William Hazlitt. Sull’ignoranza delle persone colte e altri saggi.

William HazlittWilliam Hazlitt (Kent 1778 – Londra 1830) fu un saggista molto particolare, inviso a tanti per il suo vizio di dire tutto quello che pensava e disposto perfino ad esporsi al ridicolo pur di mantenere la propria linea di pensiero. Di lui Virginia Woolf nella seconda serie de Il lettore comune, così scriveva: In virtù del suo principio “è difficile odiare chi si conosce bene”, se avessimo conosciuto Hazlitt, lo avremmo di sicuro trovato simpatico. Ma Hazlitt è ormai morto da cent’anni, e dobbiamo forse chiederci se lo conosciamo abbastanza da superare il senso di violenta antipatia, vuoi personale vuoi intellettuale, che i suoi scritti ancora suscitano. Hazlitt – ed è uno dei suoi meriti principali – non era uno di quegli scrittori che evitando di pronunciarsi svaniscono nella nebbia e muoiono d’insulsaggine. Nei suoi saggi lui è presente, sempre e con enfasi. Senza remore e senza vergogna. Dice esattamente ciò che pensa e dice esattamente – confidenza meno lusinghiera – quel che prova. Aveva una straordinaria consapevolezza della propria esistenza; e siccome non passava giorno che non gli infliggesse uno spasmo d’odio o di gelosia, un fremito d’ira o di piacere, nel leggerlo entriamo presto in contatto con un carattere singolarissimo – bisbetico e insieme magnanimo; gretto e tuttavia nobile, assolutamente egoista eppure ispirato da genuina passione per i diritti e le libertà del genere umano.

Sull’ignoranza delle persone colte è una raccolta di sette saggi, tratti da Table-Talk (1821-1822) tutti molto piacevoli da leggere, attuali e anche interessanti come si può evincere già dai titoli, oltre a quello che dà nome al libro gli altri sono: Sul pensiero e l’azione, Sul fare testamento, Sull’effeminatezza del carattere, Sulle istituzioni, Sugli svantaggi della superiorità intellettuale, Sulla paura della morte.

Ognuno di essi presenta un sunto della tipologia umana che intende attaccare, ne viene fuori un ritratto spietato e ricco di sarcasmo di un’umanità il più delle volte gretta e inutilmente vanitosa che non accettando i propri limiti come parte essenziale di sé, scade sempre nel ridicolo.

Il lato ridicolo del carattere umano in poche occasioni appare più vivo che nell’atto di fare testamento. È l’ultima possibilità che abbiamo di esercitare la naturale perversità del nostro carattere, e stiamo molto attenti a farne buon uso. La custodiamo gelosamente, la rimandiamo il più a lungo possibile, e poi prendiamo ogni precauzione perché il mondo non abbia a trar vantaggio dalla nostra morte. Quest’ultima azione della nostra vita raramente ne smentisce il tenore precedente per quanto riguarda la stupidità, il capriccio e l’insensata voglia di far dispetti. Sembra che il nostro pensiero dominante sia di sistemare le cose (facendo i conti con quelli che sono tanto maleducati da sopravviverci) in modo da fare il minor bene possibile, e di affliggere e deludere più gente che si può.

Sul fare testamento è lo spaccato più esilarante di quest’umanità che si dibatte contro l’inevitabile, ovvero il fatto di essere mortale e l’attaccamento ai beni materiali supera l’intelligenza in molte occasioni. Hazlitt non lesina esempi, tratti non dalla sua immaginazione, ma da documenti reali, per quanto si tratti di comportamenti a dir poco bizzarri, dispettosi e infantili, che potremmo collocare più facilmente in una fiaba piuttosto che in un testamento redatto veramente. Può capitare perciò di ereditare una ricetta per la conservazione dei bruchi morti o una collezione di cavallette dell’anno precedente e perfino uno scarabeo cornuto.

L’istruzione è la conoscenza di ciò che gli altri in genere non sanno, e che non possiamo apprendere che di seconda mano per mezzo dei libri, o di altre sorgenti artificiali. La conoscenza di ciò che è davanti o intorno a noi, che fa appello alla nostra esperienza, alle nostri passioni o ai nostri progetti, al cuore e agli affari degli uomini, non è istruzione. L’istruzione è la conoscenza di quello che solo le persone istruite conoscono. Il più istruito di tutti è colui che conosce meglio tutto ciò che vi è di più lontano dalla vita quotidiana, dall’osservazione immediata, che non è di alcuna utilità pratica, che non può essere provato dall’esperienza e che, dopo esser passato attraverso un gran numero di stadi intermedi, resta ancora pieno di incertezza, di difficoltà e di contraddizioni. È vedere e ascoltare con occhi e orecchie altrui, è credere ciecamente al giudizio degli altri. La persona istruita è fiera della sua conoscenza di nomi e di date, non di quella di uomini e cose. Non pensa e non s’interessa ai suoi vicini di casa, ma è al corrente degli usi e costumi delle tribù e delle caste degli indù e dei tartari calmucchi.

