivi categoria: classici moderni

Jorge Semprún. La scrittura o la vita. Il Male assoluto.

«È un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza…»

Un sogno all’interno di un altro sogno, forse. Il sogno della morte all’interno del sogno della vita. O meglio: il sogno della morte, unica realtà di una vita che è essa stessa solo un sogno. Primo Levi esprimeva quell’angoscia comune con una concisione inarrivabile. Niente era vero all’infuori del campo. Il resto, la famiglia, la natura in fiore, la casa, solo breve vacanza, inganno dei sensi.

semprunJorge Semprún (1923-2011) è sopravvissuto ai campi di concentramento tedeschi, spagnolo di nascita, durante la guerra civile si rifugiò a Parigi e lì entrò a far parte della Resistenza antinazista, fu però catturato dalla Gestapo e, nel gennaio del 1944, deportato a Buchenwald come prigioniero politico. Ma si sopravvive davvero ad un’esperienza devastante come quella dei campi nazisti? Non credo che ci sia un termine adatto per descrivere chi è uscito “vivo” da quei luoghi dell’orrore, dove la stessa vita è diventata morte e il significato del linguaggio quotidiano è stato stravolto e ribaltato. Semprún crea La scrittura o la vita (1994) molti anni dopo la Liberazione e non si tratta del solito libro-cronaca di quei fatti terribili, ma di una riflessione profondissima che va al di là delle descrizioni, al di là degli eventi in sé, che si concentra su aspetti della natura umana e del pensiero che offrono una prospettiva ancora diversa rispetto a questo argomento sul quale forse pensiamo, sbagliando, che sia stato detto tutto il possibile.

Ad Ascona, nel Ticino, in un giorno d’inverno pieno di sole, del dicembre del ’45, si era imposta una scelta: la scrittura o la vita. Ero stato io, certo, ad imporre a me stesso di fare quella scelta. Ero io, soltanto io, a dover scegliere. Il racconto che brandello su brandello, frase su frase, strappavo ai miei ricordi, come un cancro luminoso divorava la mia vita. O quantomeno il mio desiderio di vivere, di perseverare in questa misera gioia. Ero convinto di arrivare al limite in cui avrei dovuto prendere atto del mio fallimento. Non tanto perché non riuscivo a scrivere, quanto perché non riuscivo a sopravvivere alla scrittura.

Al contrario di molti prigionieri scampati alla morte che hanno sentito la necessità, per poter continuare a vivere, della scrittura, Semprún si concentra sulla politica, e dopo la Liberazione entra a far parte dei gruppi comunisti che combattevano contro Franco, è questa la sua spinta alla sopravvivenza. Ma negli anni Sessanta verrà espulso dal Partito Comunista e comincerà a sentire, sempre più pressante, l’esigenza di raccontare. Oltre ai libri si dedicherà all’attività di sceneggiatore e molti film verranno tratti dai suoi adattamenti, tra i registi più famosi con i quali ha lavorato figurano Alain Resnais e Konstantínos Costa-Gavras.

Avevo pensato che sarei potuto ritornare alla vita, dimenticare nella quotidianità della vita gli anni di Buchenwald, non tenerne più conto nelle conversazioni, con gli amici, e portare a termine comunque il progetto di scrittura che mi stava a cuore. Ero abbastanza presuntuoso da pensare che avrei potuto gestire quella concertata schizofrenia. Ma appariva chiaro che scrivere, in un cero senso, significava rifiutare di vivere. Ad Ascona, quindi, sotto il sole invernale, ho deciso di scegliere il silenzio frusciante della vita contro il linguaggio mortale della scrittura. Ne ho fatto una scelta radicale, era l’unico modo di procedere. Ho scelto l’oblio, ho messo in atto, senza troppa indulgenza nei confronti della mia identità, fondata essenzialmente sull’orrore – e forse sul coraggio – dell’esperienza del campo, tutti gli stratagemmi, la strategia, crudelmente sistematica, dell’amnesia volontaria.

Sono diventato un altro, per poter rimanere me stesso.

copertinaSemprún ha scelto per lungo tempo di non raccontare, di non ricordare, di cancellare il periodo trascorso a Buchenwald come un insopportabile incubo da dimenticare, la sua voce è stata il silenzio. Quest’oblio volontario è durato per ben sedici anni. Ma si sa, quello che siamo prima o poi emerge sempre e la memoria è un processo che non conosciamo appieno, talvolta si svincola da ogni regola e segue un suo cammino che prescinde da quello che vogliamo. Così, come Proust intingendo la madeleine nella tisana di tiglio si accorge che un semplice sapore può fare riaffiorare ricordi apparentemente perduti, lo stesso processo di memoria involontaria avviene in Semprún attraverso il fumo di una sigaretta o il candore della neve che lo riportano all’improvviso nel campo. Nel 1961 lo scrittore era dirigente del Partito comunista spagnolo e per una settimana fu costretto a rimanere nascosto in un appartamento di Madrid senza mai uscire. Il padrone di casa era stato deportato a Mauthausen e non smetteva di raccontare la sua esperienza, ma Semprún si rendeva conto di come un racconto mal fatto non potesse dare minimamente l’idea di quello che era successo davvero. Alla fine della settimana ecco che si presenta anche per lui l’esigenza non più rimandabile di narrare quegli avvenimenti ed è così che prende forma Il grande viaggio (1963) dove si descrive il terribile itinerario di cinque giorni, insieme ad altri 119 detenuti ammassati all’interno di un vagone merci, diretto a Buchenwald. Nella genesi del romanzo La scrittura o la vita, invece è stato il suicidio di Primo Levi l’elemento scatenante della memoria.

Ricordare però è stato come consegnare la vita al mondo effimero dell’illusione, come se la morte e il male fossero divenuti una costante interrotta solo provvisoriamente dal sogno di vivere.

«Crematoio, spegnete!»[]

Così, dopo il ritorno da Buchenwald, nei soprassalti del risveglio, o del ritorno in sé, ci capitava di sospettare che la vita non fosse stata altro che un sogno, a volte piacevole. Un sogno da cui quelle due parole ci risvegliavano d’improvviso, gettandoci in un’angoscia strana per la sua serenità. Poiché non era la realtà della morte, d’improvviso ricordata, ad essere angosciante. Era il sogno della vita, seppure sereno, ricco di piccole gioie. Era il fatto di essere vivi, seppure nel sogno, che era angosciante.

Vivere la morte, fare esperienza dell’unica cosa che non si può sperimentare, ovvero morire appunto. Per Semprún non si pone nemmeno l’ostacolo del linguaggio, secondo lui non esiste infatti l’indicibile, ma semmai l’invivibile. Allora il punto fondamentale non sta nella forma, ma nella sostanza, ed è proprio questa l’essenza che non è trasmissibile.

Si può sempre dire tutto insomma. L’ineffabile di cui tanto si parla è solo un alibi. O un segno di accidia. Si può sempre dire tutto, il linguaggio contiene tutto. Si può dire l’amore più intenso, la crudeltà più tremenda. Si può nominare il male, il suo gusto soporifero, i suoi piaceri deleteri. Si può dire Dio e non è poco. Si può dire la rosa e la rugiada, lo spazio di un mattino. Si può dire la tenerezza, l’oceano custode della bontà. Si può dire l’avvenire e i poeti vi si avventurano con gli occhi chiusi e la bocca feconda.

Sì si può dire tutto, ma è un tutto che riguarda la pienezza filologica, una ripetizione infinita di orrore e morte che però non riesce a far emergere anche il resto. Il racconto si può fare, ma quello che Semprún vuole ottenere è qualcosa di più, è la possibilità di esprimere anche tutto quello che sta dietro alle parole e che non appartiene al codice linguistico.

L’essenziale? Sì, credo di saperlo. Credo di cominciare a saperlo. L’essenziale è riuscire ad andare oltre l’evidenza dell’orrore per tentare di raggiungere la radice del Male radicale.

Perché l’orrore non era il Male, o almeno non era la sua essenza. L’orrore non era altro che l’addobbo, l’ornamento, l’apparato. L’apparenza insomma. Si sarebbero potute passare delle ore a fornire testimonianze sull’orrore quotidiano, senza sfiorare l’essenziale dell’esperienza della vita nel campo. Anche se si fosse testimoniato con un’assoluta precisione con una costante oggettività – per definizione negata al testimone individuale – anche in quel caso si sarebbe perso l’essenziale. Perché l’essenziale non era l’orrore accumulato, di cui potremmo elencare all’infinito i particolari. Si potrebbe raccontare una qualunque giornata, a cominciare dal risveglio alle quattro e mezzo del mattino, fino all’ora del coprifuoco: il lavoro massacrante, la fame perenne, la continua mancanza di sonno, le angherie dei kapo, le corvè delle latrine, gli schläge delle SS,  il lavoro alla catena nelle fabbriche belliche, il fumo del crematoio, le esecuzioni pubbliche, gli interminabili appelli sotto la neve degli inverni, lo sfinimento, la morte dei compagni, senza con questo toccare l’essenziale, né svelare il mistero glaciale di questa esperienza, la sua tetra scintillante verità: la tenebra che ci era toccata in sorte. Che è toccata all’uomo come sorte, fin dall’eternità. Meglio ancora, fin dalla storicità.