hazlittSull’ignoranza delle persone colte è l’unico dei sette che fu pubblicato prima di venire inserito nella raccolta Table-Talk, precisamente nel luglio 1818 sulla rivista The Edimburgh Magazine. Fin dall’inizio Hazlitt se la prende con un certo modo di istruire e di concepire la cultura, infatti secondo lui a passare troppo tempo sui libri si finisce con il perdere il senso della realtà che ci circonda, fino a divenire, da colti che ci si credeva a perfetti ignoranti, almeno a proposito degli aspetti pratici della vita, senza i quali tutto diviene falsato e mutilo. Puntare il dito addosso al modo di fare cultura ufficiale dell’epoca, di certo non gli avrà procurato grandi simpatie, andare contro lo sterile studio mnemonico che permette di incamerare dati senz’anima e dunque senza una vera comprensione è una critica che andava a colpire inevitabilmente anche i suoi amici letterati.

Pian piano si fa strada l’idea di base del saggio che è quella di mostrare come la cultura sia portatrice di finzione. Laddove si insinua un pensiero che diventa norma e che non ha a che fare con l’aspetto pratico, allora inevitabilmente ecco affacciarsi l’impostura.

Ecco come viene usato il sapere umano. Sembra che i lavoratori di questa vigna abbiano lo scopo di confondere il senso comune e le distinzioni fra il male e il bene per mezzo di massime tradizionali e di nozioni preconcette che diventano sempre più assurde col passare del tempo. Fanno ipotesi su ipotesi, ci innalzano montagne, finché non è più possibile giungere alla più semplice verità su alcunché. Vedono le cose non come sono, ma come le trovano nei libri, e “chiudono gli occhi e cancellano i dubbi” per non dover scoprire niente che sia in contrasto con i loro pregiudizi, o possa convincerli della loro assurdità. Si direbbe che la forma più alta della saggezza umana consista nel mantenere le contraddizioni e nel rendere sacro ciò che è insensato. Non c’è dogma, per quanto feroce o sciocco che sia, a cui questa gente non abbia apposto il suo sigillo, tentando di imporlo alla comprensione dei suoi seguaci come fosse la volontà del Cielo, rivestita di tutto il terrore e delle sanzioni della religione. L’intelligenza umana è stata ben poco diretta a ricercare l’utile e il vero!quanto ingegno sprecato nella difesa di credi e teologie! Quanto tempo, e quanto talento sono stati perduti in controversie teologiche, in processi, in politica, in critiche verbali, in astrologia giudiziaria e nella ricerca della pietra filosofale!

Quest’ampiezza di vedute porta lo scrittore su terreni decisamente pericolosi che vanno a minare le roccaforti dell’inattaccabile pensiero occidentale. Nella sua animata critica contro il sapere Hazlitt rivela tutta la pericolosità di una fiducia cieca nella parola, va indietro nel tempo fino a riconoscere che tutta l’impostazione sociale è basata sulla menzogna.

Se una cosa è vera solo perché qualcuno l’ha scritta ecco che il gioco dei potenti si fa ancora più facile, perché tutto diventa possibile, come smerciare gli scritti di uomini per parola divina in modo da porre sotto sigillo insindacabile le leggi più inique, oppure imporre un punto di vista apparentemente democratico, ma in realtà asservito al potere dominante e così via.

E ancora si rimane letteralmente sbigottiti nel leggere il saggio, Sulle istituzioni, poiché a dispetto degli anni trascorsi e della diversità del luogo, il quadro della classe politica che dipinge Hazlitt è tristemente simile al disdicevole spettacolo che siamo costretti a sopportare quotidianamente qui in casa nostra:

Le istituzioni sono più corrotte e più guaste degli individui, perché hanno più potere per fare del male, e sono meno esposte al disonore e alla punizione. Non provano né vergogna, né rimorso, né gratitudine, e neanche benevolenza. La coscienza individuale o naturale del singolo componente viene soffocata (non possiamo avere un principio morale nel cuore degli altri), e non si pensa ad altro che a dirigere meglio lo sforzo comune (liberato da scrupoli inutili) per ottenere vantaggi politici e privilegi, da spartirsi poi come bottino. Ciascun membro raccoglie il profitto, e rovescia la colpa sugli altri.