«L’essenziale», dico al tenente Rosenfeld, «è l’esperienza del Male. Certo, la si può fare dappertutto, questa esperienza. Non c’è bisogno dei campi di concentramento per conoscere il Male. Ma qui sarà stata cruciale e totale, avrà invaso e divorato ogni cosa… è questa l’esperienza del Male radicale…»

La sostanza qui è il Male, non il racconto delle azioni supportate da una crudeltà senza limiti, ma proprio il fondamento immorale che porta alla negazione dei principi fondamentali dell’umanità, e che, al tempo stesso, fa parte integrante dell’essere umano che racchiude in sé l’umano e l’inumano, è questo forse il punto inaccettabile, il fatto che non ci si può opporre al Male assoluto, né negarlo come qualcosa che non appartenga alla specie umana, poiché ne è parte integrante.

La guerra è certamente il terreno più fertile per dare libero sfogo all’inumanità dell’umanità e l’uomo che recepisce, gli artisti, i poeti, si fanno carico di un dolore impotente, diventano anche portavoce, educatori, coloro che sono chiamati a trasmettere la conoscenza, la totalità dell’essere umano e l’inconcepibile vicinanza tra bene e male, animato e inanimato, vita e morte, tanto che, a ben guardare, a volte sembra proprio che non ci sia alcuna differenza.

Sono una creatura

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

(G. Ungaretti)

Annunci

25 commenti

Archiviato in classici moderni, dilemmi, scrittori contemporanei

Tempo, noia e il sintomo morboso dell’amore.

L’uomo, da essere limitato, ma sufficientemente intelligente da rendersene conto, ha capito presto che era necessario introdurre nella quotidianità un ordine fittizio, per sconfiggere il caos dell’istinto, per tenere a bada la natura e per potere esercitare ogni forma di potere. Attraverso la catalogazione, fornendo un nome a tutto, ha potuto controllare il singolo, con l’introduzione delle varie religioni ha potuto controllare la società, con la convenzione del tempo ha scandito l’esistenza, con le norme di convivenza civile ha imbrigliato la passione e il desiderio, con le regole dell’estetica e della retorica ha confinato la fantasia creativa, mentre l’inevitabile morte fa ricominciare sempre tutto daccapo. A quanto pare la maggior parte di ciò che oggi riteniamo “normale”, “naturale” è in realtà frutto di millenni di convenzioni, studiate a tavolino e ormai penetrate nel tessuto connettivo di ogni essere umano.

 

Che cosa è mai il tempo? domandò Castorp spingendo in fuori la punta del naso con tanta forza che diventò bianca ed esangue. Me lo sai dire? Lo spazio lo percepiamo coi nostri organi, coi sensi della vista e del tatto. Bene. Ma quale è l’organo del tempo? Me lo vuoi indicare? Vedi, ora sei con le spalle al muro. D’altronde come facciamo a misurare una cosa della quale, a rigore, non sappiamo dire niente di niente, indicare nemmeno una qualità? Noi diciamo: il tempo trascorre. Sta bene, lasciamolo trascorrere. Ma per poterlo misurare… Ecco, per essere misurabile dovrebbe trascorrere uniformemente, e dov’è scritto che lo fa? Per la nostra coscienza non lo fa, noi per motivi di ordine superiore poniamo soltanto che lo faccia, e le nostre misure, scusami, sono soltanto convenzionali…

copertinaHans Castorp, protagonista del capolavoro di Thomas Mann, La montagna incantata (1924), si chiede spesso cosa sia questo fantomatico tempo che non si vede e non si tocca, ma che ritma la nostra realtà, la parcellizza, la rende concreta, anche se non abbiamo nemmeno un senso adatto a sentirlo, addirittura lo misuriamo come se fosse una linea diritta lungo la quale si può andare solo avanti verso il futuro o guardare indietro verso il passato, privandoci in tal modo di una visione d’insieme circolare, dunque completa. Malgrado tali lacune tutti ne parliamo con disinvoltura, come se conoscessimo ogni suo segreto, come se, attraverso questo strumento potessimo scandagliare l’intera storia dell’umanità, ma questo è impossibile da fare senza falsarla dal momento che si tratta più che altro di suggestione, essendo il tempo cronologico che ci governa, frutto di mera convenzione.

Intorno alla natura della noia circolano varie opinioni errate. In complesso si crede che il fatto di essere interessante e la novità del contenuto “facciano passare”, cioè accorcino il tempo, mentre il vuoto e la monotonia ne rallentino e ostacolino il corso. Ciò non è punto esatto. Può darsi che la monotonia e il vuoto allunghino e rendano “noiosi” il momento e l’ora, ma i grandi e grandissimi periodi di tempo li accorciano e volatilizzano addirittura fino all’annullamento. Viceversa un contenuto ricco e interessante può certo abbreviare e sveltire l’ora e magari anche il giorno, ma portato a misure più vaste conferisce al corso del tempo ampiezza, peso, solidità, di modoche gli anni pieni di avvenimenti passano più adagio di quelli poveri, vuoti, leggeri che il vento sospinge e fa dileguare.

A volte l’ordine dei pensieri segue anch’esso l’intesa comune, eppure una semplice osservazione può mutare radicalmente la realtà. In genere siamo abituati a pensare che il tempo trascorra velocemente (e quindi diminuisca) quando facciamo qualcosa che ci appassiona e lentamente (e quindi si allunghi) quando invece ci annoiamo, in verità è tutto il contrario. Per comprendere meglio bisogna ampliare il raggio d’osservazione. Se ci riferiamo a delle ore o al massimo ad una giornata percepiamo la sensazione di velocità, ma se ci rapportiamo a una vita intera allora il discorso cambia poiché sono proprio tutti i momenti intensi, ricchi di avvenimenti (quelli che volano per intenderci) che conferiscono pienezza e lunga durata all’esistenza, al contrario l’impressione di noiosa lentezza collegata ad anni di vuoto, si riduce di fatto ad un annullamento del tempo e della vita stessa.

A rigore, dunque, quella che chiamiamo noia è piuttosto un morboso accorciamento del tempo in seguito a monotonia: lunghi periodi di tempo, se non si interrompe l’uniformità, si restringono in modo da far paura; se un giorno è come tutti, tutti sono come uno solo; e nell’uniformità perfetta la più lunga vita sarebbe vissuta come fosse brevissima e svanirebbe all’improvviso. Assuefarsi significa lasciar addormentare o almeno sbiadire il senso del tempo; e se gli anni giovanili sono vissuti lentamente e la vita successiva invece si svolge e corre sempre più veloce, anche questo è da attribuire all’assuefazione. Noi sappiamo benissimo che intercalando assuefazioni nuove e diverse adottiamo l’unico rimedio che serva a trattenere la vita, a rinfrescare il nostro senso del tempo, e così il nostro sentimento del vivere si rinnova.

È dunque la percezione a creare ciò che ci circonda, ma con un’osservazione adeguata ogni cosa si può ribaltare. Una vita noiosa, monotona si percepisce come interminabile, mentre è cortissima perché se ogni giorno è uguale all’altro è come se fosse un giorno solo e di tanti anni non rimane che un istante. Ma l’assuefazione colpisce un po’ tutti, ed è il motivo per cui quando si è giovani e in preda a continui cambiamenti sembra che il tempo rallenti, mentre dopo una certa età schizza via come un fulmine. L’unico rimedio possibile è allora quello di cambiare abitudine, quando un certo ritmo si radica profondamente in noi tanto da avere una scaletta quotidiana da seguire alla lettera e il minimo cambiamento ci procura una sorta di fastidio carico di angoscia, allora è decisamente giunto il momento di abituarsi a qualcos’altro.

Questo è lo scopo di chi cambia aria e luogo, di chi va ai bagni, di chi si ricrea con diversivi ed episodi. I primi giorni di un nuovo soggiorno hanno un andamento giovanile, cioè ampio ed energico… vanno da sei a otto. Poi, via via che uno “si acclima”, nota che man mano si accorciano; chi è attaccato o, meglio, si vorrebbe attaccare alla vita, avvertirà con orrore come i giorni ridiventino leggeri e si mettano a scivolar via; e l’ultima settimana, poniamo di un mese, vola con rapidità paurosa.