Quante volte abbiamo sentito la frase: “lo abbiamo ereditato dal governo precedente”?

Ma ecco un altro passo che ci riporta ai festini del cavaliere poco errante e molto stanziale (come tutti i colonizzatori di poltrone parlamentari del resto) che pur criticandosi l’un l’altro, tuttavia partecipano volentieri ai numerosi momenti di svago che annullano i confini imposti dai vari partiti ai quali appartengono:

«La società gli deve veramente molto per quest’ultimo affare»; cioè, per qualche squallido inghippo, qualche manovra sottobanco per usurpare i diritti del prossimo, o per calpestarne le ragioni. Nel frattempo mangiano, bevono e gozzovigliano insieme. Affogano nei boccali da una pinta tutte le piccole animosità e le inevitabili differenze d’opinione. Le lagnanze della moltitudine si perdono tra il rumore delle stoviglie…

Il filo conduttore di tutti questi saggi termina nella persona stessa di William Hazlitt, un uomo definito antipatico, per niente geniale, addirittura scontato, un uomo costretto a subire continui attacchi dall’esterno, vuoi per una certa selvatichezza caratteriale, ma anche per tutto quello che si percepisce in questi suoi scritti, soprattutto in quello più autobiografico, Sugli svantaggi della superiorità intellettuale, ovvero la costrizione dell’isolamento, perché sempre incompreso, perché troppo avanti e quindi invidiato e per l’insopportabile ostentazione di avere delle idee e dirle apertamente, senza fronzoli o paraventi. Un destino comune a molti pensatori.

Il principale svantaggio di sapere di più, e di vedere più lontano degli altri, in genere è di non essere compresi. Chi è intellettualmente dotato tende a esprimersi per paradossi, e questo lo colloca subito fuori la portata del lettore comune. [] La grande felicità della vita è di non essere né migliore né peggiore della media di quelli che incontri. Se sei al di sotto, ti calpestano, se sei al di sopra degli altri trovi subito che il loro livello è inaccettabilmente basso, perché rimangono indifferenti davanti a ciò che t’interessa di più. A che serve essere virtuosi in un locale notturno, o saggi in un manicomio?

 

 

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25 commenti

Archiviato in saggi

25 risposte a “William Hazlitt. Sull’ignoranza delle persone colte e altri saggi.

  1. khinna

    che dire, ha ragione, più ci si sprofonda nei libri più ci si allontana dagli umani, per me è così quando sono arrabbiata col mondo m’imbuco nei libri e mi credo furba. Ma questo è il dibattito di sempre, vivere per procura o procurarsi guai ;)?
    bacio k

    • Cara Cris è una via di fuga che pratico anch’io… però noi almeno ci togliamo dai piedi periodicamente ridendoci addosso, ma che dire di tutti gli umani che si prendono terribilmente sul serio e hanno sempre qualcosa da dire e da dirci?
      baci

  2. Non c’è una tua proposta letteraria che non sia talmente interessante e, soprattutto, così stimolante da renderne necessaria la lettura.
    Sono felice di poter conoscere il pensiero di intellettuali che hanno compreso, nel passato e nel presente il vero stato delle cose, attraverso i tuoi riferimenti agli aspetti significativi delle loro idee e dei contesti storico-sociali in cui le hanno espresse.
    Sei una fonte inesauribile, come già ha detto qualcuno, di nuova linfa alla mente, di apporti significativi tanto da offrire numerosi spunti di riflessione.
    Io ti ringrazio per questa che considero un po’ la tua “missione” in questo caos di indifferenza che sta portando all’apatia totale.
    Nel caso specifico di Hazlitt, di cui devo a te la conoscenza e non solo per vie riassuntive ma complete e reali, è straordinario riscontrare quanto sia ancora attuale,
    ma quello che più mi ha colpito, anche leggendo il libro, è la sua capacità di spiattellare la realtà senza mezzi termini, dando risalto a tutto un adeguamento mentale a status e arrivismi comunemente sottaciuti ma altrettanto risaputi.
    Mi è venuto in mente un brano di cui non ricordo l’autore, che spiegava come in effetti noi umani calpestassimo un apparente suolo solido, che è solo uno strato che slitta su un magma viscido, escremento di vermi e orride creature ipogee. Ma così impercettibilmente, che non ce ne accorgiamo.
    Franco ha detto che sei un ponte indispensabile, lo ribadisco anch’io, un ponte tra il marasma che obnubila perfino le menti che dovrebbero essere super partes, e la luminosità di un cielo di conoscenza vera.
    Ti ringrazio e ti abbraccio
    cri