Il potere dell’abitudine però è davvero devastante, la prova si trova facilmente in chi tenta di sfuggirgli spostandosi di continuo, per capire meglio basta pensare a quello che succede quando si compie un lungo viaggio. All’inizio tutto va a rilento, man mano che ci si abitua alla nuova situazione i giorni cominciano a correre rapidamente e alla fine il tempo sembra essere volato via in un istante. L’interruzione dell’assuefazione precedente al viaggio si trascina anche al rientro a casa, ma dura davvero poco, inizialmente ci sembra infatti tutto strano e diverso, ci si aggira in casa come degli estranei, eppure basta immergersi nelle abitudini di sempre e dopo sole ventiquattr’ore è come se non si fosse mai partiti e il viaggio fosse stato il sogno di una notte.

Mi permetta, ingegnere, di dirle e di farle notare che l’unico modo sano e nobile, nonché (lo voglio aggiungere espressamente) l’unico modo “religioso” di considerare la morte consiste nel comprenderla e sentirla come parte e accessorio, come sacra condizione della vita, non già- che sarebbe il contrario di sano e nobile, ragionevole e religioso – nel volerla scindere in qualche modo dalla vita, nel contrapporla o magari metterla in ripugnante antagonismo ad essa.

La storia si svolge in un sanatorio sito sulle Alpi svizzere, inevitabilmente altre due tematiche si fanno largo tra le pagine del libro, ovvero la malattia e la morte. Trovandosi in una casa di cura ed essendo tutti malati, anche se a livelli differenti di gravità, l’attenzione nell’osservazione si acuisce e quello che nella vita quotidiana da “sani” si dimentica facilmente, da “malati” diventa invece una costante. Si muore. Ma non per sfortuna, per accanimento degli dei o chissà che altro, si muore semplicemente perché quello è uno degli aspetti della vita. Quando nasci sei anche morto, è inevitabile, solo che in un sanatorio te lo ricordi ogni giorno. Malgrado morire sia normale, ecco che culturalmente si è creata un’altra convenzione e cioè che morire è male e dunque la morte è nemica della vita e non sua compagna di viaggio. Questo immancabilmente spinge la maggior parte delle esistenze in un baratro di sofferenza inutile e pone vita e morte in continua competizione, in un duello impari del quale si conosce già l’esito.

E’ strano: malata e stupida, non so se mi spiego, ma a me sembra molto singolare che uno sia stupido e malato per giunta, due cose che messe insieme danno, credo, la somma più triste di questa terra.Non si sa proprio che viso fare, perché a un malato si vorrebbe portare rispetto e serietà, vero? La malattia è, direi, qualcosa di venerando, se è lecito usare questo termine. Ma quando interviene continuamente la stupidità con “l’esistente” e con “l’istituto cosmico” e simili spropositi, non si sa veramente se piangere o ridere, il sentimento umano si trova in un dilemma, così penoso che non ho parole per definirlo. Sono due cose che non collimano, non vanno d’accordo, non si è avvezzi a immaginarle accoppiate. Uno stupido, penso, dev’essere sano e comune, mentre la malattia deve rendere l’uomo fine e saggio e insolito.

Ecco un’altra inquietante convenzione, nobilitare la malattia, portarla a un livello superiore, renderla sacra come se fosse un dono, un accorgimento, un segno di attenzione da parte della divinità riservato proprio al malato. Castorp fa un’osservazione che rispecchia questo tipo di pensiero e si sorprende nel cogliere in una stessa persona due elementi che si escludono a vicenda: malata e stupida. Per lui è impossibile che si concentrino in un unico individuo convinto com’è che chi è malato debba anche necessariamente sviluppare abilità intellettive, saggezza e nobiltà d’animo.

Ma no, no! La malattia non è affatto nobile, non è affatto veneranda. Questa concezione è a sua volta malattia o la via per arrivarci. Perché le appaia detestabile mi converrà dirle che è una concezione antiquata e brutta. Risale a epoche di superstiziosa contrizione, quando l’idea umana era avvilita e degenerata in una smorfia, a tempi angosciati nei quali armonia e salute erano considerate sospette e diaboliche, mentre gli acciacchi erano come un lasciapassare per il paradiso.

Ancora una volta ci si scontra con qualcosa che si percepisce, dettato da leggi non scritte, ma che non ha nulla a che vedere con la realtà. Perché mai la malattia dovrebbe essere nobile? Semmai è una dolorosa umiliazione, una crudeltà gratuita concepita dalla natura matrigna e che nulla ha a che vedere con una presunta benevolenza divina che tocchi figli prediletti, che invece farebbero volentieri a meno di tali privilegi. Quindi il dilemma non sta tanto nell’incompatibilità tra malattia e stupidità quanto nel legare uno spirito nobile e desideroso di vivere a un corpo non idoneo alla vita.

Ma il concetto si spinge ancora più in là, perché c’è una natura fisica della malattia ed una metafisica, del resto se si gioca con la percezione allora la mente spadroneggia incontrastata. Già Platone aveva associato amore e malattia ed ecco allora che si fa strada la convenzione più potente di tutte, ovvero l’idea dell’esistenza dell’amore passionale, che risulta devastante come una fissazione, anzi essenza stessa dell’infermità.

E’, diceva, fra tutti gli istinti naturali il più instabile e compromesso, tendente a fondamentali aberrazioni e scellerate perversioni, né c’era da stupirsi: questo potente impulso non è infatti semplice, bensì per sua natura variamente composto, e per quanto sia legittimo nel suo complesso… risulta composto di sole storture.

Le storture si presentano nel momento in cui l’aspetto culturale interviene su quello naturale con l’intento di regolamentare, offrendo in tal modo una sorta di legalità anche alla deviazione, oltre a questo bisogna tener conto dell’intervento degli impulsi psichici e dell’istinto pronti a dare una sistemata al tutto. Tuttavia, a volte, questo ingranaggio non funziona, le forze che si scontrano non riescono a trovare un accordo e i freni inibitori che la buona educazione e le convenzioni sociali plasmano abilmente, vengono travolte dalle inclinazioni nascoste, che emergono da chissà dove rompendo gli argini della buona creanza.

In questa battaglia continua tra repressione dell’amore e istinto che si dibatte entra in gioco un grande dispendio di energie, una lotta senza quartiere tra ordine e caos, un’esplosione continua che debilita e adombra la mente e ogni tanto qualcosa si rompe, un meccanismo va in avaria, soprattutto nel momento in cui diventa inaccettabile scoprire di essere molto diversi da quello che la società si aspetta. Ma tutto ciò che siamo in un modo o nell’altro viene sempre fuori:

E quale è mai la forma, la maschera sotto la quale ricompare l’amore non ammesso e trattenuto? Così domandò il dottor Krokowski facendo scorrere lo sguardo lungo le file come se aspettasse davvero la risposta dai suoi ascoltatori.

(…) “Sotto la maschera della malattia!”. Il sintomo morboso, disse, sarebbe attività amorosa camuffata e ogni malattia amore trasmutato.

35 commenti

Archiviato in classici moderni

Fahrenheit 451 e la società distopica.

fahrenheit-451La distopia è il contrario dell’utopia, descrive la società peggiore che si possa immaginare. Le due distopie più famose nel romanzo di fantascienza le troviamo descritte in 1984 di Georges Orwell, pubblicato nel 1949 e in Fahrenheit 451 (1953) di Ray Bradbury. La differenza tra le due è che mentre in 1984 la gente vive sotto la schiavitù di un Grande Fratello che tutto sa e che controlla ogni cosa, in Fahrenheit viene imbottita di divertimenti artificiali, l’immagine predomina sul segno e i libri sono il nemico da distruggere. In entrambe comunque si tenta di bloccare l’attività più pericolosa dell’uomo (ultimamente poco praticata), ovvero pensare in modo autonomo.

E ho pensato ai libri. E per la prima volta mi sono accorto che dietro ogni libro c’è un uomo.

Fahrenheit 451 corrisponde alla temperatura alla quale la carta brucia. Guy Montag, il protagonista, fa il pompiere. In questa nuova società, da quando ogni costruzione è ignifuga, i pompieri non sono più chiamati per spegnere gli incendi, al contrario sono diventati i custodi del fuoco sacro e il loro compito è purificare la società da chi detiene ancora illegalmente dei libri. Con il sistema infallibile della delazione anonima (ci sarà sempre un volenteroso cittadino pronto ad accusare il proprio vicino, familiare, amico), i pompieri corrono a sirene spiegate verso la meta e lì mettono al rogo i libri, le abitazioni e talvolta persino i proprietari. La tecnica ricorda episodi storici simili, dai falò delle vanità del Savonarola ai roghi dei nazisti per citarne alcuni, ma si tratta di un procedimento praticato molto di frequente da chi vuole imporre il proprio pensiero politico o religioso che sia.

Siedi, Montag, prego. Guarda. Delicatamente, come i petali di un fiore. Accendi la prima, poi la seconda. Ogni pagina si trasforma in una farfalla nera. Bello, non è vero? Accendi con la seconda la terza pagina e così via, a catena, un capitolo dopo l’altro, tutte le cose sciocche che le parole esprimono, tutte le false promesse, tutte le cognizioni di seconda mano, tutte le ideologie corrose dal tempo.

Non si può mai sapere attraverso quale strada giunga l’illuminazione, l’improvvisa visione della realtà così com’è e non come siamo abituati a vederla. Nel caso di Montag, la scintilla che apre il varco è Clarisse, una ragazza di diciassette anni, sua vicina di casa, totalmente avulsa dallo schema in cui tutti vivono, vestale dell’antico tempio della dea Libertà. Con grande semplicità e naturalezza, mostra a Montag che basta distogliere l’attenzione da ciò che viene imposto per scoprire che si può trovare il tempo per riflettere su ogni cosa in modo indipendente. Al lato opposto si trova Mildred, la moglie, che incarna invece l’esempio di cittadina-automa modello e con la quale Montag ha un rapporto basato sull’incomunicabilità, ogni tipo di contatto è annullato, dalla barriera televisiva durante il giorno e da una radio-conchiglia da inserire nell’orecchio di notte.

Ci dev’essere qualcosa di speciale nei libri, delle cose che non possiamo immaginare, per convincere una donna a restare in una casa che brucia.

Una volta avviato il processo di consapevolezza non è più possibile arrestarlo. Un episodio si rivela fondamentale per Montag, è il caso di un’anziana signora che, una volta scoperta e malgrado l’invito dei pompieri, si rifiuta di abbandonare la sua casa e i suoi libri e decide di lasciarsi avvolgere dalle fiamme insieme a loro. Il fatto che nessuno la porti via dal rogo, la manifesta indifferenza dei colleghi di fronte alla vita di un altro essere umano, segna profondamente Montag insieme alla scelta di un sacrificio per lui incomprensibile. A partire da questo momento Montag inizierà a mettere in discussione le regole della società in cui vive e scoprirà l’importanza dei libri.

A misura che le scuole mettevano in circolazione un numero crescente di corridori, saltatori, calderai, malversatori, truffatori, aviatori e nuotatori, invece di professori, critici dotti e artisti, naturalmente il termine “intellettuale” divenne la parolaccia che merita di diventare. Si teme sempre ciò che non ci è familiare. [] Noi dobbiamo essere tutti uguali. Non è che ognuno nasca libero e uguale, come dice la Costituzione, ma ognuno vien fatto uguale. Ogni essere umano a immagine e somiglianza di ogni altro; dopo di che tutti sono felici, perché non ci sono montagne che ci scoraggino con la loro altezza da superare, non montagne sullo sfondo delle quali si debba misurare la nostra statura! Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Costruiamo la mente dell’uomo. Chi sa chi potrebbe essere il bersaglio dell’uomo istruito?

Bradbury

Questa è la ricetta della felicità del capitano Beatty, il superiore di Montag. Ma come si è arrivati a costruire un tale tipo di società? E noi oggi siamo così distanti da questi subdoli meccanismi che assopiscono le coscienze? Da molti anni il sistema scolastico punta verso il basso, malgrado si sbandierino iniziative e strategie d’eccellenza, la realtà è ben diversa e lo stesso avviene con le trasmissioni televisive, con i film, con i giornali e ovviamente anche con i libri. La tendenza a massificare è in atto da parecchio tempo e si è radicata al punto da risultare spesso invisibile. Chi è interessato alla cultura? Meglio occuparsi di sport, di reality, o intrattenersi con una bella rivista di gossip. Ma è davvero una ricetta efficace per essere soddisfatti, quella di livellare tutto? Se si appiattiscono anche le emozioni si finisce al contrario per lasciare spazio unicamente all’afflizione, perché non può esserci nessuna felicità senza consapevolezza.

Ricordati, ad ogni modo, che questo Beatty appartiene al nemico più pericoloso della verità e della libertà, la bovina mandria compatta e inerte detta maggioranza. Ah, buon Dio, la terribile tirannide della maggioranza.

Il troppo è sempre un’arma a doppio taglio, un eccesso di informazioni non significa necessariamente l’acquisizione di un maggior numero di conoscenze, anzi, al contrario può segnare l’effetto opposto e cioè l’annullamento dell’informazione stessa. Quando il livello culturale si abbassa diventa sempre più difficile riuscire a selezionare, in quell’oceano di dati, ciò che è di qualità e vicino alla verità, tutto il resto infatti è orientamento indotto verso certe notizie manipolate a dovere. Il cammino verso una società che punti alla disumanizzazione, che perda i propri valori, che si allontani dalla natura è già in corso e l’abbrutimento serpeggia, pronto a installarsi in ogni cellula come un male incurabile.

 

I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita.. la gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.

Il rogo è emblematico, non è il libro in sé a procurare danni irreparabili ma le idee che veicola, mentre la televisione ipnotizza in un’abiezione di massa che esclude la possibilità di un senso critico, anzi è addirittura partecipata poiché lo spettatore viene chiamato a far parte attiva all’interno delle trasmissioni e delle stesse fiction, recitando in diretta delle battute prestabilite, dal salotto di casa. Il libro invece, con la sua caratteristica di lettura solitaria innesca meccanismi temibili per una società così strutturata. Gli uomini infatti hanno necessità di tre elementi fondamentali: innanzitutto la qualità dell’informazione e i bei libri hanno la capacità di mostrare il vero volto delle cose, la vita stessa; poi avere del tempo libero, ma non per impiegarlo distraendosi, al contrario per concentrarsi e assimilare le informazioni ricevute e infine avere la libertà di poter compiere le azioni che derivano dall’interazione tra la qualità dell’informazione e il piacere dell’assimilazione della stessa.

«Dove andremo a finire? I libri potranno esserci d’aiuto?»

«Soltanto se potremo avere la terza cosa che ci manca. La prima, come ho detto, è sostanza, identificazione della vita. La seconda, agio, tempo di pensare a questa identificazione, di assimilare la vita. La terza: diritto di agire in base a ciò che apprendiamo dall’influenza che le prime due possono esercitare su di noi.»

Se è vero che il punto di rottura è avviato da una ragazza, rimane il fatto che il compito di salvare il mondo è riservato agli uomini. Un certo sentore maschilista si diffonde dalle pagine del libro, non solo perché la moglie e le amiche sembrano un odioso gruppo di decerebrate, ma soprattutto perché alla fine, quando Montag si unisce ai dissidenti uomini-libro non viene mai menzionata una donna, né tra gli autori, né tra le personificazioni. Certo non bisogna dimenticare che nella democraticissima America degli anni ’50, oltre a un razzismo imperante nei confronti delle persone di colore, ce n’era un altro più subdolo nei confronti della donna, angelo del focolare, vittima del sessismo fino all’umiliazione e ciò è ben documentato dalle immagini pubblicitarie dell’epoca. Vedere per credere, dieci immagini chiarificatrici: http://www.businesspundit.com/10-most-sexist-print-ads-from-the-1950s/?img=21450

«C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci s’immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta. Conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi funebri e di saltarci sopra. Ad ogni generazione raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda.»

Avere la capacità di conoscere, di comprendere e tuttavia continuare a commettere atti insensati, cercare una salvezza nel fuoco per poi ricominciare daccapo e rifare sempre le stesse cose, è una costante nella storia dell’uomo, forse perché le esperienze da compiere sono sempre le stesse e tutte le anime devono sperimentarle, così il ciclo non si conclude mai e c’è sempre qualcuno più avanti e tanti altri che restano indietro. Ecco perché i cambiamenti sembrano interessare solo l’aspetto superficiale, mentre scavando in profondità, la visione d’insieme concede il deludente spettacolo di un processo evolutivo lentissimo. Tuttavia è possibile di tanto in tanto anticipare i tempi e dare un’occhiata a quell’oltre eventuale che la fantascienza, pur essendo un genere poco apprezzato dalla critica, è sempre riuscita a modellare, prefigurare, intuire, esaltando le nostre potenzialità negative o sviluppando le immense capacità intellettive e creative, comunque offrendoci una vista privilegiata attraverso finestre temporali e salti dimensionali che ci rifiutiamo di accettare come reali. E qui si torna ai condizionamenti, i potenti nemici di ogni progresso, ci sono norme che non si possono scalfire, confini che non si possono attraversare, la massa infatti va controllata, circoscritta in un recinto e tenuta a bada attraverso un astuto sistema che la piega a una volontà non sua, senza che se ne renda conto. Il futuro è già presente, non stiamo forse vivendo la nostra personale distopia?