    • Cara Cri, ti ringrazio moltissimo per queste parole…
      si tratta delle solite “corrispondenze” che ci tengono tutti collegati ad avermi portata da Hazlitt ed è stata davvero una piacevole sorpresa, come sai…
      il suo essere così attuale ha stupito anche me ed è stato divertente (e amaro) notare tutte le somiglianze con quei cialtroni dei nostri politici, a quanto pare quella è una razza che esiste da sempre e che non si estingue mai…
      un bacio

  3. Pingback: William Hazlitt. Sull’ignoranza delle persone colte e altri saggi. « cristina bove

  4. Ringrazio Cristina (Bove) per aver segnalato da lei questo blog, che non potrà più mancare fra i miei preferiti.
    Come avrei mai potuto sapere dell’esistenza di questo Hazlitt? E come avrei potuto saperne abbastanza da aver voglia di saperne di più, se non grazie a questa recensione?
    Grazie.
    Ora posso dire che il 2013 è iniziato bene…

  5. Confesso di trovare molti punti di contatto col pensiero di questo saggista rompiscatole e questo me lo rende estremamente simpatico. La sua analisi delle istituzioni è valida, credo, per ogni tempo e paese. D’altra parte, se si leggono gli scritti di tanti autori dall’antichità ai nostri giorni, pare che le strutture di potere siano sempre uguali a se stesse, anche se cambiano nomi e regole. Tempo fa avevo trovato un paio di passi di Octave Mirbeau, da cui emergeva una visione della politica francese di fine Ottocento che pareva descrivere perfettamente l’attuale situazione italiana. Insomma, potremmo dire che nel mondo e nell’uomo non cambia mai niente.

  6. ho letto oggi, torno ora.
    Per rinnovarti ovviamente la stima, e con una considerazione sul personaggio. In ogni epoca chi ha avuto il coraggio delle proprie opinioni non ha certo avuto vita facile; ma sono quelli a mio parere che fanno fare un passo avanti alla storia.

    Un caro saluto Maria

    • Caro Massimo, la penso come te… d’altra parte chi ha il coraggio delle proprie opinioni è uno scomodo esempio che va subito eliminato, e questo è sempre accaduto…
      un abbraccio e grazie

  7. wolfghost

    ahahah io lo trovo esilarante e terribilmente vero! 😀 Mia moglie, alla quale ho letto qualche passaggio, l’ha definito un “Dr. House del 1800” 😀 A me ricorda un poco il buon vecchio Cioran, che però è venuto un buon 150 anni più tardi 😉 Però… non hai messo nemmeno un estratto della parte “Sulla paura della morte” 😦 😦 Sarei proprio curioso… 🙂
    Comunque la sua sorprendente attualità dimostra come ho ragione quando, a quelli che rimpiangono i tempi andati, rispondo che non credo al classico “si stava meglio quando si stava peggio!” 😀
    … questo tale mi è proprio simpatico! 😛
    http://www.wolfghost.com

    • Caro Wolf, lo so e davvero avrei voluto riportare molti altri passaggi, ma il post era già lunghissimo così… accontentati dei primi due paragrafi del saggio “sulla paura della morte”:
      “Forse la migliore cura per la paura della morte è riflettere che la vita ha un principio oltre che una fine. Ci fu un tempo in cui non esistevamo: e se questo non ci preoccupa, perché allora dovrebbe impensierirci se verrà un tempo in cui cesseremo di esistere?
      Non ho alcun desiderio di essere stato vivo cento anni fa, o durante il regno della Regina Anna. Perché dovrei allora dolermi e prendermela tanto a cuore se non sarò vivo fra cento anni mentre regnerà chissà chi?”
      un abbraccio

      • wolfghost

        eheheh guarda cosa scrissi nel post del 10 novembre scorso: Se non c’ero cento anni fa e non ci sarò tra cento anni… perché preoccuparsi? Non cambia nulla in fondo. Non cambia nemmeno quanto si campa in fondo. Credete che quando non ci sarete più vi dispiacerà se sarete campati 100 anni o 50? No. Forse lo penserete prima. Irragionevolmente penserete “che peccato, potevo vivere cent’anni!”, ma un attimo dopo semplicemente non sarete lì a dispiacervene.