 

27 commenti

Archiviato in classici moderni, fantascienza

La signora Dalloway e l’estensione dell’attimo.

quando scrivo non sono che una sensibilità. A volte mi piace essere Virginia, ma solo quando sono sparsa, varia e gregaria.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 22 agosto 1922)

vrginia Woolf - by criBo

(elaborazione di Cristina Bove)

La mia grande avventura in realtà è Proust. Be’ – cos’altro resta da scrivere dopo di lui? Sono solo al primo volume, e immagino che si possano trovare dei difetti, ma sono stupefatta: come se si compisse un miracolo davanti ai miei occhi. Com’è riuscito finalmente qualcuno a cristallizzare ciò che è sempre sfuggito – e perfino a trasformarlo in questa sostanza stupenda e perfettamente duratura? Si deve posare il libro e restare a bocca aperta. Il piacere diventa fisico, come se si combinassero sole, vino, uva, perfetta serenità e profonda gioia di vivere. Con Ulisse non è affatto così. Mi incateno a quel libro come un martire al palo del supplizio, ed ora, grazie a Dio, l’ho finito. Il mio supplizio è terminato.

Virginia WoolfCosì scriveva Virginia Woolf (1882-1941) in una lettera del 3 ottobre 1922 a Roger Fry e questi erano gli autori che stava leggendo durante la composizione de La signora Dalloway. In quel periodo di fervente sperimentazione e sull’esempio di Proust e di Joyce, Woolf riesce a trovare la sua personalissima dimensione con in più la capacità della sintesi, La signora Dalloway infatti si limita a circa 200 pagine. Anche lei, come Proust riesce a cristallizzare ciò che sfugge e a trasferirlo su carta, tutto lo sconfinato paesaggio interiore si riversa tra le pagine di un libro, mentre l’innovazione linguistica di Joyce con quel continuo flusso di coscienza parcellizzato nelle sue varie modalità espressive, nell’opera di Woolf diviene infine pura rarefazione (Le onde).

Virginia Woolf aveva già iniziato a rivoluzionare il romanzo classico con il libro precedente, La stanza di Jacob, dove adopera il “suo metodo” ma è con Mrs Dalloway che mette a punto la tecnica (e meglio ancora farà con Al faro) riuscendo finalmente a descrivere quella realtà, quegli aspetti della vita che normalmente non si riesce ad esprimere a parole figurarsi poi fissarli in un libro. E l’innovazione parte fin dalla prima frase del romanzo (La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei) una frase che salta ogni preambolo, una qualsiasi presentazione che introduca gradualmente il lettore nell’ambiente e tra i personaggi e che invece lo proietta direttamente nel libro, come presenza costante tra le pagine, personaggio anch’egli quasi costretto a vagare per Londra e a vedere quello che la scrittrice vuole che veda.

Come nell’Ulisse di Joyce, del quale riprende la struttura, anche qui la storia si svolge in un’unica giornata, precisamente siamo nel giugno del 1923 e in un luogo privilegiato, Londra. La trama è quasi inesistente, la giornata inizia con Clarissa Dalloway che esce per acquistare i fiori che le serviranno per il ricevimento che ha organizzato in casa sua quella sera e si chiude con la descrizione della festa. All’interno di questa giornata abbastanza banale si ritagliano delle figure importanti, alcune sembrano tornare a galla da un passato solo apparentemente dimenticato, una in particolare invece sembra essere l’alter ego di Clarissa, Septimus Warren Smith, quella parte di lei che avrebbe potuto preferire l’arte alla praticità, l’amore alla libertà, la morte alla vita.

Ma il vero protagonista in verità è il Tempo. D’altra parte non è un caso che inizialmente Woolf avesse deciso di intitolare il libro Le Ore. Ogni personaggio si individua a seconda del suo rapporto con il tempo, naturalmente ci troviamo di fronte a due tipi di temporalità, quella esterna, facilmente individuabile sia dalle informazioni che ci fanno scoprire la data, il periodo storico, sia dai rintocchi del Big Ben, ma anche, e forse soprattutto, una temporalità interiore, direttamente collegata a quelle “caverne” che si aprono all’interno di ogni personaggio, delle quali Woolf parla nei suoi diari:

Avrei molto da dire intorno alle Ore e alla mia scoperta: come io scavi bellissime caverne dietro i miei personaggi, questo mi sembra dia proprio ciò che voglio: umanità, profondità, umorismo. L’idea è che le caverne siano comunicanti e ognuna venga alla luce al momento giusto.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 29 agosto 1923)

la signora dallowayQuanto può durare un attimo? Virginia Woolf è riuscita in un’impresa che ha dell’incredibile in letteratura, è riuscita non solo a descrivere l’attimo, ma a sezionarlo, a mostrarlo a rallentatore al lettore, trasformandolo perciò radicalmente e allungando la sua durata all’infinito. In La signora Dalloway (1925) la narrazione si sofferma su diversi avvenimenti, che riguardano persone differenti e vari punti di Londra, ma che avvengono tutti nello stesso momento. I piani paralleli s’incontrano e le persone si sfiorano e con quell’inconsapevole sfiorarsi creano tra loro una rete continua di collegamenti fino a costruire una trama inestricabile che si intreccia anche con i diversi piani temporali. Sì perché in questo libro straordinario l’estensione dell’attimo raggiunge anche quello che era il passato, ma che qui si riallaccia di continuo al presente finché non si annullano tutte le scansioni transitorie e si stabilisce un unico tempo e un unico luogo.

Eccoli, i fiori: delfini, piselli odorosi, grappoli di lillà, e garofani, garofani a profusione. C’erano le rose e gli iris. Ah, sì – e inspirò i differenti profumi di quel giardino terrestre, sempre parlando alla signorina Pym, la quale le era riconoscente, e la giudicava tanto buona, ma appariva invecchiata quest’anno; intanto girava la testa da una parte e dall’altra tra gli iris e le rose e indicava cogli occhi socchiusi dei ciuffi di lillà, annusando, dopo il chiasso della strada, la deliziosa fragranza, la freschezza squisita. E quando riapriva gli occhi, come le sembravano fresche le rose – veniva alla mente il bucato appena lavato e ben piegato nelle ceste di paglia; come parevano cupi e compassati i garofani rossi, invece, con le loro teste erette; e i piselli odorosi che si allargavano nelle coppe, viola sfumato, bianco neve, pallidi – come se fosse sera e, finita la splendida giornata estiva, col cielo ormai d’un azzurro quasi nero e i delfini e i garofani, e i gigli, le ragazze uscissero nei loro abitini di organza a raccogliere i piselli odorosi e le rose. È in quell’attimo, tra le sei e le sette, che i fiori – le rose, i garofani, gli iris, i lillà – risplendono: bianco, violetto, rosso arancione. Ogni fiore sembra ardere di luce propria, soffice, puro, ognuno nella sua aiuola velata di nebbia. E come le piacevano le falene bianche e grigie che volteggiavano sui girasoli e sulle primule!

(Virginia Woolf, La signora Dalloway)

Le descrizioni acquistano una nuova dimensione espressiva, non si tratta di indagini psicologiche per ogni personaggio e neanche tanto di caratterizzazioni fisiche, esteriori di cose e persone, ma di una realtà che si manifesta, tutto è epifania in questo testo, perciò si entra negli ambienti, si passeggia con Peter, si va a Brouton, si percorre la Londra visionaria di Septimus e si sentono i rumori, si percepiscono i profumi, ogni cosa, finalmente, è.

Naturalmente la parte della pazzia mi snerva tanto, mi spreme a tal punto il cervello, che appena oso affrontare il pensiero di spenderci un’altra settimana. Il problema però è nei personaggi. La gente (Arnold Bennett per esempio) dice che io non so creare, o almeno non ho creato, in Jacob’s room, personaggi che sopravvivano. La mia risposta è [] che il personaggio -il carattere- si disperde in frammenti, al giorno d’oggi. [] Io disincarno, e fino a un certo punto volontariamente, perché diffido della realtà, del suo basso prezzo. [] Ho io il potere di evocare la realtà vera? O scrivo saggi sopra me stessa?

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 19 giugno 1923)

Attraverso il personaggio di Septimus, considerato il suo alter ego, Woolf descrive la pazzia accostandola a quell’esperienza devastante che avevano vissuto i giovani di quell’epoca, ovvero la Prima guerra mondiale. La guerra è la perfetta metafora della follia umana e gli episodi critici di Septimus si verificano in concomitanza con qualche avvenimento che lo riporta sul campo di battaglia: lo scoppiettio di una marmitta, l’aereo pubblicitario, la figura di qualcuno che rievoca fantasmi, fino al passo di marcia che sente sulle scale, quello del medico, degli infermieri che sono venuti a prenderlo, l’ultima difesa per la libertà di un’anima, costretta alla scelta estrema per salvarsi.

Suicidio, suicidio non premeditato, ma indotto, passivo, desiderio non di morte, ma di vita da sottrarre al potere dell’altro, cui si concede e si lascia il potere sulla morte ma non sulla vita. Reazione alla pressione e all’urto di un’invasione esterna, più che azione vera e propria, deliberata e consapevole; estrema sottrazione che non compie e invera un destino (non è tempo di eroi) e dunque non è tragedia, ma piuttosto passaggio all’altrove di quella vita tanto amata. Così muore il poeta, cercatore di Bellezza, solo così il visionario va incontro alla vita, connettendo con il suo corpo il dentro-fuori di una finestra, taglio e luce di una doppia realtà che riceverà il suo bagliore conclusivo la sera, durante la festa di Clarissa, davanti a un’altra finestra.

(Liliana Rampello, Il canto del mondo reale)

Tutti i collegamenti che Woolf crea si congiungono alla festa di Clarissa, qui ogni personaggio si unirà ad un altro fino a creare la fitta trama di tessuto che riveste l’universo. E una delle illuminazioni più sfolgoranti del libro è nel mostrare come si possa entrare in contatto anche senza incontrarsi mai, senza scambiare una parola.

Ci sono arrivata, alla festa, finalmente, che dovrà iniziarsi in cucina e lentamente risalire tutta la casa. Dovrà essere un pezzo estremamente complicato, brillante e solido, che annodi insieme tutto e termini su tre note, ai diversi piani della scala, e ciascuna esprima qualcosa che riassuma Clarissa.

(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 7 settembre 1924)

E il finale così luminoso è la scoperta dell’abbagliante semplicità dell’esistere, quella scintilla sorprendente che guizza in chi si accorge d’essersi appena svegliato, quel lampo che con un solo flash rischiara l’immenso, l’intuizione.

Vengo”, disse Peter, ma rimase seduto un altro momento. Che cos’è questo terrore? Che cos’è quest’estasi? Pensò tra di sé. Che cos’è che mi riempie di una tale straordinaria emozione?

È Clarissa, disse.

Perché, eccola, era lì.

(Virginia Woolf, La signora Dalloway)

23 commenti

Archiviato in classici moderni, donne e scrittura, virginia woolf

Il giardino dei Finzi-Contini. Spazio sacro della memoria.

copertinaIl giardino dei Finzi-Contini (1962) di Giorgio Bassani (1916-2000) fa parte del ciclo Il romanzo di Ferrara, elaborato dal 1938 al 1978, un’opera unica ma divisa in più libri che costituiscono la sua migliore produzione letteraria e che è stata soggetta a periodiche revisioni.

Il narratore-personaggio principale parla in prima persona, per questo motivo in tanti lo hanno identificato con lo scrittore, anche se nel libro in realtà non viene mai nominato. Nel famoso film omonimo del 1970 di Vittorio de Sica, seguendo quell’intuizione il protagonista si chiama Giorgio, come Bassani appunto. Per comodità anche qui lo si denominerà come lo scrittore.

Durante una visita alla necropoli etrusca di Cerveteri si innesca il meccanismo della memoria involontaria che procedendo inizialmente per associazioni, intraprende poi il suo cammino a ritroso seguendo una linea retta di attenta ricostruzione del passato.

Anche le cose muoiono, caro mio. E dunque, se anche loro devono morire, tant’è, meglio lasciarle andare. C’è molto più stile, oltre tutto, ti sembra?

Se è vero che anche le cose muoiono, tuttavia c’è una funzione della nostra mente che le può rendere eterne. È la capacità della memoria di ricostruire nel minimo dettaglio un momento del passato, permettendogli di rimanere lì, fisso, non più vittima della cronologia, della progressione temporale. Non per nulla il titolo del libro è emblematico. Il “giardino” richiama simbologie della mitologia mondiale e si colloca come spazio “sacro” per antonomasia.

Le sembrava assurdo, a lei, che esistesse al mondo un tipo come me, il quale non nutrisse per gli alberi, «i grandi, i quieti, i forti, i pensierosi», gli stessi suoi sentimenti di appassionata ammirazione. Come facevo a non capire, mio Dio, a non sentire? C’era in fondo alla radura del tennis, per esempio, ad ovest rispetto al campo, un gruppo di sette esili, altissime Washingtoniae graciles, o palme del deserto, separate dal resto della vegetazione retrostante (normali alberi di grosso fusto da foresta europea: querce, lecci, platani, ippocastani, eccetera), e con attorno un bel tratto di prato. Ebbene ogni qualvolta passavamo dalle loro parti, Micol aveva per il gruppo solitario delle Washingtoniae sempre nuove parole di tenerezza.

«Ecco là i miei sette vecchioni» poteva dire. «Guarda che barbe venerande hanno!»

Gli alberi del giardino con la loro lunga vita, oltre a rappresentare la saggezza della sapienza, assumono sembianze umane, pertanto sono chiamati a simboleggiare l’aspetto imperituro dell’umanità, con la loro capacità di vivere per secoli, di rinnovarsi ad ogni ciclo e nella loro fissità diventano messaggeri della conoscenza che si tramanda di generazione in generazione attraverso il filtro della memoria. Il giardino dunque è il luogo privilegiato nel quale fermare il tempo, regno chiuso e incontrastato dell’immortalità, luogo piacevole dal quale la sofferenza è bandita, magico eden dove il Tempo e la Storia non possono entrare.

Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure se chiudo gli occhi, Micol Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla. [] Entrambi ci fissavamo. Al di sopra della sua testa il cielo era azzurro e compatto, un caldo cielo già estivo senza la minima nube. Niente avrebbe potuto mutarlo, sembrava, e niente infatti l’ha mutato, almeno nella memoria.

giorgio bassani

Altri elementi rendono il giardino un luogo sacro, una sorta di tempio votivo consacrato a Micol, già a partire dalla sua descrizione, quando appare, ancora ragazzina, a Giorgio dall’alto del muro di cinta, come una divinità nordica, bionda dalla bellezza perfetta, per proseguire attraverso il linguaggio che usa, il finzicontinico e continuando poi con tanti altri particolari, il cane Jor guardiano fedele, la rappresentazione degli alberi attraverso immagini antropomorfiche, fino al suo culmine al centro del luogo circoscritto, ovvero il punto in cui è situata la magna domus, all’interno della quale il sito più alto è occupato proprio dalla stanza di Micol.

In questo gioco di rappresentazioni simboliche si fa presto a riconoscere il classico viaggio iniziatico verso l’età adulta e la consapevolezza di sé, in cui il protagonista attraversa tutte le fasi della sofferenza adolescenziale e si identifica nella condizione dell’innamorato non corrisposto, fino alla liberazione finale di fronte all’uomo ritrovato e all’uomo nuovo che ne deriva. Il percorso che conduce alla conoscenza è sempre un luogo dell’interiorità, per muoversi all’interno di tanta oscurità e confusione è necessaria una guida, in questo caso Micol, è chiamata ad assolvere l’ingrato compito. Tuttavia si tratta di un viaggio al contrario rispetto a quello di Dante non una discesa agli inferi con risalita verso il paradiso, ma una storia più simile a quella biblica, dove l’Eden precede la caduta nell’inferno terrestre.

Finché i Finzi-Contini riescono a rimanere chiusi dentro il loro giardino è come se il tempo si fermasse e nulla potesse scalfire l’integrità di ogni singolo componente, ma la vita dirompente riesce a frantumare qualsiasi argine o barriera difensiva, non c’è cinta muraria che tenga contro la forza degli eventi e così pian piano, dopo avere aperto il portone per fare entrare la Storia, insieme ad essa arriveranno la malattia, la morte, la distruzione.