  8. Inizi il 2013 con un botto, questo Hazlitt, del quale ignorvao l’esistenza ( ma di quanti Hazlitt ignoro la presenza? Io sono come il titolo del libello. Sono ignorante e devo imparare ancora molto prima di definirmi colto) scrive cose dettate dal buon senso e come tali malviste dal lettore comune. Ma quanti lettori ci sono che non si possono definire comuni?
    Dunque il buon senso che esisteva anche duecento anni fa pare che non abbia fatto proseliti, perché i contenuti non mutano, né si evolvono anche se le persone sono diverse con risultati del tutto in fotocopia.
    Credo che la sintesi del tuo meraviglioso post sia questa frase che hai riportato a chiusura
    «Il principale svantaggio di sapere di più, e di vedere più lontano degli altri, in genere è di non essere compresi. Chi è intellettualmente dotato tende a esprimersi per paradossi, e questo lo colloca subito fuori la portata del lettore comune.»
    Un abbraccio

    • Caro Gian Paolo, del resto, come dice Hazlitt non è sufficiente spiegare quanto sono belle certe cose che ci appassionano se non possiamo trasferire nel nostro interlocutore anche tutto quello che sappiamo già… sembra un po’ il principio dell’incomunicabilità che presentava Pirandello nei Sei personaggi in cerca d’autore…
      grazie e un abbraccio

  9. Ciao! Scusa il fuori tema: volevo dirti che ti ho incrociata nello splendido blog di Giacinta, e una volta arrivato qui per curiosare ho letto la tua splendida recensione de “La lingua perduta delle gru”, dopodiché “Il lettore comune” è finito di diritto nel mio blogroll…

    • Zio Scriba, mi fa molto piacere trovarti qui ed essere finita subito nel tuo blogroll poi non ne parliamo…
      La lingua perduta delle gru è un libro che mi è piaciuto moltissimo, non potevo non dare un contributo…
      grazie e a presto

  10. Vedo che sopra di me c’è Nick! Permettimi, cara, di salutarlo ( ciao, carissimo! ) :))

    passando quindi a William…
    Leggendo, mi sono venute in mente alcune conferenze ascoltate durante la mia carriera di “intellettuale” ( di serie C,naturalmente ) in cui filosofi di chiara fama minuettavano su questioni ( di lana caprina ), dandosi grande importanza e prendendosi molto sul serio. Inevitabilmente, durante questi momenti il mio pensiero andava ai palazzi del potere e all’incontrastato ( proprio dai depositari dell’etica, della erudizione e quant’altro ), ahimè, dileggio di ogni “frutto” della conoscenza. Quest’ultima deve legarsi alla prassi, altrimenti, effettivamente, resta istruzione, utile solo per scimmiottare e riprodurre modelli stantii a tutti i livelli ( sociale, affettivo… )

    • Cara Giacy, è proprio quello il problema principale, questo prendersi troppo sul serio e godere nel sentirsi parlare che affligge numerosi intellettuali, che poi si chiudono in circoli ristretti e inavvicinabili, dove se la cantano e se la suonano tra di loro, contribuendo all’appiattimento culturale anziché rinnovarlo coraggiosamente…
      un abbraccio

  11. invecedistelle

    La mediocrità (nel suo senso originale) sarebbe condizione per essere felici. Suppongo che egli valuti se stesso un ‘intelligente’ incompreso, quindi un solitario tra gente indifferente. Credo che sia una condizione molto difficile da accettare, soprattutto per chi ha ottime capacità di senso critico oltre alla cultura. Qui il mio inchino ad Hazlltt: “la forma più alta della saggezza umana consiste nel mantenere le contraddizioni e nel rendere sacro ciò che è insensato”.

  12. Buongiorno, cara Maria, che bello poter tornare a leggerti, finalmente è stato risolto il mio problema con il pc.
    Molto interessante questa tua proposta letteraria, come del resto tutte le tue segnalazioni lo sono. Uno scrittore avanti nel tempo, una persona che, oggi diremmo, non aveva peli sulla lingua, difficile all’epoca essere sinceri e mettere a nudo la propria mente nell’assoluta lealtà. Condivido il pensiero di Hazlitt, che tra l’altro non conoscevo: l’eccessiva cultura allontana dalla realtà e scava un fossato fra sé e gli altri.
    Ti auguro un bel fine settimana e grazie per questa bella pagina scritta con competenza e amore per la letteratura, sì perché in te c’è la vera passione che si sente leggendoti.
    un abbraccio
    annamaria

    • Cara Annamaria, sono contenta che tu sia riuscita a tornare in rete, per quanto io mi tenga a distanza ritengo comunque il pc uno strumento indispensabile e il web una fonte inesauribile…
      Hazlitt è stato una scoperta anche per me, a dire il vero è stato il titolo ad incuriosirmi, poi leggendolo e documentandomi l’interesse è cresciuto enormemente ed ho deciso di proporlo…
      grazie e un abbraccio

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