La chiusura dunque è ambivalente come ogni altra cosa, se da un lato permette ai giovani protagonisti di vivere spensieratamente la propria giovinezza felice dall’altro è pur sempre ghetto, prigione, non a caso Micol sta preparando la tesi su Emily Dickinson, la famosa poetessa americana che, ritiratasi dal mondo, aveva deciso di vivere da reclusa. Da un lato c’è l’amore del protagonista per Micol e dall’altro l’impossibilità dell’amore e se all’interno del giardino tutto sembra perfetto e pacifico, fuori le repressioni fasciste cominciano a creare il loro muro di ostilità.

Ma non viviamo tutti nel nostro personale giardino, nella speranza di lasciare fuori la brutalità dell’esistenza, il dolore e la sopraffazione? A volte lo facciamo segregandoci in luoghi precisi, una casa, una stanza, una barca, a volte nascondendoci in rituali personali o cecità volute, dietro una precisa volontà di assentarsi dal mondo, sfuggendo ai suoi richiami. E tuttavia non basta mai nulla.

Io guardavo mio padre e mia madre, entrambi in pochi mesi molto invecchiati. Guardavo Fanny, che aveva ormai quindici anni, ma come se un arcano timore ne avesse arrestato lo sviluppo non ne dimostrava più di dodici. Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, né io stesso lo immaginavo, ma ciò nondimeno già allora, quella sera, anche se li vedevo tanto insignificanti nei loro poveri visi sormontati dai cappellucci borghesi o incorniciati dalle borghesi permanenti, anche se li sapevo tanto ottusi di mente, tanto disadatti a valutare la reale portata dell’oggi e a leggere nel domani, già allora mi apparivano avvolti della stessa aura di misteriosa fatalità statuaria che li avvolge adesso, nella memoria.

locandina

Dopo la promulgazione delle leggi razziali, nel 1938, i giovani ebrei ferraresi erano stati allontanati da tutti i luoghi pubblici e dalle varie attività, compreso il circolo del tennis, per questo motivo Alberto e Micol Finzi-Contini decidono di organizzare degli incontri nel loro campo all’interno del giardino e di invitare amici e conoscenti, ponendo fine all’abitudine familiare che scoraggiava gli ingressi in casa da parte di estranei. La simpatia fra Giorgio e Micol dura fin da ragazzi, adesso però Giorgio sente che da parte sua il sentimento che li unisce è diventato amore. Ma il momento storico, per quanto reso in modo molto tenue, non lascia spazio per l’amore e proprio Micol è quella che se ne rende maggiormente conto, lei ha la percezione di non avere alcun futuro al di fuori di quel giardino e soltanto lì, dove il tempo è sospeso, può inseguire i suoi ideali di gioventù, ma non è possibile trasportarli nella realtà esterna e pertanto rinuncia all’amore, proprio per il bene di Giorgio.

Il giovane ovviamente non si rende conto del vero motivo della scelta di Micol, la quale per allontanarlo gli propone delle motivazioni che gli acuiscono il dolore.

Io… io le stavo “di fianco”, capivo?, non già “di fronte”, mentre l’amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decida a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis! Da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi.

D’altra parte lo stesso Giorgio è uno che non riesce a vivere il presente, figuriamoci il futuro, è una di quelle persone che pur nel presente devono trasformare tutto in passato per poter godere appieno delle cose, senza ansie, né delusioni.

Lo intuiva benissimo: per me, non meno che per lei, più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente… Come mi capiva! La mia ansia che il presente diventasse “subito” passato perché potessi amarlo e vagheggiarlo a mio agio era anche sua, tale e quale. Era il “nostro” vizio, questo: d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro. Non era così?

Ma per farlo bisognava pur disporre di una qualsiasi possibilità di futuro, che loro invece non avevano. Anche suo padre cerca di indirizzarlo lungo un percorso più pratico, in un momento in cui era necessario pensare alla propria vita piuttosto che a sobbarcarsi anche un legame affettivo pieno di responsabilità.

«Graziosa, anzi bella (perfino troppo, magari!), intelligente, piena di spirito… Ma fi-dan-zar-si!» scandì, sgranando gli occhi. «Fidanzarsi, caro mio, vuol dire poi sposarsi. E a questi chiari di luna, senza oltre tutto una professione sicura in mano, dimmi tu se…» [] «Anche io, quando mi sono fidanzato con la mamma, nell’11, non mi curavo di queste faccende. Ma i tempi erano diversi. Si poteva guardare avanti, al futuro, con una certa serenità. E sebbene il futuro non si sia poidimostrato così allegro e facile come noi due ce lo immaginavamo (ci siamo sposati nel ’15, come sai, a guerra iniziata, e subito dopo ho fatto domanda per partire volontario) era la società ad essere diversa, allora, una società che garantiva…»

Bassani non lesina critiche alla società dell’epoca, subito pronta ad accettare qualsiasi privazione destinata a discriminare una categoria di individui, per cui le proibizioni si trasformano in una sorta di rivalsa sociale per chi era sempre stato ai margini, mentre adesso poteva infierire su una bella fetta di collettività, come si evince dall’episodio dell’allontanamento di Giorgio dalla biblioteca. Ma non risparmia nemmeno se stesso e quella sorta di passività incredula che aveva fatto ritenere impossibile ai componenti delle comunità ebraiche che si potesse arrivare laddove invece si è arrivati. Anche se apparentemente il fascismo fa da sfondo alla storia e sembra rimanere ai margini rispetto alle storie private, in realtà è alla base di tutta la narrazione, causa ed effetto di certi comportamenti e delle relative conseguenze che altrimenti sarebbero stati completamente diversi e soprattutto, con quel suo serpeggiare incessante, fino ad insinuarsi all’interno dei personaggi e radicarsi in loro, ecco che ottiene il suo effetto più spaventoso e deleterio, quello di togliere la speranza. A questo punto non è più necessario descrivere treni e partenze verso i campi di concentramento, poiché ogni cosa è già contenuta in quell’assenza fatale.

Senonché, improvvisamente, dal portone rimasto mezzo aperto, là, contro il nero della notte, ecco irrompere dentro il portico una raffica di vento. È vento d’uragano, e viene dalla notte. Piomba nel portico, lo attraversa, oltrepassa fischiando i cancelli che separano il portico dal giardino, e intanto ha disperso a forza chi ancora voleva trattenersi, ha zittito di botto, col suo urlo selvaggio, chi ancora indugiava a parlare. Voci esili, gridi sottili, subito sopraffatti. Soffiati via, tutti: come foglie leggere, come pezzi di carta, come capelli di una chioma incanutita dagli anni e dal terrore… Oh, Ernesto in fondo era stato fortunato a non poter fare l’università in Italia. Scriveva da Grenoble che soffriva la fame, che delle lezioni del Politecnico, col poco francese che sapeva, non gli riusciva di capire quasi niente. Ma felice lui che soffriva la fame e temeva di non farcela con gli esami. Io ero rimasto qui, e per me che ero rimasto, e che ancora una volta avevo scelto per orgoglio e aridità una solitudine nutrita di vaghe, nebulose, impotenti speranze, per me in realtà non c’era più speranza, nessuna speranza.

28 commenti

Archiviato in classici moderni

Il dottor Glas. Dei diritti e dei doveri.

La vita, a me, è solo passata davanti, senza fermarsi.

il dottor glasUn libro sul diritto, sul dovere e sulla volontà, sulla dannosa ricerca della verità, ma anche un giallo con tanto di delitto perfetto. Il dottor Glas (1905) all’epoca dell’uscita fece scandalo e non è difficile da credere dati i tanti temi scabrosi, imbarazzanti, audaci che tratta, anticipando anche l’eroe maledetto novecentesco che campeggerà alcuni anni dopo. Hjalmar Söderberg (1869-1941) scrittore svedese, fu costretto ad allontanarsi dalla Svezia due anni dopo la pubblicazione dell’opera, aveva raggiunto la notorietà all’età di 26 anni con il romanzo Smarrimenti (1895) per il quale fu accusato di pornografia e nel 1906 scriverà anche una pièce teatrale, Gertrud, dalla quale il famoso regista Carl Dreyer trarrà il film omonimo nel 1964.

Assassinio, incompatibilità sessuale, aborto, eutanasia, l’inutile moralità, sono gli argomenti principali di cui parla all’interno del suo diario il dottor Glas, un giovane medico di Stoccolma che, stanco di seguire unicamente il pensiero, decide che per lui è finalmente arrivato il momento dell’azione.

Non ho mai visto un’estate così. Caldo canicolare fin da metà maggio. Tutto il giorno una densa foschia di polvere incombe immobile sopra le strade e le piazze.

All’insegna dell’afa, del caldo asfissiante che ottunde il pensiero e toglie la lucidità inizia questo viaggio in un delirio ragionato, dove ogni problema viene messo a fuoco e diventa semplicemente una causa naturale che l’usanza poi trasforma in violazione della moralità. Ciò che è semplice e genuino diventa complicato e inarrivabile a causa di leggi etiche che ne impediscono l’evolversi, azioni che potrebbero risollevare le sorti di vite miserevoli vengono negate dalla giustizia.

Diritti e Doveri.

Il pastore Gregorius è un prete viscido, che Glas trova ripugnante, tanto da desiderare di vederlo morto o addirittura di ucciderlo egli stesso. Gregorius ha sposato una donna avvenente e molto più giovane di lui, sulla quale “ha dei diritti” (anche quando si trasformano in violenza sessuale) e di contro lei “ha dei doveri” coniugali nei confronti del marito, perché così vuole l’abitudine, così detta la legge. Parlare di incompatibilità sessuale all’epoca era uno scandalo, l’ipocrisia imponeva il silenzio su argomenti scabrosi che andavano sepolti sotto quintali di sabbia. Ma di certo non è negando qualcosa che la si fa smettere di esistere e Söderberg mette in risalto la debolezza di certe convinzioni, minando addirittura le fondamenta stesse della moralità:

Caro amico, la morale, lo sai quanto me, si trova allo stato fluido. Ha subito cambiamenti rimarchevoli perfino negli istanti fugaci che noi due abbiamo trascorso sulla terra. La morale è quel famoso cerchio di gesso intorno alla gallina: limita chi ci crede. []

La morale fa parte degli utensili domestici, non è una divinità. Deve essere utilizzata, non deve dominare. E la si deve adoperare con discernimento, cum grano salis. È saggio far proprie le usanze di dove si va; è sciocco farlo con convinzione. Io sono un viaggiatore nel mondo; guardo le usanze degli uomini e scelgo ciò che mi può servire. E morale viene da mores, usanze; si basa esclusivamente sul costume, sull’uso; non ha altri fondamenti.

Hjalmar SöderbergE cos’è in effetti questa morale sbandierata ai quattro venti se non il solito frutto delle convenzioni millenarie che affliggono l’umanità? La morale cambia in continuazione e per giunta con il supporto delle leggi umane e di quelle divine. Bastano pochi esempi, come ricordare che ai tempi delle leggi razziali antisemite delle azioni profondamente immorali, almeno per uno spirito libero che rispetta se stesso e quindi anche gli altri, erano rese lecite, anzi dovute per legge appunto, e come dimenticare che negli Stati Uniti, presunta patria della democrazia e della libertà, solo negli anni ’60 si è messo un freno al proliferare di leggi che di fatto escludevano chi non era caucasico dai diritti civili, compreso il matrimonio misto. Per sciocchezze simili, di cui non si aveva colpa un’enorme fetta di umanità ha sofferto e continua a soffrire, è morta e continua a morire, beffata anche dal supporto di una cosiddetta morale becera e gretta che offende qualsiasi cervello evoluto.

Gregorius incarna dunque l’ipocrisia sociale, è la metafora di tutte quelle leggi anche non scritte che si basano su usi e consuetudini che si perdono nella notte dei tempi.

Il rispetto per la vita umana – cos’altro è sulla mia bocca se non una squallida ipocrisia, e cos’altro può essere per chi di tanto in tanto abbia trascorso un momento libero a pensare. Il mondo brulica di vite umane. E nessuno, forse con l’eccezione di qualche filantropo davvero ridicolo, ha mai dato seriamente il minimo peso a vite umane estranee, sconosciute, ignorate. Lo dimostrano i fatti. Tutti i governi e i parlamentari del mondo lo dimostrano.

Quando un’anima si mette a nudo, l’esoscheletro che mantiene in piedi di fronte alla società può anche afflosciarsi in un angolo della coscienza. Così il dottor Glas, tra le pagine del suo diario può dire esattamente ciò che pensa su qualsiasi argomento. La disquisizione principale verte sui diritti e i doveri che la società impone a prescindere dalla volontà e dall’ideologia del singolo. Ad esempio al medico capitava periodicamente di ricevere suppliche da parte di donne per interrompere una gravidanza indesiderata, ed ecco che lui era costretto a sciorinare la consueta tiritera sul rispetto della vita umana e sul dovere, per poi confessare alle pagine del diario il suo vero pensiero e la sua codardia nel rifiutare l’aiuto richiesto solo per evitare spiacevoli conseguenze. Glas si rende conto che il rispetto per la vita umana è solo una facciata ipocrita, in quanto medico sa bene ad esempio che la civiltà di un popolo si misura principalmente sul diritto alla morte, ad una morte dignitosa.

Verrà il giorno – deve venire – in cui il diritto di morire sarà riconosciuto come un diritto dell’uomo, ancora più importante e più incontestabile di quello di mettere un pezzo di carta nell’urna elettorale. E quando il tempo sarà maturo, ogni malato incurabile avrà diritto all’aiuto del medico, se desidera la liberazione.

Volontà.

A questo punto si pone l’interrogativo fondamentale e cioè si può uccidere qualcuno solo perché ci ripugna e perché fa soffrire l’essere amabile e gentile che gli vive accanto? Può la volontà mutare il destino? l’atto voluto può compiersi al di là delle leggi morali? Fino a che punto si può volere qualcosa?

Volere – già che cosa significa? La volontà di una persona non è un tutt’uno; è la sintesi di cento impulsi contrastanti. Una sintesi è una finzione. La volontà è una finzione. Ma noi abbiamo bisogno di finzioni e nessuna finzione ci è più necessaria della volontà. Perciò vuoi davvero? []Perché vuoi? Rispondi! «Io voglio agire. La vita è azione. Quando vedo qualcosa che mi indigna, voglio intervenire.»

Glas porta in sé la tipologia dell’eroe decadente in lotta contro il mondo e le convenzioni che limitano il pensiero, lontano dalle impetuose ribellioni degli eroi romantici, mantiene sempre una sorta di freddezza originata probabilmente dal profondo disprezzo verso le regole, che pure deve seguire, suggellate come un voto indelebile dal giuramento di Ippocrate.

Non devi fare domande! Non andare al fondo delle cose: perché allora tu stesso andrai a fondo. Non cercare la verità: non la troverai e perderai te stesso. Non devi fare domande! La misura di verità, che ti può servire, ti viene data in dono; è mescolata con illusione e menzogna, ma è per il tuo bene, allo stato puro ti brucerebbe le viscere. Non cercare di ripulire la tua anima dalla menzogna, sarebbe seguita da talmente tante cose cui non avevi pensato, e tu perderesti te stesso e tutto ciò che ti è caro. Non devi fare domande!

A furia di inseguire le proprie inquietudini ci si accorge di quanto tutto si trasformi in illusione. A che vale sottoscrivere delle regole se poi queste possono essere violate e rimanere impuniti? Della facciata conformista se si viola la superficie non rimane niente. Ogni azione è un atto di volontà che prescinde da diritti, doveri, moralità, giustizia. E i conti alla fine si fanno unicamente con la propria coscienza, ammesso che se ne abbia una, e per metterla a tacere potrebbe bastare smettere di interrogarsi, smettere di pensare.

Vita, io non ti capisco. Ma non dico che la colpa sia tua. Ritengo più probabile che sia io un figlio degenere, piuttosto che tu una cattiva madre.

E alla fine ha cominciato a sorgermi nella mente come un’intuizione che forse la vita non la si deve capire. Tutta questa smania di spiegare e di capire, tutta questa caccia alla verità è forse una strada sbagliata. Noi benediciamo il sole perché viviamo proprio alla distanza da esso che ci è più vantaggiosa. Qualche milione di miglia più vicino o più lontano e bruceremmo o geleremmo. E se per la verità fosse come per il Sole?

L’antico mito finnico dice: colui che vede il volto di dio deve morire. E Edipo. Lui sciolse l’enigma della Sfinge e divenne il più misero tra gli uomini.

Non risolvere enigmi! Non fare domande! Non pensare! Il pensiero è un acido che corrode. All’inizio pensi che distruggerà solo ciò che è marcio e malato e deve essere tolto. Ma non è così che la pensa il pensiero: esso distrugge alla cieca. Comincia con la preda che tu gli getti più volentieri e con più gioia, ma non credere che possa saziarlo. Non smetterà finché non avrà rosicchiato l’ultima cosa che hai cara.

Il confine tra giusto e sbagliato è effimero, la storia lo dimostra e la quotidianità ce lo insegna, del resto, dopo la soffocante afa, non rimane che aspettare l’autunno e poi l’inverno per seppellire sotto una coltre di neve l’estate delle passioni.

E presto verrà la neve. La neve si avverte nell’aria.

Sarà la benvenuta. Che venga. Che cada pure.

31 commenti

Archiviato in classici moderni